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Full text of "Storia della Compagnia di Gesù in Italia"

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Ritratto il giorno della morte 



jfmi 



^-ùnr 



da Jacopino del Conte 






STORIA 



■,-T 



DELLA 



COMPAGNIA DI GESÙ 



IN 



ITALIA 



NARRATA COL SUSSIDIO DI FONTI INEDITE 

DAL 

P. PIETRO TACCHI VENTURI 5 

D. M. C. 
VOLUME SECONDO. 

DALLA NASCITA DEL FONDATORE 
ALLA SOLENNE APPROVAZIONE DELL'ORDINE. 

(1491-1540). 





ROMA 

CIVILTÀ CATTOLICA' 



BOSTON COLLEGE L!3R*F-i 
:.HESTNuT HILL, MA3S. 



1922 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI 



3101 
■SI 



Ql,H^3 



grafìa " SA. INDUSTRIE GRAFICHE NAZIONALI — ROMA, VIA FEDERICO CESI, 45. 



PROSPETTO 
DI TUTTO IL VOLUME 



RITRATTO DI SANT'IGNAZIO DIPINTO DA JACOPINO 
DEL CONTE. 

AL LETTORE Pag. vii 

I. 

DELLE PRECIPUE FONTI DI QUESTO VOLUME ...» xi 

II. 

CONTENUTO DEI SINGOLI CAPI E DEI DOCUMENTI 

T)B1,U APPENDICE » xliii 

III. 
ELENCO DEI LIBRI CITATI >' XLix 

IV. 

TAVOLE DEGLI ARCHIVJ E DELLE RACCOLTE DI MA- 
NOSCRITTI » LXI 

V. 

AVVERTENZA INTORNO ALL'INDICE DELLE PER- 
SONE, DEI LUOGHI E DELLE COSE PIÙ 
NOTEVOLI » LXii 

VI. 
APPROVAZIONE ECCLESIASTICA DELL'OPERA . . . ■> lxiii 



AL LETTORE. 




opo IL NON brevp: intervallo di 

oltre un decennio (') esce alla luce questo 
secondo volume della Storia della Compa- 
gnia di Gesù in Italia. Cagionarono sì lungo ritardo, 
dapprima le cure spese per piìi di tre anni intorno 
all'edizione degli Annali della Cina e delle Lettere del 
P. Matteo Ricci; poi il nuovo officio datomi sull'entrare 
del maggio 1914 da chi, come mio Superiore, poteva 
benignamente di me disporre. In quell'anno, quando 
mi vidi distolto dai lavori storici ed applicato a di- 
versissimo genere d'occupazioni, il volume, che ora 
do fuori, trovavasi presso che interamente fornito né 
d'altro bisognevole che di qualche paziente ritocco. 
Incoraggiato dal R. P. Francesco Saverio Wernz, 
che onorato mi aveva di sua fiducia, e da lui anche 
aiutato con opportune dispense da alcuni dei miei 
nuovi obblighi, sperai sulle prime di riuscire a com- 
piere il lavoro senza diuturno indugio. Presto però i 
molteplici negozj, l'uno all'altro succedentisi, mi con- 
vinsero che la mia, più che solida speranza, era, e 
doveva chiamarsi, vana illusione; tal che con dolorosa 
esperienza ebbi a provare quanto giustamente avesse 
già sentenziato Marco Tullio: {') Historia vero nec in- 
stitui potest nisi praeparato olio, nec exiguo tempore 
absolvi. Infatti per quasi un intero settennio non mi 
venne fatto di mettere il libro in punto di passare alle 

(^) Il primo volume di quest'ope- gli editori, porta il millesimo del- 
ra comparve al pubblico nel luglio l'anno seguente. 
del 1909, ma, conforme all'uso de- (*) De Legibus, lib. i, n. 3. 



vili Al lettore. 

stampe; né so quando mai ciò mi sarebbe stato pos- 
sibile, se all'entrare di quest'anno il R. P. Preposito 
Generale Wlodimiro Ledóchowski, non mi avesse per 
grazia esonerato d'ogni altra cura, affinchè, già omai 
vicino al tramonto, ritornassi con tutte le povere mie 
forze a quei medesimi tranquilli, nobilissimi studj in 
mezzo ai quali mi era trascorso il fiore della gioventù 
e dell'età virile. 

Frattanto la lunga tardanza, per più capi umana- 
mente non dolce all'autore, e forse anche non gradita 
agli studiosi cui la lettura del cominciamento dell'opera 
potè far nascere il desiderio di vederla continuata, 
apportò per ventura qualche non ispregevole frutto. 
Infatti otto anni fa non piccola parte delle fonti, sopra 
le quali era stato composto il volume, o si giacevano 
ancor manoscritte o erano divulgate in edizioni troppo 
imperfette quanto al sodisfare ai legittimi postulati 
della critica moderna. Ora invece, nell'intervallo tra- 
scorso, mercè l'opera dei benemeriti Editori dei Monu- 
menta historica Societatis lesu, si vedono le inedite, pub- 
blicate la prima volta e le malamente edite, ristampate 
come richieggono le buone regole delle storiche disci- 
pline. Per tal modo, con accrescimento bensì di fatica, 
largamente compensato dall'utile che n'avrà il lettore, 
mi fu concesso di corredare il lavoro con le citazioni 
delle fonti venute alla luce dopo il 1914, in quella mi- 
gliore forma nella quale seppero apprestarcele i lodati 
miei confratelli di Spagna. E il vantaggio da un altro 
lato ancora s'accrebbe: ciò fu che l'autore potè venire 
limando l'opera sua, non già appena appena l'aveva 
distesa, ma dopo avere osservato più che alla lettera 
il precetto oraziano del nomim prematur in annum. 

Nel resto, i criterj cui m'attenni nel descrivere le 
prime origini della Compagnia di Gesù e le vie mira- 
bili per le quali Iddio apparecchiò, formò e condusse 



Al lettore. IX 

all'eterna città Ignazio di Loiola, predestinato ad es- 
serne istitutore e padre, sono quei dessi che mi furono 
guida e norma sicura neìV Introduzione. Dopo la let- 
tura della quale, chiunque vorrà dare uno sguardo al 
presente volume spero riconoscerà di leggieri e che un 
medesimo è d'entrambe le parti l'artefice, e che questo 
primo corpo dell'edificio non discorda dal suo vesti- 
bolo. Poiché, come nei diciannove capi del precedente 
volume altra precipua intenzione non ebbi da quella 
infuori di osservare con la massima fedeltà la tri- 
plice legge della storia già sì bene espressa da Cice- 
rone (') e nella nostra età solennemente inculcata dal 
grande Leone XIII (^), così negli undici, onde consta 
questo secondo, fu mio proposito innanzi tutto di essere 
veritiero, attenendomi scrupolosamente all'aureo ca- 
none che san Girolamo con apertissime parole prote- 
stava a Marcella di avere osservato nell'interpretare 
il senso genuino di alcuni termini originali delle sacre 
Scritture: « Haec nos de intimo Hebraeorum fonte liba- 
« vimus non opinionum rivulos persequentes, ncque erro- 
«rum, quibus totus mundus repletus est, varietate per- 
«territi, sed cupientes et scire et docere quae vera sunti) p). 
All'amore pertanto della verità sacrificai volentieri 
e senza ombra di rimpianto tutto ciò che un accurato 
e sincero studio dei documenti mi mostrò esserne di- 
sforme. 

Ma già troppo di esordj. Meglio è brevemente con- 
siderare le fonti su di che fu ritessuto un passato, che 
ad ogni retto estimatore delle cose con l'occhio ai prin- 

(^) « Nam quis nescit, primam (2) Nel breve « Saepenumerocon- 
« esse historiae legem, ne quid fai- « siderantes » dei i8 agosto 1883, 
« si dicere audeat ? Deinde ne ai cardinali De Luca, Pitta, Her- 
quid veri non audeat? ne qua genroether. Ci. ActaLeonis XIII, 
« suspicio gratiae sit in scribendo ? Ili, 268. 

«ne qua simultatis? ». De Orat. (3) Nell'Epistola xxviii ad Mar- 

II, 15. cellam. Migne, P. L. XXII, 434. 



X Al lettore. 

cipj cristiani dovrà apparire una delle grandi miseri- 
cordie di Dio verso il genere umano e delle sue prov- 
videnze amorosissime verso la Chiesa. 

Siffatto sguardo è necessario al lettore perchè im- 
pari a conoscere i testimoni, cui vedesi rimandato ad 
ogni volgere di pagina, e possa altresì a un bisogno 
verificare da se medesimo se lo storico seppe e bene 
interrogarli e ascoltarne a dovere i responsi, come si 
ha diritto di esigere da un libro che non vuol essere un 
racconto materiato di vero e di falso, di storico e di 
oratorio, ma una non timida, ordinata attestazione dei 
fatti, epperò nel presentarsi al pubblico s'annunzia 
per niente più di quel che dice la prima parola che porta 
in fronte. 

Roma, dal Pont. Collegio P. L. Americano, nella festa 
di santo Stanislao Kostka, ij novembre ig2i. 

L'AUTORE. 



I. 

DELLE PRECIPUE FONTI 

DI QUESTO VOLUME. 



Valore e distinzione delle fonti. — 2. GonzAlez de CAmaka, Ada 
Patris Ignatii e Memoriale di s. Ignazio. — 3. Le lettere di s. Igna- 
zio: varie lor collezioni curate dal Menchaca, dal Bouix, dal de la 
Torre, dagli Editori dei Monuìuenia Ignatiana. — 4. La Dcliheratio 
pyiniorum Patrunt e le Conchtsiones seu Constitutiones nonnullae. — 
5. l.' Epistola de s. Ignatio dettata dal Lainez. — 6. Il Commentarium 
de origine et progressit Societatis lesti del p. Simone Rodriguez. — 
7. Il Memoriale del b. Pietro Fabro. — 8. Le Confessioni dei padri 
Ribadeneira e Couvillon. — 9- I Carteggi dei primi compagni 
ignaziani: Lainez, s. Francesco Saverio, Salmerone, b. Fabro, Bo- 
badilla, Broèt, laio. Codurio, Rodriguez. — io. La Vita Ignatii 
Loiolae del Ribadeneira. — 11. Giovanni Alfonso di Polanco e la 
sua Vita Ignatii Loiolae. — 12. Il Chronicon del p. Natale. — 

13. Olivier Manareo e i suoi Pmw/ì /><?»' /a storia della Compagnia. — 

14. 'L'Informatione di Francesco Palmio e V Autobiografia di suo 
fratello Benedetto. — 15. Le fonti esterne. I Regesti del Seripando; 
i Processi d'Alcalà; diplomi pontifìcj e lettere di varj personaggi. — 
16. Conclusione. 



NTORNO LE ORIGINI DELLA COMPAGNIA ^ -toREEn.. 

STINZIONE DELLE 

di Gesù e del suo Fondatore non poche storie ven- fonti. 

nero in luce presso le più colte nazioni dal decli- 
'^' nare del secolo xvi sino a' di nostri. Coloro che 
le scrissero e divulgarono, benché mossi da fine diverso ed 
animati da sentimenti opposti, furono bensì concordi nel 
presentare l'opera loro come frutto di un diligente studio 
delle fonti, ma non ebbero tutti la cura di descrivere quali 
fossero queste fonti e con quali criterj vi avessero attinto. 
Or l'autore di questa parte della storia del suo Ordine, 
che potrebbe anche intitolarsi Vita di s. Ignazio di Loiola 
(tanto i primi inizj della Compagnia si compenetrano e 
quasi identificano col Fondatore) non ha bisogno di qui 
ripètere le norme che lo guidarono nell'interrogare e scru- 
tare i vetusti testimoni che fornirono la materia al lavoro. 




XI r Delle precipue Jonti di questo volume. 

Già egli le espose e attuò col fatto, più che con la parola, 
n^W.' Introduzione sopra la Vita religiosa in Italia, né 
ha lasciato di rammentarlo qui sopra al Lettore. Ben in- 
vece si crede in debito di far conoscere partitamente quali 
siano stati i suoi informatori o le fonti, quale la relazione 
che passa tra essi e gli avvenimenti di cui va tessendo il 
racconto. Poiché, ognun sa che maggior fede si accorda a 
colui il quale, come intelligente e probo, viene a deporre 
su un fatto trascorso per esserne stato autore o parte o 
per averlo inteso da quelli che ne furono parte od anche 
solo spettatori, che non quegli che narra cose sapute e rac- 
colte non tanto dal labbro o dalla penna dei primi autori 
e testimoni dell'avvenimento, quanto da coloro che l'appre- 
sero di seconda, di terza e fors'anco di quarta udita. 

Pertanto lo scrittore di questo volume si fece quasi una 
legge di risalire, sempre che fosse possibile, alla sorgente, 
parendogli di mancare notevolmente al suo ufficio e al de- 
bito che glie ne correva verso gli studiosi, se a quella avesse 
preferito i rivi che più o meno prossimamente ne scendono, 
spesso inquinati, raramente affatto puri. E come a ciò fare 
ebbe innanzi tutto mestieri di conoscere e vagliare le fonti, 
cosi ora, innanzi d'introdurre chi legge nel vivo del racconto, 
andrà con brevità e per ordine ragguagliandolo di quegli 
autori e di quei loro scritti cui fece ricorso per ricostruire, 
quanto fu dato alle poche sue forze, questa prima parte 
della vita di sant'Ignazio. 



2. - gonzalez de j ^ fonte dunque, cui il lettore viene più spesso rimandato, 

cAMARA, « ACTA I _ _ -, . . . ., . , 

« PATRis iGNA- -■ — ' specie nei primi capi, è quella indicata sotto il titolo: 
GoììzAlez DE Camara, Ada p. Ignatii, della quale perciò si 
rende necessario dare innanzi tutto un succinto ragguaglio. 
Ludovico Gonzalez o Gonzàlvez de Càmara che, giusta 
la maniera seguita nel citarlo, parrebbe autore dell'opera 
immediatamente aggiunta al suo nome, non ne è, a parlar 
propriamente, altro più che l'estensore e quasi l'amanuense. 



2. - Gonzdlez de C amar a, *' Ada Patri s Fgnatii ,,. 



XIII 



Ed eccone la ragione. All'entrare d'agosto 1553 il padre 
maestro Ignazio, di cui le assidue, inasprite infermità e il 
crescere degli anni facevano presagire oramai non lontana, 
anzi vicinissima, la fine, si sentì mosso, dopo iterate ripulse, 
ad appagare un'ardente, diuturna brama degli amati figliuoli 
che gli erano intorno in Santa Maria della Strada. Deside- 
ravano essi, ed in particolare maniera Girolamo Natale, uno 
dei più autorevoli ('), che il dilettissimo Padre avanti l'e- 
strema partita facesse loro conoscere ciò che sino a quel 
punto era passato nell'anima sua (*), giustamente timorosi 
che con lui non si avesse a spegnere ogni memoria delle 
grazie e dei doni interni da Dio largitigli sin da quando, 
volte le spalle alla milizia del secolo, si fu rivolto alla ce- 
leste e divenne a suo tempo fondatore della Compagnia 
di Gesù. 

Ora ai 4 del predetto mese di agosto credette il Santo 
fosse omai giunto il momento di sodisfare quei legittimi, 
piissimi voti, e a recare in atto il buon proposito risolvè di 
valersi dell'opera del giovane Luigi o Ludovico Gonzàlez 
de Càmara. 

Era questi un nobile portoghese, figliuolo del governa- 
tore dell'Isola di Madera, dove aveva sortito i natali il 1520. 
Mandato a studio a Parigi e di là ritornato in patria con 
ricco corredo di lettere latine, greche ed ebraiche, ebbe la 
sorte, mentre in Coimbra studiava teologia, d'incontrarsi 
con il b. Pietro Fabro, e sotto la sua direzione fatti gli Eser- 
cizi spirituali, entrò nella Compagnia il 27 aprile 1545 (^). 



(^) Cf. JiMENEZ, Commeiitarinm 
de vita et virtutibus p. Nudai, in 
Nadal, Epist., I, 35 sg. 

(^) Ci. le Prefazioni agli Ada 
dettate dal Gonzàlez e dal Na- 
tale, nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 

32; 35 sg- 

(3) Cf. Gonzàlez, Memoriale, 
nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 154- 
156. La data dell'ingresso nel- 



l'Ordine ci viene fornita, ma solo 
approssimativamente, dallo stesso 
Gonzàlez con le paróle : « Entrey 
« na Companhia a Pascoa de qua- 
le renta e cinquo »; il giorno esatto 
l'abbiamo dal Franco, an. 1545, 
n. 3. Ci. PoLANCO, Chron., l, 
157; Tellez, I, 197 sg., ripor- 
tato anche in Fabro, Mon., p. 
478. 



XIV Delle precipue Jonti di questo volume. 

Presto si accese in cuore al novizio un fervidissimo deside- 
rio di conoscere e trattare il padre maestro don Ignazio 
per giovarsi dei suoi insegnamenti ed esempj a vie meglio 
progredire nella perfezione; ma in questa sua brama, che 
lo condusse persino a scriverne ben due volte direttamente 
al Santo, non si vide appagato se non indi a nove anni, il 
23 maggio 1553, quando da Lisbona raggiunse l'eterna città 
e fu a battere alla porta di Santa Maria della Strada (*). 

Qui veramente l'inviava il Signore non tanto per sua con- 
solazione, quanto perchè, divenuto come il confidente del 
venerato suo Padre, gli servisse di mano fidata per trasmet- 
tere alla posterità il racconto genuino ed autentico di quel 
non breve periodo de' giorni suoi, chiuso ad ogni altro sguar- 
do, fuorché a quello dei suoi confessori, e pur prima aurora 
e radice delle mirabili geste che avevano da renderlo sì 
grande e benedetto al cospetto di Dio e degli uomini. In- 
fatti in quel medesimo dì 4 agosto che Ignazio aveva fer- 
mato seco stesso di cedere alle rinnovate ed incessanti in- 
sistenze dei suoi, prescelse Lodovico, di cui aveva già sag- 
giato lo spirito, ad essere fedele depositario e trasmettitore 
degli arcani del suo cammino interiore e di tanti particolari 
della sua conversione e vita, destinati altrimenti a perdersi 
nel profondo mar dell'oblio. 

Né il porre in atto l'avventurato proposito si fece atten- 
dere lungamente, « Nel settembre », così ne informa il Gon- 
zàlez, « non mi ricordo in qual giorno, il Padre mi volle a sé 
e cominciò a raccontarmi tutta la vita sua e le scappate 
da giovinotto chiaramente e distintamente, con tutte le cir- 
costanze. Poscia mi richiamò nello stesso mese tre o quattro 
volte, giungendo col racconto sino ai primi giorni della sua 
dimora in Manresa » (^). 



(^) Il tutto si ha da lui medesi- particolari anche la data del suo 

mo che nel Prologo al menzio- arrivo. 

nato Memoriale (loc. cit. pp. 153- (*) Prefazione agli "A età," 

158) registrò con parecchi altri nei Mow. /g«a/., ser. IV, I, 32, n. 2. 



2. - Gonzólez de Cdmara, " Ada Patris Ignatii „. 



XV 



Ma per il metodo dell'esposizione dei fatti fu somma ven- 
tura che non isfuggisse al Gonzàlez quanto a noi avrebbe 
rilevato l'esser messi a parte della maniera dal Fondatore 
tenuta nel farci giungere per suo mezzo una storia, la quale 
in molte e molte pagine non avrebbe potuto addurre altro 
testimonio che lo stesso narratore. Il perchè, a spargere luce 
sopra un punto di sì grande rilievo, continuò ad informarci: 
« Il modo che il Padre segue nel narrare è quel medesimo 
che gli è proprio in ogni cosa; ed è esporla con tanta chia- 
rezza che sembra ne metta davanti tutti i particolari; co- 
sicché non v'era bisogno di domandargli nulla, non dimen- 
ticando egli circostanza alcuna che necessaria fosse all'in- 
telligenza del fatto. Io poi senza fargliene motte, venivo 
immediatamente scrivendo le cose ascoltate, dapprima in 
pochissime parole, poi più distesamente come qui apparisce. 
Mi sono inoltre sforzato di non usare parola che non avessi 
udita dal Padre; che se temo di avete in alcuna cosa man- 
cato, ciò è perchè, a non discostarmi dai termini da lui 
adoperati, non potei dichiarare a sufficienza la forza di al- 
cuni di essi » (^). Fin qui il Gonzàlez, che prosegue raggua- 
gliandoci come in quel medesimo settembre del 1553 il pa- 
dre Ignazio sì pei molteplici incomodi di salute, sì per la 
gravità e l'urgenza di varj negozj sopravvenuti l'uno all'al- 
tro, interruppe l'incominciato racconto senza più riprenderlo 
prima degli ultimi giorni di quel medesimo settembre {^) 
e continuarlo e conchiuderlo in ottobre, quando l'immi- 
nente partenza del Gonzàlez per il Portogallo lo costrinse 
a dargli fine anzi che no affrettata (3). 



(^) Nella cit. Prefazione, loc. 
cit.. n. 3. 

(*) La ripresa era stata stabi- 
lita alla mattina del 22 settem- 
bre; ma avendo mancato il Gon- 
zàlez di puntualità, ne venne 
dal Santo punito col rimandare 
la cosa ad un altro giorno, che 
ci venne taciuto qual fosse, ben- 



ché paia cadesse in quello stesso 
mese. 

(3) In niuna delle varie fonti 
mi venne sin qui trovato il giorno 
preciso della partenza del Gon- 
zàlez. Osservando tuttavia la 
data 22 ottobre 1555, posta alle 
cinque lettere spedite per accre- 
ditarlo e raccomandarlo, a quella 



XVI 



Delle pi'ecipue fonti di questo volume. 



Questi brevi ragguagli sopra l'origine del documento di- 
cono abbastanza qual peso gli venga così dal rispetto del- 
l'autorità insuperabile del narratore, come da quello del cre- 
dito dovuto allo scrittore che si fece a stendere nella ma- 
niera già detta, quanto di per dì (*) il Santo gli confidava. 
Nel vero, avendo il Gonzàlez goduto, secondo accennammo, 
alta stima presso di s. Ignazio, a cagione appunto del senno 
e della rara delicatezza d'animo che l'adornavano, non si 
scorge come potesse non intendere rettamente o per dimen- 
ticanza o per ardimento alterare comechessia nell'esporlo 
il pensiero ignaziano (*). Che se alcuna rara volta, costretti 
da inoppugnabili argomenti altronde dedotti, dobbiamo ri- 
levare qualche inesattezza in alcun accessorio, non sarà irri- 
verente l'attribuire il fatto, più che alla mano dell'ama- 
nuense alla memoria e alla parola stessa del narratore (3). 



diretta a lui stesso, non che all'i- 
struzione sulle cose che doveva 
trattare, e sapendosi inoltre che 
il 2 di novembre arrivò a Lerici, 
sembra possa tenersi che si met- 
tesse in viaggio il 23 o 24 ottobre. 
Cf. Mon. Ignat., ser. I, X, 21-31; 
PoLANCO, Chron., V, 116. 

(^) La cura avuta dal Gonzàlez 
di non ritardare a stendere il 
racconto ascoltato dal veneratis- 
simo padre suo fu causa che venis- 
simo a possedere gli Ada in due 
differenti lingue. Per una parte 
infatti, quella che comprende i 
primi settantotto paragrafi e un 
buon tratto del seguente, li ab- 
biamo in castigliano, perchè in 
Roma, ebbe amanuense esperto 
di questa favella; per l'altra in- 
vece, dal paragrafo settantano- 
vesimo al centesimoprimo, cioè 
alla fine, fu usata la lingua ita- 
liana, essendogli mancato in Ge- 
nova chi potesse continuare a scri- 
vere nella stessa lingua nella quale 
aveva cominciato a dettare. 



(2) A formarsi adeguato con- 
cetto del credito dal Gonzàlez 
goduto presso di s. Ignazio, ba- 
sta percorrere le lettere con le 
quali nell'ottobre del 1555 accom- 
pagnò il ritorno di lui in Porto- 
gallo, dove, nonostante la sua fre- 
schissima età, invioUo per essere 
collaterale del Provinciale, esi- 
mendolo dall'obbedienza di ogni, 
superiore in quel regno, salvo che 
da quella di don Giovanni ITI. 
Cf. Mon. Ignat., ser. I, X, 21-25; 

27-31- 

(3) Di quest'avviso fu appunto 

il p. Ribadeneira, il quale in una 
sua del 24 ott. 1567, scritta da 
Frascati mentre attendeva a com- 
porre la sua prima Vita Ignatii, 
riconobbe bensì l'autorità grande 
degli Ada, come quelli che furo- 
no scritti « casi por boca » del 
Fondatore, ma subito soggiunge: 
« El qual, aunque en la substan9ia 
« f uè fidelisimo, en los particulares 
« de algunas cosas es corto, y en la 
« rela9ión de los tiempos, ya à la 



2. - Gonzdlez de Cdmara " Memoriale ,, &c. xvr: 

Per queste considerazioni appunto alle pagine del Gonza- 
lez, cui gli antichi dissero Ada patris Ignaiii (^), alcuni mo- 
derni assegnarono il titolo ài Autobiografia {^) o Confessioni {^) 
essendo sembrato loro che, pur non potendole chiamare in 
istretto senso dettatura del Santo, non lasciano tuttavia di 
essere cosa tutto sua per la sostanza o somma del contenuto 
e le particolarità del pari che per le parole adoperate in 
quella parte almeno dell'opera, e sono due buoni terzi, che 
è scritta nella lingua usualissima al Santo, cioè in casti- 
gliano. 

Prezioso complemento degli Ada del Gonzàlez è l'altro 
suo copioso scritto in lingua spagnuola da lui stesso intito- 
lato: Memorial de lo que nuestro Padre me responde acerca de 
las cosas de casa, comcngado a 26 de hcnero del ano de 1555 (''). 
Per intelligenza di che devesi rammentare che l'autore, ar- 
rivato in Roma, come si disse, nel maggio del 1553, nel set- 
tembre dell'anno seguente venne fatto da sant'Ignazio mini- 
stro della casa madre, che di giorno in giorno andava più e 
più ordinandosi e stabilendosi a Santa Maria della Strada. 
Giustappunto in questo tempo, c'informa opportunamente 
il Gonzàlez, « così per acquistare maggior pratica nell'ufficio 

« postre de su vejez, le fallava la « ma ». Cf. Ada SS., iul. to. VII, 

» memoria ». Nadal, Epist., Ili, pp. 634-654.- 

540- {^)*Ci. March José M. S. I., 

(^) Ada P. Ignatii ut primum Autobiografia y Constitutión ca- 

scripsit P. Ludovicus Gonzales exci- nónica de la Compania de Jesus, 

piens ex ore ipsius Patris fu il Barcelona, Casulleras, 1920; fa 

titolo apposto allo scritto dallo parte della Biblioteca manual 

stesso p. Natale e meritamente sobre la Compaina de Jesus, serie 

conservato nella prima edizione primera: Textos. 

del testo originale curata dagli (3) Boehmer Heinrich, Die Be- 

Editori dei Monumenta historica, kenntnisse Loyolas, Leipzig, 1902. 

nei Man. Ignat., ser. IV, I, 31-98. Rix E. M., The Testamente ofigna- 

Il boUandista Giovanni Pien nel tius Loyola, London, Sands, 1900. 

secolo xviii fu il primo a pubbli- (■*) Anche questo pregevolis- 

carne la versione in latino fatta .simo documento, usato bensì, e 

dal p. Annibale Coudret, conser- non poco, dagli antichi storici 

vando il titolo apposto all'opusco- ignaziani, ma sempre fino a noi 

lo dal p. Natale con la semplice rimasto inedito, trovò luogo nei 

aggiunta dell'epiteto «antiquissi- Mon. Ignat., ser. IV, I, 159-336; 

li. Storia della Compagnia di Gesù in Italia, II. 



XVI II Delle precipue fonti di questo volume. 

come per mia propria consolazione, mi studiai di notare le cose 
di qualche importanza che nostro Padre diceva, faceva od 
ordinava; e sembrandomi che avrebbero potuto riuscire utili 
a questa provincia (*), segnatamente ai superiori di essa, co- 
minciai nel seguente gennaio a prenderne ricordo scrivendole 
subito il giorno medesimo che avvenivano » (2). Di qua scor- 
giamo qual credito si meriti il Gonzàlez in questo suo grosso 
zibaldone, messo insieme dì per dì, a mano a mano che ve- 
niva osservando e ascoltando il veneratissimo Padre, il che 
è quanto dire nelle più favorevoli condizioni per fissarne fe- 
delmente il pensiero e quasi le parole. Né l'importanza delle 
cose trattate la cede punto alla loro verità. Poiché l'autore, 
ce lo dice espressamente, ebbe rivolta la mira a consegnare 
allo scritto tutto ciò che col suo buon giudizio, conversando 
col prudentissimo Fondatore, stimava utile a bene stabilire 
una famiglia religiosa non per anco uscita d'infanzia, sia che 
i fatti e detti notati riguardassero la persona d'Ignazio, sia 
che si riferissero al modo da lui tenuto nel governare la Com- 
pagnia, in che veniva trasfondendo tutto il suo spirito. 

E basti del Gonzàlez, veramente degno per gli Ada e pel 
Memoriale, di tenere il primo luogo tra i fonti ignaziani e di 
riscuotere imperitura gratitudine da quanti attendono allo 
studio profondo e sodo delle origini e dello spirito della Com- 
pagnia. 

O EGUONO ora non meno importanti per abbondanza di 
RIE LOR COLLE ^-^ matcHa che per l'uso frequentissimo da noi fattone le 
Lettere del medesimo santo Fondatore, 

Che i carteggi dei personaggi intervenuti come protago- 
nisti negli avvenimenti dallo storico descritti siano per lui 
uno dei principali sussidj, se non forse il precipuo, a ben 
fornire l'opera sua, è cosa tanto nota e si universalmente 

(^) Quella cioè di Portogallo, (2) Cf. il Prologo do Padre 

eretta da s. Ignazio il 25 otto- Luis Guongalve z, premesso al 

bre 1546, alla quale il Gonzàlez Memoriale, nei Mon. Ignat., ser. 

apparteneva. IV, I, ij/sg. Ibid., ser. "T, I, 449sg. 



3. - LE LETTERK 
DI S. IGNAZIO: VA- 



ZIONI. 



j. - Le Lettere di s. Lgrmzio: varie lor coUezio?ii. xix 

ammessa da parere quasi superfluo il solo accennarvi. Ag- 
giungasi che nel caso nostro la corrispondenza ignaziana 
riesce così copiosa e pregevole come non sempre riscontrasi 
in altre simili fonti. Delle lettere infatti si valse come di 
efficacissimo mezzo l'Istitutore della Compagnia di Gesù 
vuoi per reggere con unità d'indirizzo gli sparsi suoi figli, 
vuoi per accendere loro in cuore la nobile fiamma del mag- 
gior servizio di Dio, che ardevagli in petto. Eppure i primi 
scrittori della sua vita, quelli segnatamente del sec. xvi, 
quali il Ribadeneira, il Maffei, l'Orlandini, non sì di fre- 
quente ricorsero a questa miniera donde avrebbero potuto 
attingere dovizia di sincerissimi ragguagli per risolvere tante 
minute questioni venute loro incontro lungo il cammino. 
Un esempio, che potremmo dir classico nel suo genere, si 
ha in quello che avvenne per fissare l'anno della prima 
Messa celebrata da s. Ignazio la notte di Natale nella cap- 
pella del Presepio a Santa Maria Maggiore. Secondo il Ri- 
badeneira, esso doveva assegnarsi al 1538; altri però, come 
il Maffei, davano il 1537, senza che tuttavia da ninno si ad- 
ducesse una prova che in modo perentorio venisse a risol- 
vere la controversia in favore di questo piuttosto che di 
quell'anno. E la questione non sarebbe stata decisa nel se- 
colo XVIII, se il boUandista p. Giovanni Pien non avesse ad- 
ditato verso il 1730 una lettera scritta dal Loiola il 2 feb- 
braio 1539, nella quale partecipava alla famiglia di aver 
offerto le sante primizie nella cappella della sacra Culla la 
notte del Natale dell'anno innanzi (^). 

Ma pur ci preme avvertire che, se per lunga età venne 
fatto scarso uso delle lettere ignaziane, ciò va ascritto ad 
una cagione meramente estrinseca, qual fu la difficoltà in 
che erano gli studiosi di averle alla mano. Il perchè non 
sì tosto l'esule gesuita spagnuolo p. Rocco Menchaca, cui 
l'Italia divenne seconda patria, nel 1804 diede alla luce 

{*) Cf. Aota SS., iul. to. VII, 200-264. La questione trovasi qui 
Comment. praev. de s. Ignatio, nn. riassunta al cap. IV, p. 114^. 



XX 



Delle precipue fonti di questo volume. 



non più di centotrentadue epistole del Loiola, tutte, anche 
quelle scritte in altra lingua, messe in veste latina, distri- 
buite in quattro libri e precedute da dotti ed accurati com- 
mentar] ('), apparve chiaro ai cultori delle origini della 
Compagnia quale insigne manipolo d'informazioni se ne 
potesse cavare. E ben lo mostrò col fatto indi a pochi de- 
cenni, l'alemanno, d'origine italiana, p. Cristoforo Genelli {-), 
la cui vita di s. Ignazio riscosse appunto, e riscuote tuttora 
meritato favore per l'industria lodevolissima da lui adope- 
rata di ricorrere, sempre che il potesse, alle lettere del suo 
protagonista, così a quelle già edite dal confratello Men- 
chaca, come a parecchie delle inedite; ben consapevole che 
il Loiola vi aveva impresso e l'imagine dell'anima sua e l'idea 
da lui vagheggiata della perfezione della vita cristiana e 
dell'Istituto della Compagnia giusta le varie sue parti. 

Frattanto il saggio del Menchaca e l'esempio del Genelli 
valsero non poco a rinfocolare tra i figli del padre Ignazio 
l'antica brama di possedere una compiuta edizione delle 
preziose sue lettere. Essa tuttavia non cominciò ad attuarsi 
avanti il 1874, quando, dopo il tentativo del p. Marcello 
Bouix (3), vi posero felicemente mano i PP. Giovanni Giu- 
seppe de la Torre, Antonio Cabré e Michele Mir {'»), Integrata 
col sesto volume l'edizione nel 1889, i cultori degli studj igna- 
ziani furono ben lungi dal potersi dir paghi delle ottocento- 



(') Epistolae sancii Ignaiii Lo- 
yolae Societatis lesu fundatoris li- 
bris quatìtor disttihutae 6-c. adiectis 
quatuor indicibiis a R. M . olirli So- 
cietatis lesu in Castellana Provin- 
cia sacerdote. Bononiae mdccciv. 
Reip. Ital. an. 11 1. Typis Gaspa- 
ris de Franciscis ad Columbae si- 
gnu m. 

(") Das Leben des heiligen Igna- 
tius von Loyola, Stifters der Ge- 
sellschaft Jesu. Mit Benittziing der 
attthentischen Akten, besonders sei- 
ner eigenen Briefe von V. Chri- 



stoph Genelli, Priester der Ge- 
sellschaft lesu. Innsbruck, im 
Verlage der Wagner'schen Buch- 
handhmg, 1848, 8°, pp. xvi-519. 

(3) Lettres de S. Ignace de Lo- 
yola, Fondate ur de la Compagnie 
de Jesus, traduites en frangais par 
le P. Marcel Bouix, de la wéme 
Compagnie. Paris, 1870. 

(♦) Cartas de San Ignacio de 
Loyola fundador de la Comparita 
de Jesus. Madrid: Imprenta de 
la V. é Hijo de D. E. Aguado. 

Ano MDCCCLXXIV-MDCCCXC. 



4. - La " Ddiberatio priinorum Patnini „ e le " Cotulusiones ,,. xxi 

quarantadue lettere loro offerte nella lingua originale, in 
isplendida veste tipografica e non senza corredo di utili an- 
notazioni, commentar] ed altri pregevoli documenti. Che, 
oltre a non trovarvi raccolte tutte le lettere del Santo fon- 
datore, così quelle da lui stesso dettate come le altre, assai 
numerose, per suo ordine e a nome suo spedite dal segretario 
Giovanni Alfonso di Polanco, non vi videro seguite le norme 
saggiamente introdotte ad agevolare lo studio e la consul- 
tazione, e troppo imperfetto vi ebbero a riscontrare ciò che 
si chiama apparato critico. 

Alla legittima aspettazione dei dotti corrisposero final- 
mente i moderni editori dei Monumenta historica Societatis 
lesu, i quali in ben dodici volumi della prima serie dei Mo- 
numenta Ignatiana ('), ci diedero raccolto, dopo ottima pre- 
parazione e senza risparmio di diligenza e di spese, l'intero 
carteggio comprendente non meno di seimila settecentono- 
vantacinque tra lettere e sommar] di lettere, per quelle cioè 
non tramandateci nell'intero testo. Il tutto poi esibito e 
messo in dominio del pubblico conforme ai postulati univer- 
salmente ricevuti dell'arte critica, sì che la loro edizione riusci, 
com'era nei comuni desiderj, veramente definitiva. Di essa 
naturalmente fu fatto uso nel presente volume e vi si rimanda 
costantemente il lettore, tranneché per qualche speciale ra- 
gione non quadri meglio di rimetterlo anche ad alcuna delle 
precedenti meno compiute collezioni. 



ALLA medesima classe di fonti direttamente provenienti dal 4 
Loiola appartengono quelle che il lettore troverà citate 
coi titoli abbreviati di: Deliberatio primorum Patrmn; Conclu- 
siones seu Constitutiones nonnullae (^). Piccole entrambi di 
mole, hanno tuttavia importanza capitalissima per guidarci 

(^) San'CTI Ignatii de Loyola historica, il 1903; il dodicesimo, 

Societiitis lesu Fundatoris Epi- che la conchiuse, ivi stesso il 1911. 

stolae et Instructiones. Il primo (-) Eccoli nella loro interezza, 

volume della serie uscì in Madrid, Il primo è così concepito: Deliba- 

come ogni altro dei Monumenta ratio primorum Patruin antequam 



LA « DEI.IBK- 
« RATIO PRIMO 
« RUM PATRUM >> 
K LE u CONCLU- 
« SIONEbSEUCON- 
« ST I T f T I O N E S 
V NONNULLAK l>. 



XXII Delle precipue fonti di questo volume. 

ad intendere fino nei più minuti particolari il modo con che 
l'esiguo drappello dei dieci chierici pellegrini di cinque di- 
stinte nazioni, la francese, la spagnuola, la savoiarda, la 
cantabrica e la portoghese, convenuti in Roma la primavera 
del 1538, risolvessero di tramutare quella primitiva corona 
di cordiali amici in vero e proprio Ordine religioso. E nel 
vero il primo dei due documenti altro non è che l'epilogo degli 
atti delle lunghe, ponderate consulte da Ignazio e dai com- 
pagni condotte innanzi per ben tre mesi al fine di decidere 
se dovessero dar vita ad una nuova religione e prestare ob- 
bedienza a quello tra essi che si facessero ad eleggere in capo 
o preposito; il secondo poi ci porge la continuazione del 
precedente riassunto, dove troviamo brevemente raccolta 
la somma delle risoluzioni adottate in quei fraterni convegni 
circa i punti sostanziali da stabilire nel nascituro istituto. 
Tanto la Deliheratio, quanto le Conclusiones giunsero sino 
a noi in autenticissima forma, cioè in quei medesimi fogli 
ai quali l'affidarono i compagni ignaziani. Così abbiamo la 
prima nel manoscritto autografo del p. Giovanni Codurio, 
col titolo appostovi dallo stesso santo Fondatore; le altre, 
di mano del b. Fabro: veri cimelj, o meglio reliquie, provvi- 
denzialmente scampate all'ingiurie del tempo e degli uomini, 
cui, non una volta soltanto, andarono incontro gli archi vj 
della Compagnia. Ora grazie al consenso che gli ultimi quat- 
tro Prepositi Generali accordarono alla pubblicazione dei 
monumenti riguardanti la storia vetusta dell'Ordine, l'au- 
tore fu in grado di usare queste due preziose scritture nelle 
ottime stampe, curate il 1892 dal p. Giovanni Giuseppe de 
la Torre nell'appendice all'edizione principe delle Constitu- 
tiones Societatis lesu latinae et hispanicae: appendice espres- 

dispergerentur in diversa loca, de Ignatio et septem ex stiis primis 

consiituenda Congregatione seu So- Sociis factae. NeUe Constituiiones 

cietate, et ohedientia praestanda uni Societatis lesu latinae et hispa- 

ex ipsis eligendo. 11 secondo poi nicae cimi earum declarationibus . 

s'intitola: Conclusiones seu Con- Matriti, typis Aloysii Agviado, 

stitutiones nonnullae a. S. P. N. mdcccxcii. 



j. - Z' " epistola de s. Igiiatio „ dettata dal Laincz. xxtii 

samente voluta dal R. P. Antonio M. Anderledy, perchè do- 
cumenti di sì raro pregio, finalmente stampati, venissero per 
sempre sottratti al pericolo di perire e messi in dominio del 
pubblico, a chiaramente attestare con quale minuta e as- 
sidua diligenza e illuminata prudenza l'Istitutore della Com- 
pagnia e i suoi compagni procedessero nel primo loro co- 
stituirsi in religiosa famiglia. 

CON le fonti fin qui noverate gareggiano per autorità e 
copia di ragguagli le memorie lasciateci da coloro i quali, 
ricevuta dal Loiola la forma del vivere e la maniera dell'apo- 
stolato, gli stettero a fianco nel tracciare il disegno e nel co- 
lorire e vivificare l'idea dell'Istituto della Compagnia. Esse 
possono agevolmente distribuirsi in due classi, e sono quella 
dei Commentar j , opportunamente dettati a serbare il ricordo 
dei fatti onde attinge il soggetto la nostra storia, e l'altra dei 
carteggi o delle corrispondenze epistolari da quei zelanti cam- 
pioni della causa di Cristo scambiate col loro padre e maestro 
Ignazio, tra se medesimi e con gravi personaggi loro coevi. 
Apre dunque la prima classe o serie, l'opuscolo del Lai- 
nez citato di frequente col titolo: Epistola de s. Ignatio (^). 
Rispetto all'antichità ben poche scritture possono indicarsi 
che la precedano, per essere stata compiuta il 17 giugno 1547. 
Le dette occasione il nuovo segretario Giovanni Alfonso 
di Polanco, bramoso di conoscere i primordj del sodalizio che 
toglieva a servire, e l'ignoto passato di colui per la cui in- 
dustre mano la piccola Compagnia allora allora piantata nella 
Chiesa veniva anche crescendo in vigoroso arboscello già 
onusto di lieti frutti. La scelta poi dell'informatore non po- 
teva cadere sopra più acconcia persona. Che quel Giacomo 
Lainez, cui il Polanco s'era rivolto, doveva a buon diritto 
tra i nove compagni riguardarsi il confidente del p. Ignazio; 
quindi in grado, se altri mai, d'informarlo delle vicende 

(^) Pater lacobus Lainius Pa- Bononia, 17 iunii 1547. In Mon. 
tri Ioanni Alphonso de Polanco. Ignat., ser. IV, I, 98-129. 



5. - L •« EPISTOLA 

« DE S. IGNATIO » 

DETTATA DAL 

LA1N?.Z. 



XXIV Delle precipue fonti di questo volume. 

e della vita del Fondatore non meno che delle mirabili vie 
da lui battute e per cui Dio condotto l'aveva a essere isti- 
tutore e padre di quella esigua, ma per risolutezza e fer- 
vore promettentissima schiera di giovani. E ciò sentì e di- 
chiarò candidamente il p. Giacomo nell'esordio della sua 
Epistola o relazione, dove innanzi tutto fu sollecito di spe- 
cificare qual fatta di credenza o di autorità si dovesse ac- 
cordare alle sue parole: «In quanto mi servirà la memoria» 
così egli, « dirò fedelmente e semplicemente in pochi termini 
ciò che m'occorre intorno le cose del nostro padre maestro 
Ignazio, raccontando per edificazione nostra e di altri pre- 
senti ciò che in varj tempi e luoghi sentii di lui o raccolsi 
dalla sua bocca. E quanto al rimanente che risguarda i primi 
principi della Compagnia, verrò esponendo ciò che ne so come 
testimonio, ora auricolare ora di vista, rimettendomene in 
tutto alla verità e al buon giudizio che, speriamo, vi sarà 
dato da Nostro Signore per prendere e tralasciare dallo 
scritto quello che vi parrà più espediente alla gloria di sua 
divina maestà e all'edificazione del prossimo » {^). 

Intrapresa con siffatti rettissimi intenti da un testimone 
quale il Lainez, che dal 1532, salvo le interruzioni del viag- 
gio in Ispagna e del soggiorno in Venezia, non mai sino 
all'estate 1539 erasi dipartito da Ignazio, la sua scrittura, 
comprendente il tempo e gli avvenimenti dal 1520 al 1547, 
non poteva non riuscire, come gli Ada del Gonzàlez, di 
sommo momento a raggiungere lo scopo cui l'autore mirava. 
Tanto più che essa in realtà nella maggior parte dei luoghi 
del suo contenuto veniva ad essere deposizione non di uno 
soltanto, ma di due, entrambi autorevoli testimoni, il Lainez 
cioè, e il Salmerone, della cui mano quegli si valse in Bolo- 
gna, non a maniera di un qualsiasi amanuense, ma di tale 
che per tenacità di memoria, acume d'intelletto, larghezza 
d'informazioni e cordiale spirito di fratellanza era ottima- 
mente in grado di confermare e d'integrare od anche, biso- 

(*) Lainez, Epist., ibid., p. 98 sg. 



6. - Il " Commentarium „ del p. Sitnone Rodrigtiez. 



XXV 



gnando, di rettificare quanto gli veniva dettando il suo caro 
e venerato compagno. 

Non fa quindi meraviglia che VEpistola del Lainez fino 
ab antico godesse presso gli scrittori delle origini della Com- 
pagnia quella cotale celebrità e riputazione che vantano nel 
mondo fisico le genuine e fresche sorgenti di purissima linfa. 
Infatti a piene mani vi attinsero per chiarire punti, a volte 
oscuri a volte controversi, un Ribadeneira, un Polanco, un 
Maffei, un Orlandini e gli altri più accreditati storici dei 
secoli posteriori, come il p. Daniello Bartoli, i quali fino a 
tutti i biografi del sec. xix non poterono usare dell'opuscolo 
altrimenti che in apografi particolari dell'originale in ca- 
stigliano o dell'antica versione latina. Ora finalmente, grazie 
alle cure dei lodati Editori dei Monumenta historica (^), 
ne abbiamo a stampa una perfetta edizione critica accessi- 
bile a tutti. 



Lo scopo inteso dal Lainez, fu pur quello, ma in una sua 
parte soltanto, dell'altro alunno ignaziano e suo compa- 
gno, il portoghese Simone Rcdriguez, autore del Commenta- 
rium de origine et progressu Societatis lesu {'). Questi, come 
ricavasi dalla dedica al p. Everardo Mercuriano, quarto Pre- 
posito Generale, si prefisse di appagare il desiderio dei molti 
che lo pregavano volesse descrivere schiettamente qual 
modo Ignazio, per vie tanto impensate e in mezzo a tante 
difiìcoltà, avesse tenuto nel dar principio ed incremento alla 



6. - ILI COMMEN- 
« TARIUM DE ORI- 
ir U I \ E ET PRO- 
« GRESSU SOCIE 
«TATIS IESI)» 
DEL P. SIMONE 
RODKIGUEZ. 



(^) Dalla p. 129 alla 152 dei ci- 
tati Monumenta Ignatiana, sei-. 
I, I, ci viene dato un secondo te- 
sto d.c\VEpistola, anch'esso in ca- 
stigliano. Essendo minime le dif- 
ferenze tra l'uno e l'altro, avrem- 
mo amato meglio che invece fosse 
stata pubblicata la traduzione la- 
tina conservataci nel codice del 
Chronicon Soc. lesu del p. Po- 
lanco. 

(^) L'opuscolo edito la prima 



volta il 1869 dal p. Giuseppe 
Boero e dai pp. del Collegio degli 
Scrittori della Civiltà Cattolica, 
che lo dedicarono al R. P. Pietro 
Beckx nella ricorrenza del suo 
giubileo sacerdotale, venne ri- 
pubblicato, con succinta prefa- 
zione, il 1903 dai Padri dei Mo- 
ìiumenta historica nelle Episto- 
lac PP. Paschasii Bvoèti, Claudii 
Jaji, Joamiis Codiirii et Simonis 
Rodericii &c, da p. 451 a p. 517. 



XXVI 



Delle p^yccipu^ fonti di questo t^olume. 



Compagnia del suo divin Figliuolo ('); quegli invece, se- 
condo testé vedemmo, ebbe bensì in animo il medesimo fine, 
ma con esso studiossi ancora di salvar dall'oblio quanti più 
poteva particolari sopra la vita del padre maestro Ignazio 
avanti l'istituzione dell'Ordine. Nò qui finisce il divario 
tra i due. Dettò il Lairez l'Epistola nel 1547, i^ <^he è quanto 
dire nel primo fiore dell'età virile e a non lunga distanza, se 
non da tutti i fatti, almeno da una gran parte dei piiì rile- 
vanti, come erano quelli che si riferivano alla costituzione 
e approvazione della Compagnia. Il Rodriguez, al contrario, 
si rese per obbedienza ad appagare le ripetute brame dei 
molti confratelli da lui rammentati, non prima del 1577 allor- 
ché era già vecchio (^) e sprovveduto di note o ricordi presi 
nello svolgersi stesso degli avvenimenti. Il che è sì vero che 
il pio religioso, non tanto per sentimento di lodevole mode- 
stia, quanto per intima convinzione dettatagli dall'espe- 
rienza, non volle tacere al padre Mercuriano come prudente- 
mente temesse che in quella sua età, e a quarant'anni di lon- 
tananza dagli avvenimenti, non poche delle cose, che pur 
erano da narrare, dovessero essergli sparite dalla memoria (3). 
Onesta confessione non vorremmo scemasse alla nostra fonte 
quel credito che, ciò nonostante, pure si merita e noi stessi 
le concediamo sull'esempio dei due preclari annalisti fra i 
più antichi, l'Orlandini e il Sacchini, per non dire degli altri 
venuti appresso. Poiché, se ben si riguarda, le parole del 
Rodriguez non hanno nella mente nostra, né possono avere 



(^) II Commentario esordisce 
col seguente periodo: « Saepius a 
« multis, diversis in locis, roga- 
« tus, ut modum germanamque 
« rationem, quam Deus Optimus 
« Maximus iam inde a nostrae 
« societatis exortu servaverit in 
« ea inchoanda et cogenda,, lite- 
« ris mandarem, recusavi «. Nelle 
Epist. PP. P. Broèti &C. p. 451. 

(2) Benché l'anno esatto della 
nascita del Rodriguez ci sia igno- 



to, difficilmente può collocarsi 
dopo il 15 IO. Vedi ciò che in 
proposito se ne scrive al capo iv, 
p. 125. 

(3) Il venerando vecchio così 
appunto espresse il suo pensiero: 
« Metuens ne multa mihi, homini 
e seni, prorsus omittantur, cum, et 
« minus firma soleat esse senumme- 
« moria, et quae literis sunt custo- 
(' dienda, abhinc annos quadragin- 
i< ta contigisse constet ». Loc. cit. 



7- - ^^ " Memoriale ,, del b. Pietro Fabro. xxvii 

in realtà, altro effetto, da quello infuori di rendere lo sto- 
rico sagacemente guardingo nell'usare le sue notizie, non già 
quello di spingerlo a metterle onninamente da parte quasi 
corrotte e inquinate soverchio con mistura di falso. Ed ha 
ben ragione il critico di procedere in questa forma. Che 
non un medesimo è il rapporto in che il narratore venne a 
trovarsi coi molteplici fatti da lui descritti. Non pochi, egli 
è vero, li conobbe da altri, forse dopo che erano passati di 
bocca in bocca; ma di molti fu testimonio ed anche parte 
non ultima e, che più monta, in mezzo a tali circostanze, che 
non potevano non suscitare in lui sì vive impressioni da 
rimanere per lungo volgere d'anni incancellabili nella me- 
moria. Rettamente dunque ci sembra avere operato se, 
incedendo sulle tracce degli antichi, introducemmo il Ro- 
driguez ad informarci del pio rito compiuto al Monte dei 
Martiri a Parigi, il 15 agosto 1534 ('), dei casi a lui stesso 
occorsi in Ferrara (^), del frutto raccolto allorché fu missio- 
nario in Siena (3) e di cosiffatte vicende, nel cui racconto 
quella qualsiasi scoria di falso, che può esservisi traforata, 
non è però bastevole a corrompere il tutto e a togliere 
ogni credenza al narratore. 1 

A LLE due ultime fonti fin qui sommariamente esaminate 
■^*^ vanno aggiunte e quella venutaci dal primo dei compa- 
gni ignaziani, il b. Pietro Fabro, e le altre di alcuni dei padri 
antichi vissuti al tempo del santo Fondatore e da lui diretti 
nel cammino della perfezione. Sii^atte scritture non sono 
nella precipua lor parte lavori di genere storico nello stretto 
senso della parola, ma piuttosto lucubrazioni ascetiche, nelle 
quali però abbondano i passi che riescono veri documenti, 
pregevoli non meno di ogni più sincera testimonianza con- 
temporanea. E avvertasi che, avendole i loro autori dettate 
solo per sé ad infervorarsene lo spirito, si trovarono liberi da 

(^) Vedi infra, capo i, p. 70 sg. {^) Vedi infra, capo vu, p. 221. 

(-) Vedi infra, capo iv, p. 131 sg. 



7 - IL « ME MO- 

« RIA UE >• DEL B. 

PIETRO FABRO. 



XXV riT 



Ddlc precipue fonti di questo volume. 



quella sollecitudine e da quei riguardi che suole ingenerare, 
se non imporre, il pensiero e la tema del pubblico, futuro giu- 
dice dei proprj scritti. 

In cosiffatta categoria il primo luogo, come or ora ac- 
cennammo, spetta al Memoriale del b. Fabro ('). 

Le parole con le quali il mite e soavissimo Servo di Dio 
il 15 giugno 1542 facevasi a prendere nota delle interne il- 
lustrazioni ricevute dal Signore, mentre pur tanto si spen- 
deva per la salute dei prossimi, profilano quasi il carattere 
delle sue mistiche pagine. « Nell'ottava del Corpus Domini », 
così egli, « ebbi un certo vivo desiderio di fare d'allora in 
poi quello che sino a quel punto per pura negligenza e pi- 
grizia avevo tralasciato, cioè di mettere in carta, per tenerne 
memoria, alcuni di quei lumi interiori che Dio m'avrebbe 
dato, sia a meglio pregare o contemplare, sia ad intendere 
od operare, sia infine per qualunque altro vantaggio spiri- 
tuale » (*). Or benché il Fabro rimanesse fedele a questo pro- 
posito sì nettamente espresso, avendo stimato conveniente, 
con grande nostro vantaggio, di premettervi un epilogo della 
sua vita dalla nascita nel 1506 al 1542, il Memoriale^ pur con- 
servando l'indole genuina di libro ascetico, divenne anche 
ottima fonte così per la sua biografia, come per la storia 
delle primitive geste della piccola famiglia ignaziana (3). 



i^) L'autografo del prezioso li- 
bretto si ha per perduto; certo 
vane riuscirono tutte le diligenze 
adoperate dagli Editori dei Mo- 
numenta histovica a rintracciarlo 
nei principali archivj e nelle pre- 
cipue biblioteche d'Europa. L'a- 
pografo migliore, sul quale fu con- 
dotta la loro edizione, ^•eramentc 
critica, così s'intitola: Sequituv 
memoriale quoddain quorundam dc- 
syderiorum boiionniì et bonaritiìi 
cogitationnm /?."** Patvis MM Pe- 
lvi Fabri. Del Meiiiorinh posse- 
devamo innanzi al 1914 il testo, 
edito il 1873 in Parigi, ma niente 



affatto criticamente dal p. Mar- 
cello Bouix e una traduzione in 
italiano, non guari fedele, curata 
dal p. Boero e da lui iiy^giunta in 
appendice alla Vita del Servo di 
Dio, pubblicata anch'essa lo stesso 
anno in Roma. 

(-) Memoriale, in Labro, Mon. 
p. 490. 

(3) In tal conto l'ebbe, e come 
tale largamente l'adoperò nelle 
Historia Societatis l'Orlandini e 
più ancora nella Vita Petri Fabri, 
in grandissima parte cavata da 
ciò che del Servo di Dio aveva 
scritto néìV Historia. 



S. ~ Le " Confessioni ,, <^ei pp. Ribadeneira e Couvillon. xxix 



ARIEGGIANO la maniera seguita dal Primogenito del Loiola ^• 
e, per la stretta connessione che hanno le cose spirituali 
con le vicende della vita esterna, ci forniscono notevolissimi 
ragguagli, le Confessioni dello spagnuolo Pietro Ribadeneira 
(1526-1611) e quelle del suo contemporaneo, il francese p. 
Giovanni Couvillon (1520, in circa, - 1581). Entrambi gli opu- 
scoli sono niente più che le biografìe dei loro autori dettate 
evidentemente col proposito d'imitare l'inimitabile sant'Ago- 
stino. Messe a riscontro l'una dell'altra si fa subito chiaro 
quanto il Ribadeneira la vinca sul confratello per più do- 
viziosa varietà di fatti. Parco l'uno nell'effondere l'animo 
in certe quasi elevazioni dello spirito contemplante l'opera 
della Provvidenza nella sua vita, più si ferma agli eventi 
che incontra e s'intrecciano al suo vivere: l'altro invece lascia 
libero il corso agli spirituali affetti e a considerazioni sui 
casi occorsigli, né alcuna cura si prende di ben determinare 
i tempi, i luoghi e simili circostanze non trascurate dal Ri- 
badeneira (*). D'entrambi gli opuscoli ci valemmo nel pre- 
sente volume per illustrare due particolari argomenti, quali 
sono la vocazione e gl'inizj del tirocinio dello stesso Ribade- 
neira e gli straordinarj effetti della natia eloquenza del gio- 
vane Francesco Strada, narrati dal Couvillon, testimonio di 
veduta e d'udita, più minutamente che non facesse verun 
altro contemporaneo. 

Inedite tuttora, le Confessioni di quest'ultimo vennero 
qui usate per il racconto nello stesse autografo che serbasi 
nella Biblioteca Nazionale di Brera in Milano; ma nQÌV Ap- 
pendice ne demmo integralmente cinque capi del libro vi 



LS u CONFKS- 
« SIOM » OBI PA- 
DRI RlRADRi^RIRA 
e COUVILLON. 



(^) I benemeriti Editori delle 
Confessiones escludono che il 
Ribadeneira avesse dinanzi a sé 
note prese nella prima gioventù o 
quando i fatti accadevano o a 
breve intervallo da essi; giusta- 
mente quindi ne ammirano L'ec- 
cellenza della memoria che in età 
sì tarda, cioè nell'ottantacinque- 



simo anno di sua vita, riteneva 
ancora le date, individuando per- 
fino il giorno del mese e della 
settimana. Ci sarebbe piaciuto 
intendere sopra quale argomento 
si fondi la loro asserzione. Avver- 
tasi però che errori di memoria 
non mancano. Veggasi per es. ciò 
che dovemmo osservare a p. 348 +. 



^xx 



Delie precipite fonti di questo volume. 



donde traemmo le tinte a meglio lumeggiare il singolare 
episodio che fu la sacra predicazione del menzionato alunno 
ignaziano in Lovanio ('). 

Quanto poi alla autobiografia del Ribadeneira, è noto che 
venne di fresco alla luce quasi acconcissimo preambolo al 
suo carteggio, che al presente si va pubblicando con la so- 
lita diligenza dagli Editori dei Monumenta historica (*). 



9. - I CARTEGGI 
DEI PRIMI COM- 
PAGNI IGNAZIANI: 
LAINRZ, S. FRAN- 
CESCO SAVERIO, 
SALMEROiVE, r. 
FABRO, BOBADI- 
LLA,BROET, lAIO, 
CODURIO, FODRl- 
CVEÌ. 



E ornai tempo di farci alla seconda delle due classi o serie 
di documenti, nelle quali dicemmo (3) doversi distribuire 
le fonti che ci vengono immediatamente dai primi compagni 
ignaziani, quali sono le loro epistolari corrispondenze. 

Se i carteggi in genere degli uomini entranti come testi- 
moni e parte negli avvenimenti dallo storico tolti a narrare 
sono per lui un emporio di pregevoli informazioni da non 
potersi spesso attingere altronde, quelli dei quali in ispecie 
si fece uso nella nostra Storia possono definirsi una doviziosa 
miniera di ragguagli elettissimi. E ciò in grazia delle sa- 
pienti norme, secondo le quali sin dai primordj della Com- 
pagnia, la mente ordinatrice del Loiola dispose si avessero 
da regolare le comunicazioni dei membri lontani dell'Ordine 
con il preposito generale, particolarmente quelle dei supe- 
riori e degli altri rivestiti di rilevanti uffici od occupati in 
missioni. E nel vero, se si considerino le predette regole 
là dove trattano dell'argomento delle lettere da inviarsi a 
Roma (*), non v'è notizia desiderabile da uno storico a ben 
impostare l'opera sua, in quanto questa suppone compiuta 



(^) Vedi infra, pp. 403-414. Ivi 
ancora si ha la descrizione del 
ms. con gli altri ragguagli biblio- 
grafici e con un breve sunto della 
vita e delle opere del Couvillon. 

(*) Patris Petri de Ribade- 
neira Societatis lesu sacerdo- 
tis, Confessiones, Epistolae aliaque 
scripta inedita ex autographis, an- 
tiguissimis a/pographis et regesiis 



deprompta. Tomus primus. Ma- 
triti, 1920. 

(3) Cf. sopra, p. xxiii. 

(4) Le spedì il santo Fondatore 
per mezzo del nuovo segretario 
Polanco accompagnate da una sa- 
piente lettera dei 27 luglio 1547. 
Il tutto fu pubblicato la prima 
volta nei Mon. Ignat., ser. I, I, 
536-549- 



p. - / carteggi dei primi compagni ignazictni. xxxi 

conoscenza del soggetto, che non venga richiesta dal sag- 
gio legislatore, non al certo con lo stesso intento dello sto- 
rico che si propone di fare rivivere la trascorsa vita di 
un sodalizio, ma con quello eminentemente pratico del 
primo suo reggitore cui spetta guidarlo per via diritta e spe- 
dita al conseguimento del fine pel quale lo ebbe fondato. 
Il vSanto infatti (per toccare soltanto alcuni dei quattordici 
punti d'informazione delle menzionate norme per le let- 
tere) ingiungeva gli si facesse conoscere quali fossero i mini- 
steri spirituali cui i suoi attendevano; quale il frutto che il 
Signore per mezzo di essi degnavasi ricavarne e l'aiuto onde 
erano loro cortesi le pubbliche autorità si ecclesiastiche, 
sì civili. Voleva inoltre essere messo a parte delle contrad- 
dizioni o persecuzioni che per avventura incontrassero; non 
dovevano tacergli la riputazione di che godevano presso il 
popolo e il favore o disfavore che circondavali nel pieno 
esercizio delle fatiche apostoliche. Soprattutto gli premeva 
non gli tenessero nascosto ciò che essi stessi pensassero 
delle opere nelle quali spendevasi il loro zelo; punto questo 
rilevantissimo per ordinare il lavoro secondo l'unico ri- 
spetto del maggiore servizio di Dio. A cosiffatta domanda 
esortava non si desse risposta se non dopo ben mature e ite- 
rate considerazioni, fatte come da un'alta vedetta e condotte 
nella maniera che egli stesso partit amente veniva divisando 
con isquisita prudenza (^). 



(/) Torna opportuno riportare 
per intero il testo di questo rile- 
vante punto dell'ordinazione; 

6° « Qué siente él de todo el 
« processo de su obra. Y para esto 
« sentir no linianamente, seria 
« bien que cada dia, ó à lo menos 
« algunos en la semana, mirasc 
« cada uno, còrno de un lugar 
« alto, toda su obra còrno pro9ede, 
« còrno se gana ò pierde tierra, 
« qué rnedios le sean mejores para 
« ci servicio de Dios, y asi quàles 



« se devrian tornar, ó continuar 
« ó dexar, ó mudar; y de lo que 
" siente seria a major gloria di- 
« vina haga lo que puede segùn 
'( su commission, ò scriva, confe- 
« riéndolo con el Padre prepòsito 
« para que le ayude con su pa- 
« re9er. Y porque para las cosas 
« dichas es menester informarse, 
« seria bien tener algùn amigo, de 
« quien se informasse de lo que 
« passa, ó por otro modo diestro sa- 
'■ ber lo que ay «. Loc. cit., p. 545. 



XXXII Delle precipue fonti di questo volume. 

Or bene le risposte a somiglianti questioni, quanto tor- 
navano utili al moderatore supremo della Compagnia, pur 
mo' nata, altrettanto riescono oggi opportune e preziose 
allo storico, cui stringe il dovere di fedelmente descrivere 
le origini e gl'incrementi della Compagnia di Gesù. E i car- 
teggi dei primi compagni del padre Ignazio e degli altri 
suoi antichi alunni ce le offrono in tale abbondanza che, 
nonostante le perdite dovute all'azione edace del tempo, 
quel che fortunatamente n'è rimasto ci fa non di rado sen- 
tire in un medesimo argomento quanto sia penosa tra le 
molte relazioni, l'una non meno degna dell'altra, la diffi- 
coltà della scelta. Durarono queste lettere in gran parte 
più di tre secoli inedite (^), finché in quest'ultimo ventennio 
per opera dei benemeriti Editori spagnuoli dei Monumenta 
historica Societatis lesu o videro la prima volta la luce, o 
la rividero in miglior forma; quelle del Lainez negli otto vo- 
lumi che in quella collezione le comprendono, e le altre del 
Saverio nei due sotto il nome di lui. Il carteggio del Sal- 
merone fu racchiuso in due tomi; uno ne ebbero ciascuno il 
b. Fabro e il Bobadilla, e un terzo fu sufficiente alle lettere 
del Broèt, del laio, del Codurio e del Rodriguez (*). 

L'andare poi o mietendo o spigolando per entro a sì ricca 
messe torna senza dubbio di non lieve fatica, come abbiso- 
gna di grande discernimento, chi si propone di rappresentare 
con veritieri colori le lontane vicende di una religione sorta 
in mezzo a singolarissime condizioni di tempi; ma è fatica 
a che volentieri ci sobbarchiamo quando, secondo avviene nel 
caso presente, si è sostenuti dalla speranza di riuscire con 
tanto rara sceltezza di pietre a levar su un edificio non privo 
né di sodezza nelle fondamenta né di armonia nelle linee. 



(*) Il p. Menchaca, innanzi di disposti secondo l'ordine alfabe- 

pubblicare l'epistole di s. Ignazio tico degli autori, in un con le date 

divulgò in Bologna il 1795 due vo- della loro pubblicazione si danno 

lumi di quelle del Saverio tradotte qui sotto al proprio lor luogo, nel- 

anch'esse in latino. l'Elenco dei libri citati, a 

(') I titoli dei singoli carteggi, pp. xlix-lx. 



IO. - La " Vita IgTìatii Loiolae „ del Ribadeneira. xxxiii 



A compiere la presente rassegna dobbiamo ora rivolgere lo 
sguardo alle fonti tramandateci da scrittori coevi bensì, 
ma non parte degli avvenimenti, come è il caso di quei che 
si aggiunsero ai primi compagni ignaziani. Sono di questo 
novero primieramente il Ribadeneira e il Polanco, e appresso 
a loro il Natale, il Manareo e i fratelli Francesco e Bene- 
detto Palmio. 

Del p. Pietro Ribadeneira ci accadde già di parlare in- 
nanzi come autore delle Confessiones; qui invece va breve- 
mente considerato quale biografo ignaziano, secondo appunto 
comparisce nei sommar] delle fonti preposti ai varj capi e 
spesso nelle note. La Vita Ignatii Loiolae Societatis lesu 
Fundaioris libris quinque comprehensa, uscì alla luce dappri- 
ma in Napoli nel 1572 ('), poi, accresciuta notevolmente 
e in lingua spagnuola, in Madrid il 1583; quindi in latino 
con le precedenti giunte ed altre nuove nel 1586 pure 
in Madrid. Questa terza edizione ricomparve l'anno se- 
guente in Anversa coi tipi del celebre Plantin, e di essa 
nel testo ristampato negli Ada Sanctorum facemmo qui 
uso (*). Il solo fatto dell'avere i Bollandisti inserito l'o- 
pera del Ribadeneira nella loro monumentale collezione, 
subito dopo gli Ada anfiquissima del Gonzàlez, è saldo ar- 
gomento in favore della riputazione goduta dal libro come 
fonte storico. Infatti ninno tra gli antichi, per quanto ci è 
noto, mosse dubbio intorno alla veridicità o esattezza del 
discepolo del Loiola; i moderni, dopo i documenti venuti 
fuori ai nostri giorni, consentirono con gli antichi perchè 



IO. - LA « VITA 

« lONATII LOIO- 

K LAB » DEL Rl- 

BADBNRIBA. 



(^) Delle vicende di questa edi- 
zione, così per la parte tipografi- 
ca come per quella degli editori, 
trattai più di un ventennio fa in 
una speciale monografia intito- 
lata: Della prima edizione della 
vita del N. S. P. Ignazio scritta 
dal p. Pietro Ribadeneira. Note 
storiche e bibliografiche. Nelle Let- 



tere Edificanti della Provincia Na- 
poletana. Serie IX, N. i (an. 1900) 
edizione fuori di commercio. 

(2) Cf. Ada SS., iul. to. VII, 
pp. 655-777 della ediz. d'Anversa. 
Delle ristampe successive dei te- 
sti latino e castigliano, che vanno 
tenute in conto di originali, non 
meno che delle traduzioni sopra 



in. — Storia della Compagnia di Gesù in Italia, 11. 



xxxrv Dille precipue fonti di qitesto 'voUdTru. 

ebbero più agio di verificare come la Vita Ignatii fosse tutta 
stesa sopra fonti di prima mano. Si consultino i Monu- 
menta Ignatiana. Sotto il titolo: Patris Petri Ribadeneira 

è 

de actis Patris nostri Ignatii, appostovi di propria mano dal 
Natale, troviamo un opuscoletto di una cinquantina di 
pagine seguito da un altro, poco minore, cui gli Editori 
intitolarono: Dieta et facta s. Ignatii a P. Ribadeneira coìr 
lecta (*). In entrambe queste scritture raccolse il biografo 
con semplici parole non solo le cose, fossero detti o fatti, da sé 
raccontate nella prima edizione della Vita Ignatii e nelle suc- 
cessive, ma notò e conservò inoltre memoria delle persone 
dalle quali avevale avute con l'indicazione del tempo, deter- 
minata le più volte sino al mese ed al giorno. Ivi pure 
vennero fatte di pubblica ragione non meno di sei Cen- 
sure (*), sopra la stessa Vita, elaborate da giudici compe- 
tentissimi per la conoscenza del soggetto e l'alta loro ret- 
titudine, quali, per accennare i nomi più cospicui, un beato 
Pietro Canisio, un Olivier Manareo, un Alessandro Vali- 
gnani. Le minute osservazioni che questi egregi esamina- 
tori fecero intorno all'opera rilevandone ogni menoma 
inesattezza ed omissione da loro avvertita, non che smi- 
nuirne il pregio, maggiormente, a parer nostro, l'accredi- 
tano, in quanto ci riescono di riprova che appunto, perchè 
quei valentuomini riputavano la biografia oltre l'ordinario 
fedele ritratto del comun Padre, vi applicavano volentieri 
l'acume di una severa critica a rimuoverne i più piccoli 
nei. Né qui è il tutto. La corrispondenza del 1567 tra il ge- 
nerale s. Francesco Borgia e il p. Natale e tra questo e il 
Ribadeneira, allora in sullo scrivere la Vita Ignatii, àp- 



di essi fatte nelle principali Un- formato, quale fu il p. Emanuele 

gue d'Europa, veggasi il Sommer- Texeira, trovò luogo nei Mon. Xa- 

VOGEL, VI, coli. 1726-1730. ver., II, 798-808, perchè in essa 

(^) Cf. Mon. Ignat., ser. IV, I, si esamina di preferenza la parte 

337-393; 393-441- della Vita, che tratta delle san- 

(^) Una settima Censura stesa te azioni del Saverio. Cf. Mon. 

da un revisore ottimamente in- Ignat., ser. IV, I, 714-744. 



IO. - La " Vita Ignatii Loiolae „ del Ribadc/mra. 



XXXV 



portò, al principio del nostro secolo, nuova conferma a 
quanto già concordemente ammettevasi dalla comune 
degl'intendenti di studj ignaziani. Venne cioè posto in 
più chiara luce come non si fossero risparmiate cure perchè 
il lavoro si avvicinasse al possibile alla perfezione, tanto 
per la sicurezza e pienezza delle informazioni, quanto per 
la scelta dello scrittore designato a usarne in mezzo alle 
circostanze più felici per ben riuscire nell'impresa affida- 
tagli {'). 

Può dunque tenersi per inconcusso che, anche dopo la 
stampa dei documenti per l'innanzi o sconosciuti o solo 
a pochissimi noti, la fama del primo biografo del Loiola, 
come non patì detrimento per il passato così merita d'es- 
ser mantenuta non punto meno integra per il futuro. E ciò 
(mette conto di rilevarlo), non perchè il Ribadeneira edu- 
cato con ispeciali cure dal padre Ignazio e in varie riprese, 
dal settembre 1540 all'ottobre 1555, vissuto insieme con lui 
più di un settennio, raccogliesse dal suo labbro se non tutte, 
la maggior parte almeno delle cose narrate, ma soltanto 
perchè, destinato che fu, cresciuto negli anni, a scriverne la 
vita, seppe con fine criterio ricercare e mettere insieme la ma- 
teria opportuna e necessaria a colorire, con vivo affetto di 
gratissimo figlio e con senno di uomo maturo, un sincero, 
oggettivo ritratto di quell'impareggiabile padre cui andava 
debitore di ogni suo bene (*). Pretendere di porre in alta 
stima l'opera del Ribadeneira da questo capo, che ei fosse 
quasi il suo confidente, e quindi meglio che qualunque altro 



(^) Narra lo stesso Ribadeneira 
che, a togliersi d'ogni altro mini- 
stero e avere raccolto lo spirito 
nel lavoro commessogli da s. Fran- 
cesco Borgia, si ritirò l'estate, 
l'autunno e l'inverno del 1567 
nella piccola residenza che aveva 
allora la Compagnia in Frascati. 
Vedi le sue lettere al p. Natale 
spedite da Frascati il 29 giugno e 



24 ottobre 1567, inNADAL, Epist., 
Ili, 489-491; 538-540. 

(*) Con qual intimo sentimento 
di gratitudine riconoscesse il Ri- 
badeneira dalle preghiere e dalle 
virtù di sant'Ignazio la sua perse- 
veranza nella Compagnia e con 
essa lo scampo dal pericolo di 
andar perduto nel mondo, ci è 
narrato da lui stesso nelle Con- 



XXXVI Lklle precipue fonti di questo volume. 

in grado di scoprire gli arcani di quel nobilissimo spirito, è 
un aperto uscire dal verace sentiero per ismarrirsi nell'in- 
tricato e oscuro labirinto delle leggende. 

Ciò non doveva tacersi, essendo innegabile che i legger- 
mente versati in questi studj potrebbero lasciarsi andare 
a siffatta erronea valutazione delle cause onde fu e rimarrà 
sempre pregevole la Vita Ignatii del Ribadeneira, indot- 
tivi da certi modi di dire a lui proprj, i quali, fu già osser- 
vato da uno dei suoi censori del sec. xvi (^), tendono a 
rappresentare l'autore della Vita quasi intimo e favorito 
del santo Fondatore e come depositario dei suoi segreti, 
quali invero furono un p. Lainez e in certo senso un Lo- 
dovico Gonzàlez. Ma pasciamo al secondo biografo, che al 
primo in niun modo la cede, vogliamo dire al p. Polanco. 

UN indice degli scritti del Polanco sopra la storia della 
Compagnia da lui medesimo compilato, cosi esordisce : 
« Prima, lascia sedici fogli di carta, dove si contiene la vita 
« del nostro Padre Ignazio insino alla deliberazione di far la 
« Compagnia e questi soli sono re visti » (*). Or in questi 
sedici fogli, in nove capi si ha una biografìa del Loiola dal 
nascimento al 1540, lavoro che per nulla teme il confronto 
col primo e secondo libro ed in parte col terzo della Vita 
Ignatii del Ribadeneira, se pure non li vince in alcuna cosa 
pel peso estrinseco di autorità. Il Polanco infatti, uomo 
eccellente quanto a doti d'ingegno e di prudenza, ebbe la 
sorte di vivere dall'aprile 1547 al 31 luglio 1556 a lato del 
Fondatore, non in un modo qualsiasi, ma servendolo atti- 
vamente, quasi suo braccio destro, in ufficio di segretario 



fessioni, al cap. xiv. Cf . Ribade- « lugares se ipsum commendat, 

NEiRA, I, 38-42. « mostrando que era muy fa- 

(I) Uno dei ricordati censori, « miliar y privado de N. P. Igna- 

rimasto anonimo, così appunto « ciò ». Nei Mon. Ignat., ser. IV, 

esordisce la sua censura: « En I, 736. 

« general me parece que se puede (') Polanco, Vita Ignatii, &c., 

« notar que el autor en muchos I, 7. 



lì. - GIOVANNI 
ALFONSO DI PO- 



VITA IGNATII 
« LOIOI.AH i>. 



12. - Il " Chrohicon „ del f>. NataU. 



xxxvri 



giusta le norme tracciate nelle Costituzioni ignaziane ('). 
Non gli mancò quindi l'opportunità di procacciarsi piena 
e retta informazione delle cose, attingendole, ciò che tanto 
preme, a fonti sincere; né (lo possiamo sicuramente affer- 
mare) potrà allegarsi scrittura o memoria consultata dal 
Ribadeneira che a lui rimanesse ignota. Il perchè quei 
nove capitoli nei quali si ritesse la vita d'Ignazio sino alla 
fondazione dell'Ordine, preposti alle Cronache, come ben 
ideato preambolo, debbono ritenersi col Sacchini, non meno 
delle Cronache stesse, quel più e quel meglio d'incorrotto 
e sincero che possa mai desiderarsi (^). Non rettamente 
pertanto, a nostro avviso, si condurrebbe chi, trovando in 
questo o in quel punto i due biografi in disaccordo, cre- 
desse di dovere senz'altro tenersi al Ribadeneira piuttosto 
che al Polanco, come a colui che smessa, ogni ulteriore disqui- 
sizione, debba presumersi abbia dato nel vero. Per contrario 
sarà debito dello studioso in simili congiunture, non già il 
decidere secondo un criterio estrinseco, uguale in entrambi, 
se pure non più fondato pel Polanco, ma il ricercare da ar- 
gomenti interni, dedotti dai fatti e dalle loro circostanze, 
se ci sia ragione che valga a farci preferire l'uno invece 
dell'altro. 



"[7 IN qui del Ribadeneira e del Polanco che tanto spesso '- 
■*- ricorreranno sott 'occhi al lettore; degli altri autori sopra 
menzionati bastano al nostro scopo brevi parole. Ci si pre- 
senta in primo luogo Girolamo Natale (1507-1580), i cui 



IL « CHRO- 
« NICON » DEI. P. 
NATALE. 



(J) Nella par. ix, e. vi, n. 8, 
delle Costituzioni così il Santo 
tracciò quello che doveva essere 
il segretario della sua Compagnia, 
affinchè il preposito generale po- 
tesse ben compiere il proprio uf 
ficio. « Ad primum illud, de sol- 
« licitudine omnia curandi, aliquo 
« mi nistro ei opus est, qui ordina- 
« rie apud ipsum maneat; qui prò 



'( memoria et manibus illi sit ad 
« omnia quae scribenda et tra- 
» ctanda fuerint, ac breviter ad 
« res omnes officii sui obeundas; 
'; qui praeter potestatem, totum 
« officii eius pondus humeris suis 
«impositum esse existimet». 

(-) Cf. infra, p. 203 sg., dove 
riportansi le stesse parole del 
Sacchini. 



xxxviir 



Delle precipue fonti di questo volume. 



scritti ora raccolti e in grandissima parte ottimamente 
pubblicati, la prima volta, in quattro grossi volumi dal ve- 
nerando padre Federico Cervós, costituiscono senza con- 
trasto una delle più utili e meglio illustrate serie dei Monu- 
menta historica (^). Dell'eminenti doti dell'uomo, come dei 
carichi rilevantissimi, in mezzo ai quali gli trascorse la lunga 
vita, non è qui luogo di ragionare; che le une e gli altri 
ci verranno assai spesso innanzi nel presente volume e più 
nel seguente. Pur non è da ometterne l'elogio che ne fece 
il Sacchini quando, volendo adombrarne in pochi tratti l'ec- 
cellenza del cuore e della mente, lo disse tempra d'animo 
indefesso, industre e forte; d'ingegno' poi prontissimo non 
solo ad approfondire la filosofìa e la teologia, ma spertis- 
simo nell'arte del governo e nel condurre a termine i ne- 
gozj con rara maestria e sagacia (*). Or dei tanti scritti 
del p. Natale non avemmo qui occasione di usare se non il 
Chronicon iam inde a principio vocationis suae, lavoro non 
ancora limato e rimasto incompiuto, come quello che com- 
prende solo un periodo di undici anni dal 1535 al 1546 (3). 
Ciò nonostante quelle non molte pagine riescono preziose, 
e perchè ninno meglio del Natale poteva ragguagliarci di 
ciò che contengono e perchè altre non se ne hanno che di 
quei medesimi fatti ci diano informazioni più delle sue at- 
tendibili. 



FACENDOCI ora al Manareo (1523-1614) {*), avemmo in que- 
sto volume a valerci dei suoi Punti per la Storia della 
«STORIA DELLA (^ fj^p^g^j^^ ^^y Venucro cssì già adopcratl dall'Orlandim, pcl 



13. - OLIVIER MA- 
NAREO E I Sl'O» 
« PUNTI PER LA 



« COMPAGNIA ». 



(^) Vennero in luce, sotto il ti- 
tolo di Epistolae P. Hievonymi 
Nadal, in Madrid negli anni 1898, 
1899, 1902, 1905. 

(*) « Porro animo indefessus, 
« industrius, acer : ingenio non 
« solum ad rerum humanarum 
(( divinarumque scientiam prom- 
« piissimo, sed etiam ad res geren- 
ti das viasque negotiorum ineun- 



(' das sagacitatis et efficacitatis 
« eximiae ». Sacchini, par. IV, 
lib. vili, n. 25, p. 256. 

(3) Si trova in Nadal, Epist., 

I. 1-25. 

(4) Per le date principali della 
sua vita e i precipui uffici tenuti 
nell'Ordine veggasi infra, p. 390*. 

(5) « Puncta mandato P. Gene- 
« ralis nostri Claudii Aquaviva 



BOSTON COLLtC-t L,b,w.^^ 
CHESTNUT HILL, MASS. 



I^. - L " Informatione „ di Froficesco Palmio, &c. xxxix 

quale il generale Claudio Acquaviva li aveva richiesti, nella 
Historia Societatis, e appresso lui dal suo degno editore 
e continuatore il p. Francesco Sacchini. A divulgarli ri- 
volse l'animo, dopo quasi tre secoli, un connazionale dell'au- 
tore, il p. Ludovico del Place, per le cui cure l'opuscolo vide 
la luce in Firenze il 1886 (*). Il testimonio del Manareo, 
al quale ci rapportiamo là dove parlasi della predicazione 
del giovane e non ancor sacerdote Francesco Strada in Lo- 
vanio, merita più ferma credenza che tanti altri suoi rag- 
guagli da lui riferiti sol per udita. Che egli non pure fu ad 
ascoltare il mirabile predicatore mentre sermonava in San 
Michele, ma raccolse salutevole frutto di quella sua calda 
eloquenza, avendo allora concepito quei magnanimi propo- 
siti di vita perfetta, maturati indi a parecchi anni nel 155 1, 
quando si rese figliuolo d'Ignazio nella Compagnia. 



CI rimangono, secondo quello che sopra avvertimmo, i 
fratelli Francesco e Benedetto Palmio. Il primo (1518- 
1585) ci lasciò una pregevole Informatione del principio et 
origine di tutte le cose notabili del Collegio della Compa- 
gnia del Jcsic in Bologna, opuscolo compilato intorno al 
1579 (')• Entrato Francesco nell'Ordine, come a suo luogo 
si espone, nel 1547 (3), non di tutte le cose che narra nella 
sua monograj&a, edita solo in piccolissima parte, fu testi- 
monio oculare e neppure vide il Saverio né conversò con 
lui in Bologna. Non per questo sono da rigettare le notizie 
che ci porge della venuta e del soggiorno del Santo colà, 
asserendoci egli che usò grande diligenza in isceverare il 



« collecta ab Oliverio Manareo, et 
« in Urbem missa prò historia 
« universali Societatis, si qua ad 
« eam viderentur apta ». All'opu- 
scolo non di meno i moderni Edi- 
tori vollero preposto il titolo: De 
rebus Societatis lesu Commenta- 
rius, col quale anche da noi verrà 
citato. 



(*) De rebus Societatis lesu Com- 
mentarius Oliverii Manarei, Flo- 
rentiae, ex typographia a SS. Con- 
ceptione, Raphael Ricci, 1886. Il 
nome dell'editore, indicato con le 
sole iniziali L. D. S. I. trovasi in 
calce alla Praef atio. 

(*) Cf. infra, p. 141^ 

(3) Cf. infra, p. 252. 



14. - L «INFOK 
« MATIONE » ni 
FRANCESCO PAL- 
MIO E L' « AU- 
« TOBIOGRAFIA » 
DI SUO FRATEL- 
LO OEN EDETTO. 



XL Delle precipue fo?tii di questo volume. 

vero dalle leggende, sì interrogando, quando potè, i super- 
stiti, sì vagliando le tradizioni ('), al che non poco do- 
vette giovargli la lunga sua dimora in quella città, ante- 
riore al 1547 6 durata sino alla tranquilla sua morte ivi se- 
guita nel 1585. 

DeWAutobiograJìa di suo fratello Benedetto non ista- 
remo ora a ripetere ciò che, mandando fuori l'Introdu- 
zione, scrivemmo nella Prefazione ai documenti, tra 
i quali ne pubblicammo otto capitoli ritraenti in fedele pit- 
tura la vita dei primitivi alunni ignaziani a Santa Maria 
della Strada (*). ì^eAV Appendice del presente volume (3) 
se ne danno altri dieci e sono quelli che immediatamente pre- 
cedono gli otto già editi; fonte di primissimo ordine, anzi 
unica, a quanto sappiamo, conservatasi attraverso sì lungo 
corso di anni, per ragguagliarci della nobile famiglia Palmia, 
della prima educazione di Benedetto e della sua chiamata 
alla Compagnia, non meno che del tirocinio da lui in essa 
compiuto sotto il magistero del p. Ignazio: particolari tutti 
dei quali ninno meglio dello stesso Palmio poteva infor- 
marci con più sicura contezza. 

15. - LE FONTI ^ Qj^g jj lettore avrà osservato tutte le fonti su cui ci 

ESTERNE. 1 M RE- I 

«GESTI «DEL SB. ^-^siamo tratteuutì finora ebbero autori uomini di quel me- 
« CESSI» D'ALCA, desimo Ordine le cui origini dovranno essere da noi de- 
TmcTL^LET- scritte. Il fatto non può suscitar meraviglia; poiché trat- 
TEREDivARjPER ^andosì di fonti le quali, perciò appunto che sono principali, 
debbono fornire allo storico non questo o quel ragguaglio 
secondario, ma la sostanza stessa del racconto con le più 
notevoli circostanze, è al tutto consentaneo a ragione che 
derivino specialmente da scrittori appartenenti alla stessa 
religiosa famiglia della quale si tesse la storia. Nel resto, 
ove accade di essere illuminati non tanto del primo for- 
marsi del sodalizio, della sua costituzione interna e dello 

(') Cf. infra, p. 142. ria, I., pp. 416 sg.; 606-619. 

(*) Cf. Tacchi Venturi, Sto- (3) Cf. infra, pp. 396-403. 



SONARGI. 



là. - Candusione. XLI 

svolgersi della sua vita tra le pareti domestiche, quanto 
del suo mostrarsi al mondo e dell'apostolato che tolse ad 
esercitarvi non che di alcuni particolari episodj, pur da 
queste pagine iniziali vedremo i testimoni esterni abbondare 
anziché scarseggiare. Così le dolorose vicende dell'apostata 
Agostino Mainardi, noto sotto il nome di Agostino Piemon- 
tese, vengono la prima volta alla chiara luce del giorno dai 
manoscritti registri del Seripando (*). Non altrimenti le 
persecuzioni e le accuse incontrate dal Loiola in Alcalà si 
espongono secondo i preziosi atti dei processi, pubblicati 
per primo dal p, Fita e poscia di nuovo nei Monumenta Igna- 

tiana. 

L'incremento poi che andava prendendo di giorno in 
giorno la nascente Compagnia, i frutti di salute che, la 
Dio mercè, recava nella Chiesa, le contraddizioni cui era 
fatta segno, e il favore dei Romani Pontefici, di varie co- 
munità e di privati, che la sostenevano nei duri cimenti, 
tutto ciò, che pur tanta parte costituiva della sua vita, 
viene di preferenza esposto ed illustrato con le parole di 
autori contemporanei estranei alla Compagnia tolte dalle loro 
cronache e storie, con diplomi papali, con lettere di gravi 
personaggi ecclesiastici e laici, come, per addurre un esem- 
pio, sono quelle degli Anziani di Parma nei dispacci ai loro 
Oratori in corte di Paolo III. Il farsi qui a noverarli tutti 
distintamente non ci pare necessario, massimamente perchè 
si è avuto cura di ciò non omettere a mano a mano che 
siffatti documenti vennero usati nel corso dell'opera. 

QUESTE cose parve all'autore di dover premettere perchè 
non rimanessero ignoti i testimoni sopra le cui attesta- 
zioni è tutto tessuto il suo lavoro. A ben riuscire però in 
un'opera storica non basta che la materia sia scelta, vale a 
dire che si abbia fatto ricorso a fonti schiette: richiedesi 
inoltre che non si falli nell'arte difficile di ben interpretare 

(*) Cf. infra, pp. 169-174. 



CONCLUSIO- 
NE. 



XLii Delle precipue fonti di questo volume. 

ed usare le informazioni alle medesime attinte; cosicché sia 
possibile delineare una immagine fedele di quel passato che 
il narratore si propone di ravvivare ritogliendolo al tor- 
rente degli anni, che inesorabile vorrebbe travolgerlo nel 
pelago dell'oblio. Non spetta certo a chi scrive giudicare 
del come, fidato nelle norme qui e altrove esposte, e sorretto 
nel duro arringo dall'amore schietto e imperturbato per l'in- 
dagine del vero, abbia intrapreso e condotto a termine que- 
sta principalissima parte del suo lavoro; egli se ne rimette al 
giudizio benevolmente imparziale del pubblico cui affida il 
libro, accompagnandolo, mentre la fa sua, con la medesima 
dichiarazione che scrivendo del concilio di Trento, ebbe a fare 
il Pallavicino: « Egli non arroga, all'istoria sua » (così protestò 
quel sommo scrittore e storicc) « quel ch'è privilegio d'una 
« sola dettata da scrittor soprumano; dico, il non aver mai 
« errato nel fatto: ben s'assicura che, posta la rettitudine 
« della sua intenzione e l'esquisitezza delle sue notizie e delle 
« sue diligenze, i falli non si troveranno né volontari, né 
« molti, né gravi, ed a cui s'appoggi la somma della causa. 
(( Egli poi di buon volere accetterà quel servigio, ch'è tra 
« i maggiori i quali si ricevano da nemici, di poter ricono- 
« scere la verità davanti ignorata, e di purgar l'intelletto e 
« le carte da' presi inganni » (*). 

(^) Pallavicino, vS/oriflcie/ Co//- chi legge, appartenente alla pri- 
cilio di Trento, nella Lettera a ma pubblicazione dell'opera. 



IL 



CONTENUTO DEI SINGOLI CAPI 
E DEI DOCUMENTI DELL'APPENDICE. 



CAPO I. — IGNAZIO DI LOIOLA ALLE PORTE DI ROMA: 
SGUARDO ALL'ANTERIORE SUA VITA SINO AL 
PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA. (1491-1523). 

I. Ignazio con il Fabro e il Lainez alle porte di Roma. — 

2. Nascita del Loiola; educazione e prima gioventù. — 

3. La vita militare e la caduta a Pamplona il 20 maggio 
1521. — 4. Malattia e cura nel castello paterno. — 5. La 
conversione. — 6. Partenza da Loiola per Monserrato. — 
7. I primi quattro mesi a Manresa. — 8. Il restante sog- 
giorno a Manresa: straordinarj favori e gli Esercizj spi- 
rituali Pag. 3 

CAPO II. — IGNAZIO DI LOIOLA PELLEGRINO A GERU- 
SALEMME: SUA ISTITUZIONE LETTERARIA E 
SCIENTIFICA. (1523-1534)- 

I . Pio viaggio del Loiola ai Luoghi Santi e ritorno in Ispa- 
gna. — 2. La scuola di grammatica in Barcellona. — 

3. Gli studj in Alcalà. Primi compagni incostanti: opere 
d'apostolato. La prima prigionia. — 4. Partenza per Sa- 
lamanca: delusioni ivi sofferte: nuova e più dura prigio- 
nia. — 5. Andata a Parigi: vita di studio e di zelo che vi 
mena. — 6. I compagni parigini d'altra tempra e costanza 
di quelli d'Alcalà. — 7. Il voto del 15 agosto 1534 al 
Monte dei Martiri Pag. 43 

CAPO III. — VICENDE DELLA VITA DI S. IGNAZIO 
DALLA FINE DEI SUOI STUDJ IN PARIGI AL- 
L'ARRIVO IN ROMA. (1534-1537). 

I. Fervente apostolato del Loiola e dei suoi compagni tra 
la scolaresca parigina: persecuzioni per ciò incontrate dal 
Servo di Dio. — 2. Ignazio per breve tempo ritorna 
nella nativa Guipùzcoa. — 3. Opera di zelo in Azpeitia. — 

4. Dà perpetuo addio alla patria per recarsi in Italia. — 

5. Il soggiorno in Venezia nel 1536. — 6. I compagni 



XJLIV Contenuto dei singoli capi 

ignaziani alla presenza di Paolo III. — 7. 11 ritorno a 
Venezia: le ordinazioni: l'apparecchio alle sante primi- 
zie. — 8. In cammino alle porte di Roma Pag- 73 

CAPO IV. — APOSTOLATO DEL LOIOLA E DEI COM- 
PAGNI IN ROMA E IN VARIE PARTI D'ITALIA. 
(1537-1538). 

r. Prima sede di s. Ignazio va, Roma: si offre al Pontefice. — 
2. Il b. Pietro Fabro. — 3. Il p. Giacomo Lainez inse- 
gna col Fabro alla Sapienza. — 4. Ministeri del Loiola: 
Pietro Ortiz, Lattanzio Tolomei, Ignazio Lopez, Gaspare 
Contarini. — 5. I compagni ignaziani in varie città del- 
l'alta e media Italia. — 6. Diego Hoces, Giovanni Co- 
durio e Simone Rodriguez in Padova,. — 7. Ferrara col- 
tivata da Claudio laio e Nicolò Alfonso Bobadilla: Vit- 
toria Colonna li presenta ad Ercole II. — 8. Nicolò Alfonso 
Bobadilla. — 9. Francesco Saverio: sua vita in patria e a 
Parigi: suoi lavori in Bologna. — io. Alfonso Salmerone 
e Pascasio Broét in Siena ^^g'- loi 

CAPO V. — OPERE DI ZELO E PERSECUZIONI IN ROMA. 
(1538-1539). 

I. I compagni ignaziani in Roma nell'esercizio del sacro mi- 
nistero. — 2. Prime prediche ed impressioni dei Romani. 

— 3. La persecuzione del 1538: suo carattere adombrato 
da s. Ignazio. Fra Agostino Piemontese. — 4. Pier di Ca- 
stina, Mudarra, Barrerà alleati di fra Agostino. — 5. Con- 
seguenze delle calunnie contro i Preti pellegrini. Quirino 
Garzoni e il card. Gian Domenico de Cupis. — 6. Con- 
tegno d'Ignazio nella tempesta. Testimoni onorevoli di 
Bologna, Siena e Ferrara: il duca Ercole II difensore dei 
padri. — 7. Paolo III fa chiudere il processo. La sentenza. 

— 8. Fine dei calunniatori. — 9. Sentimenti di Ignazio, 
del Fabro e del Bobadilla per la riportata vittoria. — 
IO. Carestia dell'inverno 1538-39. — 11. L'assistenza ai 
famelici in casa Frangipani Pa^- 149 

CAPO VI. — PRELIMINARI DELLA FONDAZIONE DEL- 
L'ORDINE. (1539). 

I. Il Loiola e i compagni si offrono da capo al Pontefice. — 
2. Prime deliberazioni: si decide di perpetuare la na- 
scente società dei Maestri parigini. — 3. Abbozzo origi- 
nario delle Cosiiluzioni: Ignazio deputato a presentarlo 
al Papa. — 4. L'idea e il proposito della fondazione inve- 
stigati nelle parole e nei fatti del Loiola. — 5. Il pen- 
siero dei primi compagni e di altri contemporanei intorno 
lo stesso argomento. — 6. La verità storica, glorificazione 



e dei documenti dell' « Appendice » . XLV 

della figura del Fondatore e dell'opera ammiranda della 
Provvidenza Pag. 187 

CAPO VII. — MISSIONI DEI PRIMI COMPAGNI IN TO- 
SCANA. (1539-1540)- 

I. I Preti riformati richiesti fuori di Roma. — 2. Il Broèt 
e il Rodriguez inviati a Siena con Francesco Strada: ri- 
forma del monastero di San Prospero e Sant'Agnese. — 
3. Ministeri del Broèt e del Rodriguez tra i senesi, specie 
tra gli studenti dell'ateneo. — 4. Infermità del Rodriguez 
e suo ritorno in Roma. Continuazione delle fatiche 
del Broèt in Siena sino al febbraio 1541. — 5. Fran- 
cesco Strada: siia vocazione. — 6 Qualità e successi della 
sua eloquenza. — 7. Suppliche dei priori di Montepul- 
ciano a Paolo III per ritenere lo Strada. — 8. Frutti 
della missione dello Strada da lui stesso descritti . Pag. 213 

CAPO Vili. — LA LEGAZIONE DI PARMA E PIACENZA 
COLTIVATA SPIRITUALMENTE DAL B. PIETRO 
FABRO E DAL P. PIETRO LAINEZ. (1539-1540). 

I. Il Fabro e il Lainez a Parma e Piacenza. I cardinali le- 
gati Del Monte e Filonardi. — 2. Stato sociale e religioso 
della legazione. — 3. Sermoni del Lainez nel duomo di 
Parma e del Fabro in San Gervasio e Protasio. — 4. Gli 
Esercizj spirituali in Parma. — 5. Esercitanti guada- 
gnati alla Compagnia: Girolamo Domenech, Paolo d'A- 
chille, Elpidio Ugoleti, Silvestro Landini, Giov. Batti- 
sta Viola, Antonio CriminaU, i fratelli Palmio, Giovanni 
Battista Pezzana, Pantaleone Redini. — 6. Altri discepoli 
parmensi: le gentildonne Giulia Zerbini e Giacoma 
Pallavicini: loro pie opere. — 7. La frequenza dei sacra- 
menti combattuta da alcuni predicatori. — 8. Ministeri 
nei chiostri di sacre vergini; assistenza ai poveri . . Pag. 239 

CAPO IX. — FERVIDO APOSTOLATO DEI COMPAGNI 
IGNAZIANI IN PIACENZA, REGGIO, BRESCIA, 
BAGNOREA E NEL REGNO DI NAPOLI. (1540). 

I. Missione del Lainez a Piacenza. — 2. Preparativi per la 
partenza dei padri dalla legazione: inutili pratiche per rite- 
nerli. Il Lainez in Reggio. — 3. Buoni effetti delle fa- 
tiche apostoliche del Fabro e del Lainez. Ricordi spiri- 
tuali del b. Fabro. — 4. La Compagnia del Nome SS. di 
Gesù. — 5. Claudio laio a Bagnorea e in Brescia. — 
6. Prime opere della nascente Compagnia nel regno di 
Napoli. Nicolò Bobadilla inviato paciere tra Ascanio 
Colonna e Giovanna d'Aragona. — 7. Il Bobadilla in Ca- 
labria : sue prediche e opere in Bisignano e nella dio- 
cesi Pag. 265 



XLVi Contenuto dei singoii capi 

CAPO X. — LA PRIMORDIALE MAGNA CARTA DELLA 
COMPAGNIA DI GESÙ: LABORIOSI TRATTATI PER 
LA SUA APPROVAZIONE. (1539-1540). 

I. I cinque Capitoli presentati a Paolo III. — 2. Tommaso 
Badia, maestro del S. Palazzo: suo parere sopra i cinque Ca- 
pitoli. — 3. Contenuto dei cinque Capxioli. — 4. Paolo III 
li approva. Osservazioni del card. Ghinucci. — 5. Diffi- 
coltà per le lettere apostoliche: entra in iscena un nuovo 
porporato. — 6. Il card. Bartolomeo Guidiccioni: suo ri- 
tratto. — 7. Opinioni del card. Guidiccioni intorno agli 
Ordini religiosi. — 8. Industrie di s. Ignazio: preghieie 
e sacrifizj offerti al Signore: intercessione di grandi. — 
9. Spedi ente del Guidiccioni adottato dai suoi colleghi. 
Solenne approvazione del 27 sett. 1540. — io. La bolla 
« Regimini militantis » -P«^- 293 

CAPO XI. — INCREMENTO DELLA COMPAGNIA DI GESÙ 
TRA L'APPROVAZIONE ORALE E LA SCRITTA. 
(3 sett. 1539-27 sett. 1540). 

I. Progressi del nuovo Ordine tra le due approvazioni 
(3 sett. 1539-27 sett. 1540) favoriti da un grande santo 
contemporaneo al Loiola. — 2. I primi gesuiti italiani: 
Pietro Codacio, Angelo Paradisi, Gian Filippo Cassini 
■ ed altri. — 3. Nuove cerne tra gli spagnuoli e i por- 
toghesi: Diego de Eguia. — 4. Pietro Ribadeneira. — 
5. Faustina de' Jancolini prima benefattrice dei Preti ri- 
formati nell'Urbe. — 6. Partenza di s. Francesco Sa- 
verio per le Indie Orientali. — 7. Il p. Paolo da Camerino 
compagno di s. Francesco Saverio e primo gesuita ita- 
liano missionario tra gl'infedeli. — 8. Numero dei com- 
pagni al momento dell'approvazione. Cause del solle- 
cito incremento della Compagnia. Conclusione. . Pag. 327 



APPENDICE. 

I. 

Il ritratto di s. Ignazio di Loiola dipinto da Jacopino 

DEL Conte Pag. 387 

DOCUMENTI INEDITI. 



Paolo III ordina a Francesco Strada di prolungare il 

SOGGIORNO IN MONTEPULCIANO. 

Perugia, 19 sett. 1539 Pag. 393 



e d4Ì documenti dell' « Appendice » . XLVii 

2». 

Donna Giulia Colonna ai Padri della Compagnia di Gesù 
A Santa Maria della Strada in Roma. 

Roma, 9 luglio 1557. ^^? 393 

3. 

Informazioni sopra alcuni discepoli spirituali formati 
dal b. Pietro Fabro e Giacomo Lainez durante la 

LORO missione IN PARMA E PIACENZA E POSCIA EN- 
TRATI NELLA Compagnia di Gesù (1539-1541) . . Pag. 394 

A). Del p. Paolo D'Achille. » 394 

B). Del p. Elpidio Ugoleti » 395 

C). Del p. Giovanni Battista Viola . « 395 

D). Del p, Pantaleone Redini » 396 

3*. 

Benedetto Palmio avanti il suo ingresso nella Compagnia 

DI Gesù. (1523-1546) Pag. 963 

Caput I. — Ex quibus parentibus ortus sit Benedictus 

Palmius » 396 

» II. — De Benedicti educatione » 397 

» III. — Quemadmodum Benedicti domus Societatis 

lesu patres complexa sit » 398 

» IV. — Bis in nostri? meditandi rationibus, duce Lai- 
nez, Benedictus se exercuit » 398 

» V. — Sacrainentorum usus intermittitur a Bene- 

dicto » 399 

» VI. — Ad pristinam pietatem Benedictus a Deo re- 

vocatur » 399 

» VII. — Qua ratione Deus Benedictum ad lesu soda- 

litium traxerit » 399 

» vili. — Mens Benedicti, dum saeculi deserendi ratio- 

nes agitat et exquirit, varie vexatur . . » 400 
» IX. — Revisit Bononiam Benedictus seque ad nostri 

Ordinis revocat meditationes » 401 

» X. — Quaenam Inter meditandum acciderint Bene- 

dicto » 402 

4. 

Ricordi della vita di Francesco Strada e del b. Pietro 
Fabro, estratti dal Lib. VI delle Confessioni del 
p. Giovanni Couvillon Pag. 403 

CONFESSIONUM LIBER VI. 

Caput I. — De Francisco Strada hispano eiusque con- 

cionibus » 403 

» li. — De Petro Fabro allobroge et Ioanne Ara- 
gonio » 406 



XLViii Contenuto dei singoli capi e dei documenti dell' < Appenàiie » . 

Caput III. — Quod desideria inchoata conciones vehemen- 

tius inflammarunt Pflg. 409 

» mi. — Aliae Francisci conciones « 411 

» V. — Scholasticorum admiratio » 412 



5. 

Dei progenitori del p. Giacomo Lainez. Note storiche e 

critiche del p. antonio possevino pag. 4i4 

6 

Notizie biografiche del p. Pietro Codacio raccolte dal 
suo discendente Giovanni Battista. 
Giovanni Battista Codacio al p. Daniello Bartoli. 

Lodi, 29 agosto 1652. Pag. 419 



III. 

ELENCO 
DEI LIBRI CITATI.'" 



1. Ada Sanctorum. m.ii, to. VI; iulii, 

to. VII; augusti, to. I; octobris, 
to. II. 
Anversa, 1688, 1731. i733. 1768. 

2. Adinolfi Pasquale, Roma nell'età 

di mezzo. 

Voi. II. Roma, 1882. 

3. Adriani Giovanni B., Istoria dei 

suoi tempi divisa in ventidue libri. 
Venezia, 1587. 

4. Affò Ireneo, Storia della città di 

Parma. 

Parma, i792-i795. 

5. — Ricerche storico-canoniche intorno 

la chiesa, il convento e la fabbrica 
della SS. Annunziata di Parma. 
Parma, 1796. 

6. — Memorie di Taddeo Ugoleto par- 

migiano, bibliotecario di Mattia Cor- 
vino, re* d'Ungheria. 
Parma, 1781. 

7. [Aguilera Emmanuele S. I.] Pro- 

vinciae Siculae Societatis lesu ortus 
et res gesiae ab anno 1546 ad an. 
1611, auctore P. Emmanuele Agui- 
lera eiusdem Sociefatis. Pars pri- 
ma. 
Palermo, i737. 



8. Alberti Leandro O. P., Descrit- 

tione di tutta Italia, &c. 
Bologna, 1549. 

9. Alcazar Bartolomeo S. I., Chrono- 

h istoria de la Compania de Jesus en 
la provincia de Toledo &c. 
Voli. 2. Madrid, 17 io. 

io. Alfonso el Sabio, Las siete parti- 
das cotejadas con varios codices 
antiguos por la Real Academia de 
la Historia. 
Voi. II. Madrid, 1807. 

11. Amante Bruno e Bianchi Romolo, 

Memorie storiche del ducato, della 
contea e dell'episcopato di Fondi in 
Campania dalle origini fino ai tem- 
pi più recenti. 
Roma, 1903. 

12. Amydeno Teodoro, De pietate ro- 

mana libellus. 
Roma, 1625. 

13. Analecta Bollandiana. 

Tom. XXVII. Bruxelles, 1908. 

14. Angelini Nicola S. L, Istoria della 

vita e del martirio dei beati Rodolfo 
Acquaviva, Alfonso Paceco, Pietro 



(1) Dei libri citasi non più che il cognome dell'autore quando ohi legge è rimandato a 
un'opera soltanto del medesimo. In caso contrario s'aggiunge il primo sostantivo del titolo. 

Piccoli opuscoli vengono compiutamente citati a' lor luoghi. 

t La crocetta precedente i nomi è usata per contraddistinguere gli pseudonimi. 

* L'asterisco nel presente elenco, innanzi al cognome d'autore, significa che l'opera attri- 
buitagli è anonima. 

Il medesimo segno, preposto ad un passo riportato nel testo, indica che il passo proviene 
da un manoscritto. 



IV, — 'Storia della Compagnia di Gesit in Italia, II. 



Eknco dei libri citati. 



Berna, Antonio Francisco, France- 
sco Aragna d. C. d. G. 
Roma, 1893. 

15. Archivio della R. Società Romana di 

Storia patria. 

TT. Vili, XV, XVII, XXIV, XXXVII. 
Roma, 1885, 1892, 1894, 1901, 1914. 

16. Archivio Storico Italiano. 

To. XVI, part. II. Firenze, 1851. 

17. Arigita y Lasa, El doctor Navarro 

don Martin de Azpilcueta y sus 
obras. 
Paraplona, 1895. 

18. Armellini Mariano, Le chiese di 

Roma dal sec. IV al XIX. 
Roma, 1891. 

19. AsTRAiN Antonio S. I., Histona 

de la Compafiia de Jesus en la Asr- 
stencia de Espana. 
2*. ediz. To. I. Madrid, 1902. 

20. Avisi {diversi) particolari dell'In- 

die di Portogallo, ricevuti dall'anno 
1551. fino al 1558, dalli Reverendi 
padri della compagnia di Gicsu. &c. 
Tradotti nuovamente dalla lingua 
Spagnuola nella Italiana. 
Venetia, per Michele Tramezzino, mdlxv. 

31. Bacci Pietro Giacomo, Vita di 
San Filippo Neri fiorentino. Fon- 
datore della Congregazione dell'O- 
ratorio, accresciuta da un Prete 
della Congregazione di Venezia 
coli' aggiunta delle lettere originali 
del Santo. 
Pisa, 1874. 

22. Baglione Giovanni, Le Vite de' 

Pittori, Scultori et Architetti dal 
pontificato di Gregorio XIII fino 
a tutto quello d'Urbano Ottavo, &c. 
Roma, 1649. 

23. Barbarano Francesco 0. Capp., 

Historia ecclesiastica della città, 
territorio e diocesi di Vicenza. 
Voli. 3. Vicenza, 1649-1659. 

24. *[Barbieri Carlo dell'Oratorio], 

Giunta alla Difesa de' Scrittori 
delta Vita di S. Filippo Neri sia 
Confutazione di ciò che altri asseri- 
scono, avere S. Filippo dimandato a 



Sant'Ignazio l'ingresso nella Com- 
pagnia di Gesii ed averne avuta 
la ripulsa. 
Bologna, 1742. 

25. — Appendice alla Confutazione del- 

le pretese domande di S. Filippo 
Neri a Sant'Ignazio per l'tngresso 
nella Compagnia di Gesù. 
Ivi, 1742. 

26. Bartoli Daniele S. I., Dell'I- 

storia della Compagnia di Gesù. 
L'Italia &c. 

27. — Della vita e dell'Istituto di S. 

Ignazio fondatore nella Compagnia 
di Gesù. Libri cinque 
Torino, 1825. 

28. — Asia. 

Parte prima. Torino, 1825. 

29. Battistella Antonio, // S. Officio 

e la riforma religiosa in Bologna. 
Bologna, 1905. 

30. Beccadelli Ludovico, Monumenti 

di varia letteratura tratti dai Mss. 
di Mons. L. B. editi dal Morandi. 
Voli. 3. Bologna, 1797-1804. 

31. Benassi Umberto, Storia di Par- 

ma. 
Voli. 4. Parma, 1899. 

32. Benci Spinello, Storia di Monte- 

pulciano. Nuova edizione illustrata 
e corretta con prefazione di Guido 
Palieti e con due appendici. 
Montepulciano, 1889-96. 

33. Benratb Carlo, Bernardino Ochi- 

no von Siena. Ein Beitrag zur 
Geschichte der Reformation. 
2^ ediz. Braunschweig, 1892. 

34. Bisticci Vespasiano da, Vite di 

uomini illustri del sec. XV slam» 
paté la prima volta da Angelo Mai 
e nuovamente da Adolfo Bartoli. 
Firenze, 1839. 

35. [B0BADILLA N. A.], Nicolai Al- 

phonsi de Bobadilla sacerdotis <> 
Societate lesu gesta et scripta ex 
autographis aut archetypis potis- 
simum deprompta. 
Madrid, 1913. 
V. Mon. Hist. Soc. lesu. 



Elenco dei libri citati. 



LI 



36. Boero Giuseppe S. I., Vita del 

Servo di Dio P. Pascasio Broét. 

37. — Vita del Servo di Dio P. Claudio 

laio d. C. d. G. 

38. — Vita del Servo di Dio P. Nicolò 

Bobadiglia. 

39. — Vita del Servo di Dio P. Giacomo 

Lainez secondo Generale della Com- 
pagnia di Gesù, &c. 

40. — Vita del Servo di Dio P. Simone 

Rodriguez d. C. d. G. 

41. — Vita del Servo di Dio P. Alfonso 

Salmerone. 
Firenze, 1877-1880. 

42. BóHMER Enrico, Studien zur Ce- 

sckichte der Gesellschaft Jesu. 
Voi. I. Bonna, 1914. 

43. Boletin de la Real Academia de la 

Historta. 

TT. XVIII, XXIII, XXXIII. Madrid, 
1890, 1893, 1898, 

44. BoNELLi Giov. Antonio, Memorie 

storiche della basilica Costantiniana 
dei SS. XII Apostoli di Roma e 
dei suoi nuovi restauri. 
Roma, 1879. 

45. BoRDENAVE NICOLA DE, Histoirc 

de Béarn et Navarre par Nicolas 
de Bordenave (15 17-1572) historio- 
grapke de la maison de Navarre, 
publiée pour la première fois, sur 
le manuscrit originai pour la So- 
ciété de VHistoire de France par 
Paul Raymond. 
Parigi, 1873. 

46. Borghesi Scipione e Banchi Lu- 

ciano, Nuovi documenti per la sto- 
ria dell'arte senese. Appendice alla 
raccolta dei documenti pubblicata 
dal comm. G. Milanesi. 
Siena, 1898. 

47- [Borsetti F. B. F.] Historia almi 
Ferrariae Gymnasii in duas par ics 
divisa, D. Thomae Rufo, &c. h 
Ferrante Borsetti Ferranti Bo- 
LANi &c. dicala. 
TT. 2. Ferrara, 1735. 

48. [BovERio Z., O. Capp.], Annalmm 
seu sacrarum historiarum Ordinis 



Minorum S. Ftancisci qui Cappu- 
cini vocantur, auctore R. P. Zacha- 

RIA BOVERIO. 

To. I. Lione, 1632. 

49. Braunsbercer Ottone S. I., B. Pe- 

tri Canisii S. I. Epistulae et Ada. 
TT. 1-6. Friburgo in B., 1896-19x3. 

50. — Entstehung und erste Entwicklung 

der Katechismen des seligen Petrus 
Canisius aus der Gesellschaft Jesu. 
Ivi, 1893, 

51. t Bromato Carlo, Storia di Pao- 

lo IV Pontefice Massimo. 
Voli. 2. Ravenna, 1748, 1753. 

52. Brou Alessandro S. l., Saint Fran- 

cois Xavier. 
Voli. 2. Parigi, 1912. 

53. Buschbell Gotofredo, Reforma- 

tion und Inquisition in Italien 
uni die Mitte des XVI. Jahrhun- 
derts. 
Paderborna, 1910. 

54. Caballero Raimondo S. I., Gloria 

posthuma Societatis lesu. 
Pars prima. Roma, 18 14. 

55. [Caetani C), De religiosa S. Ignatii 

sive S. Enneconis fundatoris Soc. 
lesu per PP. Benedictinos institu- 
tione; deque libello Exercitiorum 
eiusdem ab Exercitatorio V. S. D. 
Garciae Cisnerii Abbatis benedectini, 
magna ex parte desumpto. Constan- 
ti ni Abbatis Caj etani vindicis be- 
nediciini libri duo. 
Venezia, 1641. 

56. Calendar of Letters, Despatches, and 

State Papers, mlating to the nego- 
tiatioHS between England and Spain 
edited by Pascual de Gayangos. 
Voi. IV, part. li. Londra, 1882. 

57. Calenzio Generoso, Documenti 

inedUi e nuovi lavori letterari sul 
Concilio di Trento. 
Roma, 1874. 

Canisio Pietro (b.) v. Braunsbercer. 

58. Cantò Cesare, Gli eretici d'Italia. 

\oU. 3. Torino, 1865-1866. 



LII 



Elenco dei libri citati. 



59. Capecelatro Alfonso dell'Ora- 

torio, La vita di s. Filippo Neri. 
Libri tre. Napoli, 1879. 

Carnoli Luigi, v. Nolarci Vicu.io S. I. 
Carrara Bartolomeo Chier. Reg. 
Teat., V. Bromato. 

60. Carte Strozziane le. Inventario. 

Voli. 2. Firenze. 1884. 

61. Catalina Garcìa Giovanni, En- 

sayo de una Tipografia Cotnplu- 
tense. 
Madrid. 1889. 

62. [C1AC0N10 A. O. Pr.], Vitae et res 

gestae Pontificum Romanonim et 
.S. R. E. Cardinalivin Alphonsi 
CiACONii O. Pr. et aliorum opera 
descriptae cum uberrimis notis ab 
ANGUSTINO Oldoino S. I. rec(^- 
gnUae. 
To. I e III. Ronaa, 1677. 

63. Cicogna Emmanuele, Delle iscri- 

zioni veneziane. 
Voi. V. Venezia, 1842. 

64. CimUà Cattolica la. 

Ser. XVII, XI. Roma, 1901. 

65. Clair Carlo S. T., La vie de Saint 

Ignace de Loyola d'après Pierre Ri- 
badeneira, son premier hiUorien. 
Parigi, 1891. 

66. Colonna Vittoria, Carteggio rac- 

colto e pubblicato da E. Ferrerò 
e G. Mùller. 
Torino, 1889. 

67. Constitutiones Societatis lesu lati- 

nae et hispanicae cum earum de- 
clarationibus. 

Madrid, 1892. 

68. Cornely Rodolfo, S. I., Leben des 

seligen Petrus Faber, ersten Prie- 
sters der Gesellschaft Jesu. Zweite 
Avflage verbessert und vermehrt von 
Heinrich Scheid S. T. 
Friburgo in Br., 1900. 

69. [Cortese G.], Gregorii Cortesi 

Monachi Cassinatis S. R. E. car- 
dinalis omnia quae huc usque col- 
ligi potucrunt site ab eo scripta 
stve ad illum spectantia. 
Voli. 2. Padova, 1774. 



70. Creixell Giovanni S. I., San 

Ignacio en Montserrat. 
Barcellona, 1903. 

71. — San Ignacio en Barcelona. Resena 

histórica de la vida del Santo en 
el quinquennio de i$i$ à 1528. 
Ivi, 1907. 

72. — San Ignacio en Manresa. Re- 

sciia histórica de la vida del Santo 

(1522-1523). 

Ivi, 1914. 

73. Cros Leonardo G. M. S. L, Saint 

Francois de Xavier de la Compagnie 
de Jesus. Son pays, sa famille, sa 
vie. Documents nouveaux. 
Tolosa, 1894. 

74. Dallari Umberto, Rotuli dei lei- 

tori dello Studio Bolognese. 
Voi. II. Bologna, 1889. 

75. De la Torre Giovanni Giuseppe, 

Cartas de San Ignacio de Loyola 
fundador de la Compania de Jesus. 
TT. 6. Madrid, 1874-1889. 

76. Delplace Ludovico, S. L, Sy- 

nopsis Actorum S. Sedis in causa 

Societatis Jesu. . 

TT. 2. Firenze, 1887, 1895. 

— V. Sclectae Indiarum Epistolae. 

77. Denifle Enrico O. P., Die Ent- 

stehung der Universitàten des Mit- 
telalters bis 1400. 
Berlino, 1885. 

78. [tDiLARiNo Francesco S. I.], Vita 

del ven. servo di Dio Giacomo Lay- 
nez. 
Roma, 1672. 

79. DiTTRicH Francesco, Gasparo Con» 

tarini (1483-1542). Eine Mono- 
graphie. 
Braunsberg, 1885. 

80. — Regesten und Briefe des Cardinals 

Gasparo Contarini (1483-1542). 
Ivi, 1881. 

81. Doni d'Attichy Ludovico, His- 

taire generale de l'Ordre de Mi- 

nimes. 
Parigi, 1624. 



Elenco dei libri citati . 



i.iii 



82. DouMERGUE Emilio, Jean Calvin. 

Les hommes et les ckoses de son 
temps. 
Voi. I. Losanna, 1899. 

83. [EhsesS.], Concila Tridentini Aclo- 

rum pars prima: Monumenta Con- 
cilium praecedentia, triiim priorum 
sessionum acta collegit, edidit, illu- 
slravit Stephanus Ehses. 
Friburgo i. Br., 1904. 

84. — Ròmische Dokumente zur Ge- 

schichtc der Ehescheidung Hein- 
richs Vili. 
Paderborna, 1893. 

85. Epistolae mixtae ex variis Europae 

locis ab anno 1537 ad 1556 scriptae, 
nunc primum a Patribus Societa- 
tis Jesu in lucem editae. 

TT. MV. Madrid, 1898-1901. 

V. Moti. Hist. Soc. lesti. 

86. Epistolae PP. Paschasii Broèti, 

Claudii Jaji, Joannis Codurii et 

Simonis Rodericii. 

Madrid, 1903. 

V. Mon. Hist. Soc. lesit. 

87. Études publiés par les Pères de la 

Compagnie de Jesus. 
TT. LXXI, LXXII, LXXIII. Parigi, 
1897. 

88. Fabretti Ariodante, Cronache 

della città di Perugia. 
Voi. II. Torino, 1888. 

89. [Fabro P.] Fabri Monumenta. 

Beati Petri Fabri primi sacer- 
dotis e Societate lesu Epistolae, 
Memoriale et Processus ex auto- 
graphis ani archetypis potissimum 
deprompta. 
Madrid, 1914. 
V. Mon. Hist. Soc. lesu, e Velez. 

•jo. Falconnet Giovanni, La Char- 
treuse du Reposoir audiocèse d'An- 
necy. 
Montreuil sur Mer, 1895. 

91. [Farlati D., S. I.], Illyrici sacri 
tomus quintus. Ecclesia Jadertina 
cum suffraganeis et Ecclesia Za- 
grabiensis. j4MC<o>'e Daniele Par- 
lato presbytero Societatis lesu. 
Venezia, 1775. 



92. Ferlone Antonio, De' viaggi dai 
Sommi Pontefici intrapresi, comin- 
ciando da s. Pietro apostolo sino 
al regnante Pio VI. 

Venezia, 1783. 

Ferrerò Emanuele, V. Colonna Vit- 
toria. 

93. FiTA Fedele S. I., La Santa Cue- 
va de Manresa. Resena histórica. 
Manresa, 1872. 

94. Fontana Bartolomeo, Renata 
di Francia. 

Voli. 2. Roma, 1899-1893. 

93. Forcella Vincenzo, Iscrizioni 
delle Chiese e d'altri edificii di 
Roma dal secolo XI fino ai giorni 
nostri. 
Voi. II. Rnma, 1873. 

96. Fouqueray, Histoire de la Com- 
pagnie de Jesus en France des ori- 
gines à la suppression {1528-1762). 
To. I. Les origines et les premières 
luttes. (1528-1575). 

Parigi, 1910. 

97. Franco Antonio, Synopsis anna- 
lium Societatis lesu in Lusitania ab 
anno 1540 usque ad annum 1725. 
Vienna, 1726. 

oS. Frizzi Antonio, Memorie per la 
storia di Ferrara. 
2> ediz. To. IV. Ferrara, 1848. 

99. Fùssly Pietro, Warkafte be- 
schrybung der reyss und fari, so 
Peter Fussly Mn<i Heinrich, ge- 
nampl Heinni Ziegler, beid bur- 
ger zu Zùrich uf den 9 tag meyens 
dess 1523 Jars mit einander gaan 
Venedig und volgends gan Jerusa- 
lem zum heiligen grab getkan, und 
wie es incn beiden ergangen ist. 
Nel ZiircJter Taschenbuch . V. infra, s. v. 

ICQ. Gachard Luigi Filippo, Cor- 
respondance de Charles-Quint et 
d'Adrien VI. 
Bruxelles, 1859. 

IDI. Gallardo Bartolomeo, Ensayo 
de una biblioteca espanola de li- 
bros raros y curiosos. 
Voi. I. Madrid, 1863. 



LIV 



Elenco (Ui libri citati. 



Gayangos Pascual de, v., Calendar 
of Letters &c. 

102. Gemelli Cristoforo S. ì.,Leben 
des heiligen Ignatius von Loyola. 
Dritte verbesserte tind vermchrte 
Auflage, kerausgegeben von Victor 
KoLB, Priester derselben Gesell- 

schaft. 
Ratisbona, 1920. 

103. Gerdes Daniele, Specimen Ita- 
liae refortnatae, sive observata quae- 
datn ad kistoriam renati m Italia, 
tempore reformationis, Evangelii. 
Lione, 1765. 

104. GiRALDi Giglio Gregorio, Bio- 
logi duo de Poetis nostrorum lem- 
porum ad III. Z).*"» Renatam Fer- 
rariae et Carnuti Principem. 

Firenze, 1551. 

105. Giraldi Giov. Battista, Com- 
mentario delle cose di Ferrara et de' 
Principi da Esie. 

Venezia, 1597. 

106. Godet Marcello, La Congré- 
gatioH de Montaigu {1490- 15 80). 

Parigi, 1912. 

107. Golubovich Girolamo, Serie Cro- 
nologica dei Reverendissimi Supe- 
riori di Terra Santa, ossia dei Pro- 
vinciali Custodi e Presidenti della 
medesima già commissari apostolici 
dell'Oriente &c. Nuova serie. 
Gerusalemme, 1898. 

108. Go ROSA BEL Paolo de, Noticia de 
las cosas memorables de Guipùacoa 
ó descripción de la provincia y de 
sus habitadores . 

TT. Il e IV. Tolosa, 1900. 

109. Grossi Gondi Felice S. I., La 
Villa dei Quintili e la villa di Mon- 
dr agone. 

Roma, 1901. 

110. Guglielmotti Alberto O. Pr., 
Storia della Marina Pontificia. 
Voi. III. Roma, 1886. 

111. GuiDiccioNi Giovanni Mons., 
Opere nuovamente raccolte e ordi- 
nate a cura di Carlo Minutoli. 

Firenze, 1867. 



112. GuiRAUD Giovanni, San Dome- 
nico. (1170-1221). 

Roma, 1906. 

113. Hefele-Hergenròther, Conci- 
liengeschichte nach den Quellcn 
bearbeitet von Karl Joseph von 
Hefele, fortgesetzt von Joseph 
Card. Hergen'rother. 

Voli. 9. Friburgo in Br., 1890. 

114. Henao Gabriele S. I., Averi- 
guaciones de las Antigùedades 
de Cantabria &c. 

Voi. V. Tolosa, 1894. 

— Hergenròther, V. Hefele. 

115. Herman Giov. Battista, La pé- 
dagogie des Jésuites au XV I^ siede. 
Ses sourees, ses caractéristiques. 
Lovanio, 1914. 

116. Hogan Edmondo S. I., Ibernia 
Ignatiana seu Ibernorum Societatis 
lesu Pairum monumenta. 

Dublino, 1880. 

117. HuRTER Ugo S. I., Nomenclator 
Literarius Theologiae Catholicae 
tkeologos exhibens, aetaie, natione, 

disciplinis distinctos. 
To. Il, ed. 3». Innsbrnck, 1906. 

118. Insiitutum Societatis lesu. Examen 
et Constitutiones, Decreta Congrega- 
tionum Generalium, Formulae Con- 
gregationum. 

Voi. n. Firenze, 1893. 

119. IsASTi LoPE DE, Compendio hi- 
storial de Guipùzcoa. 

San Sebastian, 1850. 

120. I.AEMMER Ugo, Monumenta Va- 
ticana historiam ecclesiasticam saec. 
XVI illustrantia. 

Friburgo in Br., 1861. 

121. [Lainez G.] Lainii Monumenta. 
Epistolae et Ada Patris Iacobi 
Lainii secundi Praepositi Gene- 
ralis Soc. Ie:,u. &c. 

TT. I-VIII. Madrid, 1912-1917. 
V. Mon. Hisl. Soc. lesu. 

122. [Lancellotti S.], Historiae Olive- 
tanae, auctore Secundo Lancel- 
LOTTO perù sino abbate Olivetano, li- 
bri duo. 

Venezia, 1623. 



Eltmo étti libri citati. 



LV 



123. Landò Ortensio, Commeniario 134. 
delle più notabili et mostruose cose 
d'Italia et altri luoghi. 

S. 1. 1548. 

124. Le Bachelet Saverio M\i;i.'. 133. 
S. L, Bellarmin avant son Cardi- 
nalat. (1542-1598). Correspondence 

et Documenis . 
Paris, 191 1. 

125. Lemonnier Enrico, Lcs guerres 
d'Italie. La France sous Charles 
Vili, Louis XII et Francois i"'' ■ 
(1492- 154 7), in Lavisse, Histoire 136. 
de France. 

To. II. Parigi, 1903. 

126. LisiNi Alessandro, Inventario del 

R. Archivio di Stato in Siena. 137. 

Parte I. Siena, 1899. 

127. LiTTA Pompeo, Faniig'ie celebri 
italiane. (FF. Sanvitale di Parma 
Pallavicino, Farnese). 

Milano, 1819, J838, 1860. 

i.j8. Litterae Quadrimestres ex universis 

praeter Indiam et Brasiliam locis, 

in guibus aliqui de Societate lesu 

versabantur, Rontam missae. 

TT. I.-VI. Madrid, 1894. 1S93. 189;, 

1898. V. Mon. Hist. Soc. lesti. 

129. [LoYOLA l. s.], Carias de San 
Ignacio de Lo vola, fundador de 
la Compahia de Jesus. 
Tt. 6. Madrid, 1874-1889. 
V. MoH. Igttat. 

130. Lucena Giovanni de, Historia 
da vida do Padre S. Francisco de 
Xavier. 
Lisbona, 1788. 

131. Luzio Alessandro, Isabella d'E- 
ste di fronte a Giulio II. 

Milano, 191 3. 

132. Madoz Pascual, Diccionavio geo- 
grdfico-estadistico-histórico de E- 

spaiia. 

Madrid, 1845-1849. 

133. [Maffei 1. P.], De vita et moribus 142 
Ignatii Loyolae qui Societatem lesti 
fundavit libri III, auctore Ioanne 

' Petro Maffeio, presbytero Socie- 
talis ejusdem. 
Roma, 1585. 



13; 



139- 



140. 



141. 



Malvasia Bonaventura, Com- 
pendio kistorico della Veti. Basilica 
di SS. Dodici Apostoli di Roma &c. 
Roma, 1665. 

[Mamachi Th.], Annaliuin Ordinis 
Praedicatorum volumin primum... 
auctoribus 1 F. Tuo ma M. Mama- 
CHio, Francisco M. Pollidorio, 
ViNCENTio M. Badetto et Her- 
manno Dominico Christianopu- 

LO Sic. 

To. I, Roma, 1756. 
[Manareo O.J, De rebus Societatis 
lesu commentarius Oliverii Ma- 

NAREI. 
Firenze, 1886. 

[Mansi G. M.], Sacrorum Concilio- 
rum nova et amplissima collcctio- 

in qua... ca omnia exhibcntur quae 
I0ANNES Maria Mansi archiep. 
Lue. evulgavit &c. 

To. XXII. Venezia, 1778. 

Masini Antonio di Paolo, Bo- 
logna perlustrata &r. 
3» ed. Voi. I. Bologna, 1866. 

Massara Fnrico S. L, Del P. An- 
tonio Criminali parmigiano proto- 
martire d. C. d. G. 
Roma, 1899. 

Maulde la Clavière de R., San 
Gaetano da Thiene e la Riforma 
cattolica italiana (1480-1527). Tra- 
duzione italiana riveduta ampliata 
e corredata di nuovi documenti da 
Giulio Salvadori. 
Roma, 191 1. 

[Menchaca Rocco] 5. Francisci 
Xaverii e Soc. J. Indiarum apo- 
stoli epistolarum omnium libri 
quatuor tyc. opera R. M. olim Soc. 
Je. sacerdotis in Castellana Pro- 
vincia. 
Voli. 2. Bologna, 1795. 

Mendez Francesco. Tipografia 
isi>aiìola histoiij de la intro- 
ducción propagación y progresos 
del arte de la ImpyenUi en Espa- 

iia, &c. 
Madrid, 186 1. 



LVI 



Elenco dei libri citati. 



143. Menendez Pelavo Marcellino, 
Historia de los heterodoxos espanoles. 
Voli. 3. Madrid, 1880- 188 1. 

144- [Merkle S.] Concila Tridentini 
Diariorum pars prima. Herculis Se- 
veroli Commentar ius, Angeli Mas- 
sarelli Diaria I-IV. Collegit, edidit, 
illustravit Sebastianus Merkle. 
Friburgo in Br., igoi. 

145. Meschler Maurizio S. I., / Ge- 
suiti. Chi sono e che cosa fanno. 
Traduzione del P. Giovanni Re 
con prefazione del P. Enrico Rosa. 

Roma, 1917. 

146. Meyer Ferdinando, Die evange- 
lische Gemeinde in Locamo, ihre 
Auswanderung nach Ziirich und 
ihre weitern Schicksale &c. 

Voli. 2. Zurigo, 1836. 

147. Michel Lanusse S. I., Histoire de 
S. Ignace de Loyola d'après les docti- 
ments originaux, par le P. Daniel 
Bartoli &c. 

Voli. 2. Bruges, 1893. 

148. Mittheilungen des Instituts fUr 
òsterreische Geschichtsforschung un- 
ter Mitwirkung von A. Dolpsch, 
E. von Ottenthal und F. WicK- 

HOFF. 

Voi. XXVI. Innsbruck, 1905. 

149. Molossi Giovanni Battista, Me- 
morie d'alcuni uomini illustri della 
città di Lodi, &c. 

Voli. 2. Lodi, 1775. 

150. Montale mbert Conte di, / Mo- 
naci d'Occidente da san Benedetto 
a San Bernardo. Prima traduzione 
italiana sulla seconda di Parigi del 
1863 corretta ed accresciuta da A, 
Carraresi. 

Voi. V. Siena, 1899. 

151. Monumenta Historica Societatis 
Jesu nunc primum edita a Patrihus 
eiusdem Societatis. 

Madrid, 1894-1921. 

Cf. Epistolae mixtae; P, Hier. Nadal; 
PP. P. Broèti, Ci. Jaji &c.; P. A. Sal- 
meronis; Litterae Quadrimestres; Mon. 
Bobadillae, Fabri, Ignatiana, Lainii, 
Xaveriana; Polanco: Ckron. Soc. lesu 
e Complementa. Ribadeneira, 



152. Monumenta Ignatiana ex autogra- 
phis vel ex antiquioribus exemplis 

coUecta. 

Ser. I, Epistolae et ìnstructiones, TT. I- 
XII. Madrid, 1903-1911. 

Ser. II Exercitia Spiritualia S. Igtin. 
tu de Lojola et eorum Directoria, Ma- 
drid, 1919. 

Ser. IV, Scripta de s. Is^natio de La- 
vala. TT. MI. Madrid, 1904, 1918. 

V. Mon. Hist. Soc. lesu. 

153- Moret Giuseppe de S. I., Anales 
del Reina de Navarra compueslos 
por el P. losÉ DE Moret de la Com- 
pania de Jesus naturai de Pamplona 
y Cronista del mismo Reina. 

Voi. VII. Tolosa, 1891. 

154- Moroni Gaetano, Dizionario di 
erudizione storico-ecclesiastica &c. 

Venezia, 1840-1861. 

MOLLER Giuseppe v. Colonna Vit- 
toria. 

155. Musaeum Helveticum. 
To. II. Zurigo, 1752. 

156. [Nadal G.] P. Hieronymi Na- 
dal S. I., Epistolae ab an. 1546 ad 
1577, nunc primum editae et il- 
lustratae. 

TT. MV. Madrid, 1898-1905. V. Mon, 
Hist. Soc. lesu, 

157. Nicolai Nicola M., Della basilica 
di S. Paolo. 

Roma, 1815. 

158. Nieremberg G. Eusebio, Varones 

lustres de la Campania de Jesus. 
Voli. II, IX. Bilbao, 1889-1892. 

159- [t NoLARci Vigilio], Vita del Pa- 
triarca Sant'Ignazio di Loiola fon- 
datore della Compagnia di Gesù 
raccolta già per opera di D. Vigi- 
lio NoLARci/)oscia in questa quarta 
edizione dal medesimo riveduta ed 
aumentata. 
Venezia, 1687. 

Ì6o. NONELL Jaime S. I., La eximia ilu- 

stración, origen de la Compania de 

Jesus. 

Manresa, 1917. Edizione fuori di com- 
mercio, j 

161. [Orlandini N.], Historiae Socie- 
tatis lesu prima pars, auctore Ni- 



Elenco dei libri citati. 



LVII 



coLAo Orlandino Societatis eius- 
dem sacerdote. 
Roma, 1615. 

162. — Vita Petri Fabri qui priinus 
fuit socioium B. Ignatii Loiolae 
Soc. lesu. 

Lione, 161 7. 

163. Paez Pietro S. I., Historia Aethio- 
piae, nei Rerum Aethiopicarum 
Scriptores Occidentales a saec. XVI 
ad XIX curante C. Beccari S. I. 

Voi. III. Roma, 1906. 

164. Palacin Emmanuele Alfonso, 
Nuevas investigaciones histórico- 
genealógicas referentes al M. R. P. 
Diego Laynez y su distinguida fa- 
milia de Almazdn de Matute. 

Madrid, 1906. 

165. Pallavicino Sforza, Istoria del 
Concilio di Trento... illustrata con 
annotazioni da Fr. Antonio Zac- 
caria. 

Voli. 5. Faenza, 1792-1917. 

166. Parigi A., Notizie del cardinale 
Roberto Nobili, degli altri illustri 
poliziani e della città di Montepul' 
ciano. 

Montepulciano, 1836. 

167. Pastor Ludovico, Storia dei Papi 
dalla fine del medio evo &c. Nuova 
versione italiana del Sac. Prof. 
Angelo Mercati. 

Voli. Ili, IV, V. Roma, 1912, 1914. 

168. Perez Raffaele S. I., La Santa 
Casa de Loyola. Estudio histórico 
ilustrado. 

Bilbao, 1891. 

169. Pico Io. Francesco, Vita R. P. 
F. Hieronymi Savonarolae ferra- 
riensis Ord. Praedicatorum. 

Voli. 2. Parigi, 1674. 

170. PiGHi Giovanni Battista, Giam- 
matteo Giberti, vescovo di Verona. 
Verona, 1900. 

171. Poggiali Cristoforo, Memorie 
storiche della città di Piacenza. 

Voi. Vili. Piacenza, 1760. 

172. POLANCO Giovanni Alfonso S. I. 
Vita Ignota Loiolae et rerum So- 



cietatis lesu historia, nel Chr ni- 
con. 
Madrid, 1894. 

173- — Chronicon Societatis lesu. 
TT. 6. Madrid, 1894- 1898, 

174. — Complementa. 
TT. 2. Madrid, 1916. 
V. Man. Misi. Soc. lesu. 

175. Prat Giovanni S. I., Le Pére Clau- 
de Le Jay un des premiers compa- 
gnons de S. Ignace de Loyola. 

Lione, 1874. 

176. — Mémoires pour servir à Vhis- 
toire du Pére Broèt et des origines 
de la Compagnie de Jesus en France 
(1500-1564). 

Le Pay, 1885. 

177- — Histoire du Pére Ribadeneyra 
disciple de Saint Ignace. 
Parigi, 1862. 

178. [Quaresmi Francesco] Historica 
iheologica et moralis Terrae San- 

ctae elucidatio opus..... auctore 

Fr. Francisco Qua RES MIO ZaM<feMsi 
Ord. Min. theologo tabu'is et 

chaiiis geograpì.icis illustr ■tum, a 
P. Cypriano de Tarvisio eiusdem 
Ordinis recognitum et adnotatum. 

TT. 2. Venezia, 1880-1881. 

179. Quartalschrift (Ròmische) filr christ- 
liche Altertumskunde und fùr Kir- 
chengeschichte &c. 

Voi. XX. Roma, 1906. 

180. Quetif-Echard, Scriptores Ordi- 
nis Praedicatorum recensiti notis- 
que historicis et criticis illustra- 
ti &c. Inchoavit R. P. Fr. Iacobus 
Quetif, absolvit R. P. Fr. Iago-' 
bus Echard. 

TT. 2. Parigi, 1719-1721. 

181. Quicherat J., Histoire de Sainte 
Barbe, collège, communauté, ins- 
titution. 

Voli. 2. Parigi, 1860-62. 

182. Quintarelli Giuseppe M. Ord. 
S. Aug., Degli uomini illustri ba- 
gnoresi dell'Ordine Francescano e 
di altri religiosi istituti. 

Roma, 1890. 



Lvrir 



Elenco dei libri citati. 



183. Razón y Fé, Revista mensual re- 
dactada por Padres de la Compania 
de Jesus. 
An. o''i to XXV. Madrid, 1909. 

if'4. Recherches de science religieuse pa- 
raissant totis les deux tnois. 
An. I», voi. I. Parigi, 1910. 

185. Relafóes coni a Curia romana rei- 
nao de D. Joaó III, nel Corpo 
Diplomatico portuguez. 

To, IV. Lisbona, 1870. 

186. Renazzi Filippo M., Storia del- 
l'Università degli studi di Roma, 
detta comunemente la Sapienza &c. 

Voi. III. Roma, 1804. 

187. Reumont Alfredo, Vittoria Co- 
lonna, Vita, Fede e Poesia nel 
secolo XVI. Versione di G. Mìjller 
e di E. Ferrerò. 

Torino, 1883. 

188. Revue des Questions historiques. 

Voli. XVII. Parigi, 1897. 

189. Revue Savoisienne. 

Voi. XXXV. Annecy, 1894. 

190. Rho Giovanni S. I., Achafes ad 
D. Constantinum Caietanum mo- 
nachum Casinatem &c. adversus 
ineptias et maligniiatem libelli 
pseudo-constantiniani de S. Ignatii 
institutiofie atque Exercitiis. 

Lione, 1644. 

191. RiBADENEIRA PIETRO S. I., Vita 

Ignatii Loiolae qui Religionem 
Clericorum Societatis lesti insti- 
tuit &c. negli Ada SS. iul., to. VII. 

— Vita Ignatii Loiolae Societatis 
lesu fundatoris libris quinque 
comprehensa &c . 

Napoli, 1572. 

— Vida del P. Ignacio de Loyola 
fundador de la Compania de Jesus 
escripta en latin por el P. Fedro 
DE RiBADENEIRA nuovamente tra- 
ducida en romance y anadida por 
el mismo autor. 

Madrid, 1583. 
194. — Vida del P. M. Diego Laynea 
que fué uno de los compaiieros del 
padre maestro Ignacio de Loyola &c. 

Madrid, 1594. 



192. 



19 



195. — Tralado en el qual se da razón 
del Inslituto de la Religión de la 

CompaHia de Jesus. 
Madrid 1605. 

196. — Tratado del modo de gobierno 
que nuestro santo P. Ignacio tenia. 

Madrid, 1878. 

197. — Patris Petri de Ribadeneira 
Societatis JesuSacerdolis Confessio- 
nes, Epistolae aliaque scripta ine- 
dita ex aulographis, antiquissimis 
apographis et regestis deprompta. 

To. I. Madrid, 1920. 
V. Mon. Hist. Soc. lesu. 

Rinaldi Camillo S. I. v. Dilarino. 

198. [Rinaldi O.], Annales eccUsia- 
slici... auctore Odorico Raynal- 
no Congr. Oratorii presbytero. 
Lucca, 1753-56- 

199. Resius de Porta Pier Domenico, 
Historia Reformationis Ecclesiarum 
Raeticarum ex genuinis fontibus et 
adhuc maximam partem numquam 
impressis sine partiutn studio de- 
ducta. 

TT. 3. Coirà, i77i-i777. 

200. [Sacchini F.] Historia Societatis 

lesu, pars secunda sive Lainius, 

auctore R. P. Francisco Sacchi- 

Nio Societatis eiusdem sacerdote. 

Anversa, 1620. 

201. — Pars tertia sive Borgia. 

Roma, 1649. 

202. Sales Carlo Augusto de, De vita 
et rebus gestis Servi Dei Francisci 
Salesii. 

Lione, 1634. 

203. [Salmerone a.], Epistolae P. Al- 
poHNSi Salmeronis S. I. ex au- 
lographis vel originalibus exemplis 
potissimum depromptae a Patrtbus 
eiusdem Societatis nunc primum 
editae. 

TT. 2. Madrid, 1906, 1907. 
V. Mon. Hist. Soe. lesu. 

Salvadori Giulio, v. Maulde la Cla- 
viÈRE de R. 



Elenco dei libri citati. 



LIX 



204. Sanuoval Prudenzio de, Hi- 
storia de la vida y hechos del Em- 
perador Carlo V. &c. 

Voi. II. Barcellona, 1625. 

205. Sanuto Marino, / Diarii. 

To. X.XXV. Venezia, 1892. 

206. [Saverio Francesco s.], Monu- 
menta Xaveriana ex autographis veì 
ex antiquioribus exemplis collecta. 

TT. 2. Madrid, 1899-1900; 1912. V. 
Mon. Hist. Soc. lesu. 

207. ScHiNosi Francesco S. I., Istoria 
della Compagnia di Gesù apparte- 
nente al regno di Napoli. 

Voli. 2. Napoli, 1706-1711. 

208. ScHWEiTZER Vincenzo, Kardinal 
Bartolomeo Guidiccioni in Roma. 
'S.eWi.Ròmischc Quartalschrift, XX. 

Roma, 1906. 

209. Schweizer Giuseppe, Ambrosius 
Catharinus Politus (1484-1553), ein 
Tkeologe der Reformationszeitalters . 
Sein Leben und seine Schriften. 
Miinster i VV., 19 io. 

210. Selectae Indiarum Epistolae nunc 
primum editae a P. Ludovico Del- 

place. 

Firenze, 1887. 

211. Stoeckius Ermanno, Parma und 
die pdpstliche Bestàtigung der Gè- 
sellschaft Jesu, 1540, nei Sitzungs- 
berichte der Heidelberg Akademie 
der Wissenschaften. Philosophisch- 
historische Klasse. 

Voi. IV. Heidelberg, 1913. 
21.Ì. Studi e Documenti di Storia e Di- 
ritto. 

Voli. XII, XX, XXII. Roma, 1891, 
1899, 1901. 

213. Tacchi Venturi Pietro, S. I., Le 
Case abitate in Roma da S. Igna- 
zio di Loiola secondo un inedito 
documento del tempo, in Studi e 
documenti di storia e diritto, XX, 
287-356. 
Roma, 1999. 

21 +. — Vittoria Colonna fautrice della 
Riforma cattolica secondo alcune 
lettere inedite. 
Ivi, XXII (1901) 149, sgg. 



215. — Storia della Compagnia di Gesù 
in Italia. La vita religiosa in Italia 
durante la prima età dell'Ordine con 
appendice di documenti inediti. 

Voi. I. Roma, 1910. 

Taschenbuch (ziircher) auf das 

Jakr 1884. Herausgegeben von 

ciner Gesellschaft zurcherischer Ge- 

schichtsfreunde. 

Neue Folge. Siebenter Jahrgang. 

Zurigo, 1884. 

216. Tellez Baldasare, S. I., Chroni- 
ca da Companhia de Jesu na Pro- 
vincia de Portugal. 

Voli. 2. Lisbona, 1645-1647. 

217. Thieme Ulrico, Allgemeines Lexi- 
con der bildenden KUnstler von 
der Antike bis zur Gegenwart, be- 
grùndet von Ulrich Thieme und 
Felix Becker. 

To. VII. Lipsia, 1912. 

218. Thurot Carlo, De l'organisation 
de l'enseignement dans l'Université 
de Paris au moyen-age. 

Parigi, 1830. 

219. — Notices et extraits de divers 
Manuscrits latins pour servir à 
Vhistoire des doctrines grammati- 
cales au moyen-dge, in Notices et 
extraits des Mss. de la Bibliothé- 
que imperiale et autres bibliothè- 
ques. 

Voi. XXII, par. II. Parigi, 1868. 

220. T1RABOSCHI Girolamo S. I., Sto- 
ria della letteratura italiana. 

To. VII. Roma, 1794. 

221. Tobler Tito, Denkbldtter aus 

Jerusalem. 
Costanza, 1856. 

222. Tomassetti Giuseppe, La via la- 
tina nel medio evo. Analisi storica. 

Roma, 1886. 

223. Tordi Domenico, Supplemento al 
Carteggio di Vittoria Colonna Mar- 
chesa di Pescara &c. 

Torino, 1892. 

224. [Torsellini S. L], Horatii Tur- 
sellini de vitaFrancisci Xaverii &c. 
Libri sex denuo ab ipso Auihore re- 



LX 



EU lieo dei libri citati. 



cogniti et pluribus locis vehementer 
aucti. 
Roma, J596. 

225. [Ughelli F.], Italia sacra sive de 
cpiscopis Italiae et insularum adia- 
cientium... auctore D. Ferdinando 
Ughellio fiorentino. 

lo. II. Venezia, 171". 

226. Van Gulik G. - EuBEL C, Hie- 
rarchia catholica medi aevi sive SS. 
PoiUificum S. R. E. Cardinalium, 
Ecclesiarum Antistilum series. Vo- 
lumen tcrtium saec. XVI ab anno 
1503 complectens &c., inchoavit Gui» 
LELMUS Van Gulik &c., absolvit 

CONRADUS EUBEL O. MlN. CONV. 
Miinster, 1910. 

227. Vasari Giorgio, Le Vite dei piti 
eccellenti pittori, scultori ed archi- 
tetti con nuove annotazioni e com- 
menti di Gaetano Milanesi. 

Voi. VII. Firenze, 1881. 

328. [Velez Giuseppe M.], Cartas y 
otros escritos del B. P. Fedro Fa- 



bro de la Compania de Jesus pri- 
mer companero de San Ignacio de 
Loyola. 
To. I. fil solo pubblicato). Bilbao, 1894. 

229. Viola Sante, Storia di Tivoli dalla 
sua origine fino al scc. XVII. 

Voli. 3. Roma, 1819. 

230. [Wadding L.], Antuilcs Minoritm 
seti irium Ordintim a ';. Francisco 
inslitulorum auctore A. R. P. Luca 
Waddingo hiberiio &c. 

T. I. Roma, 173 1. 

231. — Scriptores Ordinis Minorum «Scc. 

Roma, 1906. 

232. Yepez Antonio de. Coranica ge- 
neral de la Orden de san Benito. 

Voi. IV. Valladolid, 1613. 

233. Zdekauer Ludovico, Lo studio 
di Siena nel rinascimento. 

Milano, 1894. 

234. Zeitsckriftfiirkatkoliscke Theologie. 
Voli. XV, XXIII. Innsbruck, 189T, 1899. 



IV. 

TAVOLA 

DEGLI ARCHIVI E DELLE RACCOLTE DI MANOSCRITTI. 



FIRENZE 

LUCCA 

MILANO 

» 
MODENA 
MONTEPULCIANO 
NAPOLI 

PARMA 

» 
» 

PIACENZA 

REGGIO E. 

ROMA 



SIENA 



Arch. di Stato. 

BiBL. Governativa. 

Arch. di Stato. 

Arch. privato Gallarati Scotti. 

R. BiBL. DI Brera. 

Arch. di Stato. 

Arch. municipale. 

Arch. di Stato. 

Arch. comunale. 
ARck. DI Stato. 
R. BiBL. Palatina, 

Arch. comunale. 

Arch. di Stato. 

Arch. di Stato. 

Arch. Vaticano. 

Arch. privato di Casa Colonna. 

BiBL. Nazionale Vittorio Emanuele. 

Arch. di Stato. 

Arch. privato del conte Castelli Migna- 
nelll 



N. B. I documenti mss. pubblicati nell'appendice o solo citati col- 
l'indicazione del volume, ma senza quella del luogo di conservazione, 
sono posseduti dalla Compagnia di Gesù. 



V. 

AVVERTENZA. 

IJ Indice delle persone, dei luoghi e delle cose 
piò. notevoli, compilato con lo stesso metodo già seguito 
neW Introduzione sopra La Vita religiosa in Italia, &c., per 
risparmio di spazio e maggior comodo degli studiosi, si porrà 
al termine del volume che conchiude la parte di questa Storia^ 
comprendente il generalato di s. Ignazio. 



VI. 



APPROVAZIONE ECCLESIASTICA DELL'OPERA. 

Facultatem facimus, ut volumen secundum operis cui titu- 
lus : Storia della Compagnia di Gesù in Italia narrata col sus- 
sidio di fonti inedite dal P. Pietro Tacchi Venturi della medesima 
Compagnia, typis edatur, si iis ad quos pertinet, ita videatur. 

Romae, die feste s. Ioannis Berchmans, 
26 novembris 1921. 

(L. S.) 

W. Ledóchowski 

Praep. Gen. Soc. lesu. 



IMPRIMATUR 

Fr. Albertus Lepidi, O, F. 

S. P. Ap. Mao. 



IMPRIMATUR 

t JOSEPHUS PaLICA 

Archiep. Philipp., Vicesgerens. 



I 



STORIA 

DELLA COMPAGNIA DI GESÙ 
IN ITALIA 

(1534-1540). 



CAPO 1. 

IGNAZIO DI LOIOLA ALLE PORTE DI ROMA: 

SGUARDO ALL'ANTERIORE SUA VITA 

SINO AL PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA. 

(1491-1523). 



I. Ignazio con il Fabro e il Lainez alle porte di Roma. — 2. Nascita del 
Loiola; educazione e prima gioventù. — 3. La vita militare e la 
caduta a Pamplona il 20 maggio 152 1. — 4. Malattia e cura nel 
castello paterno. — 5. La conversione. — 6. Partenza da Loiola 
per Monserrato. — 7. I primi quattro mesi a Manresa. — 8. Il 
restante soggiorno a Manresa: straordinarj favori e gli Esercizj 
spirituali. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. GoNZ.4lEZ DE C.4MARA, Ada 

p. Ignatii. - 2. Epistolae s. Ignatii de Loyola. - 3. Lainez, Epistola 
de s. Ignatio. - 4. Polanco, Vita Ignatii Loyolae. - 5. Ribade- 
neira, Vita Ignatii Loyolae. - 6. Processi di beatificazione. 




UINDICI CHILOMETRI CIRCA LUNGI DA 
Roma, dove s'incontrano le antiche strade ro- 
mane, la Cassia e la Claudia, sorgeva sino dalla 
prima metà del sec. xvi la deserta chiesicciuola 
che vi rimane tuttora, benché ridotta in meno squallida 
forma. Là, venendo da Siena per la via Cassia, giungeva 
verso il declinare di novembre 1537 un pellegrino, maturo 
d'anni, insieme con due compagni, anch'essi come lui, in 
abito di poveri chierici, tutti e tre alla favella stranieri (^). 
Erano il guipùzcoo Ignazio di Loiola, Pietro Fabro di 



I. - IGNAZIO CON 
IL FABRO E IL 
LAINEZ ALLE POR- 
TE DI ROMA. 



(') L'Orlandini, lib. Il, n. 32, 
p. 44, e parecchi altri storici po- 
sero l'arrivo di s. Ignazio in Roma 
nell'ottobre 1537, indottivi forse 
dalle parole del b. Fabro: « Ivi- 
« mus eo fRomam] tres qui era- 
« raus Vincentiae; erat autem men- 
« sis octobris ». Fabro, Meni., 
n. 17, nei Mon., p. 497. Non può 
tuttavia dubitarsi che si debba 
collocare in novembre, e più tosto 



nella seconda che nella prima 
metà. Il Santo infatti ai 13 otto- 
bre era ancora in Venezia (cf . Mon. 
Ignat., ser. IV, I, 625), né al certo 
meno di un mese si richiedeva a 
compiere a piedi quel lungo viag- 
gio di meglio che seicento chilo- 
metri. Ciò trova pure conferma 
dalle parole dello stesso Ignazio in 
una sua del 19 dee. 1538: «Mas 
« ha de un ano que tres de la Com- 



4 Capo ì. - Ignazio di Loiola alle porte ài Roma. 

Savoia e il castigliano Giacomo Lainez. In mezzo agli stenti 
di lungo cammino, fatto a piedi con alternate orazioni e 
grande raccoglimento, se ne venivano ad offerire se stessi al 
Vicario di Cristo. Ignazio, che fra gli altri due teneva le parti 
come di fratello maggiore, entrò tutto solo nella ruinosa chie- 
setta. Quivi s'immerse nella preghiera e, conforme egli 
stesso un diciotto anni di poi narrava all'intimo suo confi- 
dente, il portoghese Ludovico Gonzàlez de Càmara, sentì in 
quel punto tal mutazione nell'anima e vide tanto chiara- 
mente « che Iddio Padre lo metteva con Cristo suo Figliuolo 
« che non gli basterebbe l'animo di dubitare di questo» ('). 
Sicché diceva ai compagni sembrargli che Dio gli avesse 
impresso nel cuore questa sentenza: «Io sarò con voi» (*). 
Ignorando per allora che cosa volessero significare le miste- 
riose parole, così tentava d'interpretarle: « Io non so che cosa 
« sarà di noi; forse saremo crocifìssi in Roma ». Gli pareva in- 
fatti di vedere Cristo con la croce in ispalla e il Padre Eterno 
appresso, che gli diceva: « Voglio che pigli costui per tuo ser- 
« vitore » e Gesù riceverlo e dirgli: « Voglio che tu ci serva » (3). 



« pania llegamos aqui en Roma ». 
Mon. Ignat., ser. I, I, 138. 

(^) GoN/ALEZ, Ada s. Ignatii, 
nei Mon. Ignat., ser. IV, I, n. 96, 
p. 95. La Cappella della Storta, 
così detta dal nome del luogo ove 
sorge, nella quale il pellegrino si 
fermò a pregare, dura tuttavia in 
piedi come venne rifatta il 1700 
dal Generale della Compagnia 
Thirso Gonzàlez . L'esterna veduta 
dell'oratorio si ha negli Ada SS., 
iul. to. V, Commeni praev., 
n. 272. 

(*) Sopra questa sentenza, os- 
servò giustamente il b. Canisio 
neW Animadversiones in vitam s. 
Ignatii a Ribadeneira .conscrip- 
tam: « Ego, inquit, vobis Romae 
« propitius ero ». « Hic reddi puto 
« illud dictum: Io sarò con voi ; 
« id quod multo plus in se con- 
« tinet, ut arbitròr, quam quod 
« per nomen " propitius " expli- 
« catur, licet hoc saepius repeta- 



« tur ». Mon. Ignat., ser. IV, 

I. 715- 

(3) Ci. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I, 586 sg.; vedi pure Mon. 
Ignat., ser. IV, II, 74 sg. L'auten- 
ticità di questo celeste favore, 
« fosse », come scrisse il Bartoli 
{Italia, lib. I, cap. i, p. i) " appa- 
« rizion sensibile all'occhio, o pura 
« vision d'estasi nella mente », è 
accertata nella sostanza dallo 
stesso Loiola, che la ricordò al p. 
Gonzàlez de Càmara, e dal Lai- 
nez, il quale l'apprese dal Santo. 
Verso la metà del sec. xvii l'ap- 
parizione, che venne detta della 
Storta, fu impugnata dal Cassi- 
nese Costantino Caetani nell'opu- 
scolo De religiosa s. Ignatii sive 
Enneconis, fundatoris S. I ., per Pa- 
tres Benededinos institutione &. La 
sostenne Giovanni Rho S. L, nel- 
VAchates, pp. 149-159. Il Bollan- 
dista Pien {Ada SS., iul. to. VIL 
Commcnt. praev. de s. Igna- 



2. - Nascita del Loia la. 5 

Sotto la grata impressione di questi celesti favori entrava 
nell'eterna città il povero pellegrino, innanzi chiaro ed al- 
tero hidalgo di Spagna, ora oscuro ed umile soldato di Cristo. 
Lui, ignaro dell'avvenire e trepido al pensiero delle future sue 
sorti, introduceva in Roma la Provvidenza avviandolo pros- 
simamente alla fondazione della Compagnia di Gesù, il cui 
sorgere e primo operare in Italia narrerà questo nostro se- 
condo volume, dato che avremo uno sguardo attento alla 
vita dell'ammirevole Fondatore, venuto a prostrarsi ai piedi 
del Romano Pontefice. 



NEL mezzo della valle dell' Yraurgui, che amenissima si 
distende nel centro della Guipùzcoa presso le chiare 
acque del fiume Urola, tra le borgate d'Azpeitia e d'Azcoitia, 
torreggia anche oggidì nell'aspetto grave e severo, più di for- 
tezza che di palazzo, il castello o casa solar di Loiola {^). 
Quivi nel 1491, secondo porta la comune opinione (*), venne 



2. - NASCITA DEL 
LOIOLA: SUA EDU- 
CAZIONE E PRIMA 
GIOVENTÙ. 



tio, nn. 265-273) compendiò con 
diligenza il Rho. Entrambi gli opu- 
scoli vennero messi all'Indice (18 
dee. 1646), forse perchè si temette 
che la soverchia vivacità dello 
stile perturbasse la pace che deve 
fiorire tra gli Ordini religiosi. Nel- 
l'edizione dell'Indice del 1900 la 
proibizione fu tolta. 

(^) Cf. Madoz, X, 398 sg.; Pe- 
rez, p. I sg. Veggasi pure il Bòh- 
MER, I, 1-6. Invece di Loyola 
uso la forma Loiola ab antico 
ricevuta in Italia. 

(2) Il Ribadeneira, il Maffei 
e moltissimi che li seguirono, 
fissarono' il nascimento d'Ignazio 
al 1491, anno implicitamente 
ammesso sino dal 1.556 nella la- 
pide apposta al sepolcro del 
Santo. La data si può quindi 
ritenere, senza nondimeno darla 
come assolutamente esatta. Nel 
marzo del 1555 il Loiola diceva 
al p. Gonzàlez de Càmara che in 
tutto il corso della sua vita, sino 
a sessantadue anni compiti, 



(hasta pasados sesenta y dos 
anos) non gli erano state latte 
da Dio tante grazie, quante ne 
aveva ricevute in una illustra- 
zione di spirito concessagli in 
Manresa. GonzAlez, Ada, nei 
Mon. Ignat., ser. IV, I, n. 30, 
P- 55- Secondo questa afferma- 
zione il Santo sarebbe nato tra 
il marzo 1492 e il marzo 1493. 
Aggiungasi il testimonio autore- 
volissimo del p Natale: « Obdor- 
« mivit in Domino Pater Igna- 
« tius die veneris ad ortum solis, 
«31 iulii 1556, natus annos 
« 6 4 ». Nadal, I, ix^. La diver- 
sità tra il 64 del Natale e il 65 
iscritto nella lapide sepolcrale (v. 
Mon. Ignat., ser., IV, II, 23^) 
ben si concilia ammettendo che 
il Natale, conforme all'uso spa- 
gnuolo, tenesse conto dei soli 
anni compiuti, e l'iscrizione iur 
vece computasse anche l'anno 
cominciato. Né deve passare 
inosservato il 2° degli articoli esi- 
biti dal procuratore della causa 



6 Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, àfc. 

alla luce il futuro fondatore della Compagnia di Gesù. Ebbe 
genitori don Beltramo Yànez de Ofiaz y Loiola, una delle 
più nobili case de parientes mayores, e donna Marina Sàenz 
de Licona, anch'essa di nobile e vetusta famiglia della Bi- 
scaia ('). 



di beatificazione così concepito: 
« Natus et procreatus fuit [Igna- 
« tius] circa annum 1491 >>; col 
quale concordano appresso gli 
art. 8'' e 19°, che implicitamente 
escludono il 1491. Cf. Roiulus 
Remissoriae &c., in Mon. Ignai., 
ser. IV, II, 529, 533, 542. Singo- 
lare è pure l'autorità del Sandoval , 
il quale nel 1625, pubblicando la 
Vita di Carlo V, nel capo dello 
origini della Compagnia, assai 
esatto ed attinto agli autori che 
pongono il nascimento d'Ignazio 
nel 1491, in questo si discosta da 
essi, fissandolo invece al 1492. 
Sandoval, p. 352. Dopo di che 
non sembra guari esagerato il so- 
stenere, come feci molti anni ad- 
dietro (in Civiltà Cattolica, XVII, 
XI (1901), 144-152), sull'esempio 
del p. Kreiten, che il 1491 non 
possiede quel grado di certezza da 
altri attribuitogli. 

Del mese e del giorno in che 
venne alla luce siamo interamente 
all'oscuro. Il 25 dccembre pro- 
posto come congettura dal p. Fita 
(cf. Natalicio de San Ignacio, in 
Boletin de la R. Acad. de la Hist., 
XVII (1890) 517) non esce dai 
confini del possibile; il somigliante 
è da dire del 31 maggio o 1° giu- 
gno, proposti dal Bòhmer, I, 12, 
perchè la festa di s. Enecone abate, 
il cui nome gli fu imposto, cele- 
brasi appunto il 1° di giugno. 

Tarda leggenda, non mai accet- 
tata da autorevoli storici, è la na- 
scita del Santo in una stalla; con- 
corre a dimostrarla tale anche 
un -passo dell' Ephemerides del Na- 



DAL, II, 28. Lo stesso giudizio 
deve farsi della designazione del 
nome Ignazio, attribuita allo stes- 
so neonato. Ct. Acta SS., iul. to. 
VII Comment. ptaev. de s. 
Ig natio, n. 5. 

(^) Delle Casas de parientes ma- 
yores della Guipùzcoa, dei loro 
privilegi e del loro numero trattò 
riSASTi, pp. 73-81. Le accurate 
indagini intraprese nel sec. xvii 
dall'Henao sopra la famiglia dei 
genitori del Loiola, vennero ai 
tempi nostri continuate con dili- 
genza e grande ampiezza dal com- 
pianto p. Leonardo Cros. Le sue 
monografie, Documents Ignaciens, 
Famillepaternelle, F amili e 
maternelle , Pays paternel , 
Pays materne! , tuttora inedite, 
contengono ricchissima messe di 
notizie cavate da atti notarili e 
simili documenti da lui rintrac- 
ciati in Guipùzcoa ed altrove. 
In questa guisa giunse a provare 
che Marina de Licona non discese 
per parte di madre da una Balda 
(come dopo l'Henao si è ripetuto 
sino a quest'ultimi dì anche dal 
BÒHMER, I, II), ma da donna 
Maria de Zarauz. Suo padre, 
Martin Garda de Licona, detto il 
dottore Ondàrroa, acquistò i 
feudi dei Balda in Azcoitia da 
un cotale Fedro de Sylva cui ave- 
vali donati il re Enrico IV. Nel 
1463 Martin Garcia trasferì i suoi 
diritti al suo primogenito Juan 
fratello di Marina, il quale, es- 
sendo venuto a stabilirsi in Az- 
coitia, aggiunse al suo nome di 
Licona quello più illustre di Balda. 



2. - Sua nascita, educazione e prima gioventù. 



Dei tredici figliuoli, otto maschi e cinque femmine, coi 
quali fu benedetto il connubio, tenne egli l'ultimo luogo ('). 
In San Sebastiano di Soreasu, unica chiesa parrocchiale 
d'Azpeitia, donde dipendeva nello spirituale il castello di 
Loiola, rinacque al sacro fonte, ricevendovi il nome d'inigo, 
non infrequente nella Guipùzcoa (»). E lo ritenne sino a pro- 
vetta età, quando il desiderio di più accomunarsi con le 
costumanze dei paesi nei quali era passato a vivere e la 
devozione sua peculiarissima al gran vescovo e martire di 
Antiochia, dovettero indurlo ad assumere quello d'Ignazio, 
col quale sin d'ora lo verremo chiamando (3). 



Nel resto, anche l'Henao, che pur 
fece donna Marina della casa 
Balda, riporta l'atto di cessione 
della figlia di lei Maddalena, la 
quale nel 1535 si dice « hija le- 
« gftima de Beltràn de Onaz y do 
« dona Marina Saenz de I-icona ». 
Cf. Henao, to. V, lib. Ili, cap. 
xxxin, p. 92*. 

(') RiBADENEIRA, Vita Igiiat., 
cap. I, n. i; Polanco, Vita, p. io. 
Con essi concordano i testimoni 
di Azcoitia del 1595. Cf. Proces- 
sus Azpeitianus, in Mon. Ignat., 
ser. IV, II, 236. Secondo il p. 
Cros, i figliuoli furono: 1° Juan 
Perez, 2° Martin Garcfa, 3° Bel- 
tràn, 40 Ochoa Lopez, 5° Her- 
nando, ó» Pero Lopez, 7° Lopc 
Garcia (?), 8° Inigo. Delle cinque 
sorelle (forse due dovettero mo- 
rire nell'infanzia) erano cono- 
sciuti i n'orni di due sole, Madda- 
lena e Petronilla; il Cros rin- 
tracciò quello d'una terza, Joa- 
ney^a. A lui devesi pure il merito 
d'aver provato con incontesta- 
bili documenti che Marina e Ca- 
talina, dall'Henao credute so- 
relle d'Ignazio, furono figlie di 
Martin Garda e di Maddalena 
Araoz; quindi sue nepoti, non 
sorelle. 

Non tutti gli storici dettero al 
Santo sette fratelli e cinque so- 



relle: l'Henao, per es., che in questo 
proposito ha grande autorità, non 
segue il Ribadeneira e i testimoni 
dei Processi. Secondo lui Bel- 
tramo ebbe dieci figliuoli legit- 
timi, sette maschi e tre femmine; 
vi aggiunge però come dubbie al- 
tre due femmine. Cf. Henao, to.V, 
lib. in, cap. xxxv, pp. 107-ioq. 

Della genealogia del Santo, 
dopo le Averiguaciones dell' HensiO, 
non conosciamo altro che l'al- 
bero, non guari completo, del 
Cabré, edito in Polanco, Chron., 
I. Il p. Cros ritrovò il nome del 
parroco di San Sebastiano dal 
i486 al T498. Fu questi don 
Juan de ^àbala, il quale, secondo 
tutte le probabilità, battezzò 
l'ultimo nato di don Beltramo. 

(*) Inigo (in castigliano Inigo) 
è la forma guipùzcoa proveniente 
da quelle latine, ugualmente al- 
lora in uso, Enneco, Eneco, Enectis, 
Inicus. Lo portò un santo ab- 
bate (Enneco) del monastero be- 
nedettino di Oria. Cf. A età SS., 
iun. to. I, die prima. Sopra l'altro 
nome, erroneamente attribuitogli, 
di Lopez de Recalde vedi la nota 
dell'ASTRAIN, I, 3^. 

(3) La forma Ignazio appare nel 
carteggio del Loiola l'anno 1538 
(v. Mon. Ignat., ser. I, I, 136); 
quella d'Inigo, cui spesso ama- 



8 



Capo r. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, àfC. 



Le tradizioni del casato donde egli usciva erano senza 
dubbio, come portavano i tempi, informate a spirito di fede 
e di pietà cristiana, benché pur troppo parecchi suoi ascen- 
denti e fratelli non avessero lasciato di macchiarsi di gravi 
falli in materia di costumi (^). Il perchè la prima istituzione, 
che gli diedero fanciullino sotto il tetto paterno, fu soprat- 
tutto rivolta ad ingerirgli nell'animo un saldo timore di Dio, 
un riverente e soave affetto alla Vergine, una confidenza 
devota nei santi, specie in s. Pietro, venerati nella famiglia 
come peculiari patroni. E tanto profondamente s'impresse 
siffatta forma nel piccolo Ignazio che a scancellarvela non 
valsero nulla né le fervide passioni della gioventù, né il fa- 
scino subito dai sensi negli anni più lubrici. 

Dall'infanzia entrando nell'adolescenza ebbe a sottostare 
alla sorte comune a tutti i cadetti delle nobili prosapie d'Eu- 
ropa, avviati senza eccezione alla milizia o al chiericato. 
Quelli di casa Loiola proposti pel clero, ricevevano ancor 
fanciulli la tonsura, e con ciò divenivano capaci di godere 
alcun beneficio della chiesa d'Azpeitia, le cui rendite usavano 
per mantenersi a studio in qualche Università. Gli altri, cui 
era riserbata la professione dell'armi, nò abbisognavano di 
molto per loro letteraria cultura, compresa tutta nel solo 
leggere e scrivere bene, né si rimanevano lungo tempo in 
casa, uscendone presto per passare, prima come paggi, poi 
come soldati, nelle corti dei grandi o degli stessi sovrani. 
Ignazio, venuto ultimo nella famiglia, si trovò prevenuto 
da parecchi fratelli incamminati alla milizia (*); perciò Bel- 



nuensi ed editori sostituirono Ifii- 
go, non s'incontra, dopo il 15 no- 
vembre 1543, più che una volta ai 
IO agosto 1546. Cf. Mon. Ignat., 
ser. I, I, 735, 276, 409. Maestro 
Ynigo dicevalo ai 15 agosto 1541 
il futuro suo segretario Giovanni 
Alfonso Polanco, allora allora en- 
trato nella Compagnia, (cf. Po- 
lanco, Complementa, I, 2) e Pa- 
dre don Ignygo lo chiamava ai 21 
gennaio 1542 Vittoria Colonna, nel 
recapito di una lettera che gli 
scrisse da S. Caterina di Viterbo, 
pubblicata la prima volta in 



Mon. Ignat., ser. I, XII, 363. Che 
il Loiola fosse peculiarmente di- 
voto di s. Ignazio d'Antiochia, 
lo professò egli stesso, scrivendo 
al Borgia. Cf. Mon. Ignat., ser. 1, 

I. 529. 

(*) Minute indagini su questo 
punto fece già il p. Cros dal quale 
attingo. Veggasi pure il Testa- 
mento di don Martin Garda fra- 
tello del Santo e continuatore 
della casa, recentemente edito 
presso il Polanco, Chron., 1, 501. 

(*) De' suoi fratelli milita- 
vano Juan Perez, Beltràn e Her- 



2. - Sua educazione e prima gioventù,. 9 

tramo suo padre, che già aveva avviato alle prebende un 
altro figliuolo, Pero Lopez, lui pure indirizzò per la mede- 
sima strada (^). Acconsentì l'adolescente; ma presto, pos- 
seduto dal vano desiderio di procacciarsi onore, e forse ri- 
trattone dalla vita scandalosa menata dalla maggior parte 
de' chierici di Azpeitia, non escluso lo stesso suo fratello 
teste ricordato ('), inclinò anch'egli all'esercizio dell'armi. 
Quando ciò eseguisse, dismettendo la tonsura e i primi studj 
del latino, ai quali pure per alcun tempo dovette attendere 
sotto la guida di qualche beneficiato di Azpeitia, è al tutto 
ignoto. Ed è pur ignoto il quando uscì di Loiola per recarsi 
in Arévalo nella Vecchia Castiglia ('). 

Fu quivi paggio di don Giovanni Velàzquez de Cuéllar, 
primo cassiere o contador mayor di Ferdinando e Isabella. 
Obbligato il Velàzquez a seguire la corte, nella quale servi- 
vano i suoi figliuoli, anche il giovinetto Ignazio vi fece alcun 
soggiorno; il che dette origine all'errore degli storici che lo 
fecero addirittura paggio dei Re Cattolici (*). Sull'entrare 



nando, ai quali dovrebbe aggiun- 
gersi Lope Garcia di Loiola, se 
questi veramente fu suo fratello 
germano. Cf . Henao, to. V, lib. ni, 
cap. XXXV, p. 107 sg. Così se- 
condo il Cros, nei suoi Documents 
Ignaciens. 

(^) Che Inigo avesse un tempo 
ricevuto la tonsura consta, oltre 
che dagli atti del Processo di 
Azpeitia del 1515 (cf. Mon. 
Ignat., ser. IV, I, 580-597), dal- 
l'attestato stesso degli Ordini 
sacri a lui conferiti dal Nigusanti 
nel 1537 (cf. ivi, p. 543), nel quale 
è detto iam clericum. 

(2) Il più volte lodato Cros ri- 
cavò da atti del tempo ben quat- 
tro figliuoli di Pero Lopez, ret- 
tore o curato della chiesa di 
Azpeitia. 

(3) Il p. Fifa, senza tv\ttavia 
addurre prove, collocò assai per 
tempo l'andata d'Inigo in Aré- 
valo, cioè intorno al 1496, più o 
meno. Cf . San Ignudo de Loyola 



en la corte de Ics Reyes de Castilla, 
in Boletin de la R. Acad. de la 
Hist., XVII (1890), 4984. Sap- 
piamo da Alonso de Montai vo, 
paggio anch'esso del Velàzquez, 
che questi domandò il fanciullino 
a Beltramo per educarlo presso di 
sé. Vedi il testo della relazione 
(edita già dall'AsTRAiN, I, 7-9) nei 
Mon. Ignat., ser. IV, II, 471-473. 
Cf. FiTA, loc. cit. Della grati- 
tudine d'Inigo verso il Velàzque ' 
e la sua nobile casa è da consul- 
tare la lettera da lui scritta al 
Mercado il 1548. Mon. Ignat., 
ser. T. I, 705. 

(4) Cf. Maffei, lib. I, cap. I, 
p. I. 

Sopra la vita d'Ignazio in Aré- 
valo e la cura che avrebbe posto 
a ben educarlo la piissima Maria 
de Guevara, sviocera del Velàz- 
quez, v. FiTA, loc. cit., pp. 509- 
512. Cf. pure AsTRAiN, T, 10-12, 
il quale, a mio avviso, fa poco 
conto dell'autorità dell'Henao, 



IO 



Capo I. - S^^iardo alla vita anteriore del Loiola, <5^'<'. 



del 1515, ignoriamo se giuntovi allora o l'anno innanzi, era 
di nuovo nella nativa Guipùzcoa. I documenti che ce ne 
informano sono, tra i pochi della sua vita secolare, quelli che 
di qualche luce ne spargono la giovinezza nel più pericoloso 
periodo. 

Due fazioni accanitamente avverse dividevano da lungo 
tempo il popolo d'Azpeitia. Erano capitanate, l'una dal 
parroco Anchieta, già cantore della cappella del re, ris^uar- 
dato dai Loiola come intruso nel benefìzio; l'altra dal sacer- 
dote don Fero Lopez di Loiola, cui aderiva tutto il paren- 
tado e i loro clienti, convinti che ad esso spettasse di diritto 
la cura di San Sebastiano di Soreasu. La notte del martedì 
grasso, 20 di febbraio 1515, si passò ad atti violenti, che ven- 
nero attribuiti a Pero Lopez e ad Ignazio come principalis- 
simi autori ('). L^n processo criminale fu incontanente ini- 
ziato contro entrambi. Ignazio temendo, e non a torto, che 
il tribunale favorisse l'Anchieta a suo danno, ricordatosi in 
buon punto della ricevuta tonsura, cercò di sottrarsi alla 
giurisdizione del magistrato laico, invocando per se il pri- 
vilegio del foro ed ottenendo di fatti che la curia vescovile 
di Pamplona inibisse con suo monitorio di procedere oltre. 
Ma il giudice o corregidor della Guipùzcoa, Giovanni Her- 
nàndez de la Gama, per mezzo del suo procuratore Giovanni 
de Ubilla, risolutamente sostenne la propria competenza, 
affermando esser cosa notoria che Ignazio fosse andato sempre 
in armi, con cappa aperta, lunga chioma, senza vestigio di 
chierica; quindi, giusta le bolle di Alessandro VI, avere per- 
duto ogni titolo per pretendere il tribunale ecclesiastico. 
Qual fosse l'esito del processo e presso cui si svolgesse, se 
pure si svolse, è rimasto interamente nel buio. Dagli atti 
testé citati ricavasi soltanto che Inigo e il fratello venivano 
dal fìsco ritenuti colpevoli di delitti enormi commessi di 
notte deliberatamente, con previo accordo, insidia e per- 



uso di lavorare sopra documenti 
diretti, come tra l'altro provano le 
giuste correzioni da lui fatte al Sac- 
chini. I particolari saranno stati 
senza dubbio alterati; ma è diffi- 
cile vi manchi un fondo di verità, 
che forse un dì nuovi documenti 
potranno distintamente accertare. 



(^) Agli inediti Monumenti 
Ignaziani del p. Cros debbo la 
conoscenza di quest'episodio che, 
ignorato o non curato dai bio- 
grafi, fu da lui diligentemente ri- 
composto, grazie alle minute e 
felici ricerche negli archivj della 
Guipùzcoa. 



2. - Sua educazione e prima gioventù. 



Il 



fidia ('). I quali termini bastano a stabilire che trattavasi 
di reati contro la persona, non contro il buon costume, e 
neppure trascorsi all'estremo dell'omicidio o di altra grave 
lesione, non essendo guari possibile che, se vi fosse inter- 
venuto alcuno di tali eccessi, il fisco, pur così caldo in so- 
stenere l'accusa, avesse tralasciato di rivelarlo distintamente. 

Queste cose seguivano, come dicemmo, all'approssimarsi 
della primavera del 15 15. Mancano dati sicuri per accertare 
se Ignazio, dopo i fastidj cui indubbiamente lo sottopose 
l'iniziato processo, protraesse il soggiorno in Loiola o se ne 
tornasse presso il Velàzquez rimanendovi sino a che questi 
morì tra il giugno e il 15 agosto 1517 (^). Checché ne sia di 
questo particolare, si può stabilire sulla fede della più auto- 
revole fonte, qual'è l'asserzione stessa del Santo (3), che nel 
1517, o più probabilmente nell'anno seguente, si chiuse per 
lui il periodo lubrico e tetro della sua gioventù e un altro 
n'ebbe principio di notevole emendamento morale, termi- 
nato colla piena conversione a Dio nell'estate del 1521. 

Al primo periodo, che dovette principalmente cadere nel 
quinto lustro dell'età sua, spettano soprattutto i ragguagli 
degli errori e peccati della vita secolaresca d'Ignazio trasmes- 
sici dai suoi stessi contemporanei; errori e peccati descritti 
in brevissime parole, ma sufficienti al bisogno, dall'auto- 
revole Polanco, là dove scrive che il giovine visse abbastanza 



(*) « ...é los delictos que co- 
« metió son calificados é mui 
« henormes por los haver come- 
« tido él é Pero Lopes su hermano 
« de noche, é de propòsito, é so- 
ci bre habla é consejo havido so- 
« bre asechanga, éalebosamente ». 
Così appunto il de Ubilla nella 
seconda istanza per escludere 
l'eccezione d'Inigo. Cf. Mon. 
Ignat., ser. IV, I, 587. I preziosi 
fogli del cosiddetto Processus 
Azpeitanus, piibblicati dagH 
Editori dei Mon. Hisi. S. I. 
il 1904, erano stati scoperti dal 
p. Cros fino dall'anno 1882 (come 
apprendo da una nota di lui) nel 
fondo d'un armadio del muni- 
cipio d'Azpeitia. Il municipio li 



donò poi ai Padri di Loiola, dove 
ora conservansi. Cf. Mon. Ignat., 
loc. cit., p. 21 sg. Cedex 9. 

(^) Per la data della morte del 
Velàzquez, v. Fita, San Ignacio 
de Loyola en la Corte de los Reyes 
de Castilla, in Boletin de la R. 
Acad. de la Hist., XVII (1890) 
512-515. Che Inigo rimanesse 
presso il Velàzquez fino a che 
questi fu in vita venne asserito 
dall'amico e compagno di lui 
Alonso de Montalvo. V. Astrain, 
I, 8. 

(3) « Hasta los 26 annos de su 
« edad fué hombre dado a las va- 
« nidades del mundo ». GonzAlez, 
Aria, nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 
n. I, p. 37- 



12 



Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, àr'c. 



libero in cose di donne e di giuoco e in sostenere colle armi 
il punto d'onore (*). Al secondo, che dal ventesimosesto 
giunge all'anno vigesimo nono o trigesimo (*), convengono 
in modo particolare le prove da lui date di coraggio e fortezza 
in assumere difficili imprese; di costanza, senno, prudenza 
nel proseguirle e di animo generoso sempre, e cristianamente 
pio (3). Le quali virtù vengono a sufficienza attestate dalla 
somma moderazione usata nel ridurre all'obbedienza la ri- 
belle città di Nàjera, dal cordiale aborrimento che ebbe alla 
bestemmia, sì da averla sempre fuggita, anche nei più in- 
fausti incontri, dalla prontezza del perdono concesso ai 
nemici da lui onorati con doni e con modi dei più amore- 
voli (*). Quanto poi al sentimento di cristiana pietà ben ce 
ne rende fede la sua peculiare devozione alla Vergine Madre 
di Dio (5), i versi composti in onore di s. Pietro e, ciò che ha 
profondo significato, la non valida confessione ad un laico, 
fatta, come tra poco vedremo, sui bastioni di Pamplona. 
Questi particolari d'indiscussa autenticità ci delineano 
netta la figura d'Ignazio in quella che può ben dirsi la 
parte deploranda della sua vita. Egli è bensì il giovane pec- 
catore, che non sa resistere alle seduzioni dei sensi e al con- 
tagio dei pravi esempj; indulge quindi alla carne, aderisce 
strettamente alle massime del mondo in punto d'onore, 
né scopo più alto sa fissare da raggiungere in terra fuori 
della rinomanza e della gloria nella professione dell'armi. 
Nondimeno, non solo non mai nasconde, e molto meno rin- 
nega, la fede de' padri suoi, custodita nella Guipùzcoa come 
la pupilla degli occhi (^); ma neppure la rompe giammai con 



(^) « Usque ad 26 aetatis an- 
«num... vitam nihil mìnus quam 
(( spiritualem duxit et, ut iuvenes 
« aulici et militari studio dediti 
« saepe facere solent, satis liber 
« in mulierum amore, ludis et 
1; concertationibus honoris causa 

« SUSCeptis vixit ». POLANCO, 

Vita, p. IO. 

Alla licenza de' suoi costumi 
accennano ancora gli atti sopra 
citati del processo d'Azpeitia. 
Il sostituto procuratore de Vernet 
afferma che Inigo si portava « in 



« vestibus suis inhoneste et etiam 
« in moribus vitae suae deterius ». 
Cf. Mon. Ignaf., ser. IV, I, p. 596. 
(^) Ciò naturalmente dipende 
dall'anno del suo nascimento, del 
quale poco sopra trattammo. 
Cf. sopra p. 32. sg. 

(3) PoLANCO, Vita, pp. IO sg. 
{*) POLANCO, loc. Cit., p. 13. 

(5) Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, p. loi. 

(^) Del fervore con che ai 
tempi d'Ignazio si custodiva la 
fede nella sua regione natia scrive 



j». - La vita militare e la caduta a Pamplona. 



13 



le pratiche del vivere cristiano, e sostenuto dalla grazia, si 
rattiene dal gettarsi perduto per le vie nequitose del pia- 
cere e del vizio, conservandosi sempre cordialmente abor- 
rente dalla menzogna, dal parlare turpe e blasfemo, dalle 
brutali vendette, dall'oppressione dei deboli ('). Esagerata 
quindi, non ostante l'autorità della fonte, dovrà dirsi l'af- 
fermazione del p. Natale, nihil cogitabat de religione et pie- 
tate ('), E parimente pel suo verso deve intendersi pure 
il caso narrato al p. Araoz, dal vescovo di Salamanca, don 
Francesco Manrique de Lara, chi non voglia ritenere Ignazio 
per uno dei più terribili violenti che mai fossero al m^ondo, 
come senza dubbio dovremmo chiamare un cavaliere il quale, 
soltanto perchè sopra pensiero viene urtato per istrada da* 
alcuni pacifici cittadini e spinto al muro, sguaina furibondo 
la spada e li rincorre, esponendosi al pericolo o di finirne al- 
cuno o di lasciarvi egli stesso la vita, ove non giungano in 
tempo a trattenerlo (3). 



L'occasione al felice mutamento in meglio l'ebbe il gio- 
vane Inigo intorno al 15 18, quando, uscito dalla milizia di 
parata, si arrolò come mesnadero {*) in una mesnada o com- 
pagnia di soldati sotto il comando supremo di Antonio Man- 
rique duca di Nàjera e viceré di Navarra. Le nuove circo- 
stanze esteriori, in mezzo alle quali si vide stretto indi in- 



3. - LA VITA MI- 
LITARE K LA CA 
DUTA A PAMPLO- 
NA IL 20 MAGGIO 
IS2I. 



il p. Natale: « In qua provincia 
« [Cantabria] adeo incontaminata 
« fides catholica conservatur, an- 
« tiquissime ea fidei constantia 
« ac zelo sunt homines, ut nullum 
« admittant neophytum, qui inter 
« eos habitare possit, nullus post 
« christianorum memoriam ex il- 
« lis hominibus de minima hae- 
« resis suspicione sit notatus ». 
Nadal, IV, 825 sg. 

(*) Ct. PoLANCo, Vita, p. 13. 

(*) La riporta I'Astrain, I, 14. 

(3) Cf. ASTRAIN, loc. Cit., p. l6. 

Per intendere direttamente il 
fatto, si dovrà forse pensare che. 
stante la grande avversione al- 
lora dominante tra Casti gliani e 
Pamplonesi, o per qualsivoglia 



altra causa, l'urto o la spinta 
verso la parete, più che fortuito, 
fosse stato a bella posta voluto, 
quasi principio di maggiori of- 
fese. In questa ipotesi bene si 
spiega il procedere del Loiola, il 
quale, natura» ardente, provocato 
senza ragione, previene subita- 
neamente l'avversario, egli solo 
contro parecchi, per non essere 
sopraffatto. 

(4) Così in Ispagna chiamavasi 
un cavaliere cui il re passava 
certa rendita perchè s'obbligasse 
a servirlo in guerra o per un pe- 
riodo limitato di tempo o quando 
giudicasse necessario. Il mede- 
simo significato ebbero tra noi le 
parole «masnadiere» e « masnada». 



14 



Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, &•€. 



nanzi a passare i suoi giorni, l'aiutarono a concepire maggiore 
serietà di propositi e l'indussero a romperla con la servitù 
dei piaceri. Libero dalla soggezione alla voluttà, ritenne 
tuttavia un acceso desiderio di gloria mondana, riguardata 
siccome termine da raggiungere nel nuovo genere di vita. 
Né tardò l'opportunità, nella quale le doti rifulsero del suo 
carattere, ugualmente preclare e nei trattati diplomatici 
e tra i guerreschi cimenti. 

Ardeva in quegli anni la Guipùzcoa per le discordie e le 
lotte delle famiglie dei Parientes mayores tra di loro e con le 
varie comunità della provincia, Ignazio fu dal duca inviato 
a pacificarla, e fra le parti contrarie seppe destreggiare sì 
•bene che gli venne fatto di rimetterla in pace (*). Ma l'indole 
sua tenacissima di fronte agli ostacoli, doveva ora risplen- 
dere, nei rischi formidabili della guerra, più ancora che in 
mezzo ai delicati maneggi politici. 

Era la città di Pamplona venuta in mano dei Francesi 
i quali, guidati da Andrea de Foix, l'avevano occupata per 
il re Francesco I, bramoso di ridurre la Navarra sotto il 
dominio di Enrico di Labrit figliuolo dello spodestato don 
Giovanni III (*). Ignazio, che aveva acremente dissuaso 
la resa di quella importantissima piazza, non seguì nella 
precipitosa ritirata il viceré don Antonio Manrique e il suo 
consigliere don Rodrigo de Moncada, corsi col miglior nerbo 
delle milizie in Castiglia per mettersi in sicuro e rifornirsi 
di gente. E neppure volle uscire di Pamplona con Francesco 
di Beaumont, lasciatovi in presidio dal viceré alla testa di 
circa un migliaio di uomini (3). Fermo a non cedere, con una 
mano di prodi si ridusse nella cittadella, che sola presentava 



(^) POLANCO, Vita, p. IO. 

(*) Sulle occasioni e le vicende 
di questa guerra si consulti il 
MoRET, lib. XXXVI, cap. 2, 
nn. 5-9; BoRDENAVE, pp. 3-5. 
Vedi presso il Cros, S. Francois 
de Xavier, Docutnents, p. 199, 
l'atto solenne col quale, proprio 
alla vigilia della caduta della for- 
tezza, i deputati di Pamplona 
giurarono fedeltà al re Enrico, 
che a sua volta, per mezzo del suo 
rappresentante Andrea de Foix, 



aveva giurato di conservare loro 
le libertà godute sotto il re don 
Giovanni e la regina Caterina 
suoi genitori. 

(3) Questi particolari sul nu- 
mero delle milizie si hanno dalla 
difesa che di sé fece a Carlo V il 
Duca di Nàjera. Li ritrovò il 
p. Cros nell'archivio di Simancas; 
ma pur troppo, giusta il suo solito, 
omise di notarne la collocazione. 
Cros,* St. Ignace de Loyola, Fa- 
mille faternelle , p. 103. 



4^ - Malattia e cura nel castello paterno. 



15 



possibilità di resistenza all'impeto del nemico, preponderante 
per numero e imbaldanzito per le ottenute vittorie. Presto 
però tra i difensori fu messo a consiglio se convenisse meglio 
arrendersi, salve le vite. Ignazio, contro il parere unanime 
dei più anziani, tenne doversi prima morire che cedere. Poi 
accompagnatosi col castellano Francesco de Herrera, il quale 
recavasi a parlamentare coi Francesi, dimostrò così umilianti 
le condizioni della resa che rattenne l'Herrera e gli altri dal- 
l'accettarle, confermandoli in quella vece a tener duro fino 
all'estremo. Qui apparve ancora una volta il profondo sen- 
timento cristiano dell'intrepido cavaliere. Giunto il giorno 
nel quale si aspettava l'assalto della fortezza, non trovandosi 
colà entro alcun sacerdote, si confessò ad uno dei compagni 
d'arme. Poi cominciato il bombardamento, buona pezza 
resse costante ed impavido nella difesa, tutti animando con 
l'esempio e con la parola, finché una palla di bombarda pas- 
satagli tra l'una e l'altra gamba gli ruppe la destra e mala- 
mente gli ferì la sinistra ('). Era il secondo dì della Pente- 
coste, 20 maggio 1521 (*). 



CADUTO Ignazio, cadde la resistenza e si trattò della * 
resa (3). I Francesi, entrati nella cittadella e tra gli altri 
feriti trovato Ignazio, già loro ben noto, presero a trattarlo 
con modi al tutto cavallereschi. Tenutolo in Pamplona un 



- MALATTIA K 
CURA NEL CA- 
STELLO PATERNO. 



(*) Nelle circostanze della fe- 
rita', variamente narrate dagli 
storici, ho seguito strettamente 
il testimonio che anche in questo 
particolare va preposto ad ogni 
altro, cioè lo stesso Ignazio. 
« Y después de durar un buen 
« rato la bateria, la acertó a él 
« una bombarda en una pierna, 
« quebrandósela toda; y porque 
« la pelota paso por entrambas 
« las piemas, tanbién la otra fué 
«mal herida... ». Mon. Ignai., 
ser. 1, I, n. i, p. 38. Cf. per la 
resa del castello il contemporaneo 
BoRDENAVE, p. 8 sg., il quale però 
non fa espressa menzione d'Inigo. 

(*) Cf. GoNZALEz, Ada, nei 
Mon. Ignat., ser. IV, "1, n. i. 



p. 38; PoLANco, Vita, pp. 11-13. 
Quest'ultimo, più copiosamente 
d'ogni altro antico e con assai 
accuratezza, narrò l'episodio della 
difesa di Pamplona e fu tra gli 
altri la fonte precipua del Bar- 
TOLi, Vita, lib. 1, cap. iii, pp. 25- 
27. Tra gli ultimi che si occupa- 
rono dello stesso argomento, degno 
di essere consultato è il Bòhmer, 
I, 24-27. 

(3) Della resa della cittadella 
così scriveva il Vescovo di Burgos 
ai 9 giugno 152 1: « A cabo de ter- 
« cero dia se concertaron, y Her- 
« rera rindió la fortaleza; y de- 
li spues de concertados tardaron 
e los de fuera y los de dentro 
a quasi tanto tiempo en hacer por 



i6 



Capo I. - Sguardo alla vita afiteriore del Loiola, «S^v. 



dodici o quindici giorni, poiché la guarigione procedeva assai 
in lungo, a piccole giornate lo fecero trasportare in lettiga nel 
castello di Loiola, di là distante intorno ad ottanta chilometri. 
Vi arrivò verso il 9 o il io di giugno (^), accoltovi dalla pia 
cognata, donna Maddalena di Araoz, che tanta cura di lui 
aveva avuto negli anni primi dell'infanzia (*) . In Loiola anche 
più e meglio che sui bastioni della fortezza di Pamplona ap- 
parve chiaro qual fosse la tempra adamantina del valoroso 
mesnadero del duca di Nà^era. Peggiorando d'ora in ora, i 
nuovi chirurgi, chiamati da varie parti a consulto (3), giudica- 
rono necessario di sconnettere i pezzi dell'osso della gamba, 
per riporli ciascuno al suo luogo; poiché, dicevano, o per 
averglieli rimessi male o per lo scotimento del viaggio si 
trovavano fuor di posto. Si assoggettò l'infermo a questa 
carnifìcina, com'ei la disse con appropriato vocabolo ; né 
per quanto durò sofferendola, proferì parola o dette altro 
segno di dolore salvochè serrare strettamente le pugna (■♦), 
Il tormento di così cruda operazione, sostenuto in un corpo 
già infralito dai sofferti dolori, l'aggravò tanto che ne 
venne in termine di probabile morte. 11 24 di giugno, festa 



« donde pudiessen salir los que 
« estaban dentro en la fortale- 
« za, comò estuvo cerrada ». Dal 
Cros, *St. Ignace de Loyola, Per- 
sonne d'Inigo, p. 59. 

Anche questo rilevante passo 
è accompagnato dalla sola in- 
compiuta citazione: « Arch. de 
Simancas ». Secondo questo te- 
stimonio i Francesi entrarono 
nella fortezza il 22 o il 23 di 
maggio 152 1. 

(^) Fissiamo questa data com- 
putando il tempo della partenza 
da Pamplona, indicatoci dal San- 
to (« déspues de haber estado « 12 
«o 15 dias en Pamplona», Gon- 
zAlez, Ada, loc. cit., n. 2, p. 38) 
e la sosta di otto giorni in un vil- 
laggio lungo il cammino, ricor- 
data dal Natale nell'Effemeridi. 
Ci. Nadal, li, 28. Di questa 
fermata non sembra abbia te- 
nuto conto il BÒHMER, I, 28. 



(^) Secondo una nota del Cros, 
il fratello d'Ignazio e capo di fa- 
miglia Martin Garda era in quel 
tempo a combattere per Carlo V 
sui campi della Navarra. Il ferito 
trovò in casa una bella corona di 
nepoti; Maddalena e Maria già 
vicine all'età nubile, Beltramo, 
maggiore dei maschi e futuro 
erede, toccava l'adolescenza, Juan 
Perez e Catalina erano ancora 
fanciullini; l'ultimo bimbo, Martin 
Garda, nato il 1520, forse non era 
ancor divezzato. 

(3) Alla diligenza del Cros dob- 
biamo la conoscenza del nome 
del chirurgo d'Azpeitia nel 1521. 
Ebbe nome maestro Martin Yztio- 
la, e fu questi con ogni proba- 
bilità colui che curò Inigo. Cros, 
* S. Ignace de Loyola, Pays pa- 
ternel, p. 25. 

(4) GonzAlez, Ada, loc. cit., 
n. 2, p. 38. 



4. - Malattia e cura tiel castello paterno. 1 7" 

de] Battista, fu consigliato provvedesse alla sua eterna sa- 
lute, ciò che docilmente fece ricevendo i sacramenti della 
Chiesa. Sopraggiunta, indi a quattro giorni, la vigilia dei 
santi Apostoli, i medici lo davano per morto se innanzi la 
mezza notte non fosse migliorato. E infatti verso quell'ora 
subentrò un notevole miglioramento, dall'infermo attribuito 
a grazia dell'apostolo s. Pietro, protettore dei Loiola e da 
lui peculiarmente venerato secondo l'attestavano i carmi in 
suo onore dettati ('). Questo principio di guarigione ebbe 
così lieti progressi che il ferito in capo a pochi giorni fu 
giudicato salvo. 

Nondimeno troppo ancora doveva ritardare il termine 
delle sue pene. Anche in Loiola la cura era poco felice- 
mente riuscita. Un pezzo d'osso risaltava fuori sotto il 
ginocchio, col duplice sconcio di rendere la gamba destra 
più corta della sinistra e della deformità di quella spor- 
genza che costringevalo, tra l'altro, a non più calzare bor- 
zacchini attillati : cosa ben grave a giovane cavaliere come 
lui, vago di bella comparsa nel mondo (*). Richiese quindi 
i chirurgi (e ciò dovette essere verso il 20 luglio) (3) se 
vi fosse pur modo da riparare al difetto segandogli l'osso; 
udito che si, ma non senza dolori più acuti di tutti i pre- 
cedenti, risolvette, secondo egli disse, martirizzarsi (*) per 

(^) PoLANco, Vita, p. 13. Che di s. Pietro timidamente messa 

in onore di s. Pietro fossero com- fuori dal Ribadeneira, indi accet- 

posti i ricordati versi mentre tata come certissima dai biografi 

Inigo viveva presso il Velàzquez del sec. xvii e xviii, noiipè affatto 

10 diede assai per probabile il storicamente provata. Vedi in 
GoMEz RoDRiGUEZ, in Boletiìi proposito la sensatissima nota 
de la R. Acad. de la Hist., XIX dello Astrain, I, 22^. 

(1891), lo-ii. Le due casate riu- (*) Cf. Ribadeneira, Vita Igna- 

nite degli Onaz e Loiola onora- tii, ca.p. i, n. 21, e De Actis s. Igna- 

vano come loro patroni, la prima tii, n. 9, nei Mon. Ignat., ser. IV, 

il Battista, la seconda s. Pietro. I, 340. 

11 fratello d'Ignazio, Martin Gar- (3) Come sopra dicemmo (p. 16) 
eia, in un codicillo del suo testa- Ignazio arrivò a Loiola il 9 o io 
mento dei 21 nov. 1538, ordi- di giugno; ora una frattura, 
nava venissero ultimati i lavori specie in un giovane e nella sta- 
da lui già intrapresi nella basilica gione estiva, può bene rinsal- 
di San Pedro de Eguimendia. darsi in una quarantina di giorni. 
Ho questo ragguaglio dal Cros, (4) « Él se determinò martiri- 
* Si. Ignace, F amili e pater- « zarse por su proprio gusto », Gon- 
nelle, p. 215. L'apparizione poi zAlez, Ada, loc. cit., n. 4, p. 3Q. 

Storia della Compagnia di Gesit in Italia, II. S 



i8 Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, àr'c. 

proprio gusto, invano dicendogli suo fratello Martin Garcia 
preso da raccapriccio a cosiffatto proposito, che a lui non 
sarebbe mai bastato l'animo di soffrire spasimo tanto atroce. 
Tuttavia rifiutando persino di essere tenuto legato, sostenne 
con eroica intrepidezza la dolorosissima operazione; e alla 
stessa maniera sopportò i diuturni tormenti dello stira- 
mento della gamba con certo ordigno di ferro, per portarla il 
più che fosse possibile ad uguale lunghezza con l'altra sana ('). 
Questo martirio, per usare la sua medesima espressione (*), 
sembra cadesse tra il 20 luglio e il 20 d'agosto, spazio di 
tempo, per quanto se ne può giudicare, bastevole ad ottenere 
buoni effetti da quel penosissimo trattamento. 



5. - LA CONVBR- 
SIONU. 



CON ciò l'infermo entrò in quello stadio della sua malattia, 
o meglio convalescenza, descrittoci da lui medesimo, là 
dove dice di avere cominciato a sentirsi così bene, che in tutto 
il rimanente stava sano, eccetto che non poteva lasciare il 
letto per non reggergli ancora la gamba. Dedito anzi che no 
alla lettura di libri di cavalleria, i quali nel secolo xvi tene- 
vano il luogo de' nostri romanzi, a cacciare la noia chiese 
gliene portassero alcuni. Neppure uno se ne trovò nel castello: 
gli porsero invece la Vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia, 
circa un vent'anni prima volta in castigliano dal frate minore 
fra Ambrogio da Montesino e le vulgatissime Leggende de' 
Santi di fra Jacopo da Voragine, trasportate anch'esse nella 
stessa lingua e date alle stampe ('). 



(*) GoNZALEz, loc. cit.; Po- 
LANco, Vita, p. 13 sg. 

(^) « Puesto en un cierto in- 
« strumento que le tirava la 
« pierna, lo martirizaron ». Gon- 
zAlez, loc. cit. 

(3) Questi due libri, che tanto 
contribuirono alla conversione del 
Loiola e alla composizione degli 
Esercizi spirituali, furono così 
indicati dal Santo: « Un Vita 
« Christi y un libro de la vida de 
« los Sanctos en romance ». Gon- 
zAlez, loc. cit., n. 8, p. 40. Che 
del primo fosse autore il celebre 
Ludolfo l'abbiamo dal testimo- 



nio del Natale, riportato dallo 
AsTRAiN, I, 243, conosciuto già 
dal Bartoli, Vita di s. Ignazio, 
lib. 1, cap. VII, p. 31. Il minorità 
fra Ambrogio Montesino, per or- 
dine del re Ferdinando e della re- 
gina Isabella, aveva trasportato 
l'opeia in veste castigliana, dan- 
done in luce il primo tomo coi 
tipi di Stanislao Polono in Al- 
calà de Henares, l'anno 1502. 
Cf. Catalina Garcia, pp. 2-5. 
Forse l'esemplare usato da Igna- 
zio apparteneva a questa edizione 
del Polono, il quale l'anno se- 
guente 1503 fece seguire al primo 



j. - La conversione. 



19 



11 lento lavorìo, che quelle pagine non cercate, e forse 
dapprima freddamente accolte, gli vennero operando nel- 
l'animo, sarebbe rimasto eternamente occulto se il Loiola, tre 
anni avanti la morte, ritornandovi sopra come a principio 
della grande mutazione di poi seguita, non ce ne avesse nar- 
rato particolari rivelatori dei primi momenti della nuova sua 
vita. « In questi libri », così egli appunto parlando di sé in 
terza persona, « molte volte leggendo, veniva affezionandosi 
a ciò che vi trovava scritto; poi, smettendo di leggere, andava 
rivolgendo talora le cose lette, tal altra quelle del mondo alle 
quali innanzi già soleva pensare. E delle molte vane che se gli 
offrivano, una gli teneva tanto occupato il cuore, che vi si 
fissava a pensarci sopra le due, le tre, le quattro ore, senza 
neppure avvertirlo, fantasticando intorno al da fare per ser- 
vire una cotale dama, ai mezzi da prendere per raggiungere 
il luogo di sua dimora, ai motti (^) e alle parole da rivolgerle, 
ai fatti d'arme che avrebbe dovuto compiere in suo servigio. 
E tanto vaneggiava in quest'ordine d'idee che non attendeva 



un secondo volume. Cf. Gal- 
LARDO, I, n. 742, col. 814. Con- 
trariamente opinò il Creixell 
[San Ignacio en Manresa, p. 174) 
che al Santo venisse in mano una 
copia dell'edizione curata in Sa- 
ragoza da fra Pietro de la Vega 
gerolimino, lo stesso anno della 
ferita 1521. Da tenersi presente 
è anche V Excursus bibliografico 
del BÒHMER, I, 302. 

Quanto alla Vida de los San- 
tos, il p. Tournier, nel suo la- 
voro, finora inedito, Ignatiana, 
vale a dire raccolta di disserta- 
zioni intorno a parecchi punti 
tuttora oscuri nella biografia di s. 
Ignazio, riuscì a provare esau- 
rientemente che essa fu la vulga- 
tissima Legenda Sanctorum aurea 
del celebre domenicano fra Jaco- 
po da Voragine o Varazze. Lo 
AsTRAiN, loc. cit., congetturò che 
la Vida de los Santos fosse quel- 
l'incunabulo Flos Sanctorum im- 
presso senza anno e luogo di 



stampa, la cui descrizione si ha 
nel Gallardo, I, loc. cit. Il 
BÒHMER, ibid., seguì e fece sua la 
congettura dell'Astràin, ma ebbe 
il torto di escludere che il Flos 
Sanctorum registrato dal Gallardo 
fosse una versione della Legeifda 
di fra Jacopo. Il favoloso passo 
della storia di Pilato, che ricorre 
nei saggi riportati dal Gallardo, 
non manca affatto, come asse- 
risce il Bòhmer, nel da Voragine, 
il quale tuttavia l'ammise, no- 
tando espressamente che attin- 
geva da una storia apocrifa. 
Cf. Jacobus a Voragine, cap. 
LUI , De passione Domini , 
p. 231-234, ed. Graesse. 

(^) Intendasi quei detti sen- 
tenziosi usati dagli antichi cava- 
lieri nell'entrare in giostra o in 
torneo. Costumavano portarli 
quale impresa, ricamata leggia- 
dramente dalla lor dama, talvolta 
nella « banda » o fascia petto- 
rale, tal altra sullo scudo o nel- 



20 



Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, ér'c. 



punto all'impossibilità della cosa; poiché la signora non era 
di volgare nobiltà, non contessa, non ducliessa, ma di grado 
molto più alto » (^). 

Iddio tuttavia gli venne in aiuto facendo sì che a questi 
pensieri altri tenessero dietro originati dalla pia lettura. 
Diceva infatti ragionando seco stesso: e Che mai sarebbe se 
facessi ciò che fece s. Francesco e ciò che fece s. Dome- 
nico?... ». E così andava discorrendo per molte cose trovate 
buone, proponendosene sempre delle difficili ed ardue, che gli 
sembrava avrebbe potuto facilmente imitare. Tutto poi il 
suo discorrere si riduceva a dire tra sé e sé: « S. Domenico 
fece così, non altrimenti debbo fare anch'io; s. Francesco 
operò in questa forma, dunque io pure debbo fare altret- 
tanto )) (*). 

Questi salutari pensieri buono spazio di tempo gli occu- 
pavano la mente, finché ad essi altri ne succedevano tutti 
di mondo, nei quali pure lungamente si tratteneva. Pensando 
però alle cose mondane, gustavane gran diletto; ma quando 
vinto da stanchezza smetteva, sentivasi l'animo arido e discon- 
tento. Per contrario immaginando di andare a Gerusalemme, 
di nutrirsi di sole erbe e di praticare tutti i rigori usati dai santi, 
non solamente ricreavasene mentre era in quei pensamenti, 
ma anche dopo se ne sentiva consolato ed allegro. Da prin- 
cipio non badò a questa varietà di affetti; poscia, apertiglisi 
un poco gli occhi, cominciò a meravigliarsi del fatto, lo venne 
ponderando e ne trasse lume d'esperienza a conoscere la 
diversità degli spiriti interiori che l'agitavano, procedenti, 
com'egli dice, gli uni dal demonio, gli altri da Dio. 

Fu questo appunto il primo discorso che fece nel tirocinio 
della vita spirituale; di qua, fatti che ebbe gli Esercizj, co- 
minciò a prendere norma per discernere le varie mozioni, cui va 
internamente soggetto l'uomo, e soprattutto venne a riflettere 



l'elmo. Il motto veniva innanzi 
tutto proposto alla dama e da 
lei approvato. 

(^) Il Genelli, p. 5*, suppose 
che la dama fosse Germana di 
Foix, prima sposa, poi vedova di 
Ferdinando il Cattolico. La me- 
desima congettura fu accolta dal 
BòHMER, I, 17. Essa però non 



esce dai confini del possibile. Men 
bene il Susta opinò che Ignazio 
non si riferisse a niuna dama 
determinata. Cf. Susta, Igna- 
iius von Loyola's Selbstbiographie, 
nelle Miiiheilungen des Instituts 
fiiròst. Geschichtsforschung, XXVI 
(1905), 81. 

(*) Cf. GonzAlez, 1. c.,n. i,p. 38. 



j, - La conversione. 



21 



di proposito agli anni trascorsi e alla conseguente necessità 
di darsi alla penitenza (^). 

All'attenta e reiterata lettura della vita di Cristo e dei 
santi, scoccato il momento della grazia, incominciava salu- 
tarmente l'opera mirabile di una profonda rinnovazione 
morale. Senza molto attendere, in questo albore di vita 
nuova, alla diversità delle circostanze, Ignazio si ripromette 
di compiere coll'aiuto divino ciò che ha letto avere operato i 
grandi eroi della fede. « Tutto ciò che anelava », così ci svela 
egli medesim.o questa pagina intima della sua conversione, 
« era l'andata a Gerusalemme, con tante discipline e tante 
astinenze quante suole bramarne un'anima generosa accesa 
d'amore di Dio » (*). 

A confermarlo in questi pii desiderj sopraggiunse un nuovo 
favore celeste. Stando una notte sveglio vide chiaramente 
una immagine di nostra Donna (3) con il santo Bambino 
Gesù. Questa vista, durata notevole spazio, gli infuse 
eccessiva consolazione e lo lasciò con sì profondo abominio 
di tutti gli anni trascorsi e specialmente delle colpe di carne, 
che gli pareva gli fosse cancellata dalla fantasia ogni brutta 
specie già impressavi per lo innanzi. L'effetto fu cosi salu- 
tare, che sull'ultimo de' giorni suoi potè dire al Gonzàlez (*) 
di non avere da quel punto mai più consentito a tentazione 
di senso ('). ♦ 



(^) GonzAlez, loc. cit.,nn. 5-9, 
pp. 39-42. 

(') GonzAlez, Joc. cit., n. 9. 
p. 42. 

(3) Ho tradotto letteralmente 
le parole degli Ada: « Vido clara- 
« mente una imagen de nuestra Se- 
« nora ». Esse, giusta l'avvertenza 
del Gonzàlez, (cf. la sua Pre- 
fazione, n. 3, p. 33) possiamo 
ammettere ci diano gli stessi ter- 
mini adoperati dal Loiola nel 
raccontare un fatto del quale egli 
solo poteva riferire. 

(+) Secondo il testo degli Ada, 
Ignazio avrebbe fatto quest'in- 
tima confidenza al Gonzàlez nel- 
l'agosto 1555. Però, come ne fe- 
cero accorti gli Editori, ciò non 



corrisponde guari alle indicazioni 
cronologiche date dallo stesso 
Gonzàlez nella Prefazione, nn. 
I, 4, pp. 3isg.-33sg., conforme- 
mente alle quali dovrebbe leggersi: 
« Hasta el agosto de 53 » Cf. 
GonzAlez, loc. cit., n. io, p. 42. 
(5) Ben più dissero in questo 
luogo i biografi del sec. xvii, allor- 
ché affermarono non avere Igna- 
zio da questo punto mai più pa- 
tito tentazioni impure. Ciò in 
verità né trovasi nelle parole di 
lui al Gonzàlez né fu asserito dagli 
scrittori del secolo precedente, 
pp. Ribadeneira, Polanco, Maflei. 
Sembra anzi contraddetto dal Lai- 
nez là, dove, ricordando i pro- 
gressi del Santo, uscito appena 



22 Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, 6^r. 

Frattanto in settembre, verso la seconda metà del mese ('), 
cominciava a levarsi di letto, e mentre il fratello e gli altri 
di casa, pur lui tacendo, da suoi discorsi tutti di Dio e dal 
contegno esteriore argomentavano la mutazione interior- 
mente seguita, ecco cadérgli in pensiero di compilare un com- 
pendio delle cose più sostanziali della Vita di Cristo di Lu- 
dolfo e della Legenda del da Voragine. Fu questo quasi un 
inconsapevole saggio di quegli Esercizj della seconda setti- 
mana e delle due seguenti, che tra breve aveva da com- 
piere. Con molta diligenza, valente com'era nel bene scri- 
vere, intraprese questo lavoro di quasi trecento carte in 
quarto ('). Mentre intanto passava il tempo nella preghiera 
e nel trascrivere dai due libri divenutigli così cari, prendeva 
infinito diletto e fervore alla vista del cielo e delle stelle, 
e tornando sovente al proposito della pellegrinazione a Geru- 
salemme, gli tardava di essere perfettamente ristabilito. 
L'assiduo pensiero del viaggio ai Luoghi Santi richiamavalo 
a discutere che cosa avrebbe fatto quando fosse di nuovo in 
Europa per abbracciare più rigida penitenza. 

Tra gli altri partiti venivagli in mente di chiudersi nella 
Certosa di Siviglia, occultando per umiltà la sua condizione e 



dalla casa paterna, scrive che 
« aceica de la castidad avia rece- 
« bido tanto favor, que después 
« a seniido poquissinia contrarie- 
« dad ». Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 102. 
Del terremoto, che dicono avve- 
nisse mentre Ignazio una notte 
levatosi e inginocchiatosi tutto 
si offriva al Signore, egli, che solo 
poteva deporre del fatto, non 
disse mai verbo, e con lui ne tac- 
quero il Poi anco, il Natale, il 
Lainez, il Maffei e il Ribadeneira 
nella prima edizione della Vita 
Ignatii del 1572 e nell'altra ca- 
stigliana del 1583, non così nelle 
posteriori, attingendo ai tardi te- 
stimoni dei processi di beatifica- 
zione del 1595. Cf. AsTRAiN, I, 
26*. Tengo col Cros {*Ribadeneira 
et St. Ignace de Loyola, p. 122) 



che non pochi anni dopo la morte 
d'Ignazio, crescendo la fama della 
sua santità, il popolo connettesse 
un avvenimento d'ordine sopran- 
naturale, quale fu la conversione 
d'Inigo, con uno dei non rari terre- 
moti della Guipùzcoa, i cui effetti 
erano ancor visibili nel castello di 
Loiola allo scorcio del secolo xvi. 

(^) Questa data approssima- 
tiva fu con sottile, ma diritto ra- 
ziocinio, stabilita dal Cros, *La 
personne d'Inigo, p. 74. 

(') Un'antica nota in margine 
al ms. degli Acta porta appunto: 
« El qual [cioè il libro] tuvo quasi 
« 300 hojas, todas escritas, de 
« quarto ». Cf. Mon. Ignat., ser. 
IV, I, 43. Ignorasi che cosa av- 
venisse del prezioso manoscritto, 
dal convertito portato seco a 
Manresa. 



6. - Partenza da Loiola per Monserrato. 



23 



quivi nutrendosi di sole erbe. Poi ripensando alle molte 
asprezze in che avrebbe voluto vivere se fosse pellegrinando 
pel mondo, sentivasi raffreddare il desiderio della Certosa, 
come quegli che temeva di non poter colà dare sfogo all'odio 
concepito contro di se medesimo. Ciò nonostante, per mezzo 
d'un domestico diretto a Burgos, si procurò informazioni 
della regola della Certosa di S. Maria di Mirafìori. Benché 
le notizie avute fossero di sua sodisfazione, tuttavia, stando 
allora fìsso nel pensiero del pellegrinaggio da compiersi quanto 
prima, non prese risoluzione alcuna rispetto a ciò che avrebbe 
fatto dopo il ritorno. Gli parve invece fosse tempo d'ab- 
bandonare il tetto paterno. Disse quindi al fratello Martin 
Garcia che convenivagli di recarsi a visitare in Navarrete 
l'antico suo signore, il duca di Nàjera, viceré di Navarra, già 
avvertito della sua guarigione. Sospettava il fratello, e con 
esso la famiglia, che Ignazio stesse sul punto d'imprendere 
qualche profondissima mutazione; perciò, udito della visita 
a Navarrete, se lo tolse in disparte e con molto calore cominciò 
a pregarlo che non andasse a perdersi; considerasse quanta 
speranza s'aveva di lui e quanto potesse operare, ed altre 
cose somiglianti, tutte rivolte a distoglierlo dal buon desi- 
derio. Ma Ignazio gli rispose in guisa che, pur non disco- 
standosi dalla verità, del che già sin d'allora facevasi grande 
scrupolo, seppe nondimeno rimaner fermo nel concepito di- 
visamento, passando senz'altro a metterlo in esecuzione {^). 



LOIOLA PER MON- 
SKRRATO. 



CON due servitori e col fratello Pero Lopez, curato d'Az- 6. - » artenza da 
peitia, che volle accompagnarlo sino ad Ofiate, pro- 
babilmente a mezzo il febbraio 1522, cavalcando una mula, 
usciva Ignazio dalla casa paterna di Loiola, che non avrebbe 
più riveduto se non dopo tredici interi anni (*). Cammin 
facendo persuase a Pero di passare insieme una notte in 



(^) Cf. GonzAlez, loc. cit., 
nn. II sg., pp. 42-44. 

\^) Né de] giorno della par- 
tenza da Loiola, né di quello del- 
l'arrivo a Monserrato ci lasciò il 
Santo memoria; é nondimeno 
certo che ai 21 di marzo 1522 
egli si trovava a Monserrato. 
Cf. GonzAlez, loc. cit., nn. 18, 



18, p. 46 sg. Secondo un impor- 
tante testimonio del p. Natale, 
che riferiamo più sotto (v. p. 27^) 
si deve pensare che Inigo già da 
parecchi giorni prima del 21 mar- 
zo fosse giunto a Monserrato. Il 
che ci porta a collocare l'uscita 
dalla casa paterna nella seconda 
metà di febbraio 1522, non pa- 



24 



Capo /. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, é^c. 



orazione nel santuario di Nostra Donna di Arànzazu, per 
attingere nuove forze al viaggio; dolcissima notte, la cui 
soave ricordanza dopo ben trentadue anni e tante vicende 
tornavagli ancora in mente ('). Giunto che fu in Ofiate, in 
casa d'una sua sorella (*), quivi lasciò il fratello e proseguendo 
coi due famigli giunse a Navarrete. Riscossi dal tesoriere 
del duca di Nàjera certi pochi ducati, li spese parte nel saldo 
di alcuni debiti, parte in riparare ed abbellire una immagine 
della Vergine che trovò male adorna. Quindi, licenziati i 
due servi, seguitò il cammino, tenendo assai probabilmente 
la via di Logroflo, Calahorra, Tudela, Alagón, Saragoza, de- 
rida, Cervera e Barcellona. In questo viaggio avvenne l'in- 
contro collo sconosciuto saracèno, il quale avendo negata la 
verginità di Maria dopo il parto, gli fu occasione di dubitare 
se dovesse, giusta le antiche leggi della cavalleria {^), pren- 
derne issofatto vendetta, rincorrendolo e pugnalandolo, 
ovvero gli convenisse rimettere, come fece, la soluzione del 
dubbio al sentiero che avrebbe preso la cavalcatura la- 
sciata in balia di se stessa. Frattanto a mano a mano 
che egli avanzava, non intermetteva la grazia il suo lavorìo, 
alla quale docilmente veniva corrispondendo conforme suole 
un principiante per anche inesperto nelle vie dello spirito. 
Nel 1553 serbava tuttavia fresca la ricordanza di ciò che 
aveva passato nel primo inizio della vita nuova. « Quest'a- 
nima ancor cieca «, così egli, giusta il consueto, parlando di 



rendo probabile che, stante le 
circostanze del viaggio a noi note, 
in meno di due settimane potesse 
fornire il cammino. 

(') « Quando Dios N. S. me 
« hizo merzed para que yo hi^iese 
" alguna mutazión de mi vida, 
« me acuerdo haver regibido al- 
ti giin provecho en mi ànima, be- 
« landò en el cuerpo de aquella 
« iglesia de noche ». Così il Santo 
a Francesco Borgia, il 20 agosto 
1554. Mon. Ignat., ser. I, VII, 
422. Ci. Creixell, San Ignacio 
en Montserrat, p. 20. Sull'origine 
del santuario, v. Loyola, Cartas, 
IV, 293^. 

(*) Quale fosse la sorella da 



lui visitata né egli lo disse né ri- 
cavasi da altre fonti. Cf. Gon- 
zAlez, loc. cit., n. 13, p. 44. La 
sorella Maddalena, sposa a don 
Giovanni Lopez de Gallayztegui, 
viveva in Anzuola presso Vergara. 
Cf . Henao, to. V, 924, 109. Si sa- 
rebbe allora trovata in Ofiate? 

(3) Muovere eterna guerra ai 
Saraceni era legge dei cavalieri, i 
quali solevano vendicare con la 
spada le ingiurie da essi fatte in 
loro presenza alla fede e alla 
pietà cristiana. Cf. Gautier, La 
chevalerie d'après Ics textes poé- 
tiques du moyen age, in Revue 
des quest. hist. Ili (1867), 350, 
353- 



6. Partenza da Loiola per Monserrato. 



25 



sè in terza persona, « nutriva vive brame di servire il Signore 
in ogni cosa; perciò proponevasi di fare grandi penitenze, 
non mettendo tanto l'occhio a soddisfare pei suoi peccati, 
quanto ad aggradire e piacere a Dio. Sentiva sì intimo 
aborrimento delle antiche colpe e desiderj tanto accesi 
d'intraprendere cose grandi per amore di Dio che, senza 
formare giudizio gli fossero già perdonati i peccati, non se 
ne ricordava però molto in mezzo alle austerità cui si dava. 
Così venendogli in mente qualche penitenza usata dai santi, 
proponeva di farla anch'egli con alcuna giunta di più. Ogni 
sua consolazione riponeva in cosiffatti pensieri, non badando 
ad alcuna cosa interiore, ne ancor sapendo che cosa fosse 
umiltà, carità, pazienza e discrezione per reggere e mo- 
derare queste virtù. Non voleva altro che abbracciare 
grandi opere esterne, perchè i santi le avevano intraprese a 
gloria di Dio, senza riflettere ad altra più particolare cir- 
costanza V (^). 

Mentre alimentava lo spirito con somiglianti ragiona- 
menti ed affetti, non sappiamo propriamente in qual punto 
e luogo del non breve cammino, a meglio premunirsi contro 
il pericolo delle ricadute in peccati di senso e mosso dalla 
devozione specialissima che professava alla Vergine, le fece 
voto di castità (*). Pervenuto prima di Monserrato ad una 
grossa borgata, quivi riste+te per provvedersi il vestito da 
povero pellegrino per il viaggio a Gerusalemme (3). Ac- 
quistò a tal fine una rozza tela di ruvido canavaccio, ne fece 



(^) GonzAlez, loc. cit., nn. 13- 
16, pp. 44-46. 

(^) « Por el camino hizo voto 
« de castidad, enderezàndolo a 
« nuestra Senora, a la qual tenia 
« peculiar devcción ». Lainez, 
Epist. de s. Ignatio, in Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 131. È possibile, ma 
nulla più, che il fatto avvenisse 
in Arànzazu, o in Nostra Signora 
del Filar in Sarrgoza. 

(3) Se crediamo all'Araoz, l'ac- 
quisto sarebbe stato fatto in Le- 
rida. Cf . Censura ignatianae vitae 
p. Rihadeneirae, in Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 725. Però le parole 



del Santo, come le abbiamo dal 
Gonzàlez, « pueblo grande antes 
« de Monserrate », non convengono 
affatto a quella città, sede ve- 
scovile con Università e abba- 
stanza lungi da Monserrato. Il 
Cros, come semplice congettura, 
si domanda, in una sua nota, se 
invece non debba pensarsi ad 
Igualada, che era appunto nel 
1522 « un pueblo grande » dive- 
nuto poi città. Alla stessa conclu- 
sione, ed al tutto indipendente- 
mente dal Cros, venne pure re- 
centemente il p. Creixell, San 
Ignacio en Montserrat, p. 24 sg. 



26 



Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, &>€. 



subito lavorare una tonaca lunga sino ai talloni, provvidesi 
inoltre di una zucchetta e d'un paio di scarpe di corda, 
delle quali tuttavia non calzò più che una nel piede destro, 
a cagione della gamba tuttora bisognosa di cura, e con 
l'apprestata nuova divisa, procedette oltre a cavallo alla 
volta del santuario, dove proponevasi dare libero sfogo 
ai sensi di contrizione e pietà, di che aveva l'animo pieno. 
La lettura a lui familiare à^W Amadis de Gaiila, romanzo 
allora popolarissimo, e di altri simili libri, gli suggerì d'imi- 
tare una delle principali cerimonie simboliche usate dai ca- 
valieri nell'a-tto solenne della loro prima consecrazione, vale 
a dire la veglia dell'armi ('). 

Tutto dentro in tali pensieri, ai primi di marzo 1522 
varcava le soglie del tempio di Monserrato (*). Fatta ivi 
orazione, fu difilato a conferire col monaco benedettino cui 
era commessa la cura spirituale dei pellegrini. Teneva al- 
lora quest'ufficio don Giovanni Chanones, francese, già 
vicario di Mirepoix, riputato nel monastero e fuori per 
fama di dottrina ed esemplarissima vita (3). A lui aperse 
Ignazio i suoi disegni, per anco non disvelati a persona, 
neppure ai precedenti confessori. Sotto la guida adunque 
del pio e dotto don Giovanni cominciò il pellegrino ad ap- 
parecchiarsi con minutissima diligenza ad una confessione 
generale, mettendola tutta in iscritto e spendendovi nel 



(') GonzAlez, loc. cit.. n. 17. 
p. 46. Nota a ragione il Creixell 
[San Ignacio en Mont serrai e, pp. 
50-53), che neW'Amadis de Gaula 
non ricorrono particolareggiate de- 
scrizioni di veglie di armi, che ci 
facciano conoscere i simbolici riti 
cavallereschi usati in quell'atto 
solenne. Essi invece abbastanza 
distintamente vennero descritti 
da Alfonso X il Savio, Las siete 
Partidas, part. II, lib. xxii, a Q uè 
cosas dehen fa cer los escu- 
deros ante s que reciban ca- 
balleria ». 

(*) Cf. sopra, p. 21^. 

(3) Della fama di santità la- 
sciata dal Chanones, morto in 
età di ottantanove anni il 6 giu- 



gno 1568, parlano abbastanza gli 
antichi storici dell'insigne mona- 
stero. Cf. Yepez, IV, 237. Quelli 
ignaziani più celebri non omisero 
di ricordarlo con lode. Cf. Bar- 
TOLi, Vita di s. Ignazio, lib. i, cap. 
X, p. 46 sg., riportato anche dal 
Bollandista Pien, in Acta SS., 
it</., to. VII, Comment. praev. 
de s. Ignazio, n. 34 sg. Loro 
fonte fu l'elogio o biografìa dello 
Chanones, ritrovata dal p. Pietre 
Costanti in un Libro dei Morti, 
conservato nell'archivio del mo- 
nastero e da lui trasmesso al 
p. Gabriele Alvarez per la sua 
*Historia provinciae Aragoniae 
Soc. lesu, intorno alla quale 

V. ASTRAIN, I, XXXVII. 



ò. - Partenza da Loiola per Motiserrato. 



27 



farla tre interi giorni ('). Alla vigile cura del rintracciare 
le antiche colpe accoppiò quella ancora più rilevante del- 
l'eccitarsi a contrizione profonda e a vivi desiderj di confor- 
mare tutto il suo vivere agl'insegnamenti e agli esempj 
dell'Uomo Dio. Per raggiungere questo duplice fine il 
saggio direttore, valendosi anche del libro di don Garcìa 
dv; Cisneros, Ejercitatorio espiritnal, venne trattenendo pei 
alquanti giorni il Loiola nelle meditazioni delle m^assime 
eterne della vita di Cristo. Alle cure dell'esperto direttore 
corrispose il fervido penitente, il quale prese a notare in 
iscritto le meditazioni e i sentimenti spirituali che più lo 
movevano a detestare cordialmente i suoi trascorsi e più 
ardente gli accendevano in cuore brama di vita novella (*). 
Venuta la notte del 24 di marzo, vigilia dell'Annunziata, 
colla maggiore segretezza possibile cercò di un mendico e, 
spogliatosi degli abiti da gentiluomo, glie li donò, indossando 



(^) GonzAlez, loc. cit., n. 17, 

P- 47- 

(2) Di tutto ci rende piena fede 

il p. Natale nel seguente passo, 

veramente classico, della sua 

Apologia prò Exercitiis: « Post- 

« quam de terra egressus sua, de 

» cognatione sua ac domo, ut 

*' primum se comparabat ad eluen- 

« da per contritionem et confes- 

« sionem peccata, quae medita- 

(' tiones illam vehementius iuva- 

« bant, illas in libello describebat. 

e Tum, ubi meditabatur in lesu- 

« xpi vita, idem factitabat; sed ita 

e tamen ut non illa solum, quae 

« tunc scribebat, sed cogitationes 

e omnes, quae spiritus viderentur. 

« suo confessario, viro et pio et 

« docto, summa diligentia ac fido 

V manifestaret, necubi propter lit- 
(' terarum ignora ntiam periclita- 

V retur ». Nadal, IV, 826. TI 
testimonio del p. Natale va ri- 
ferito a Monserrato, perchè colà 
dapprima il penitente attese a 
scancellare i peccati con la con- 
trizione e la confessione generale. 



Che il Santo usasse l'Eserciiatorio 
del Cisneros si deve concedere, 
non tanto per evidenza di ragioni 
fondate sopra il raffronto del- 
l' E sercitatorio con gli Esercizi, 
come vorrebbe Dom Besse, [Une 
question d'histoire liitéraire au 
XVI siede, nella Revue des ques- 
iions historiques, XVII N. S. (1897) 
38, 45) quanto per forza di argo- 
menti estrinseci, che possono ri- 
dursi: a) all'uso vigente in Mon- 
serrato di coltivare lo spirito dei 
pii pellegrini con siffatto mezzo 
(cf. Yepes, IV, 237 a); h) alle 
testimonianze di tre monaci del 
monastero: Lorenzo Nieto, Gioac- 
chino Bonanat, Michele de Santa 
Fé, nel processo di beatificazione 
del 1595 (cf. Mon. Ignat., ser. IV, 
II, 384-386); e) all'autorità del 
Ribadeneira che riconobbe il fatto 
molto probabile (cf. Yepes, loc. 
cit.). Anche il Watrig.^nt, (La 
genèse des Exercices spirituels, 
negli Eludes, LXXII (1897) 200- 
204) conviene in questa sentenza. 
Tutto diversamente opinano lo 



28 



Capo I. - Sguardo alla vita anleriore del Loiola, àr'c. 



l'ispido sacco del quale poco prima erasi provveduto. Fu 
quindi a inginocchiarsi all'altare della statua miracolosa e 
là, or genuflesso ora in piedi, col bordone in mano, passò in 
orazione tutta la notte, senza mai ne sedersi né coricarsi. 
Con questa veglia dell'armi, purificato nel bagno di peni- 
tenza (') e rivestito della ruvida divisa di pellegrino, 
intese consecrarsi cavaliere di Gesù Cristo dinanzi alla 
tanto a lui cara Vergine e Madre di Dio, con quell'atto 
costituita sua patrona e quasi madrina per l'esecuzione dei 
generosi propositi ispiratigli dal Signore (*). 



7. - I PRIMI 

QUATTRO MESI A 

MANRESA. 



ALBEGGIAVA il 25 marzo e Ignazio, ristorato con il pane 
eucaristico, affrettavasi di uscire dal santuario testi- 
monio de' suoi fervori in quella indimenticabile notte. La 
spada e la daga, quasi trofei di superate battaglie, fece ap- 
pendere al cancello della cappella della Vergine prodigiosa; la 
mula poi, usata nel viaggio e nell'ascendere al sacro monte, 
donò a.l monastero (3). Quindi, evitando il cammino di- 
ritto di Barcellona, nel quale correva rischio di essere rav- 
visato, si mise tutto solo ed a piedi pel solingo sentiero a 
tramontana, che riusciva a Manresa (*). 



AsTRAiN, I, i6o, e il più recente 
Creixell, San Ignacio en Man- 
resa, pp. 162-168. 

(*) Il bagno era il primo dei 
molteplici riti simbolici prescritti 
nella consecrazione dei nuovi ca- 
valieri. Vedi la bella descrizione 
del lodato Gautier, loc. cit., 
p. 364. 

(^) Cf. Creixell, San Ignacio 
en Montserrat, p. 53. Una lapide 
marmorea collocata nell'antica 
chiesa di Monserrato, distrutta 
nel 161 1, ricordava sin dal 1603, 
quando ve la pose l'abbate Nieto, 
la veglia del Loiola. La ripor- 
tano i principali biografi igna- 
ziani, quali il Bartoli, il Pien, &c. 

(3) V. le testé citate deposizio- 
ni dei due monaci Nieto e Bona- 
nat e anche quella del p. Gaspare 
de Medrano, in Mon. Igvat., ser. 



TV, IL 383, 385. Le armi, secondo 
il Nieto, furono sospese « f n la 
« rexa » della cappella; il Santo 
disse « en el aitar ». V. GonzAlez, 
loc. cit., n. 17, p. 47. Anche il no- 
bilissimo Desiderio, futuro abate 
di Montecassino, nella sua fuga 
al romitorio lasciò la spada alla 
porta d'un tempio. Cf. Monta- 

LEMBERT, V, 36. 

{+) In questo tragitto fu in 
gran fretta raggiunto da un 
uomo che l'interrogò se fosse 
vero avesse regalato i suoi abiti 
da cavaliere a certo mendico. 
Ignazio, nell 'apprendere che il 
meschino da sé beneficato era 
caduto in sospetto di furto, se 
ne commosse sino al pianto. Fu- 
rono quelle, come notò tenera- 
mente il Lainez, le prime lagrime 
sparse dal servo di Dio dopo la 



7. - I primi quattro mesi a Manresa. 



29 



Era allora Manresa, distante un tre leghe da Monserrato, 
piccola città, già sede vescovile, ridente per amena postura, 
industre, morigerata, caritatevole e pia nei costumi dei 
suoi circa due mila abitanti (^). Quivi pensava fermarsi 
alcuni giorni soltanto aspettando il momento propizio per 
passare a Barcellona e di là imbarcarsi alla volta di Geru- 
salemme (*). Intanto avrebbe proseguito il trascrivere in quel 
suo libro già cominciato nella convalescenza in Loiola e da 
Loiola portato seco con grande cura e consolazione. Se non 
che, invece di brevi giorni, la sua dimora nella tranquilla 
città catalana si protrasse a più di dieci mesi per circostanze 
indipendenti dal suo volere, quali furono, in primo luogo, la 
più volte rimandata partenza del nuovo papa Adriano VI 
alla volta di Roma, dove il pellegrino proponeva di recarsi, 
per impetrare, con l'apostolica benedizione, il necessario 
permesso del passaggio in Terra Santa; poi le gravissime 
malattie che l'incolsero nella estate seguente (3). 



partenza dal tetto paterno. I,ai- 
NEZ, Epist. de s. Ignat., in Mon. 
Ignai., ser. IV, I, loi; cf. Gon- 
zAlez, Ice. cit., n. 18, p. 47 sg. 
(^) Stefano V, con una bolla 
del 24 giugno 888, unì il vesco- 
vato di Manresa con quello di 
Vich. Come questo ragguaglio, 
così gli altri sopra Manresa 
sono attinti dal p. Cros nel capi- 
tolo Ce qu'était la ville de 
Manrèse en 1522, apparte- 
nente all'accurata monografia, 
ancora inedita, Vie d'Ignace à 
Manrèse. 11 numero degli abi- 
tanti della città fondasi sopra 
il numero dei battesimi nel de- 
cennio 1524-1534. Il FiTA, La 
santa Cueva de Manresa, p. 18 sg. 
e dopo lui, in questi ultimi anni, 
il p. Creixell, San Ignacio en 
Manresa, p. 14, non danno alla 
cittaduzza più di mille anime. 
L'ora dell'arrivo a Manresa, la 
lunga orazione alla Seo, il pas- 
saggio del pellegrino dalla chiesa 
all'ospedale di S. Lucia si ha dai 



testimoni barcellonesi e manre- 
sani Giovanni Pasquale, Francesco 
Picalques, Andrea Sola. Cf. Mon. 
Ignat., ser. IV, II, 395 sg., 705, 727. 
V. Creixell, loc. cit., p. 16 sg. 

(^) Ci. GonzAlez, loc. cit., 
nn. 9, 18, pp. 42, 47. 

(3) 1 pellegrini, nei secoli xv 
e XVI, ottenuta la necessaria li- 
cenza papale, partivano da Ve- 
nezia per Giaffa, ordinariamente 
una sola volta l'anno, dopo la 
festa del Corpus Domini. Cf. 
ToBLER, pp. 508, 511. La cura 
grande che Ignazio poneva in 
evitare ogni occasione di essere 
riconosciuto dovette trattenerlo 
dal recarsi ai piedi di Adriano 
in Viteria o in Saragoza, dove 
quegli dimorava, sempre sul punto 
d'incamminarsi alla volta di Ro- 
ma. Ci. Pastor, IV. par. II, 30, 
37-44. Quanto alla peste di 
Barcellona, alla quale alcuni bio- 
grafi, dopo il Maffei, lib. 1, 
cap. v, p. 16, attribuiscono il 
prolungato soggiorno del Loiola in 



30 



Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, &'c. 



Così Manresa divenne per lui la patria spirituale e il primo 
tirocinio, nel quale sotto la guida dello Spirito vSanto formossi 
maestro nella scienza della salute e perfezione cristiana. 
Per buona ventura possediamo di questo periodo notizie 
così minute e distinte, quali forse non se ne ha per nessun 
altro, come quelle che ci provengono dallo stesso Servo di 
Dio, indottosi finalmente a svelare, dopo replicate e insi- 
stenti preghiere dei suoi, per quali vie il Signore ne avesse 
condotto e governato gl'inizj della mirabile conversione ('). 

Prese dapprima stanza in un ospizio detto S. Lucia (^). 
L'ordine di vita allora intrapreso ci è da lui medesimo in 
questa forma descritto: « Domandava ogni dì limosina. Non 
mangiava carne né beveva vino, benché glielo dessero; 
la domenica però non digiunava e, se gli venisse offerto del 
vino, bevevalo. E perchè era stato molto vanitoso nell'ac- 
conciare alla moda i capelli, che aveva leggiadri assai (3), 
si diede a tenerli ispidi e incolti, senza né pettinarli né ta- 
gliarli né altrimenti coprirli di giorno e di notte. Lasciava 
parimente crescere le unghie dei piedi e delle mani già 



Manresa, è da osservare che essa 
non apparve nella città se non 
verso il ig di maggio (v. la let- 
tera di Adriano VI al S. Collegio, 
in Gachard, p. 83), quando cioè 
Ignazio non aveva più tempo di 
mettersi in viaggio, arrivare a 
Roma e di là a Venezia per im- 
barcarsi dopo la festa del Corpus 
Domini, caduta in quell'anno ai 
19 di giugno. 

(^) V. la testimonianza del 
p. Natale nella Praefatio agli 
Ada del Gonzalez, loc. cit., p. 36. 
Se v'ha periodo della vita del 
Loiola, che abbisogni di cautela 
nella scelta delle fonti, questo è 
proprio quello dei mesi da lui 
trascorsi in Manresa. Egregia- 
mente osserva il p. Cros nella 
prefazione della or ora citata sua 
monografia: « De toutes les pé- 
« riodes de la vie de St. Ignace de 
« Loyola, il n'en est aucune que 
« les historiens ou biographes du 



« Saint aient moins éclairée, aucu- 
« ne, qu'ils aient plus obscurcie. 
« Elle n'a de vraie et pleine \u- 
« mière que dans les pages, qu' I- 
« gnace, en 1553-1555, dieta à 
(c Gonzalez de Càmara, et que ce 
K fidèle secrétaire nous a pleine- 
<' ment transmises ». 

In queste parole troverà il 
saggio lettore la spiegazione del 
nostro silenzio sopra parecchi epi- 
sodj e fatti narrati dai biografi del 
seicento e settecento, sulla fede 
dei tardi testimoni manresani e 
barcellonesi intervenuti a deporre 
negli ultimi anni del secolo xvi. 

(2) Per le notizie circa l'ospi- 
zio od ospedale di S. Lucia vedi 
Creixell, San Ignudo en Man- 
resa, pp. 26-33. 

(3) Dal Ribadeneira sappia- 
mo che aveva « el cabello rubio 
« y muy hermoso ». Così nell'edi- 
zione in castigliano della Vida 
del P. Ignacio, lib. i, cap. v. 



I 



7. - I primi quattro mesi a Manresa. 



31 



un tempo curate con soverchia ricercatezza » (*). Ciò quanto 
al governo esteriore della persona; la cui condizione, e 
nell'ospedale di S, Lucia, mentre vi fu alloggiato, e dap- 
pertutto altrove, studiavasi di tenere gelosamente occulta, 
benché col prolungarsi della sua stanza in Manresa non 
tardassero a divulgarsi notizie del suo stato e delle sue fa- 
coltà, come avviene, maggiori ancora del vero (*). 

Con sì rigida penitenza accoppiava l'esercizio della 
carità verso i poveri e gl'infermi, soccorrendo i primi con 
limosine da lui raccattate, visitando, consolando e servendo 
i secondi nei loro languori, senza mai dimenticare la mise- 
ricordia spirituale ai fanciulli, che veniva dirozzando nei 
rudimenti della dottrina cristiana (3). Quanto poi agli 
esercizi dello spirito nel trattare con Dio, appena sembra 
avesse potuto spingerli più innanzi. Sette ore ogni dì al- 
l'orazione, tutta in ginocchio e levandosi alla mezza notte; 
ascoltare la Messa grande, durante la quale ordinariamente 
leggeva il Passio; intervenire ai vesperi e alla compieta 
cantati; confessarsi e comunicarsi ogni domenica {*). 

Con questo tenore di vita diede principio al soggiorno in 
Manresa, godendo rispetto all'interno di molta tranquillità 
e letizia spirituale. Non gli mancò tuttavia, anche in quei 
primi inizj, qualche nube passeggera di tentazione. Entrando 
un giorno nella chiesa della Seo, dove costumava recarsi 
per le consuete sue pratiche devote, sentissi soprappreso 
da un molesto pensiero che, quasi aura di gelida diffidenza, 



(^) GoNZALEZ, Acta, loc. cit., 
n. 19, p. 48. Alle penitenze qui 
ricordate devesi aggiungere, se- 
condo il RiBADENEIRA, lOC. cit. 

la disciplina tre volte il giorno. 
Prima di lui il Lainez scrisse che 
in alcuni giorni si disciplinava 
molte volte. Epist. de s. Ignai., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 102. 
Nel ms. poi degli Acta del Gon- 
zàlez al n. 13 si trova notato in 
margine: « Desde el dia que se 
« partió de su tierra, siempre se 
« disciplinava cada noche ». Gon- 
ZALEz, loc. cit., p. 44. 

(*) Ci. I,AiNEZ loc. cit.; GON- 
zAlez, loc. cit., n. 18, p. 48. 



(3) Dell'esercizio del suo zelo 
e della sua carità in Manresa nel 
modo predetto, nulla disse il Lo- 
iola al Gonzàlez. Ciò fu perchè 
egli, accomodandosi al desiderio 
de' suoi figli, intese principal- 
mente di non celare in tutto l'a- 
zione di Qio sull'anima sua, non 
già di scrivere la storia delle sue 
opere. Che così spendesse parte 
del tempo, l'abbiamo dai testi- 
moni del 1595, i quali depongono 
di averlo udito da testi oculari. 
Cf. Mon. Ignat., ser. IV, II, 699, 
706, 708, 715, &c. 

(4) GoNZALEZ, loc. cit., nu- 
meri 20, 23, 25, pp. 49, 51. 



32 Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, ò^c. 

minacciava di estinguere il concepito fervore. E come 
potrai, gli parve sentirsi dire dentro dell'anima, come 
potrai tn continuare in questa maniera i settant'anni che 
ti restano ancor da vivere? (') Cui egli, addatosi donde 
l'interrogazione venisse: « O miserabile, rispose, puoi tu 
promettermi un'ora sola di vita? » Con ciò vinse la ten- 
tazione e si rimase quieto, nonostante più e più volte pa- 
tisse illusione di certo fenomeno che parevagli di vedere 
nell'aria, in figura come di serpe, tempestato di punti di 
luce splendenti, quasi scintillanti pupille (*). 

Da questi ragguagli fornitici da lui stesso si viene a cono- 
scere che la sua orazione, in questo primo stadio, consisteva 
principalmente nella preghiera vocale e nella lettura, fram- 
miste l'una e l'altra con pie riflessioni. Coll'orazione però 
andavano congiunti alcuni principj e quasi germi dell'apo- 
stolato che avrebbe riempito tutto il corso ulteriore della 
sua vita. Alcune volte trattava con persone devote, dalle 
quali veniva stimato e desiderato pel grande ardore e la 
molta volontà che in lui scorgevano di progredire nel ser- 
vizio divino (3). Questi primordiali saggi di zelo erano ben 
altra cosa dagli Esercizj spirituali, presi nel senso stretto 
della parola, quali oggi ci è dato ammirarli nell'ultima 
stesura da lui lasciataci dell'aureo libretto. Ma intanto 
quell'adoperarsi alla salute dei prossimi quando, al dire 
del Lainez, ancora non intendeva quasi nulla delle cose di 
Dio (4), accompagnato, com'egli faceva, con isquisita purità 
di coscienza, austerità rigidissima, assidua preghiera e fre- 
quente lettura dell'Imitazione di Cristo (s), gli valse di ot- 
tima preparazione perchè Iddio per mezzo della vicenda 
di contrarie mozioni, lo venisse formando direttore esper- 
tissimo delle anime nel cammino della perfezione. 

« Cominciò a sentire >?, così egli descrive quest'intima 

(^) Così il GonzAlez, loc. cit., (*) Cf. GonzAlez.Ioc. cit., n. 19, 

n. 20, p. 49. Ma il Lainez, seri- p. 48. 

vendo del p. Ignazio nel 1547 se- (3) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 21. 

condo ciò che « en ciertos tiem- p. 49. 

K pos y lugares hemos sentido (4) « Y con lodo, los quatro 

« d'él, ò collegido de sus palabras », « meses primeros no entendia casi 

invece di settanta ha « cinquenta « nada de las cosas de Dios ». 

anos ». Epist. de s. Ignat., nei Mon. Lainez, loc. cit. 

Ignat., ser. IV, I, 102. (5) G. GonzAlez, Memoriale, 



y. - I primi quattro mesi a Manresa. 33" 

pagina del suo tirocìnio, « grande varietà nell'interno del- 
l'anima sua, trovandosi talora sì svogliato che non provava 
gusto né recitando preghiere, né ascoltando Messa, né 
facendo alcun'altra orazione; a volte invece gustava tutto 
l'opposto e si subitamente che gli pareva di essere libero 
da ogni affanno e desolazione come chi leva ad altri un 
mantello dagli omeri» ('). A questa prova ben presto 
un'altra ne tenne dietro più grave e diuturna, la quale, sotto 
l'aspetto del meglio, tendeva a fargli volgere il passo indietro 
nel sentiero della virtù; ciò furono gli scrupoli. « Benché 
la confessione generale fatta in Monserrato », così egli pro- 
cede con la penna del Gonzàlez, « fosse stata diligentissima 
e per iscritto, tuttavia gli sembrava talora di non avere con- 
fessato alcune cose: donde ne veniva in grande ansietà; né, 
pur facendosi a confessarle di nuovo, rimaneva tranquillo. 
Si die dunque a cercare di alcuni uomini spirituali che lo 
guarissero di tali scrupoli; ma senza prò. All'ultimo un dot- 
tore della Seo, uomo molto spirituale, che predicava in 
quella chiesa ('), gli disse un giorno in confessione che 
scrivesse tutto ciò di che poteva rammentarsi. Lo fece, ma 
confessato che fu, ecco di nuovo gli scrupoli a tormentarlo 
come prima, con nuove sottigliezze sopra il passato. Non 
lasciava di apprendere il danno che essi gli facevano e come 
avrebbe dovuto liberarsene; pure non gli riusciva. Pen- 
sava alcune volte gioverebbe al proposito un comando del 
confessore, il quale in nome di Gesù Cristo gli ordinasse 
di non più rifarsi sopra nessuna delle cose trascorse; desi- 
derava ottenerlo, ma non ardiva di suggerirlo. Tuttavia, 
pur senza farne lui parola, finalmente il confessore gli in- 
giunse non accusasse più nulla del passato, salvo se si trat- 
tasse di cose affatto evidenti. Ma poiché la turbazione 



in Mon. Ignat., ser. IV, n. 97, p. 35, scrissero fosse il p. Guglielmo 

p. 200. de Pellaros. Al qual proposito 

(^) Cf. GonzAlez, Ada, n. 21, osserva il Cros: « Certains veulent 

p. 49- « qua saint Ignace ait eu pour con- 

(') Secondo il testo del Con- « fesseur le prieur des dominicains, 

zàlez, il predicatore della Seo fu « qu'ils appellent frère Gabriel 

anche il confessore del Loiola in « Guillaume Pellaros. Le prieur 

questo periodo. Era egli dome- «de 1522 fut certainement frère 

nicano? Ciò sembra assai proba- « Barthélemi Benayant ». Cros*', 

bile. Alcuni anzi, come il Fita, Vie d'Ignace à Manrèse, § X. 

Storia della Compagnia di Gesit in Italia, II. 3 



34 



Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, ò^c. 



dello spirito ognuna di quelle dubbiezze gli faceva apparire 
assai fondata, non approdava a nulla il comando e le 
angustie continuavano come prima » ('). 

Nel tempo di questo grande travaglio, Ignazio dall'ospe- 
dale di S. Lucia, ad estate inoltrata, erasi trasferito ad abi- 
tare presso i padri Predicatori nel loro convento di S. Pietro 
Martire, in quella cameruccia nella quale, salvo le assenze 
per malattia o per motivo di devozione, dimorò sino alla 
partenza da Manresa nel febbraio 1523 (*). 

Colà, resistendo alla penosissima lotta interiore, mante- 
nevasi fedele a tutte le pratiche di pietà che si era dapprima 
prefìsso, senza nondimeno sentirne allievamento di sorta. 
La stretta tormentosa giunse una volta a tal segno che, po- 
stosi in orazione, cominciò a gridare ad alta voce dicendo: 
«( Soccorrimi, o Signore, che non trovo rimedio né negli 
uomini né in alcuna creatura; che, se immaginassi di poterlo 
trovare, niuna pena mi sarebbe molesta. Mostrami tu, o 
Signore, dove trovarlo, che quantunque mi bisognasse ri- 
correre a un cagnuolo perché mi dia il rimedio, io pure lo 
farei ». L'assalirono inoltre violente tentazioni di finirla 
con quel martirio precipitandosi giù da una gran buca o 
cateratta che era nella sua stessa cella, a due passi dal 



(1) GonzAlez, loc. cit., nn. 22- 

23. P- 50- 

(2) GoNZALEZ, loc. cit., n. 23. 

p. 50 sg. Ci mancano i dati per 
determinare il tempo esatto del 
trasferimento. La Relación de la 
rara piedad de la casa de Ami- 
gant (manoscritto degli vltmi 
anni del sec. xvi) lo pone nel 
mese di agosto 1522. V. Crei- 
XELL, San Ignudo en Manresa, 
p. 66^; quivi si riferisce l'intero 
passo del documento. 

Che poi trasferitosi dall'ospi- 
zio di S. Lucia al convento o 
Priorato di San Domenico vi ri- 
manesse fino alla partenza, l'af- 
fermò espressamente una inscri- 
zione del predetto convento com- 
posta nella prima metà del se- 
colo XVII e riportata nella ver- 



sione latina dal p. Pien, Ada SS. 
iul. to. VII, Camme ni. praev. de 
s. Ignatio, n. 43. Ricorderemo 
più sotto la dimora presso le fa- 
miglie Amigant e Ferrer durante 
due gravi malattie. 

Quanto alla grotta venerata 
anche oggidì e celebre sotto il 
nome di Santa Cueva (cf. Crei- 
xell, San Ignacio en Manresa, 
pp.. 90-100), è al tutto da esclu- 
dere che vi abitasse di giorno e 
di notte, come scrissero parecchi 
storici de' secoli xvii e xviii. 
Usò solo di ritirarvisi a pregare 
per desiderio di maggiore solitu- 
dine, non altrimenti che alla so- 
litaria cappella di N. Signora di 
Villadordis. Cf. la breve, ma 
sensatissima, disquisizione dello 
AsTRAiN, I, 33 sg. 



8. - Restante soggiorno a Manresa, óre. 3^ 

luos[o dove faceva orazione. Ma avvertendo come fosse 
peccato uccidersi, Signore, tornava a gridare, non farò mai 
cosa che ti offenda. E queste parole, come le precedenti, 
andava molte volte iterando (^). Allora gli venne in mente 
un mezzo da lui creduto efficace a ridonargli la quiete, 
mezzo che sapeva adottato già con felice successo da un 
santo servo di Dio. Ciò fu astenersi dal mangiare e dal bere 
insino a tanto che il Signore l'esaudisse o si vedesse già im- 
minente la morte. Durò in questo straordinario digiuno da 
una domenica all'altra, non intermettendo né mutando guari 
niuna delle sue pratiche di pietà, finché l'ottavo giorno, 
ito a confessarsi secondo il solito e manifestata la cosa al 
padre spirituale, cui non soleva nascondere nulla, n'ebbe 
espresso divieto di più persistere in esso. Obbedì, benché 
ancora sentisse tanto di forze da potere protrarre più oltre 
il digiuno. Per quel giorno e l'altro appresso sparve ogni 
molestia di scrupoli; ma la dimane, martedì, stando in ora- 
zione, avendo ricominciato a riandare i peccati del tempo 
trascorso, fu di nuovo preso da scrupoli, credendosi obbli- 
gato di farsi novellamente a confessare le colpe. Quest'in- 
teriore contrasto gli suscitò nell'animo e un disgusto della 
vita che menava e un desiderio di abbandonarla. Allora 
finalmente aperse gli occhi come chi si risvegliasse da un 
sogno: l'esperienza acquistata della diversità degli spiriti 
lo guidò a scoprire la tentazione che sotto aspetto di bene 
tendeva a minare la perseveranza nella nuova via. Quindi 
pienamente illuminato, risolvette di non confessare mai più 
niuna delle cose passate e indi innanzi rimase immune 
dagli scrupoli e tenne per certo che Nostro Signore ne l'aveva 
voluto liberare per sua grande misericordia » (*). 

PARECCHI mesi era durato il penoso combattimento, cioè s.restantb sog- 
dall'aprile all'agosto 1522 {^). In questo mese appunto, Rlsir^sTRArRol- 
rìcuperata appena la serenità dell'animo, infermò gravemente, narj favori: gli 
Nella celletta al Priorato de' Domenicani non era agevole ^^ ""tuali. 
trovare chi l'assistesse come richiedeva la gravità del morbo; 

(*) GonzAlez, ]oc.. cit., nu- minciare in aprile, secondo sembra 

meri 23-24, p. 51. si possa dedurre dalla circostanza 

(*) GoNZALEZ, loc. cit., nu- da lui narrata, vale a dire da 

meri 24-25, p. 51 sg. quel ricorrere per consiglio al dot- 

^3) Gli scrupoli dovettero co- tore della Seo, che ivi predicava. 



36 Capo /. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, àfc. 

fu perciò raccolto da una notabile famiglia manresana, 
quella degli Amigant, presso la quale le pie gentildonne, sue 
devote recavansi a vicenda dì e notte per prestargli ogni 
amichevole cura ('). Una febbre assai maligna lo condusse 
in fin di vita, tanto ch'egli teneva per certo di averne solo 
per poco. In questo frangente fu di nuovo assalito da ten- 
tazioni di vanità, le quali parvero rinnovargli le smanie 
dei giorni foschi degli scrupoli. « Gli veniva un pensiero » 
così racconta il fatto, e che gli diceva lui essere uomo giusto; 
di che forte si accorava, ad esso repugnando e mettendosi 
davanti i proprj peccati. Bavagli questo pensiero maggiore 
travaglio della stessa febbre; ma non riusciva a cacciarlo per 
quanta contenzione vi adoperasse. Diminuita alquanto la 
febbre e passato l'imminente pericolo, cominciò ad esclamare 
con alte grida ad alcune dame colà venute a visitarlo che 
per amor di Dio, quando altra volta lo vedessero in punto 
di morte, levassero alta la voce, chiamandolo peccatore ed 
esortandolo a ricordarsi delle offese fatte al Signore » ('). 
Fu questa l'ultima lotta sostenuta in tempo di malattia; 



Ora è noto che in Ispagna, non 
meno che in ogni altra nazione 
d'Europa, le prediche facevansi 
ordinariamente nella quaresima, 
in preparazione alla Pasqua, ca- 
duta in quell'anno 1522 ai 20 di 
aprile. La durata della battaglia 
fu taciuta dal Santo. Però, aven- 
doci tramandato il Lainez che 
nei primi quattro mesi del sog- 
giorno manresiano Ignazio non 
intendeva quasi nulla delle cose 
di Dio [Epist. de s. Ignat., in Mon. 
Ignat., ser*. IV, I, 102), non ve- 
diamo come gli scrupoli possano 
collocarsi fuori del detto quadri- 
mestre. Non ignoro che il Po- 
LANCO {Vita. pp. 20-22) pose la 
penosa prova dopo i primi quattro 
mesi; se non che stimo meglio atte- 
nermi alle conclusioni dedotte da 
fonti le quali in ciò hanno indub- 
biamente maggiore autorità di lui. 
Con sodisfazione dovetti osservare 
che alle medesime deduzioni, con 



il solo semplice interpretare i 
passi del Gonzàlez e del Lainez, 
giunse anche il Bòhmer, I, 37. 

(*) La malattia è ricordata dal 
Santo solo incidentemente. Gon- 
zAlez, loc. cit.. n. 32, p. 55 sg. 
Del tempo e del luogo dove si 
giacque infermo tace affatto; se 
non che quanto al luogo nar- 
randoci che alcune signore re- 
cavansi a visitarlo, viene implici- 
tamente ad escludere fosse la 
cella del convento dei Dome- 
nicani, nella quale la clausura 
avrebbe impedito loro l'accesso. 
Attestano espressamente la di- 
mora del malato in casa Amigant 
non meno di cinque testimoni 
manresani e barcellonesi del 1595 
e 1606. Mon. Ignat., ser. IV, II, 
378, 649, 738, 744, 748. Cf. FlTA, 
pp. 31 sg.; Creixell, San Ignacio 
en Manresa, pp. 60 sg. 

(2) GonzAlez, loc. cit., n. 32, 
P- 55 sg. 



8. - Restante soggiorno a Afanresa: straor dinar j favori, àfc. 37 

poiché in quelle che appresso patì ebbe sempre ilare e sereno 
lo spirito. Frattanto rimesso in salute e recatosi all'ordi- 
naria sua stanza presso i padri Predicatori, tornò come per 
l'innanzi alle sette ore di orazione quotidiana e alle conver- 
sazioni spirituali con parecchie anime pie. Erano esse, per 
dirne solo alcune delle più ricordate nei processi, Angela 
Amigant, Agnese Claver, Michela Canielles (^). Quanto alle 
penitenze, gustando il frutto che faceva col prossimo, smise 
certi estremi di selvatichezza, quali erano il non tagliarsi 
le unghie e il lasciare ispidi e arruffati i capelli; mitigò pure 
l'astinenza, ricominciando a fare uso di carne (*); il che 
specialmente dovette avvenire quando accettava di desinare 
in casa altrui per averne occasione da introdurre discorsi 
spirituali, sia durante la mensa sia dopo di essa (3). Sembra 
tuttavia che troppo sollecitamente tornasse al rigido tenore 
di vita, cosi rispetto all'orazione come alla mortificazione; 
poiché, al dire di uno dei primi biografi contemporanei, 
la febbre ricomparve di nuovo (*). 

Ma se il corpo, disfatto dalle eccessive penitenze, aveva 
ornai perduto la sanità ('), lo spirito purificato disponevasi 
ognor più a ricevere quella piena di straordinarj favori, 
dalla quale si vide inondato dopo i primi quattro mesi di 
soggiorno in Manresa. Per quanto è dato ad occhio profano 
di penetrare nei consigli ascosi di Dio, sembra che nelle 
amorose intenzioni divine quei carismi non tanto avessero 
ragione di premio per la fedeltà dal penitente mostrata 



(*) V. nei citati Processi man- 
resani del 1595 e 1606, in Mon. 
Ignat. ser. IV, II, 355 sg., 363. 
367, 372 sg.. 390, 705 sg., 709. 

(') GonzAlez, loc. cit., n. 27, 
29, pp. 52, 54. 

(3) L'apostolato con pii di- 
scorsi mentre desinava in casa 
altrui, è messo in particolare ri- 
lievo dal contemporaneo Polanco, 
Vita, p. 25. 

(♦) « Cum ex praedicto morbo 
« utcumque liberatus fuisset (in- 
« tendi quello nel quale fu ten- 
« tato di vanità) nondum tamen 
« in suis viribus confirmatus, sta- 



'( tim et orationis et castigationis 
« sui corporis pristinam consuetu- 
« dinem, prout initio proposuerat, 
« resumpsit, et ita in febrim re- 
« lapsus est». Polanco, Ft7a,p. 24. 
(5) Di ciò si ebbero innume- 
rabili prove nei quasi sette lustri 
che il Loiola sopravvisse. Con 
molta giustezza il Lainez sin dal 
1547, parlando delle austerità di 
lui in Manresa, conchiudeva di- 
cendo: « Y siendo al principio 
« rezio y de buena complexión, se 
« mudò todo quanto al cuerpo ». 
Lainez, Epist. de s. Ignat., in 
Mon. Ignat. ser. IV, I, 102. 



38 



Capo I. - Sguardo alla zita anteriore del Loiola, ór'c. 



alla grazia, quanto dovessero servire di tirocinio o di mezzo 
da trasmutare il recente soldato in perfetto maestro nella 
via della salute. I suoi studj di mistica teologia insino a 
quel punto riducevansi tutti alla lettura della Vita di Gesù 
Cristo di Ludolfo, a quella del Leggendario dei Santi, della 
Imitazione di Cristo (^) e dell' Esercitatorio di Garcìa Cis- 
neros (*), dalle quali soleva togliere la materia delle gior- 
naliere meditazioni. Scoccata omai l'ora di ascendere ad 
altissima contemplazione, Iddio, come da lui stesso appren- 
diamo, prese a trattarlo alla stessa maniera che il maestro 
di scuola va istituendo il fanciullo. Seguirono l'elevazioni 
di profondissimi intendimenti sopra il mistero della santis- 
sima Trinità, cui era grandemente devoto, e sopra la crea- 
zione dell'anima. Vide cogli occhi interiori il modo con 
il quale Gesù Cristo è presente nell'Eucaristia, più di qua- 
ranta volte (3) l'Umanità del Verbo incarnato e la beata sua 
Madre: le quali illustrazioni ed altre moltissime circa i più 
augusti misteri lo confermarono tanto nelle cose della fede, 
da fargli ripetere frequentemente seco stesso, che se non 
fossero attestate dalla sacra Scrittura, solamente per quello 
che aveva visto sentivasi pronto a dare per esse la vita (♦). 
Il rapimento tuttavia che; ogni altro avanzando, fu come 
la corona dei precedenti e una trascendentale lezione nella 
quale tante cose apprese per la sua vita futura, ebbe luogo, 
a quanto sembra, nell'agosto 1522 ('), sulle placide rive del 
Cardoner, a poco più d'un miglio da Manresa: « Stando ivi 



(') GonzAlez, M emoriale, in 
Mon. Ignat., ser. IV, I, n. 97, 
p. 200. 

(*) Cf. sopra, p. 27. 

(3) Notevole è l'espressione che 
usa per determinare il numero delle 
volte di questa visione: « Esto » 
(cioè l'Umanità di Cristo) « vió 
« en Manresa muchas vezes: si di- 
« siese veinte o quarenta, no se 
« atreverfa a juzgar que era men- 
« tira ». GonzAlez, loc. cit., n. 29, 

P- 54- 

(4) Cf. GonzAlez, loc. cit., 

nn. 28-29, p. 53 sg.; Lainez, loc. 
cit., p. 104; PoLANCo, Vita, p. 22. 



(5) Il tempo si raccoglie dal- 
l'espressione del Lainez, « en fin 
« de los quatro meses », il quale 
nondimeno lo significò in forma 
alquanto dubitativa: « quanto 
« me puedo acordar aver enten- 
« dido ». Cf. Lainez, loc. cit., 
p. T03. Dal racconto del Santo 
al Gonzàlez non vediamo come 
possa mettersi in dubbio che il 
rapimento avvenisse dopo gli 
scrupoli; e poiché gli scrupoli, 
come già vedemmo (cf. sopra 
P- 35)« ebbero termine nel luglio 
o ai primi d'agosto 1522, in que- 
st'ultimo mese ci sembra vada 



8.- Restante soggiorno a Manresa: straordinari favori, cyc. 39 

seduto f>, così ce ne dà egli ragguaglio, « cominciarono ad 
aprirglisi gli occhi interiori; non già che vedesse alcuna vi- 
sione, ma intendendo e conoscendo molte cose, sia spirituali 
sia della fede e di lettere: e ciò mercè d'una illustrazione sì 
intensa che tutte le cose gli parevano nuove. Non si possono 
dichiarare gli oggetti particolari che allora intese, benché 
fossero molti; solo si può dire che ricevette un grande lume 
nella mente, in maniera che mettendo insieme e riunendo 
in uno tutti gli aiuti largitigli dal Signore e tutte quante le 
cose apprese in tutto il corso della sua vita sino ai sessan- 
tadue anni compiuti, non gli sembra avere ricevuto tanto 
come in quella volta sola, nella quale rimase così illuminato 
da sentirsi un altro uomo e con altro intelletto da quel di 
prima » ('). 

Mentre la grazia con interno lavorìo perfezionava di 
giorno in giorno il pellegrino, elevandone la mente a pro- 
fonda vastità di cognizione dei dommi altissimi della fede, 
movevalo nel medesimo tempo a tesoreggiare sempre più 
col prossimo i doni ricevuti, quasi per imprimergli, fino dagli 
albori di quel nuovo stato, il carattere, così a lui proprio, di 
uomo della maggior gloria di Dio. L'apostolato intrapreso 
da principio in Manresa con l'esempio e i fervidi colloqui 
delle cose celesti, continuavalo con gli Esercizj spirituali, 
già formati quanto alle parti che comprendono le medita- 
zioni così dette della prima settimana, quelle della vita di 
Cristo e parecchi dei preziosi documenti ascetici riuniti nel- 
l'aureo libretto (*). 



coli oca lo il fatto, pur non disco- 
noscendo, stante specialnnente la 
maniera incerta espressa dal Lai- 
nez, che abbia potuto aver luogo 
anche più tardi. 

(^) GonzAlez, loc. cit., nn. 30- 
31, p. 54 sg. 

(^) Cf. POLANCO, Vita, p. 21. 

Che gli Esercizj spirituali non 
fossero composti tutto di getto e 
in un sol tempo ci viene indubi- 
tabilmente attestato dal mede- 
simo Ignazio. Richiesto in pro- 
posito dal Gonzàlez ai 20 ottobre 
1555. risposegli che «non gli 



« havea fatti tutti in vina volta; 
K senonchè alcune cose, che lui 
« osservava nell'anima sua, e le 
e trovava utili, gli pareva che 
« potrebbero anche essere utili ad 
« altri, e così le metteva in scritto, 
« verbi grafia, dell'essaminar la 
« coscientia in quel modo delle 
« linee, &c. Le elezioni special- 
« mente mi disse che le aveva 
« cavate da quella varietà di spi- 
« rito e pensieri, che aveva quan- 
« do era in Loyola, quando stava 
« anche male della gamba ». Gon- 
zàlez, loc. cit., n. 99, p. 97. 



40 



Capo I. - S,s^iardo alla vita anteriore del Loiola, àr^c. 



Prime ne sperimentarono l'efficacia ammirabile un pic- 
colo stuolo di gentildonne manresane, i cui nomi già avemmo 
occasione di ricordare (^), quali Branda Paguera, Angela 
Amigant, Michela Canielles, Agnese Claver. Costoro insieme 
con parecchie altre erano solite di radunarsi intorno a 



SuH'autorità poi del p. Natale, 
già sopra ricordato (v. p. 27*), dob- 
biamo ammettere che questo la- 
voro di lentissima composizione si 
protraesse lungo tutto il tempo de- 
gli studj, anzi propriamente sin 
dopo di essi (1535). « Post consu- 
« mata studia, » così quegli, « con- 
« gessit delibationes illas Exerci- 
« tiorum primas; addidit multa, di- 
« gessit omnia, dedit examinanda 
« et iudicanda Sedi Apostolicae ». 
Nadal, IV, 826. Naturalmente 
innanzi di giungere all'ultimo 
testo definitivo approvato dal 
papa nel 1548, ne dovettero pre- 
cedere parecchi altri, che pur- 
troppo o perirono o rimangono 
sconosciuti. Uno di questi che, 
molto dappresso, ci mostra che 
cosa fossero gli Esercizj quando 
Ignazio in Parigi formava con 
essi i suoi primi compagni, è 
quello che, grazie ad una gentile 
indicazione del chiarissimo Mon- 
signore Giovanni Mercati, mi 
venne fatto di ritrovare nel cod. 
Vat. Reg. 2004, ultimamente in- 
sieme con i varj testi dell'aureo 
libriccino pubblicato nei Monu- 
menta hisiorica Soc. lesti. {Mon. 
Ignat., ser. IT, Exercitia spiritua- 
lia, pp. 624-648. Esso, se non ci 
dàl'intero testo che il Loiola usava 
in Venezia all'entrare del 1536, 
allorché stava esercitando l'u- 
manista inglese Giovanni Helyar 
(v. infra, p. 87), molto nondi- 
meno a quello si avvicina, come 
esaurientemente sarà dimostrato 
dal mio confratello p. Ferdinando 
Tournier nelle sue Ignatiana, 



delle quali si è fatto sopra men- 
zione. Cf. p. 19. Sulla questione 
della genesi dell'opera veggasi il 
bel lavoro del Watrigant, La ge- 
nèse des Exercices.in Etudes.'L'K'Kl, 
LXXII, (1897) 195-216. Quanto 
alla tradizione, sconosciuta alle 
fonti del secolo xvi, secondo la 
quale gli Esercizj sarebbero det- 
tatura della Vergine al Santo, 
dopo il ragionato sin qui, non 
sembra metta conto di vagliarla 
criticamente. Ci basti ricordare 
che cominciò a diffondersi nel sei- 
cento grazie alle rivelazioni della 
ven. Marina d'Escobar, intorno 
alla quale la Chiesa non ha in 
modo alcuno pronunziato il giu- 
dizio. Cf. AsTRAiN, I, 161. Piut- 
tosto è da insistere in rilevare 
quell'assistenza o aiuto sopranna- 
turale che il Loiola ebbe da Dio 
a comporre il mirabile libriccino, 
valendoci delle stesse parole usate 
dal Polanco, là dove nel 1548, 
presentando alla Compagnia gli 
Esercizj allora allora approvati 
per la stampa da Paolo UT, as- 
serì averli il padre Ignazio com- 
posti, ammaestrato « non tam a 
« libris quam ab unctione Sancti 
« Spiritus et ab interna expe- 
« rientia et usu tractandarum ani- 
« marum ». Cf . la lettera col ti- 
tolo Quidam de Societate Iesu 

DEVOTO LECTORI EIUSDEM SoCIE- 

TATis e con la data vi Idus Au- 
gusti MDXLViii, premessa alla 
prima edizione degli Exercitia 
spiritualia e ripubblicata poi sem- 
pre in tutte le successive. 
(I) V. sopra, p. 37. 



8. - Restante soggiorno a Manrcsa: st raor dinar j favori, &'c. 41 

lui come a maestro di perfezione cristiana, nonostante il 
nomignolo di Inighe loro attribuito dai maliziosi (*). Am- 
maestravale il Santo circa la maniera di esaminare la coscienza 
e di purgare l'anima dai peccati con la contrizione e la con- 
fessione; le avviava a meditare i misteri della vita di Cristo, 
esponeva loro i varj modi di orare e come dovevano proce- 
dere così nella saggia scelta dello stato, non altrimenti che 
in ogni altra elezione (*). 

All'entrare dell'inverno 1522, una nuova grave malat- 
tia (3) venne ad interrompergli ogni esercizio di vita apo- 
stolica. L'incognito penitente era venuto in tanta venera- 
zione ed amore per le sue virtù che il maestrato della città, 
a dargli comodo di meglio curarsi, lo fé' trasportare dalla 
cella dei Domenicani in casa i Ferrer. Quivi fu con molta 
diligenza assistito: principalissime signore del luogo, mosse 
dalla devozione che per lui nutrivano, recavansi a visitarlo. 
La violenza del morbo die giù; cominciò la convalescenza, 
benché tuttavia proseguisse a sentirsi assai debole e con 
frequenti dolori di stomaco. Ora correndo rigida la stagione 
ed avendo tanto guasta la sanità, quei suoi amorevoli ot- 
tennero che s'arrendesse a deporre il sacco, ad indossare 
in sua vece due vesticciuole grige di panno molto grosso e 
a ricoprire il capo con un berretto della stessa stoffa. Queste 
discrete cure giovarono a ritornarlo in forze e con le forze 
gli si accrebbe lo zelo delle anime, di guisa che era molto 
avido di parlare di cose di spirito e di trovare persone ca- 
.paci d'intenderlo (*). Ma il tempo omai maturava di mettere 
in atto il proposito concepito nel letto stesso dei suoi dolori 
in Loiola, confermato ai piedi della Vergine a Monserrato, 
mantenuto sempre vivo nel soggiorno di Manresa, contro 
ogni sua preveggenza, prolungatosi tanto (s). 

La Terra Santa, Gerusalemme, il suolo calcato dall'Uomo 
Dio, dove l'eco ancora risuona della voce divina e rosseggia il 
suo sangue, tal era il termine sospirato del pio pellegrinaggio. 
Ve lo spingeva potentemente l'indomita fiamma d'amore a 

(^) Vedi la deposizione del « medad muy rezia». Così il Santo 

teste Giovanni Kossinyol nel presso il GonzAlez, loc. cit., n. 

Processo manresano del 1595; 34, p. 56. 

Mon. Ignat., ser. IV, I, 369. {*) GonzAlez, loc. cit. 

(2) Cf. PoLANco, Vita, p. 21. (5) GonzAlez, loc. cit., n. 8, sg. 

(3) «Se enfermó de una enfer- p. 41 sg. 



42 Capo I. - Sguardo alla vita anteriore del Loiola, àfc. 

Cristo, che già divampandolo tutto gli faceva parere mil- 
l'anni di raggiungere la Palestina e stabilirvisi come un 
tempo il santo dottore Girolamo, per rivolgere sopra di sé 
la misericordia di Cristo, mentre avrebbe colà trascorso i 
suoi giorni piangendo i peccati della gioventù C), visitando 
i Luoghi Santi e dando opera ancora a santificare le anime, 
secondo aveva con lieto successo cominciato in Mànresa (^). 



(^)«È noto che il s. Dottore così 
indicò il motivo della sua andata 
in Palestina : « ut adolescentiae 
« peccata deflentes, Christi in nos 
« misericordiam deflecteremus ». 
Lih. conira Io. Hìerosol. n. 41, 
in MiGNE, P. L. XXIII, col. 393. 



(2) l' Su firme propòsito era 
« quedarse en Hierusalem, visi- 
« tando siempre aquellos lugares 
« sanctos; y también tenia pro- 
ti pósito, ultra desta devogión, 
(' de ayudar las ànimas ». GoN- 
zAlez, loc. cit., n. 45, p. 63. 



Il 




•iv 



CAPO IL 

IGNAZIO DI LOIOLA PELLEGRINO A GERUSALEMME: 
SUA ISTITUZIONE LETTERARIA E SCIENTIFICA. 

(1523-1534). 

I. Pio viaggio del Loiola ai Luoghi Santi e ritorno in Ispagna. — 
2. La scuola di grammatica in Barcellona. — 3. Gli studj in Al- 
calà. Primi compagni incostanti: opere d'apostolato. La prima 
prigionia. — 4. Partenza per Salamanca: delusioni ivi sofferte: 
nuova e più dura prigionia. — 5. Andata a Parigi: vita di studio 
e di zelo che vi mena. — 6. I compagni parigini d'altra tempra 
e costanza di quelli d'Alcalà. — 7. 11 voto del 15 agosto 1534 al 
Monte dei Martiri. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. GoNzAlEZ DE CAmARA, Acfa 

p. Ignatii. - 2. Epistolae s. Ignatii de Loyola. — 3. Fabro, Memo- 
riale. - 4. Rodriguez, De origine et progressu Soc. lesu. - 5. Boba- 
DILLA, Autobiographia. - 6. Processi di Alcalà. - 7. Polanco, 
Vita Ignatii Loyolae. - 8, Ribadeneira, Vita Ignatii Loyolae. 



ALLA SOLINGA MANRESA IN PRINCIPIO --"ov.aggio 

, , . ,. . . ..,_.., ,, . . DEL LOIOLA AI 

del 1523 indirizzava 1 passi 11 Loiola alla vicina luoghi santi e 
Barcellona, dove faceva disegno imbarcarsi per "'torno in ispa- 
giungere in Palestina. ('). Sparsasi tra i cono- 
scenti la notizia del suo pellegrinaggio, non gli mancarono 
* parecchie offerte di compagni, desiderosi come lui di rendere 
quel tributo di fede e di devozione al Redentore; ma egli 
tutti li ricusò, perchè non paresse che cercava o voleva 
altro appoggio fuori che in Dio. A chi un giorno molto 
insisteva per indurlo a recedere dal concepito divisamente, 
mettendogli innanzi la sua ignoranza della lingua latina e 
dell'italiana, molto allora parlata in Levante, e quindi le 
vantaggiose condizioni di quelle profferte, rispose che quan- 
d'anche si trattasse di tórre a compagno un figlio o un fra- 
tello del duca di Cardóna (un grande di Catalogna), non an- 

(^) <s-\ asi al prin9Ìpio del ano de « embarcarse ». GonzAlez, Acta, in 
« 23 se partió para Bar9elona para Mon. Ignat., ser. IV, I, n. 35, p. 57. 




44 Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

r 
drebbe con lui. Essere suo desiderio di avere allato tre virtii: 

la carità, la fede e la speranza; queste bastargli: conducendo 
seco un compagno, se avesse fame, aspetterebbe aiuto da 
lui; se gli avvenisse di cadere, avrebbe chi gli desse mano 
a rilevarsi; e così per questi rispetti si appoggerebbe e af- 
fezionerebbe alla creatura, riponendovi sconsigliatamente 
quella fiducia che voleva fosse collocata in Dio solo. Come 
parlava così sentiva nel cuore. Né limitavasi a rifiutare il 
compagno. Aveva pure da principio deliberato di non pren- 
dere provvista alcuna di vettovaglia; infine, costrettovi dal 
capitano della nave, il quale, accettandolo graziosamente, 
poneva per condizione portasse seco il necessario per sosten- 
tarsi, e confortato dalla parola del confessore a vincere i suoi 
timori di poca fiducia in Dio, s'indusse a procacciarsi il 
biscotto, domandandolo in limosina per la città. Avutone 
a sufficienza, s'imbarcò; ma fu sì sollecito in non ammet- 
tere nulla più dello strettamente bisognevole che, prima 
d'entrare nella nave, depose sopra una panca lì presso al 
lido cinque o sei monetine d'argento, o hlancas, dategli per 
amore di Gesù Cristo (^). 

Sciolse senza socio da Barcellona intorno al 20 di marzo 
^523 (*); il vento spirò forte in poppa, cosicché a capo di 
cinque giorni afferrò a Gaeta. Disceso a terra, per la via 
Appia, riprese incontanente il viaggio alla volta di Roma. 
Ir Fondi sperimentò la cristiana gentilezza della signora del 
luogo, la contessa Beatrice Appiani, prima moglie di Ve- 
spasiano Colonna, la quale all'estenuato pellegrino con- 
cesse di buon grado l'entrata nel borgo ed il permesso di ripo- 
sarsi, da lui usato per soli due giorni ('). Ristorate le forze, 
proseguì verso l'eterna città, dove arrivò il 29 di marzo, 
domenica delle Palme. Gli Spagnuoli, che non pochi erano 

(^) Cf. GonzAlez, loc. cit., nn. biografi tentò rintracciarlo. Idati 

35.36, p. 57 sg. nondimeno da lui fornitici mi con- 

(*) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. dussero ad identificare l'uno e l'al- 
38, p. 58 sg. Vedi pure la nota tra. Cf. GonzAlez, loc. cit., nn. 
del BòHMER, I, 69-*, ed anche il 38-39, pp. 58 sg.; Amante e Bian- 
Creixell, San Ignudo en Barce- chi, p. 148. Sul brutto caso oc- 
Iona, p. 33^. corsogli nel casale tra Gaeta e 

(3) Il Loiola forse non ricordò, Fondi, vedi la deposizione del sa- 

certo non disse, il nome della città cerdote Francesco Puig nel Pro- 

e quello della benigna « senora de la cesso manresano del 1506, in Mon. 

« tierra », né alcuno dei suoi molti Ignat., ser. IV, II, 710. 



/. - Pio viaggio ai Luoghi Santi, &c. 



45 



allora in Roma, lo dissuadevano con molte ragioni dal met- 
tersi in quel viaggio senza bastevole provvista di danari. 
Ma egli, sostenuto nell'animo da gran fiducia che pure 
avrebbe trovato modo di arrivare a Gerusalemme, ricevuta 
dal pontefice Adriano VI la licenza e la benedizione, ai 13 o 
14 aprile uscì di Roma, tenendo il cammino dell'Umbria 
e della Romagna sino a Chioggia, e di là per Padova a Ve- 
nezia, donde salpavano le navi dei pellegrini (^). Dovette 
entrarvi verso la metà di maggio (*). Tutta la lunga 
strada percorse sempre a piedi, confortato da un'apparizione 
di Cristo e mendicando il necessario; che quei sei o sette 
ducati già presi in Roma per la dolce violenza di alcuni 
amorevoli, parendogli mancamento di confidenza il ritenerli 
in serbo per il viatico del passaggio a Gerusalemme, li 
venne dispensando ai poverelli, tanto che all'arrivo in Ve- 
nezia gli restavano solo alcuni pochi quattrini, con i quali 
si provvide d'albergo la prima notte (3). 

Trascorsi intorno a due mesi in Venezia (*) aspettando 
la stagione del tragitto, con otto pellegrini (s), fra i quali 
trovavasi il pio svizzero Pietro Fùssli (^), che dì per di 



(^) GonzAlez, loc. cìt., n. 40, 
p. 60; Lainez, Episi, de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 105. 

{') La congettura poggia sul 
calcolo del tempo ordinariamente 
impiegato in percorrere a- piedi 
quel non breve cammino. 

(3) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 
40, p. 60. 

(+) Per le cose occorsegli nell'at- 
tesa in Venezia, cf. GonzAlez, 
loc. cit., nn. 42-43, p. 61; Lainez, 

loc. cit., p. 105 Sg.; RiBADENEIRA, 

Vita Ignatii, cap. iv, nn. 67-71; 
PoLANco, Vita, p. 27 sg. 

(5) « Ocho o nueve [peregrinos] 
« quedaron para la [nave] de los 
« governadores ». Così il Loiola 
presso il GonzAlez, loc. cit., 
n. 43, p. 62. Che in realtà fos- 
sero soli otto si ha dal Fùssli, 
intorno al quale e al suo Diario 
vedi la nota seguente. 

(^) Pietro Fiissli, nato in Zu- 



rigo il 1482 da cospicua famiglia 
di fonditori di campane, morto 
il 1548, seguì la professione delle 
armi. Capitano di una compagnia 
di Svizzeri fu nel 15 14 in Milano 
soldato del duca Massimiliano 
Sforza, e l'anno seguente prese 
parte alla battaglia di Marignano. 
Nel 1523, insieme con due com- 
pagni della sua stessa nazione, 
un tirolese e quattro spagnuoli, 
l'un de' quali era il Loiola, fece 
il pellegrinaggio di Terra Santa 
e ne lasciò una minuta descri- 
zione sotto il titolo: « Warhafte 
Beschrybung der Reysz 1523 gaan 
Jerusalem getan ». Il documento 
edito, benché in compendio, sin 
dal 1789, fu pubblicato per intero 
e con accuratezza nel Zùrcher 
T aschenhuch dell'anno 1884 da 
un codice della Biblioteca Civica 
di Zurigo (Mss. fondo Simmler, 
n. 571). Di quest'edizione fo 



46 Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme^ &c. 

notò le vicende della lunga peregrinazione, s'imbarcò il 
martedì 14 luglio 1523 (^) sulla nave capitana in rotta 
verso l'isola di Cipro. Ai 25 di agosto giungeva nella rada di 
Giaffa; il 31 sbarcava, e il venerdì seguente, 4 settembre, 
sulle IO della mattina, silenzioso e raccolto in fervida ora- 
zione, entrava cogli altri pellegrini nella sospirata Gerusa- 
lemme (*). 

Se è da deplorare non poco la perdita della lunga let- 
tera da lui scritta a Giovanni Pascual per informarlo dei 
travagli patiti lungo il viaggio e metterlo a parte dei mistici 
affetti dell'animo durante il ferventissimo pellegrinaggio, 
il racconto nondimeno che indi a più di sei lustri ne fece al 
Gonzàlez ripara sufficientemente la mancanza del docu- 
mento prezioso ('). « Giunto finalmente colà », così egli 
attesta, « era suo proposito di rimanersi in Gerusalemme visi- 
tando sempre quei Luoghi Santi, e proponevasi ancora, 
oltre di questa devozione, di aiutare le anime » (*). Sif- 
fatte parole rischiarano di mirabile luce uno dei più decisivi 
episodj che mai s'incontrino nella vita del futuro Fondatore 
della Compagnia di Gesù. Ci scoprono cioè con qual animo 
intraprendesse il pellegrinaggio al sepolcro del Redentore, 



uso. Ultimamente lo ripubblicò 
il BÒHMER, I, 5-55 {Texte), con 
maggior copia di note esegetiche 
e con tentativi, non sempre feli- 
cemente riusciti, di ristabilire 
l'ortografia del testo originale. 
Il Bòhmer ci diede una nota il- 
lustrativa sul Fùssli, dalla quale 
sono prese le notizie riferite qui 
sopra. 

Un'altra ancor più interessante 
descrizione del pellegrinaggio è 
quella dello strasburgese Hagen. 
Questi però solo una volta ri- 
corda in genere i pellegrini spa- 
gnuoli: viaggiò col Loiola da 
Cipro a Cipro, laddove il Fiissli 
fu compagno d'Ignazio da Ve- 
nezia a Venezia. Per le indica- 
zioni bibliografiche di questo Dia- 
rio, edito dal Conrady nel 1882, 
vedi Bòhmer, I, 4 sg. (Texie). 



(^) Cf. FtJssLi, nel Ziircher 
Taschenbuch (1884), p. 152; Ri- 
BADENEiRA, Vita p. IgnatH, cap. 

IV, n. 73. Il biografo attinse 
senza dubbio dalla lettera o rela- 
zione che il medesimo Inigo scrisse 
dai Luoghi Santi ad- Agnese Pa- 
scual, lettera andata smarrita. 

V. le deposizioni qui sotto citate. 
(^) Cf. FtJssLi, loc. cit., p. 158 

sg.; RiBADENEIRA, lOC. Cit. 

(3) Cf. le deposizioni di Aurora 
e Angela Pascual, figlie di don 
Juan, nel Processo barcellonese 
del 1595, in Mon. Ignat., ser. IV, 
II, 318, 323. Cf. Ada SS., iul. 
to. VII, Comment. praev. de 
s. Ignatio,n. 106; Creixell, 
San Ignudo en Barcelona, p. 54^. 

H) GonzAlez, loc. cit., n. 45, 
p. 63 e sopra, p. 42, dove il passo 
fu riportato nel testo castigliano. 



I. - Pio viaggio ai Luoghi Santi, &c. 



47 



vale a dire, non ad effondervi soltanto per ispazio di pochi 
giorni i fervidi sensi di contrizione e di amore verso la Per- 
sona del Verbo Umanato, ma per passarvi tutta intera la 
vita, consacrandosi nello stesso tempo all'aiuto spirituale 
del prossimo, con le medesime forme d'apostolato già 
iniziate in Manresa; forme che ancora non erano in tutto 
quelle di chi raduna compagni per suscitare una nuova 
congregazione. Ad ottenere appunto cotale intento, non 
ostante avesse rifiutato quanto poteva rendergli men di- 
sagiato il tragitto e la dimora tra gl'infedeli, andava tut- 
tavia munito di lettere commendatizie per il Guardiano (^). 
Se il pio desiderio del pellegrino si fosse allora compiuto, 
a tutt'altro termine sarebbe stato volto il corso della sua 
vita. La Provvidenza però, che nei suoi arcani decreti gli 
aveva prefissa una mèta in tutto diversa, non permise che la 
religiosissima brama si potesse recare ad effetto. 

Dure quant'altre mai volgevano a quei giorni le condizioni 
della Palestina sotto il ferreo giogo de Turchi allora inso- 
lenti per la recentissima espugnazione di Rodi. I Frati 
Minori, nel compiere la loro provvidenziale missione nei 
Luoghi Santi a vantaggio di tutta la cristianità, dovevano 
andare molto cauti nel concedere ai pellegrini, secondo le 
disposizioni pontificie, la facoltà di stabilirsi in Terra Santa. 
Quindi la domanda di Ignazio, quali che si fossero i suoi 
intercessori, dopo parecchi tentativi per rimuovere le varie 
dilficoltà, non venne accolta dal Provinciale ('), cui il Guar- 
diano l'aveva trasmessa. All'iterate istanze del Loiola, 
che protestava si irremovibile in volere rimanere, salvo 
fosse obbligato in coscienza a riprendere il mare, cfuegli 
rispose esibendosi a mostrargli le lettere apostoliche, per 
le quali aveva pienissimo potere di fulminare la scomunica 
contro i ripugnanti all'obbedienza ('). Ciò udito da Ignazio, 



(^) Dovette egli essere il p. An- 
gelo da Ferrara, che aveva anche 
titolo e giurisdizione di Custode, 
del quale nondimeno scarsissime 
notizie ci vennero tramandate. V. 
GOLUBOVICH, pp. XIV, 44, n. 74. 

(2) Il suo nome non apparisce 
affatto nella Serie cronologica del 

GOLUBOVICH, loC. Cit. 



(3) Penso che il Provinciale si 
riferisse alle lettere apostoliche 
di Calisto III, Devotionis vestrae 
dei 4 feb. 1457, nelle quali non- 
dimeno viene prescritto soltanto 
che « nullus sacerdos saecularis 
« sive religiosus cuiuscumque Or- 
« dinis possit manere in partibus 
« Saracenorum contra voluntatem 



48 Capo IL - I^azio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

Ogni ulteriore insistenza cadde; la volontà del legittimo 
superiore fu a lui volere di Dio, e di conserva con i 
palmieri della prima traversata, il mercoldì 23 settembre 
1523, alle IO di sera, dopo venti interi giorni da che 
vi aveva posto piede, usciva di Gerusalemme avviandosi 
a Giaffa (^), donde salpava il sabato 3 di ottobre (*). La 
traversata, secondo l'apprendiamo dai ricordi dello stesso 
Ignazio e dal mentovato Diario del Fiissli (3), fu delle 
più lunghe e fortunose che conosca la storia della navi- 
gazione a vela nel Mediterraneo. Sbattuti da tempeste, 
che violente si succedevano l'una all'altra, costretti a fer- 
marsi a Cipro, in Candia, in Cefalonia, non prima del mar- 
tedì 12 gennaio 1524, cioè dopo centuno giorni dalla partenza, 
afferravano in porto a Parenzo nell'Istria, luogo di sosta 
alle navi prima di tragittare a Venezia. Indi a quattro 
giorni, al far dell'alba del seguente sabato, 16 del mese, ot- 
tenuta libera patente di sanità, entravano nella metropoli 
della laguna (*). 



vestram, nisi habeat specificam 
« a Sede Apostolica facultatem » 
QuARESMi, I, 324, 384. Per il 
Loiola, né sacerdote né religioso, 
non si poteva invocare siffatta 
costituzione pontificia. Un'altra 
che riguardasse i pellegrini laici 
di buona vita non mi riuscì in 
niun modo di trovare nello stesso 
diligente Quaresmi, accresciuto e 
ripubblicato dal p. Cipriano da 
Treviso. 

(^) La data ci proviene dal 
solo FiJssLi, ivi, p. 177. I bio- 
grafi ignaziani, ignorando questa 
fonte, né trovando modo nelle 
altre di maggiormente preci- 
sarla, estesero più del vero il 
soggiorno del Santo in Palestina. 
Il Genelli, per es., ve lo fece di- 
morare circa sei settimane, le 
quali ora dal Kolb, nella terza 
edizione da lui curata, vennero 
giustamente ridotte alla metà. 
Cf. Genelu, p. 76. 

(^) Cf. FiJssLi, ivi, p. 178. 



(3) Cf. FiJssLi, ivi, pp. 183-191; 

GONZALEZ, loc. Cit., p. 65. 

(4) Il giorno dell'arrivo in porto 
a Parenzo fu registrato dal Fiissli, 
ivi, p. 191 (am ziennstag war 
der 12 tag jenner, um die io gann 
Venedig kamend zun schlòsseren, 
die am hafen sind). Quello dello 
sbarco fu omesso dal pellegrino 
svizzero; lo indicò con termine, 
che potrebbe essere approssi- 
mativo, il Loiola: « Llegó a Vene- 
« 9ia mediado Enero del ano 24 ». 
Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 50, p.66. 
Informandoci il Sanuto, xxxv, 
337, che la nave Malipiera, nella 
quale il Santo aveva viaggiato, 
approdò a Venezia « il 16 gen- 
te naro, la mattina per tempo » né 
essendo guari probabile che Igna- 
zio sì povero avesse mezzi da no- 
leggiare, come fecero gli altri, una 
barca, che subito lo portasse a 
terra, l'espressione « mediado E- 
nero » sembra vada presa nel suo 
più stretto senso. 



I 



i. - La scuola di gi-ammatica in Barcellona. 49 

COSTRETTO di abbandonare la Palestina nella quale, come 
si disse (^), s'aveva proposto di trascorrere i giorni suoi 
nella visita dei Luoghi Santi e nell'aiuto del prossimo, del 
pari che era venuto facendo dappertutto dopo la partenza 
da Loiola, prese a ponderare seco stesso che cosa dovesse 
fare in futuro, ora che vedeva non piacere a Dio la vagheg- 
giata dimora in Gerusalemme. Tra i varj partiti offerti- 
sigli allora alla mente, quello pure gli si rappresentò di 
attendere per qualche tempo allo studio, a fine di potere 
giovare le anime sulla via della salute (*). A questo appunto 
si attenne e stabili di metterlo subito in pratica a Barcel- 
lona. Pertanto, nel cuore stesso del verno, tutto solo e a 
piedi, uscì di Venezia. Fu diritto a Ferrara; di là, a Genova; 
in mezzo a sommi stenti e continui pericoli di esser trat- 
tenuto siccome spia, ciò che infatti gli accadde da' soldati 
imperiali e francesi, i quali, in quei mesi di guerra tra 
Carlo V e Francesco T, battevano le strade custodendo 
gelosamente i passi ('). In Genova venne riconosciuto da 
un suo connazionale biscaino, don Rodrigo Portundo, am- 
miraglio dfel naviglio di Spagna, col quale in altri tempi 
aveva conversato, quando serviva nella corte del Re Cat- 
tolico. Costui lo fé' imbarcare su di una nave diretta a 
Barcellona. Nel tragitto non sofferse fortuna; corse invece 
grave rischio di vedere catturato il vascello dal famoso 
Andrea Doria, di fresco passato ai servigi di Francia. 

Ai primi di marzo del 1524, dopo un anno incirca di 
lontananza, rimetteva piede in Barcellona {*). Con la pia 



(^) Ci. sopra, p. 46. (3) I patimenti e le umiliazioni 

(') Cf. GonzAlez, loc. cit., nr. volonterosamente sostenute, anzi 

45. 5°. PP- ^3' 6^- Mette conto talora cercate, per desiderio di 

che il lettore abbia sott'occhio il imitare Gesù, furono raccontate 

rilevantissimo passo. « Después dallo stesso Ignazio al GonzAlez, 

que el dicho pelegrino entendió loc. cit., nn. 51-53, pp. 66-68; 

que era voluntad de Dios que no Polanco, Vita, p. 30 sg.; Riba- 

estuviese en Hierusalem. siempre deneira. Vita Ignatii, cap. iv, 

vino consigo pensando quid agen- nn. 78-79. Vedi pure nel Bòhmer, 

dum, y alfin se inclinava mas à I, 103*, le posizioni allora tenute 

estudiar algùn tiempo para poder dai due eserciti dei Francesi e de- 

ayudar à las animas, y se deter- gli imperiali. 

minava yr à Barcelona ». Cf . Lai- (+) Le fonti non determina- 

NEz, Epist. de s. Ignat., in Mon. no con esattezza la durata del 

Ignat., ser. IV, I, 107. viaggio da Venezia a Barcellona. 

Storia dilla Compagnia di Gesii in Italia, II. 4 



2. - LA SCUOLA DI 

GRAMMATICA IN 

BARCKLLONA. 



5© Capo IL - Ignazio di Loia la pellegrino a Gerusalemme, &c. 

signora Isabella, la cui carità aveva già sperimentata a- 
vanti la partenza per Terra Santa, e col maestro di gram- 
matica Girolamo Ardévol (') conferì il proposito di appli- 
carsi agli studj. Entrambi non solo gliel'approvarono; ma 
l'una si offerse a sostentarlo, l'altro a fargli scuola senza 
mercede. Ignazio, che già aveva concepito desiderio di 
darsi discepolo ad un cotal monaco del monastero di San 
Benedetto di Bages, religioso di molto spirito, non accettò 
le caritatevoli profferte dell'Ardévol e della Roser, se non 
quando recatosi a Manresa, presso cui sorgeva il convento, 
trovò che quegli nel frattempo era uscito di vita (*). Tor- 
nato quindi a Barcellona e accettata l'ospitalità in casa 
Pascual, intraprese lo studio della lingua latina con molta 
diligenza in una scuola di fanciulli, lui uomo più che tren- 
tenne (3). Da principio un grande ostacolo gli si parò di- 
nanzi, ed era che, esercitandosi nell'imparare a mente la 



Sappiamo solo, come or ora si dis- 
se, che Ignazio sbarcò a Venezia 
« mediado Enero del 24 » e che 
arrivò in Barcellona durante la 
quaresima, la quale cadde in quel- 
' l'anno tra il 9 febbraio ed il 26 
marzo. Cf. GonzAlez, loc. cit., nn. 
50. 57. PP- 66, 70. 

(^) GonzAlez, loc. cit., n. 54, 
p. 68. Il nome di battesimo di 
questo primo maestro d'Ignazio 
non fu registrato dai biografi 
anteriori al Bartoli. Ardévol o 
Ardévoll è la forma del cognome 
che ritroviamo latinizzata in 
Ardebolus nel Polanco ed anche 
nella prima edizione della Vita 
Jgnatii del Ribadeneira. Men 
bene altri lo dissero Ardehalo, 
Ar devaio, Ar evolo. Di lui rac- 
colse recentemente notizie il p. 
Creixell, San Ignacio en Bar- 
celona, p. 68 sg. 

Quanto all'Isabella ritengo il 
cognome Roser usato dal Gon- 
zàlez e, ciò che più monta, da 
lei stessa nella soscrizione delle 
sue lettere. Cf. Episi, mixtae, 1, 



450; Tacchi Venturi, Storia, I, 
664 ; e la scrittura notarile del 
1547, nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 
653. Le ragioni che militano per 
la forma Rosés, Rossés si hanno 
presso il Creixell, loc. cit., p. 
463. Del come il Loiola, prima 
d'imbarcarsi per Terra Santa, co- 
noscesse la Roser, veggasi il Ri- 
badeneira. {Vita Ignatii, cap. iv, 
n. 64), che attesta di tenere il rag- 
guaglio dalla stessa gentildonna. 
Cf. pure le note dell'Araoz, in 
Mon. Ignat., ser. IV, I, 733 sg. 

(*) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 54, 
p. 68. Sopra il vetusto monastero 
di Bages, ridotto oggidì a un cu- 
mulo di ruine, vedi Creixell, 
loc. cit., p. 67 sg. che lo illustra 
con una vignetta del presente 
suo stato. 

(3) La dimora in casa Pascual 
è attestata dalla relazione di 
don Juan, figlio di Ines, che lo 
aveva ospitato, (ora edita nei 
Mon. Ignat., ser. IV, II, 89) e 
dalle deposizioni della figlia di 
lui. Aurora, ivi, p. 319. 



2. - La scuola di grantntatica in Barcellona, 



51 



lezione, lo sorprendevano nuove intelligenze di cose spiri- 
tuali e nuovi gusti di devozione con tale intenso attrai- 
mento che, per gran forza che si facesse non gli riusciva 
di mandarla a memoria. « Quando mi metto in orazione 
e sto sentendo la Messa, non mi vengono queste intelli- 
genze tanto vive»(*). Così cominciò a riflettere seco stesso; 
e presto venne a scoprire l'astuzia del tentatore (*). Ot- 
tenuto dall'Ardévol che volesse ascoltarlo alquanto nella 
chiesa di S. Maria del Mare, prese ad esporgli fedelmente 
ciò che gli stava accadendo e come per tal motivo poco 
profitto fino a quel punto avesse cavato dalla sua scuola; 
ora però promettergli di udire le lezioni per due anni, se 
in Barcellona trovasse pane ed acqua a poter campare (3). 
Fatta questa promessa, la tentazione scomparve. 

Intanto, mentre attendeva alla grammatica, gli rinasce- 
vano le brame delle austerità manresiane. Dalla partenza di 
Terra Santa i dolori di stomaco non gli davano più tra- 
vaglio; tornò quindi ad andare scalzo, senza lasciarlo tuttavia 
apparire; ciò che. ottenne perforando la suola delle scarpe 
in modo tale che con l'uso, al giungere dell'inverno, omai più 
non gli restava che il solo tomaio (*). E con la penitenza 
venne pure accoppiando, come aveva fatto in Manresa, 
lo studio della vita interiore e l'apostolato con ferventi col- 
loquj spirituali. Un testimonio delle sue veglie notturne (') 
in casa dei Pascual ci tramandò la preghiera sublimemente 



(^) GonzAlez, loc. cit., n. 55. 
p. 69. 

(^) Chi ha qualche accurata 
pratica del libro degli Eserciz] 
spirituali scorge subito che la 
quinta delle Regole per una più 
intima discrezione degli spiriti può 
considerarsi come frutto dell'espe- 
rienza dal Santo fatta in sé me- 
desimo. 

(3) GONZALEZ, loc. cit., H. 55, 

p. 69. Che si gettasse ginocchioni 
a' piedi del maestro, supplican- 
dolo di riguardarlo come ogni 
altro fanciullo e di castigarlo e di 
batterlo ogni volta che fosse 
negligente e distratto, è narrato, 
non so sopra quale autorità, dal 



p. RiBADENEiRA, Vita IgnatH, 
cap. IV, n. 81. Sulla chiesa di 
S. Maria del Mare, dove ebbe 
luogo il colloquio, e sulle me- 
morie ignaziane ivi conservate è 
da leggere il Creixell, loc. cit., 
P- 74 sg. 

('*) Gonzalez, loc. cit. Della 
penitente e santa vita d'Ignazio 
in Barcellona, vedi le deposizioni 
dei testimonj nei processi di beati- 
ficazione, diligentemente raccolte 
dal Creixell, loc. cit., p. 77-84. 

(5) Juan Pascual per bocca 
della sua figlia Angela, nel citato 
Processo del 1595; in Mon. Ignat., 
ser. IV, II, 324. Cf. Creixell, 
loc. cit., p. 8i^ 



§2 Capo li. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

concettosa che tra lagrime e gemiti gli prorompeva dal 
petto; « Dio mio, sei infinitamente buono, tu che sopporti 
chi è tanto cattivo e perverso quale io sono ». Altri ne 
rammentano il leggere assiduo àiéW Imitazione di Cristo ed il 
cordiale aborrimento concepito sino da questi primordj 
per le opere di Erasmo, aborrimento ispiratogli dalla let- 
tura déìV Enchiridion militi s christiani, le cui pagine, invece 
di ravvivargli in cuore la devozione, per poco non gliela 
avevano spenta ('). 



3. - GLI STUDJ IN 
ALCALÀ. PRIMI 

COMPAGNI inco- 
stanti; OPERE DI 
APOSTOLATO. LA 
PRIMA PRIGIONIA 



I 



N questa guisa passò in Barcellona un dieci mesi del 
1524, tutto l'anno seguente e un trimestre, più o meno, 
del 1526: due interi anni consacrati al latino (*). Sembrò 
allora all'Ardévol che il suo discepolo avesse già tanto ap- 
preso della lingua del Lazio da essere maturo per seguire 
fruttuosamente il corso delle Arti; perciò gli diede consiglio 
di recarsi a frequentare lo Studio di Alcalà d'Henares, da 
appena un quarto di secolo eretto dal celebre cardinale 
Jimenes de Cisnéros e già in bella fama per valentia di 
lettori e copia d'alunni (3). Dello stesso avviso dell'Ardévol 
fu pure un dottore di teologia, cui Ignazio si dette ad esa- 
minare; quindi correndo il marzo o l'aprile del 1526 lasciò 
Barcellona per Alcalà (♦). I primi dieci o dodici giorni 
visse accattando; poi, osservato in questo esercizio di umiltà 
dal governatore dell'ospedale d' Antezana, di recente aperto, 
n'ebbe invito di passare in quel luogo pio ed ivi fermò 
sua stanza (5). v Studiò i termini di Soto, la fisica di Al- 



(^) Cf . RiBADENEiRA, Vita Igna- 
tii, cap. IV, n. 82; PoLANco, Vita, 
p. 33; Maffei, lib. I, cap. xvi, 
p. 48. 

(2) Ci. GonzAlez, loc. cit., nn. 
56, 57, p. 69 sg. 

(3) L'Università d 'Alcalà ven- 
ne fondata il 23 luglio 1508. 
Cf. Denifle, p. 646 sg. 

('*) Dicendo il Santo che giunse 
a Barcellona nella quaresima del 
1524 (9 febbr.-26 marzo, v. sopra 
p. 49*) e vi attese agli studj due 
interi anni (cf. Gonzalez, loc. 



cit., n. 57, p. 70), il suo arrivo in 
Alcalà è da fissarsi al marzo o 
all'aprile del 1526. L'afferma- 
zione di Maria Martlnez, la quale, 
interrogata il 19 novembre 1526 
da quanto tempo Inigo fosse in 
Alcalà, risponde: « Podrà aver 
« quatro meses » (cf. Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 604), espressa com'è in 
forma dubitativa, non può pre- 
valere all'esplicita testimonianza 
del Loiola. 

(5) Gonzalez, loc. cit., n. 56, 
p. 69. PoLANco, Vita, p, 34. 



J. - Gli studj in Alcalà. Primi compagni incostanti. 



53 



« berlo e il Maestro delle Sentenze» (*): con queste sole parole 
veniamo a conoscere per mezzo di lui medesimo l'ordine 
poco saggio dato a' suoi studj, coll'attendere simultanea- 
mente alla dialettica minore sul testo del celebre dome- 
nicano Domenico Soto, alla fisica, parte allora della filo- 
sofia, su quello di Alberto Magno, e a qualche trattato 
teologico sui libri di Pier Lombardo ('). Il racconto che 
ci lasciò di questo periodo della sua vita, per non parlar 
della necessità in cui poi si vide di ricominciare in Parigi e 
filosofia e teologia, mette fuori di controversia che la princi- 
pale delle sue occupazioni non era per lui, come sarebbe 
dovuto, la scuola. « Stando in Alcalà », così ci ragguaglia 
egli stesso « sì esercitava in dare esercizj spirituali e nello 
spiegare la dottrina cristiana » ('). Oltracciò non si di- 
menticava delle opere di misericordia corporale, tanto a lui 
care, e andava raccogliendo limosine pei poverelli. 

Cooperatori nel bene e discepoli gli erano quattro gio- 
vani: tre, Calisto de Sa, Giovanni de Arteaga y Aven- 
dano. Lupo de Càceres, l'avevano seguito da Barcellona; 
un quarto, Giovannino de Reinalde, francese e paggio 
di Martino di Cordova viceré di Navarra, era una re- 
cente conquista fatta da lui nell'ospedale stesso d'Ante- 
zana dove il giovane dimorava per curarsi di certa fe- 
rita (*). Costoro, benché non abitassero sotto un medesimo 
tetto, trovavansi assai spesso insieme e tenevano una co- 
mune maniera di vestire, ch'era una rozza tonaca di bigello 



(') GonzAlez, n. 57, p. 70. 

(*) Dei buoni effetti provenuti 
da questo errore pedagogico, al- 
lorché Ignazio divenne capo della 
sua religiosa famiglia, veggasi il 
PoLANco, Vita, p. 35. 

(3) GonzAlez, loc. cit., n. 57^ 
p. 70. Le deposizioni dei testi- 
moni nel processo fattogli in 
Alcalà, del quale fra poco par- 
leremo, mostrano ad evidenza 
che il Santo con gran proprietà 
di termini contò al Gonzàlez di 
essersi allora esercitato in dare 
Esercizj spirituali 



(^) Le poche notizie di questi 
primi compagni si hanno nel Po- 
LANCO. Vita, p. 33. Dell'ultimo 
di essi il Reinalde, o, come dalla 
giovanile età lo chiamava Igna- 
zio, Juanico, dà ragguagli uno de- 
gli interrogati nel primo processo 
inquisitoriale fatto al Santo in Al- 
calà. Ci. Mon. Ignaf., ser. IV, I, 
604, 606, Dal silenzio del Gon- 
zàlez, del Ribadeneira e dei te- 
stimoni barcellonesi opina il Crei- 
XELL (San Ignudo en Barcelona, 
p. 102) che il Càceres, il Sa, l'Ar- 
teaga non com.inciassero a seguire 



54 Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

tinta in bigio chiaro e un cappello dello stesso colore, onde 
il nomignolo di higelloni datogli dal popolino (*). Tutti poi 
usavano andar calzati, eccetto il solo Ignazio ('). Pieni 
di sospetto, e non a torto,, correvano allora i tempi in Ispagna. . 
In Toledo, Llerena, Siviglia serpeggiava la setta degli 
Alumbrados o Illuminati, strana mescolanza di luteranismo, 
di gnosticismo e di buddismo; perciò l'Inquisizione era 
tutt'occhi p^r iscoprire ove s'annidasse il mal seme e soffo- 
carlo sul nascere (3). L'apostolato dello strano forastiere 
e del piccolo drappello dei suoi, che la foggia comune 
dell'abito faceva apparire siccome membri d'un novello 
sodalizio religioso, non poteva rimanere a lungo inosser- 
vato a chi aveva il dovere di opporsi ad ogni pericolosa 
novità in materia di fede. Così appunto avvenne, secondo 
lo mostrano gli atti dei processi resi ai dì nostri. di pub- 
blica ragione (*), e le preziose memorie dal Loiola dettate al 
Gonzàlez. 

Il 19 di novembre del 1526 il dottor Michele Carrasco 
e il licenziato Alonso Mejia (') fanno segreta inquisizione 
sopra la vita e la dottrina d'Inigo e dei compagni, interro- 
gando dinanzi a notaio il frate minore Hernando Rubio, 
la pia donna Beatrice Ramirez, Maria, moglie dell'ospeda- 
liere della Misericordia di Antezana, dove Ignazio viveva, 
e il consorte di lei Giuliano Martinez. Ascoltati i testimoni 



il Loiola in Barcellona, come scris- 
se il Polanco, ma solo in Alcalà o 
in Salamanca. 

(') Così credo di dover ren- 
dere il soprannome castigliano 
« ensayalados «. Cf. GonzAlez, 
loc. cit., n. 58, p. 71. 

(^) Cf. il processo or ora ricor- 
dato, loc. cit., pp. 599, 601, 606. 

(3) Cf. Menendez y Pelavo, 
II. 526-529. 

(4) Furono conosciuti ed usati 
dal bollandJsta p. Giovanni Pien 
e forse direttamente li conobbe 
pure il Fluvià. Li diede la prima 
volta alla luce nel 1895 il Ser- 
rano y Sanz {San Ignacio de 
Loyola 'en Alcalà de Henares) 
e tre anni appresso li ripubblicò 



con diligente apparato critico ed 
esegetico il p. Fita, Los tres 
procesos de San Ignacio de Lo- 
yola, in Boletin de la R. Acad. de 
la Hist., XXXIII (1898), p. 422- 
461, 512-536. Con nuove cure 
ce ne diedero una terza edizione, 
della quale fo uso, i benemeriti 
editori dei Mon. Hist. Sor. lestt, 
nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 598- 
623. Il BòHMER infine {Studien, I, 
86-104) li tradusse in tedesco. 

(5) Della eccessiva severità del- 
l'inquisitore Mejia vedi il Fita, 
El inquisidor Alonso Mejia y 
san Ignacio de Loyola. Dos pro- 
cesos carateristicos de la severi- 
dad de aquel juez, nel cit. Bole- 
tin, XXXIV (1899), 67-70 



j. - Primi compagni incostanti. Opere d'apostolato. 55 

e non trovato nulla di sfavorevole a carico degl'inquisiti, 
senza passare all'interrogatorio di alcuno di essi, commisero 
al vicario generale di Alcalà, don Giovanni Rodriguez de 
Figueroa, di tenerli d'occhio e vigilare i loro andamenti ('). 
Subito dopo, ai 21 settembre, il Figueroa, chiamato a sé 
Ignazio, l'informò dell'indagini fatte sul conto suo e degli 
altri quattro: non essersi trovato nulla degno di censura 
che impedisse loro di continuare come per l'innanzi; tuttavia 
non parergli bene che, non essendo essi religiosi, andassero 
vestiti tutti a un modo. Perciò a lui ed ai compagni, in 
virtù di santa obbedienza e sotto pena di scomunica mag- 
giore ipso facto incurrenda intimava che in termine di otto 
giorni si conformassero nell'abito ai chierici e laici della 
Castiglia (*). L'uomo di Dio accettò con la dovuta som- 
messione il comando, proveniente non da mal talento del 
vicario, ma da saggia preveggenza di superiore studioso 
di precludere la via agli abusi in che pensava potesse cadere 
un laico di buona vita bensì, ma digiuno di studj sacri. 
Ricevuto l'ordine, Ignazio ebbe desiderio d'intendere dal 
Figueroa se fosse stata trovata in loro qualche eresia. 
« Nessuna » rispose quegli: « se ve l'avessero trovata, vi 
avrebbero abbruciati ». Cui il Loiola di rimando: « E voi 
pure brucerebbero, se vi trovassero in eresia » (3). Cosi 
passarono tranquilli un quindici o venti giorni, allorché, 
verso rS di decembre, un nuovo ordine del vicario pre- 
scrisse ad Ignazio di non andare più in pubblico a piedi 
scalzi. Poscia al sopraggiungere delle feste natalizie, ecco 
una nuova intimazione dello stesso vicario, che interdice- 
vagli di far conventicole per conferire di cose di spirito {*). 
Tutto sembrava composto, quando il dì delle Ceneri, 6 di 
marzo 1527, s'istituisce ulteriore inquisizione intorno la 
osservanza del divieto dei colloquj spirituali e sopra le 
cose in essi trattate. 



[}) Processus Complutensisprior, cava senza dubbio dagli atti del 

nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 598- terzo processo. Cf. Mon. Ignat., 

607. ser. IV, I, 618. Circa l'interpre- 

(-) Loc. cit., ibid., p. 608. Cf. tazione data dal Santo al nuovo 

GonzAlez, loc. cit., n. 55, p. 71. ordine del vicario, vedi la giusta 

(3) GonzAlez, loc. cit., n, 59, osservazione del p. Fita, San 

p. 71. Cf. P01.ANCO, Vita, p. 36. Ignacio de Loyola en Alcalà de 

(+) Questo particolare si ri- Henares, loc. cit., p. 531. 



56 Capo II. - Ic;fjazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme^ &c. 

Dai tre testimoni uditi in tal giorno non si cava nulla 
che valga a mostrare menomamente erronea o sospetta 
la dottrina d'Ignazio e degli altri. Mencia de Bonavente, 
per es., depone di averlo udito spiegare in comune a pa- 
recchie donne, che nominava per singolo, i comandamenti 
di Dio, i peccati mortali, i cinque sensi, le potenze del- 
l'anima, il tutto dichiarato col Vangelo alla mano, con san 
Paolo e con la dottrina dei santi. Inculcare che' facessero 
due volte il dì l'esame della coscienza, richiamando alla 
memoria le proprie colpe e consigliarle a confessarsi e co- 
municarsi ogni otto giorni ('). Era appena trascorso un 
mese e mezzo, quando tra il 19 e il 21 di aprile (*), il Fi- 
gueroa tutto all'improvviso mandò a rinchiudere Ignazio 
in prigione, non però nella comune dei malfattori, ma in 
altra meno incomoda e addolcita dal permesso di rice- 
vere visite (3). Il severo provvedimento venne determinato 
da fenomeni isterici manifestatisi in alcune delle devote 
ignaziane e più dalla voce sparsa che proprio lui avesse 
consigliato la vedova gentildonna Maria del Vado e la leg- 
giadra sua figlia Luisa Velàsquez ad andare limosinando a 
piedi, in abito di pellegrine al Sudario o alla Veronica di Jaen. 
Se non che Ignazio si discolpò trionfalmente dinanzi al Fi- 
gueroa di questa e delle altre accuse, e presto vide confer- 
mata la sua innocenza dalle deposizioni della Maria e della 
figlia, rientrate indi a poco in Alcalà (4). Il sabato i giugno 
1527, dopo quarantadue giorni di carcere, riebbe la libertà, 
a condizione tuttavia che in termine dei primi dieci giorni 
seguenti, deposta quella specie di lunga tunica che indossava, 
si vestisse alla maniera comune dei chierici o laici, come più 



(') Processus Complutensis al- 
ter, nei Mon. Ignat., ser. IV, 1, 
608-610. 

(^) La data dell'incarceramento 
si viene a stabilire mediante quella 
della scarcerazione, avvenuta lo 
stesso dì 1° giugno, in cui fu letta 
ad Ignazio la sentenza che ridona- 
valo alla libertà dopo quaran- 
tadue giorni di prigione . 
Ci. GonzAlez, loc. cit., n. 62, p. 74. 
Vedi pure la lettera dello stesso 
Loiola a don Giovanni III, dei 



15 marzo 1545, nei Mon. Ignat., 
ser. I, I, 296. 

(3) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 
60, p. 72. Vedi pure le sagge os- 
servazioni del p. FiTA (loc. cit., 
P- 533). circa la rettitudine del 
Figueroa. Egli opina che facesse 
imprigionare Ignazio anche per 
metterlo al sicuro dagli oltraggi 
di qualche malvivente. 

(4) Cf. GonzAlez, loc. cit.,n. 61, 
p. 73; Processus Complutensis ier- 
tius, loc. cit., pp. 618-621. 



4- - Partenza per Salamanca: delusioni ivi sofferte. 



57 



gli fosse a grado, né frattanto prima di avere messo in ef- 
fetto il comando si mostrasse alla gente. Ingiungevagli 
inoltre di astenersi per tre interi anni, quanti gliene resta- 
vano a compiere la teologia, da radunanze pubbliche e pri- 
vate, quali che esse si fossero, e di smettere ogni spiega- 
zione dei comandamenti di Dio e di qualsiasi punto della 
cattolica fede: il tutto sotto pena di scomunica da incorrersi 
senza ulteriore dichiarazione di giudice (*). Non fece Ignazio 
opposizione alla sentenza; ma quanto agli abiti rappresentò 
al Figueroa che non aveva di che procurarseli; e il buon 
vicario li fece provvedere così per lui come per gli altri quat- 
tro {*). Internamente tuttavia, se disse il vero un suo 
biografo, non approvò il Servo di Dio il pronunziato del 
giudice, col quale si veniva a restringergli la libertà d'in- 
segnare la dottrina cristiana ('). 



VISTASI rotta a mezzo la via di più adoperarsi alla salute 
del prossimo, il 20 giugno 1527 si trasferì a Salamanca 
a proseguirvi gli studj e le opere di zelo apostolico ('♦). Inter- 
rotto alquanto il cammino ristette in Valladolid, soggiorno 
allora della corte, per riverire l'arcivescovo di Toledo don 
Alfonso de Fonseca e, ragguagliatolo di quanto gli era oc- 
corso in Alcalà, mettersi interamente nelle sue mani, 
benché si trovasse fuori della sua giurisdizione. Accolto 
dal prelato con mostre di cordiale benignità, forse in ri- 



4. ■ PARTENZA PKR 
SALAMANCA: DE- 
LUSIONI IVI sof- 
ferte: NUOVA E 
PIÙ DURA PRIGIO- 
NI/» . 



(') Vedi il testo della sentenza, 
con la data i» giugno 1527, nel 
Pvoc. Compi, tertius, loc. cit., 
p. 621 sg. Cf. GonzAlez, loc. 
cit., n. 62, p. 74. 

(') Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 64, 

P- 75- 

(3) « Sententiam tamen vicarii 

« minime proba vit [Ignatius] quia 
« libertatem docendi christianam 
« doctrinam restringere videba- 
« tur ». PoLANCO, Vita, p. 37. 

Del bene operato dal Loiola 
in Alcalà rende fede la lettera 
del b. Fabro scritta da Madrid 
il 27 ottobre 1541. Cf. Fabro, 
Mon., p. 128 sg. Quali frutti ap- 
portasse il soggiorno del Santo 



in Alcalà, vedilo narrato dallo 
AsTRAiN, I, p. 55. 

(4) GonzAlez, loc. cit., n. 63, 
p. 74. Il giorno della partenza 
lo abbiamo dal Polanco, Vita, 
p. 37: « Vigesimo post egressum 
« ex carcere die... ad archiepi- 
« scopum Toletanum... se simul 
« cum sociis contulit ». È da av- 
vertire che conforme al racconto 
ignaziano, riferitoci dal Gon- 
zAlez, loc. cit., parrebbe che il 
Loiola si recasse dall'arcivescovo 
senza i compagni. Che se pure 
fece viaggio con loro a Valla- 
dolid, essi proseguirono subito 
per Salamanca. Cf. GonzAlez, 
loc. cit., n. 54, p. 75. 



58 Capo II. - Ignazio di Lotola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

Sguardo ai buoni ufficj di donna Leonora de Mascarefias (^), 
ne ebbe approvato il desiderio di continuare gli studj in Sa- 
lamanca, e la promessa di raccomandarlo a' suoi amici e al 
collegio di San Giacomo, da lui colà fondato per gli studenti 
poveri; in ultimo, accomiatandolo, gli fé' dare copiosa limo- 
sina di quattro scudi (*). 

In Salamanca, dove già i quattro colleghi l'avevano 
preceduto, non tardò ad incontrare patimenti più duri dei 
sofferti in Alcalà. Dieci o dodici giorni dopo l'arrivo, in una 
domenica del luglio 1527, fu invitato a desinare nel celebre 
convento di S. Stefano dei Frati Predicatori, tra' quali ave- 
vasi scelto il confessore (3). Levate le mense, lo condussero 
insieme col compagno Calisto de Sa in una cappella, nella 
quale fra Pietro de Soto, che teneva carico di sottopriore 
e acquistò dipoi celebrità e nel concilio di Trento e nell'uf- 
ficio di confessore di Carlo V, cominciò dapprima a lodarlo 
molto affabilmente per il bene udito di lui, e a desiderare 
soprammodo di conoscere più partitamente delle sue cose e 
degli studj suoi. « Fra tutti noi » rispose Ignazio « colui che 
ha più studiato son io »: e venne informandolo del breve 
tempo consecrato alle lettere e del poco fondamento posto 
nelle medesime. Fu qui il principio d'una vivace conversa- 
zione, cui ancor ci è dato quasi di assistere attraverso la let- 
tura delle memorie autobiografiche del Servo di Dio. Il sottile 
sottopriore, dall'umile dichiarazione del Loiola, il quale pro- 
fessavasi presso che digiuno in fatto di teologia, voleva con- 
durlo a dire che, non avendo egli appreso a ragionare delle 
virtù e dei vizj per magistero d'insegnamento umano, lo fa- 



(*) Lo congettura con buona 
probabilità il p. Fita, San Ignacio 
de Loyola en Alcalà, nel Boletin 
de la R. Acad. de la Hist., XXXIII 

(1898). 533 sg. 

(2) GonzAlez, loc. cit., n. 64, 

P- 75- 

(3) Raccontando Ignazio che 
l'invito cadde in una domenica, 
dieci o dodici giorni da che era 
in Salamanca (cf. Gonz.4lez, loc. 
cit., n. 64, p. 75) e d'altra parte 
non potendosi presumere che dalla 
partenza da Alcalà (20 giugno) 



impiegasse pel viaggio e la dimora 
in Valladolid più di un mese, sem- 
bra assai probabile che il principio 
della reclusione venisse a cadere 
il 210 il 28, terza e quarta do- 
menica di luglio. Il nome del pa- 
dre sottopriore del convento di 
S. Stefano (e non di S. Giovanni, 
come per fallo di memoria narrò 
Ignazio al Gonzàlez) l'abbiamo 
dal b. Pietro Fabro, nella sua 
lettera dei 25 gennaio 1541 al 
Loiola e al Codacio, Fabro, Mon., 
p. 64. 



4- - Nuova e più dura prigionia in Salamanca. 59 

ceva per dottrina infusagli dallo Spirito Santo. Ma Ignazio, 
trovando strana questa maniera di argomentare e molto più 
non potendo riconoscere nel frate, che ninna autorità ne 
aveva, il diritto di scrutare donde derivasse la cognizione da 
sé posseduta delle cose spirituali, si chiuse in dignitoso si- 
lenzio, dichiarandogli apertamente che non aggiungerebbe 
sillaba se non dinanzi ai suoi superiori investiti di legittima 
autorità per obbligarlo a parlare. L'altro sentissi punto a 
questo rifiuto, e « Bene sta, » rispose, « rimanetevi pure qui: 
sapremo pur noi farvi parlare »; e senza più, lasciatili tutti e 
due ben chiusi nella cappella, fu a denunciarli a' giudici ec- 
clesiastici (^). 

Al termine del terzo giorno da che 1 prigioni erano guar- 
dati nel convento, venne a prenderli im notaio e li condusse 
alla carcere. Non li rinchiusero però a basso insieme coi car- 
cerati per delitti comuni, ma in alto in una stanza tutta 
sordida e lercia. E quasi ciò non bastasse, fissata ad un palo 
o colonnina, che era nel mezzo, una catena lunga un dieci o 
dodici palmi, ve li legarono entrambi ai capi con l'uno dei 
piedi. Trascorsero la prima notte in vigilia, non avendo per 
coricarsi altro che il nudo terreno. La dimane, sparsasi per 
la città la nuova della loro cattura, alcuni devoti li provvidero 
abbondantemente di letto, di cibo e d'ogni altra cosa neces- 
saria; molti altresì recaronsi quel dì e appresso a visitarli, 
cosicché Ignazio non intermise il parlare di cose sante. 
Furono dapprima interrogati dal vicario vescovile, il baccel- 
liere Vincenzo Frias, al quale il servo di Dio consegnò gli 
Esercizj spirituali perchè li sottoponesse ad esame. Indi ad 
alcuni giorni eccolo di bel nuovo chiamato dal Frias assi- 
stito da tre dottori, il Santisidoro, il Paravifia e un altro 
Frias, i quali tutti già avevano esaminato l'opuscolo degli 
Esercizj. L'interrogatorio condotto dal vicario Vincenzo 
Frias, che teneva le parti di presidente degl'inquisitori, si 
svolse sopra le materie direttamente trattate nel libretto 
e sopra altre sottili questioni teologiche, quali la Trinità, 
il divin Sacramento e un punto ancora di diritto cano- 
nico. A tutto rispose Ignazio modestamente, premettendo 
che non era uomo di lettere. Nulla da riprendere nelle ris- 
poste trovarono i giudici. Dove tuttavia più insistettero 

(^) GonzAlez, loc. cit., nn. 64-66, p. 75-77. 



6o Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

fu in quel capo della dottrina da lui proposta nel prin- 
cipio degli Esercizj, per istabilire quando un pensiero fosse 
peccato mortale e quando veniale soltanto. E ciò, non per 
trovarla errata, ma perchè pareva loro abbastanza strano che 
uomo non versato nella teologia sentenziasse in sì scabroso 
argomento. Se non che Ignazio con molta sapienza ri- 
spose: « Sta a voi di decidere se tali principi siano veri o no. 
Non sono veri? Ebbene, condannateli». Passarono quindi a 
ordinargli di spiegare alla loro presenza il primo comanda- 
mento di Dio, suo tema prediletto; lo fece con tanta chia- 
rezza che non ebbero voglia d'interrogarlo più avanti. 

Frattanto continuavano alla prigione le visite di note- 
voli cittadini. Memoranda, per il ricordo che il Santo n'ha 
lasciato, fu quella di don Francesco de Mendoza, divenuto 
poi cardinale ed arcivescovo di Burgos, il "quale, avendo inter- 
rogato il prigioniero se gli riuscisse grave la perdita della li- 
bertà, udì rispondersi: « Io vi dirò ciò che ho detto oggi stesso 
ad una signora, la quale rivolgevami parole di compassione 
per vedermi in carcere. Dissi a costei: Voi in ciò mostrate 
che non avete desiderio di essere incatenata per amore di 
Cristo. Perchè vi sembra la carcere sì gran male? Quanto 
a me vi dico che non ha tanti ceppi né tante catene Sala- 
manca che io più non ne brami per amore di Dio » ('). 

Al ventesimo secondo giorno di prigionia fu finalmente 
condotto in una coi compagni ad ascoltare la sentenza, che, 
dichiarandoli immuni di errore nella vita e nella dottrina, 
restituivali alla libertà, permettendo loro d'insegnare il ca- 
techismo e di tenere ragionamenti di spirito come per lo in- 
nanzi, purché non entrassero a definire qual fosse peccato 
mortale, quale veniale, se non avessero atteso quattro anni 
agli studj teologici (*). La sentenza, così pare stimassero i 
giudici, avrebbe dovuto lasciare Ignazio pienamente con- 
tento. La sua integrità, negl'insegnamenti non meno che nei 
costumi, veniva in essa ampiamente e in modo solenne rico- 
nosciuta e, ciò che non aveva ottenuto in Alcalà, concedeva- 
glisi licenza di continuare i pii colloquj, limitata però tempo- 
raneamente, dal divieto di non toccare quella questione anzi 
che no scabrosa, del sentenziare quando un pensiero costituisse 

(') GonzAlez, loc. cit., nn. 67- (^) GonzAlez, loc. cit., n. 70, 

69, PP. 77-79- p. 79. 



4- - Nuova e più dura prigionia in Salamanca. 



6i 



reato di colpa grave o soltanto leggera; il perchè con molta 
amorevolezza si adoperavano a persuaderlo che volesse 
accettarla. A lui tuttavia altramente ne parve; rispose 
avrebbe senza dubbio obbedito al comando, ma non sen- 
tirsi disposto ad accettare un decreto il quale, non rico- 
noscendolo colpevole di cosa alcuna, gli chiudeva, come egli 
si espresse, la bocca e veniva ad impedirgli di spendersi, nel 
modo che poteva in vantaggio dei prossimi. Invano il Frias 
con benevole maniere insistette; altro non ottenne, salvo 
l'iterata promessa di puntuale obbedienza per tutto quel 
tempo che fosse rimasto nella giurisdizione di Salamanca (^). 
Tale fu l'esito di questo processo iniziato e menato innanzi 
dalle legittime autorità per il timore, non certo imprudente, 
che im laico sfornito di sacre lettere, trattando materie non 
poco delicate e diffìcili, venisse a cadere in errori (*). 

Rimesso incontanente in libertà, Ignazio, raccomandan- 
dosi con fervore a Dio, cominciò a ponderare qual partito 
gli convenisse di prendere. A troppi ostacoli vedeva esposto 
il soggiorno in Salamanca. La proibizione ricevuta, ed 
alla quale intendeva mantenersi fedele, veniva a serrargli la 
porta per far profìtto nelle anime tanto a sé care. Poiché 
dunque nella madre patria doveva rattenere lo zelo tra sì 
moleste pastoie, si recherebbe a Parigi: là e continuerebbe 
la teologia e guadagnerebbe nella numerosa scolaresca alcuni 
giovani desiderosi di menare vita apostolica. Così appunto 
all'ultimo risolvette ('). Quanto ai quattro compagni di 



(^) GonzAlez, loc. cit., n. 70 

P- 79- 

(=*) Ciò fu avvertito dal Loiola 
per legittima difesa del suo buon 
nome. Infatti, a prevenire don 
Giovanni III di Portogallo contro 
le voci calunniose sul suo passato, 
seri ve vagli il 15 marzo 1545: « Se 
V. A. avesse vaghezza di inten- 
dere perchè tanti esami ed in- 
quisizioni si fecero sopra di me, 
sappia che non fu per cosa al- 
cuna di scismatici, di luterani e 
di illuminati, che mai non avvi- 
cinai né conobbi costoro; ma 
perchè, essendo io senza lettere, 
specie in Ispagna, si maraviglia- 



vano che parlassi e conversassi 
tanto a lungo di cose spirituali ». 
Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 297. 

(3) GonzAlez, 1. e, n. 70, p. 79. 
Delle avventure ignaziane in Sala- 
manca, veggasi pure il Polanco, 

Vita, p. 36-40; RiBADENEIRA, Vita 

Ignat., cap. v, nn. 89-97, i quali 
nondimeno, insieme con i poste- 
riori, Maffei, Bartoli, &c., attin- 
sero tutti dalle memorie autobio- 
grafiche del Santo. Gli atti del 
processo non furono però loro noti. 
Riguardo al proposito che ebbe 
il Loiola di recarsi a Parigi per 
fare ivi pure proseliti, le memorie 
autobiografiche non lasciano dub- 



62 Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

Alcalà e di Salamanca, accordossi con loro che li avrebbe 
preceduti a Parigi per trovare anche ad essi luogo e modo 
da seguire le scuole ('). Sollecito come sempre di mettere 
in effetto ciò che aveva posatamente determinato, non più 
che quindici o venti giorni dalla liberazione dal carcere, 
cioè ai primi di settembre 1527 e dopo appena due mesi di 
soggiorno in Salamanca, nonostante il contrario avviso di 
persone ancor principali, con un somaretto carico del far- 
dello di pochi libri si parti tutto solo alla volta di Bar- 
cellona (=*). Quivi sostenne tre mesi; indarno, amici e de- 
voti, come già in Salamanca, mettendo in opera ogni argo- 
mento per trarlo giù dal pensiero di quel viaggio pericolosis- 
simo nel cuore del verno (3), e mentre stava per iscoppiare 
la guerra tra Francia e Spagna. La paura non poteva nulla 
nell'animo del pellegrino: messosi quindi in cammino senza 
compagnia ed a piedi, sull'entrare del 1528, dopo grandis- 
simi stenti, ma con piena salute e bel tempo, il 2 di feb- 
braio giungeva finalmente a Parigi (*). 



bio di sorta. Cf. GonzAlez, loc. 
cit., n. 71, p. 80; PoLANco, Vita, 
p. 40. 

(^) Della sorte dei tre primi 
compagni del Loiola, il De Sa, 
l'Arteaga e il Càceres, ci rag- 
guagliò lo stesso Santo nelle sue 
Memorie autobiografiche. Il De Sa 
invece di andare a Parigi, dove 
Ignazio lo desiderava, nonostante 
fosse stato da lui provveduto di 
mezzi per recarvisi, finì all'Indie 
Occidentali, divenne ricco e tor- 
nato stabilmente in patria « fece 
« in Salamanca maravigliar tutti 
« quelli che lo conoscevano pri- 
« ma ». Il secondo, divenuto com- 
mendatore ed eletto vescovo di 
Chiapa il 1540, quello stesso anno, 
agli 8 di ottobre, morì di ve- 
leno in Messico, datogli per errore 
mentre era infermo. Il terzo, tor- 
nato in Segovia sua città natia, 
si dette a vivere per forma « che 
« pareva haver smenticato del 
« primo proposito ». Del quarto 



infine, il de Reinai de, ci fu solo 
tramandato dal Loiola, che dopo 
i fatti di Salamanca si fece frate. 
GonzAlez, loc. cit., nn. 67, 79-80, 
pp. 78, 84 sg. Cf. Gams, Series 
Episcoporum, p. 142; Astrain, I, 
loc. cit., 65 sg. 

(2) La durata approssimativa 
del soggiorno ignaziano in Sala- 
manca si stabilisce con le indica- 
zioni del servo di Dio, presso il 
GonzAlez, loc. cit., nn. 64, 67, 
70, 72, pp. 75, 77, 79, 80. Cf. 
Astrain, I, 58. I termini della 
medesima non possono tuttavia 
fissarsi altro che con approssima- 
zione, secondo già sopra accen- 
nammo (cf. p. 583). Ci sembra 
ad ogni modo che il Bòhmer, I, 
123, ritardi di troppo la partenza 
del Loiola, ponendola, come fa, 
circa la fine del settembre. 

(3) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 72, 
p. 80. 

(4) « Con pròspero tiempo y 
« con enferà salud de mi persona. 



j. - Andata a Parigi: vita di studio e di zelo, &c. 



63 



FORNITO di largo capitale di esperienza, che un'indole pro- 
fondamente riflessiva come la sua, avrebbe tesoreggiato a 
ben formare se stesso e i futuri suoi figli, entrava il Loiola in 
un nuovo periodo di feconda vita. Mancanza di metodo, 
cure soverchie di altre occupazioni, fossero pur sante, ave- 
vano reso poco o nulla proficui gli studj compiti in Ispagna; 
propose dunque di correggere l'errore andando risoluto 
contro alle più dolci inclinazioni del cuore. Non già che ri- 
nunciasse interamente al disegno di far proseliti, il quale 
come testé vedemmo (^), l'aveva determinato ad uscire di 
Salamanca; volle piuttosto, per testimonianza del p. Lai- 
nez (*), contenersi entro più stretti confini, al che bene con- 
feriva, specie nei principj, il soggiorno in una città di cui 
ignorava ancora la lingua. Così fermo seco stesso di consa- 
crarsi davvero all'acquisto dell'umane e divine lettere, non 
pure, come aveva fatto in Alcalà, smise di attendere a 
varie discipline, l'una delle quali supponeva la cognizione 
dell'altra, ma, innanzi di ricominciare la filosofia, per un anno 
e mezzo, cioè fino all'agosto 1529, attese al latino, nel quale 
sentiva mancanza di solidi fondamenti. Allogatosi da prin- 
cipio in una casa con alcuni spagnuoli, egli, già uomo maturo 
di più che sette lustri, prese a frequentare con gli adole- 
scenti, quale esterno o martinei, le scuole d'umanità nell'an- 
tico collegio di Montacuto, tenuto allora assai in pregio dopo 
la riforma operatavi negli inizj del secolo xvi dal fiammingo 
Giovanni van Standonck sugli statuti dei Fratelli della Vita 
Comune ('). 

Ben presto vennero a provarlo le angustie della povertà. 
Uno spagnuolo, dimorante con lui nella stessa casa, cui aveva 



S. - ANDATA A PA- 
RIGI: VITA DISTU- 
DIO EDI ZELOCHB 
VI MBNA. 



» por gracia y bondad de Dios 
« N. S., llgué en està ciudad de 
« Paris à dos dfas de Hebrero ». 
Così il Santo alla Pascual, Pa- 
rigi, 3 mar. 1528, in Mon. Ignat., 
ser. I, I, 74. 

(^) Cf. sopra, p. 61. 

(') « Dada aquella sentencia en 
« Salamanca le fué occasión de 
« yrse à Paris, donde por no 
« saber la lengua y no tener ma- 
« nera de platicar con otros, po- 
« dia ser menos impedido en sus 



« estudios ». Lainez, Epist. de 
s. Ignat.. in Mon. Ignat., ser. IV, 
I. 138. 

(3) GONZALEZ, loc. cit., n. 73, 

p. 80 sg. La fondazione del Col- 
legio di Montacuto, dovuta allo 
arcivescovo di Rouen, Egidio 
Aycelin de Montaigu, risaliva 
al 1314. Veggasi intorno alla 
sua origine e alle sue vicende la 
compiuta monografia del Go- 
DET, La Congrégation de Mon- 
taigu, pp. 2-73. Il Loyola entrò 



64 Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

• 

dato in deposito venticinque scudi ricevuti da Barcellona pel 
sostentamento, in brevissimo tempo glieli consumò tutti 
in proprio uso, senza mai rendergliene neppure un quat- 
trino (^). Cosicché, dopo la quaresima di quell'anno 1528, 
gli convenne lasciare la stanza presa in affitto e chiedere al- 
bergo per carità nell'ospedale di San Giacomo, dove gli Spa- 
gnuoli poveri solevano ricoverarsi; il vitto gli fu duopo 
procurarselo limosinando. La grande distanza tra San Gia- 
como e Montacuto, l'ora della uscita e della rientrata in casa, 
che in nulla si adattava con quella delle lezioni, la sollecitu- 
dine e il tempo di che abbisognava a procacciarsi da vivere 
non lo lasciavano profittare, come pure voleva, nelle lettere. 
Vedendo pertanto che altri studenti, anch'essi privi di mezzi, 
si allogavano domestici presso qualche maestro che loro 
permetteva di applicarsi nello stesso tempo allo studio, cercò 
anch'egli, ma senza trovarlo, alcuno di cosiffatti padroni. In 
queste angustie un frate, suo connazionale, gli suggerì di 
recarsi nelle vacanze in Fiandra, dove ricchi e generosi mer- 
canti spagnuoli solevano somministrare a studenti poveri di 
che mantenersi convenientemente agli studj (^). Trovato 
saggio il consigho e raccomandatolo a Dio, cominciò a met- 
terlo in esecuzione l'anno 1529 (3). E in Fiandra pure si recò 
il 1530 e il 1531 tragittandosi, quest'ultima volta in Inghil- 
terra. Dal '31 nondimeno a tutto il 1534 potè intermettere 
quel non breve viaggio: gli Spagnuoli delle Fiandre, suoi 
benefattori, conosciutene le virtù, presero a fargli recapitare 
annualmente le loro limosine, con le quali e con ciò che gli 
veniva spedito dalle devote gentildonne barcellonesi, provve- 
deva a se stesso e ad altri studenti necessitosi suoi amici (-*). 

nel Collegio lo stesso anno che de s. Ignat., in Mon. Ignat., 

ne usciva il giovane Calvino. ser. IV, I, no; Ribadeneira, 

Cf. FouQUERAY, I, 9; DouMER- Vita Ignat., cap. vi, nn. 99-101. 

GUE, I, 125. È certo che uno dei viaggi cadde 

(») GoNZALEZ loc. cit., u. 79, p. nelle vacanze di quaresima e di 
83. Cf. PoLANco, Vita, p. 42, che Pasqua (cf. Polanco, Vita, p. 43); 
aggiunge alcuni particolari dai ma se questo fosse il primo o ai- 
quali più chiara rifulge l'eroica cuno degli altri due non è possi- 
carità del Santo. bile determinarlo. 

(*) Gonzalez, loc. cit., nn. 74- (4) Lainez, loc. cit. I nomi 

76, p. 81 sg. delle benefattrici ricorrono nella 

(3) GonzAlez, loc. cit., nn. 73- corrispondenza ignaziana, nella 

76, pp. 80-82. Lainez, Epist. quale c'incontriamo con lettere 



r 



5. - Vtia di studio e di zelo, che mena in Parigi. 65 

Intanto lo zelo della gloria di Dio, di che aveva il cuore 
ripieno, non rimaneva neppure allora inoperoso. Igno- 
rando il francese, e stretto naturalmente a rivolgere il suo 
ardore ai molti Spagnuoli dimoranti in Parigi per addottri- 
narvisi in lettere e scienze (^), dopo il primo suo ritorno 
dalla Fiandra nel 1529, già lo vediamo più del solito inteso 
alle conversazioni spirituali con i suoi compaesani. Quasi 
in quel medesimo torno dà gli Esercizj a tre gentiluomini, 
il baccelliere Pietro de Peralta, Giovanni de Castro e un 
biscaino per nome Amador (*). I quali concepirono tanto 
fervore che, venduta ogni loro sostanza, anche i libri, 
e donatone il prezzo ai poveri, si diedero a domandare 
limosina per la città e come mendici furono a vivere nel- 
l'ospedale di San Giacomo. Il fatto fece strepito tra gli 
Spagnuoli che lo ritennero indecoroso pel patrio nome, e 
a mano armata, precipitaronsi con gran furia a cavare i tre 
dall'ospedale. Denunziato Ignazio all'inquisitore fra Matteo 
Ori, non attese di essere chiamato; ma spontaneamente 
fu a lui protestandosi di volere essere punito se colpevole; 
se non che quegli, scorta subito la sua innocenza, né anche 
passò ad istituire sul conto suo regolare processo ('). 

Venuto poco stante il principio del nuovo anno scolastico 

ad esse dirette, come con quelle Valenza di Spagna, il Peralta, la- 
spedite alla Roser e alla Pascual, sciata la Francia per andare 
o leggiamo rammentata con ter- pellegrinando a Gerusalemme, fu 
mini di grato animo la carità che da un suo parente arrestato in 
gli usavano. Cf. Mon. Ignat., Italia e dal Papa rimandato in 
ser. I, I, 83, 90 sg. patria. GonzAlez, Ice. cit., n. 78, 

(^) Nel 1542 ricordava il Santo p. 82 sg, 

quattro di costoro: il Garai, il Sai- (3) Gonzalez, loc. cit., nn. 78, 

linas, il Malvenda, l'Astudillo. 81, pp. 83, 85; Polanco, loc. 

Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 191. cit. Il Polanco indica approssi- 

Non sappiamo però se la rela- mativamente il tempo in cui i 

zione con essi rimontasse ai primi fatti accaddero, cioè « quindecim 

tempi del suo soggiorno in Parigi. « fere menses postquam [Igna- 

(2) GonzAlez, loc. cit., n. 77, « tius] Parisios pervenit » ciò che 

82. Il Polanco, Vita. p. 45, ri- ci porterebbe verso l'aprile 1529. 

corda altri tre dottori, il Mar- Osservando che il ricorso dello 

tiale, il Vagli e il Moscoso, colti- Inquisitore avvenne poco tempo 

vati con gli Esercizj. Della riu- innanzi il i» ottobre (cf. GoN- 

scita di due dei primi compagni zalez, loc. cit., n. 82, p. 85), mi 

fatti in Parigi, il Castro e il Pe- sembra che invece di « quinde- 

ralta, narrò il Loiola al Gonza- cim » avrebbe dovuto dire « un- 

lez che il Castro finì certosino in « deviginti ». 

Storia della Compagnia di Gesit in Italia, 11. 5 



66 Capo IL - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

1529-30, che in Parigi soleva essere il lo di ottobre, Ignazio 
entrò convittore nel collegio di S. Barbara, per passare 
dagli stiidj umanistici ai più alti della filosofìa (*). Dava 
cominciamento al corso delle Arti sotto il maestro Giovanni 
Peiia, uomo casto e virtuoso (*), col proposito fermo di ser- 
vire al Signore, e con quello altresì di astenersi frattanto 
dal radunare nuovi compagni, a fine di intensamente appli- 
carsi alla scolastica. « Cominciando a sentir le lettioni del 
corso », così in buono italiano egli stesso ci fa conoscere 
l'accaduto, « gli incominciorno a venir le medesime tenta- 
« tioni, che gli erano venute quando in Barcellona studiava 
« grammatica; et ogni volta che sentiva la lettione non 
« poteva stare attento con le molte cose spirituali che gli 
« occorrevano. Et vedendo che in quel modo faceva poco 
« profitto in le lettere, s'andò al suo maestro et gli fece pro- 
« messa di non mancar mai di sentire tutto il corso, mentre 
« che potesse trovar pane et acqua per potersi sostenere. 
« Et fatta questa promessa, tutte quelle devotioni, che le 
« venivano fuor di tempo, lo lasciorono et andò con li suoi 
«studi avanti quietamente » ('). 

Fu la sua quiete, non pure interiore dello spirito, ma 
anche esterna, essendo cessate le contraddizioni sostenute 
in Ispagna e nella stessa Parigi, mentre più direttamente 
attendeva a giovare alle anime. Per tal modo il 13 marzo 
del 1533 ottenne la licenza in Arti (*), e l'anno seguente, 



{^) Sul collegio di S. Barbara, 
quale sussisteva nel 1529, vedi, 
oltre il proprio suo storico (Qui- 

CHERAT, I, 128-129), CrOS, St. 

Franfois de Xavier, Documents, 
p. 257-261. Utilmente può esser 
consultato anche il Bòhmer, 

I, 133 sg. 

(») Cf. Fabro, Memoriale, n. 7, 
in Mon., p. 493. Anche s. Fran- 
cesco Saverio rese testimonianza 
dell'illibatezza del Peiia in mezzo 
alla dilagante corruttela dei co- 
stumi. V. Mon. Xaver., II, 948. 
V. infra, p. 138. 

(3) GonzAlez, loc. cit., n. 82, 

P. 85- 

(4) Vedi Ada SS., iul. to. VII, 



Comment. praev. de s. Igna- 
tio, n.iyo. Cf. la lettera del San- 
to ad Agnese Pascual, Parigi, 13 
giug. 1533, nei Mon. Ignat., ser. I, 
I, 90, nella quale ricorda la licen- 
za presa nella passata quaresima. 
Che scrivesse « me hize maestro », 
benché propriamente non conse- 
guisse il titolo di maestro che 
l'anno seguente 1534, dopo Pa- 
squa, s'intende da ciò che, su- 
perato l'esame di licenza, il ma- 
gistrari o hiretari dipendeva sol- 
tanto dal suo volere. Cf. Cros, 
loc. cit., p. 260 sg., e meglio anco- 
ra FouguERAY, I, 15-19, il quale 
per primo e con aggiunta di do- 
cumenti inediti dissipò l'oscurità 



j. - Vita di studio e di zelo, che mena in Parigi. 67 

dopo Pasqua, il titolo di maestro (*). Nell'ottobre del 1533 
dette principio alla teologia, cui attese solamente un anno 
e mezzo, sino al marzo 1535, quando gli convenne inter- 
romperla per ritornare in patria a rimettersi in forze. 

Quali fossero i suoi professori di teologia in Parigi, nò 
egli lo disse al Gonzàlez, né a noi riesce rintracciarli ricor- 
rendo al suo carteggio e alle sue più vetuste memorie. Non 
si può tuttavia essere incerti di ritrovarli, alcuni almeno, 
tra i maestri parigini che il b. Fabro rammenta, come vene- 
rati precettori suoi e dei compagni, nella lettera scritta da 
Roma al Gouvea il 23 novembre 1538; tanto più che due di 
essi, il francescano Pietro de Cornibus e il domenicano Gio- 
vanni Benoit, senza dubbio ebbero discepolo il Bobadilla (*). 

Del progresso negli studj durante i sette anni e due mesi 
incirca del suo soggiorno in Parigi, ne abbiamo un testi- 
monio che, per il senno squisito e la strettissima domesti- 
chezza goduta con lui, fu in grado di accertarlo con piena 
cognizione di causa e sicurezza di dare nel segno. « Quanto 
allo studio », cosi Giacomo Lainez, « benché vi trovasse 
maggiori difficoltà degli altri, vi pose tuttavia tanta dili- 

che regnava intorno ai titoli ac- « stri et nos discipulos suos et 

cademici del Loiola. « filios in Christo lesu ». Mon. 

{*) Cf. Ada SS., loc. cit., nn. Ignat., ser. I, I, 133 sg. So- 

171, 173. Il diploma fu ulti- pra Pietro de Cornibus (De Cor- 

mamente ripubblicato nei Mon. net) vedi "Wadding, Annales, V, 

Ignat., ser. IV, II, i, non ri- 352. Il Benoit, maestro anche 

levando, come neppure fece il del Bobadilla e da lui pure chia- 

p. Pien, l'errore evidente della mato Benedictus {Autobiogra- 

data la quale non potè essere il phia, n. 5, in Mon., p. 614), fu 

14 marzo 1534, dicendosi nel do- a' suoi giorni celebre tomista, 

cumento che il candidato aveva intorno al quale cf. Quetif-£- 

passato gli esami dopo la Pasqua chard, II, 190, Nel « ceterisque 

di quello stesso anno 1534. Penso omnibus » va inchiuso un altro 

debba leggersi « decima quarta illustre domenicano, fra Matteo 

mensis Maii ». Ory, le cui lezioni il Bobadilla 

(*) « Sed hoc nobis superest, (loc. cit.) afferma di avere ascol- 

« ut iam finem huic imponentes, tato in Parigi. Quanto al « Lau- 

« te deprecemur uti digneris nos remcio » penso debba identificarsi 

« commendare observandissimis con il dotto lettore fra Tommaso 

« magistris nostris Bartolomeo, Laurency dei Predicatori, uno 

« de Cornibus, Picardo, Adamo, de' riformatori dell'Università nel 

«Wancob, Lauremcio, Benedicto 1536. Cf. Cros, Saint Francois 

« ceterisque omnibus, qui luben- de Xavier, Documenta nouveaux, 

a ter volunt dici praeceptores no- p. 344. 



68 Capo II. - I^azio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

genza e ne cavò tanto profitto o maggiore, caeteris parihus, 
quanto gli altri attempati come lui, riuscendo a mediocre 
scienza, come dimostrò nelle risposte in pubblico e nelle con- 
versazioni nel tempo del corso coi condiscepoli» (^). Ma 
se il profitto nella scuola, stante l'età provetta nella quale 
si volse alle lettere ed alle scienze, non varcò i confini del 
mediocre, insigne al contrario fu l'acquisto dell'esperienza in- 
torno ai metodi pedagogici, seguiti nella più riputata Uni- 
versità del mondo, e intorno alla vita degli studenti con i 
suoi svariati bisogni e con quanto altro mai le fa duopo 
per raggiungere il naturale suo fine (*). 



6. - I COMPAGNI 
PARIGINI d' al- 
tra tempra B CO- 
STANZA DI QUEL- 
LI D ALCALÀ. 



L 



'INTERMESSA delle cure apostoliche, donde procedeva la 
calma (3) goduta dal Loiola nei tre e più anni dati alla 
filosofia, non è a pensare fosse assoluto riposo da quello spen- 
dersi multiforme e continuo in prò delle anime, cui porta- 
vaio e l'indole sua e lo zelo ardente della gloria di Dio; 
fu piuttosto una saggia moderazione, adottata per l'unico 
rispetto del maggior servizio divino. Nondimeno, anche 
procedendo tanto misuratamente, non gli venne fatto di 
andare in tutto esente da quelle tribolazioni cui va inevi- 
tabilmente incontro ognuno che muove guerra al peccato e 
allo spirito del mondo (♦). Troviamo, infatti, che mentre 
dedicavasi più di proposito alla filosofia, strinse a sé con 
vincoli tenaci di soprannaturale amicizia sei giovani, la 
maggior parte di straordinarie speranze, quali furono Pietro 
Fabro, Francesco Saverio, Giacomo Lainez, Alfonso Sal- 
merone, Simone Rodriguez e Nicolò Alfonso Bobadilla (s). 



(^) Lainez, Epist. de s. I^nat.. 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, no. 

[■) Cf POLANCO, Vita, p. 43 sg. 

(3) A questa cagione appunto at- 
tribuì Ignazio l'intramessa di per- 
secuzioni, giusta ciò che egli stesso 
disse airOlave nel 1554. Cf. Rtba- 
DENEiRA, De Aciis S. Ie;n. in Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 93, p. 385. 

('») Nel novero di siffatte tri- 
bolazioni mettasi l'accusa di se- 
duttore degli scolari da lui per 
mezzo degli Esercizi e dei pii di- 
scorsi, attirati a vita divota, non 



che l'umiliante gastigo apparec- 
chiatogli dal rettore di S. Barbara 
don Diego Gouvea. Cf. Ribade- 
neira. De actis S. Ignat., in Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 90, p. 383; 
PoLANCo, Vita, p. 47. Gratuita- 
mente il Bòhmer, I, 136+, pure 
ammettendo l'autenticità del fat- 
to, ritiene leggendaria e niente 
più che « Kollegklatsch » la ripa- 
razione data dal Gouvea al Loiola 
con atti di tanta sua umiliazione. 
(5) Di questi generosi giovani, 
divenuti compagni d'Ignazio nel- 



6. - I compagni parigini d'altra tempra e costanza, &c. 6 9 

Mediante familiari colloquj, con l'uso dell'esame quoti- 
diano e della frequenza domenicale dei sacramenti, con 
gli Esercizi spirituali venne trasfondendo in loro uno spi- 
rito di profondo distacco dal mondo e d'intima adesione 
alla sana dottrina della Chiesa cattolica, assai insidiata 
in quel mondo universitario dall'eresia d'oltre Reno, che 
di soppiatto tentava avvolgere tra le sue spire la studiosa 
gioventù parigina. Né per questo si diede a ritorglierli 
alle occupazioni letterarie (^) o a metterli in una vita este- 
riormente rigida, capace di attirare a sé gli sguardi della 
moltitudine. Tutta invece la sua azione fece convergere 
ad accendere in questo terzo manipolo di compagni e di- 
scepoli un forte, efficace desiderio della propria e dell'altrui 
santificazione, col quale quello pure congiunse, mai sempre 
vivo del pellegrinaggio a Gerusalemme (*). 

Come poi li ebbe visti ben saldi nei concepiti propositi, 
venne a fissare di comune accordo il tempo nel quale avreb- 
bero dovuto metterli in esecuzione. Ciò avverrebbe com- 
piuto appena il corso della teologia, senza della quale non 
potevano, con autorità e sicurezza consacrarsi, come deside- 
ravano, alla salute del prossimo. E perché la cosa riuscisse 
più stabile, dopo lunghe consulte, convennero che ciascuno 
si legherebbe con voto di povertà, di castità e della peregri- 
nazione a Gerusalemme, per quivi spendere la vita in utile 
delle anime. All'osservanza del primo voto non si tenes- 
sero però obbligati se non a studj finiti. Esso inoltre in- 



la fondazione della Compagnia 
tratteremo al capo IV. Quanto 
a l'ordine col quale aderirono al 
Santo, seguimmo la maggior par- 
te dei più autorevoli storici igna- 
ziani. Che il passo del Rodri- 
GUEZ [Comment. in Epist. PP. P. 
Broèfi, &c., p. 455), dove mette 
se stesso in terzo luogo, possa 
per sé conciliarsi con l'altro del 
GonzAlez (Memorial, in Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 14, p. 220) 
il quale gli attribuisce il quinto, 
fu ingegnosamente mostrato dal- 
l'AsTRAiN, I, 73^. 

(^) Le linee maestre seguite da 



Ignazio nella cultura di questi 
suoi discepoli le abbiamo trac- 
ciate dal primo di essi il b. Fabro. 
Cf. Memoriale, n. 9-10, in Fabro, 
Mon., p. 493 sg. 

(^) Anche ai primi tre com- 
pagni, fatti in Parigi, poco dopo 
il suo arrivo nel 1528, aveva co- 
municato il medesimo desiderio: 
tanto almeno ci è lecito di con- 
getturare dal vedere che uno di 
essi, il Peralta, come sappiamo 
dallo stesso Ignazio, « se partió 
« para Hierusalem à pie y peri- 
« grinando ». Cf . GonzAlez, loc. 
cit., n. 78, p. 82. 



70 Capj II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

eludesse la rinunzia ad ogni offerta per Messe e ogni altro 
sacro ministero, non perchè credessero illecito e riprovevole 
l'accettare alcuna cosa a questo titolo, ma per esercizio di 
maggiore virtù e per precludere l'adito alle calunnie degli 
eretici (^). Rispetto poi alla promessa del pellegrinaggio, 
non potevano omettere di stabilire quello che avrebbero 
dovuto fare, se per tutti loro venisse a ripetersi ciò che era 
accaduto un dodici anni prima al Loiola, vale a dire si 
vedessero proibiti di fermarsi in Terra Santa. « Se non gli 
« fusse data licentia di restare in Hierusalem n, così il Santo 
informa su questo rilevantissimo punto, « [erano deliberati] 
« ritornarsene a Roma et presentarsi al Vicario di Christo 
« acciò gli adoperasse dove giudicasse esser più a gloria di 
« Dio et utile delle anime. Havevano ancora proposto di 
« aspettare un anno la imbarcatione a Venetia; et, non es- 
« sendo quell'anno imbarcatione per Levante, che fossero 
«liberati dal voto di Hierusalem et andassero al papa, &c. » (^). 

7. - IL VOTO DEL ^^->. uANTO avevano tra se stessi determinato circa il voto 
Il monte dei \^ il più prcsto possibilc attuarouo con tali circostanze 
MARTIRI. (ji tempo e di luogo che valse a crescerli nel fervore e a scol- 
pire più vivamente negli animi loro la ricordanza soave del 
fatto. Il 15 agosto 1534, sacro ai trionfi della Vergine 
Madre di Dio, recaronsi di gran mattino nella cosiddetta 
Capella de sancto Martyrio, eretta in onore di s. Dionigi 
e dei suoi compagni sulle pendici del Monte dei Martiri. 
La memoria dei confessori della fede colà trucidati, come 
portava la fama, rendeva venerando l'oratorio, cui ac- 
cresceva devozione l'antichità dell'edificio, scavato in parte 
nelle viscere della collina, la lontananza dallo strepito 
della metropoli, la solitudine delle vetuste sue pareti non 
solite accogliere ordinariamente frequenza di popolo (3). 
Tutto soli là dentro, inginocchiati sul nudo terreno intorno 
all'altare, dove il Fabro, unico sacerdote tra essi, celebrava 

(*) L'osservazione è di uno dei cit., p. 457 sg.; Polanco, Vita, 

sette che fecero il voto, il p. Si- p. 50. 

mone Rodriguez. Vedi il suo (3) Tutto ciò che riguarda la 

Commentar ium, neìVEpist. PP. vetusta chiesolina di Notre Dame 

P. Broéti &c. p. 457. de Montmartre fu recentemente 

(*) GonzAlez, loc. cit., n. 85, con diligenza riassunto e arric- 

p. 87 seg. Ci. Rodriguez, loc. chito di copiosa bibliogiafia dal 



y. - Il voto del 13 agosto 1534 al Monte dei Martiri. 71 

la santa Messa, l'un dopo l'altro proferirono il voto in- 
nanzi al divin Sacramento, e ricevettero la comunione ('). 
« Quei primi padri », scriveva molti anni dipoi uno di essi, 
il Rodriguez, testimonio e parte del fatto, « votandosi con 
tutta l'anima a Dio, offrirono quell'olocausto con tanta 
alacrità di mente, annegazione di volontà e speranza nella 
divina misericordia che io, quante volte vi torno sopra col 
pensiero, mi sento intimamente compreso di grande ar- 
dore di spirito, di nuovi devotissimi sensi e d'incredibile 
ammirazione verso la Providenza divina » (*). 

Questo voto con tanta generosità e ardenza di zelo 
offerto la prima volta nell'Assunta del 1534, tornarono a 
rinnovarlo l'anno seguente lo stesso dì insieme con i tre 
nuovi compagni, Claudio laio, Giovanni Codurio e Pascasio 
Broèt (3), guadagnati da Pietro Fabro. E il 15 agosto sin 
dal declinare del secolo xvi divenne giorno memorabile per 
la giovane Compagnia di Gesù, la quale vi risguardò non 
tanto il vero e proprio suo nascimento, quanto l'anniver- 
sario d'un fatto capitalissimo, donde, impedito il pellegri- 
naggio a Terra Santa, era spuntata l'idea di conservare 
la piccola comitiva dei fervorosi studenti e perpetuarla 
trasformandola in religiosa famiglia (*). 



FouQUERAY, I, 49 sg.; 647-650; Compagnia ebbe in certo modo 

ad esso rimando il lettore. principio a cagione del voto fatto 

(^) Cf. Fabro, Mon. n. 15, p. al Monte de' Martiri, Epist. PP. 

496; Rodriguez, loc. cit., p, 459. P. Broéti &c., p. 547. Trentadue 

(*) Rodriguez, loc. cit. La pre- anni di poi, cioè il 1578, il Boba- 

senza d'Ignazio, chiarissimamente dilla esprimevasi nel medesimo 

affermata dal b. Fabro, sembra senso in una sua al Mercuriano, 

negata dal Rodriguez, riuscito in il cui testo dovette andare smar- 

questo luogo assai infelice nell'e- rito. Conosco però la risposta 

sprimere il suo pensiero. Veg- alla medesima, data dal Mercu- 

gansi le fondate osservazioni del- riano il 16 agosto 1578. Poiché 

l'AsTRAiN, I, 8o^ non si trova nel carteggio testé 

(3) Anche di questi tre nuovi edito del Bobadilla la darò qui 

compagni ignaziani daremo sue- testualmente: « *L'avvertimento 

cinti ragguagli nel capo IV. « che V. R. mi dà della divotione, 

(-*) Il primo accenno del lieto « che deve havere la Compagnia 

anniversario risale, per quanto « alla festa dell'Assuntione della. 

so, al 1546. Il p. Rodriguez, « Madonna, mi è stato tanto più 

scrivendo al p. Martino Santa- « grato per il santo principio che 

croce il 15 agosto del detto anno, « in quel giorno hebbe la Com- 

afferma che in quel giorno la « pagnia nostra, quanto che, ol- 



72 Capo II. - Ignazio di Loiola pellegrino a Gerusalemme, &c. 

Stretti a sé con la solenne consacrazione al Monte dei 
Martiri i nuovi compagni, i quali tutt'altro fondamento di 
perseveranza mostravano che i primi e i secondi, volse 
Ignazio ogni sua diligenza a conservarli e promuoverli nel 
cammino dell'evangelica perfezione. Non solo gli antichi 
biografi, ma egli medesimo negli Esercizj ci fa conoscere le 
semplici, sode ed efficacissime industrie messe in opera 
a questo fine: erano l'esame di coscienza due volte il giorno, 
la confessione e comunione settimanale, mezz'ora di medita- 
zione o contemplazione ogni dì ed altrettanto di preghiera 
vocale; infine la scambievole, frequente e per poco quo- 
tidiana conversazione, benché non tutti abitassero sotto 
un medesimo tetto (^). Con queste industrie di sodissima 
ascetica veniva il Santo coltivando il piccolo drappello dei 
futuri collaboratori della grand'opera cui il Signore l'aveva 
eletto. Ma quelle soavissime cure non l'occupavano siffat- 
tamente che potessero fargli deporre il pensiero di nuove 
conquiste. 



« tre che questa cosa mi era igno- 
ti ta, appunto mi venne la let- 
« tera nell'istesso giorno della fe- 
« sta; sì che venne a proposito 
« per fare ch'io ringratiasse la di- 
« vina bontà di si gran benefizio ». 
Epist. Gener. Rom. I, 12. Anche 
negli ultimi giorni della sua vita 
tornava il Bobadilla, l'ii agosto 
1589, a ricordare al successore 
del Mercuriano, il p. Acquaviva, 
il voto del 15 agosto 1534, che 
la divina providenza « commu- 
« tò in altri voti migliori et più 
« fructuosi di pellegrinatione in 



« religione ». Ci. Bobadilla, Moti., 
p. 602. 

(^) Ci. PoLANco, Vita, 50 sg.; 
RiBADENEiRA, Vita IgtiatH, cap. 
VII, n. 119; IVIaffei, lib. i, cap. xxi, 
p. 73. Il testo degli Esercizj del 
Cod. Vat. Reg. sopra ricordato, 
p. 39* ha un capo che non trovasi 
nella edizione del 1548. <iQuid 
«■faciendum post E xercitia 
u ad conserv andum se ip- 
« sum ». Vi leggiamo inculcato, né 
più né meno, quello che pratica- 
rono i compagni ignaziani in Pari- 
gi dopo il voto del 15 agosto 1534. 




CAPO III. 

VICENDE DELLA VITA DI S. IGNAZIO 

DALLA FINE DEI SUOI STUDJ IN PARIGI 

ALL'ARRIVO IN ROMA. 

(1534-1537)- 

I. Fervente apostolato del Loiola e dei suoi compagni tra la scola- 
resca parigina; persecuzioni per ciò incontrate dal Servo di Dio. ■ — 

2. Ignazio per breve tempo ritoma nella nativa Guipùzcoa. — 

3. Opere di zelo in Azpeitia. — 4. Dà perpetuo addio alla patria 
per recarsi in Italia. — 5-11 soggiorno in Venezia nel 1536. — 
6. I compagni ignaziani alla presenza di Paolo III. — 7. 11 ritorno 
a Venezia: le ordinazioni: l'apparecchio alle sante primizie. — 
8. In cammino alla volta di Roma. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. GONZÀLEZ DE CAmARA, ActU 

p. Ignatii. — 2. Epistolae s. Ignatii de Loyola. - 3. Fabro, Memoriale. 
— 4. Rodriguez, De origine et progressu Societatis lesu. - 5. Boba- 
DILLA, Autobiographia. - 6. Processi di Alcalà. - 7. Polanco, Vita 
Ignatii. - 8. Nadal, Chronicon. - 9. Processo Azpeitiano. 




I. - FERVENTE 
APOSTOLATO DEL 
LOIOLA E DEI SUOI 



CONTRATE DAL 
SERVO DI DIO. 



ON CESSAZIONE D'APOSTOLATO, MA SEM 
plice rallentamento a bella posta voluto per desi- 
derio del maggiore ossequio divino, va detto, come compagni tra la 

.- , ,.,. , , ,. . SCOLARESCA PA • 

poco avanti notammo (^), quel tenore di vivere r,gina;perskcu- 
seguito da Ignazio durante il triennio de' suoi filosofici zio.«ji per ciò in 
studj. Divenuto maestro in Arti e passando alla teologia, 
l'antica fiamma di zelo più libera divampò, sì che lo troviamo 
di nuovo tutto inteso a guadagnare anime a Dio, facendo 
campo precipuo di spirituale lavoro la numerosa scolaresca 
àéWalma Mater. 

Girolamo Nadal o Natale, come in seguito lo chiame- 
remo, avendo avuto campo di osservarlo direttamente in 
se medesimo, ce ne lasciò fedele pittura, inarrivabile per 
ischietto candore di sincerità ed evidenza. « In Parigi » 
scrive, « trattai familiarmente il p. Ignazio. A dir vero 



(^) V. sopra, p. 68. 



74 



Capo HI. - Vicende della -dita di s. /gnazio, &c. 



l'avevo già visto in Alcalà, dove conobbi i padri Lainez, 
Salmerone e Bobadilla, ma non sapevo chi mai egli si 
fosse. Dopo una grave malattia da me sofferta, m'avvenni 
in lui nel sobborgo di San Giacomo. Gli dissi e del peri- 
colo corso e della paura avuta di morire. " Povero me, " sog- 
giunse egli, " di che hai tu avuto paura? " "Come?, " ripresi 
io, " non ti fa timore la morte temuta dallo stesso Cristo? " 
" Son quindici anni, " mi rispose, "da che non la temo. 
Passato qualche tempo, presi a confessarmi dal p. Miona (*), 
e ad andare le feste con i compagni d'Ignazio presso i Certo- 
sini per la santa comunione. Un giorno venne da me in 
camera il Lainez per istruirmi nella vita spirituale. Aven- 
domi trovato a leggere Teofilatto, parlò meco della mi- 
stica intelligenza delle sacre Scritture. Non riuscì ad in- 
teressarmi né a farsi intendere. Un'altra volta mi visitò 
il Fabro presso l'Escobar (»): ragionò meco di cose di pietà; 
però neppure questi fece più profitto dell'altro. Anche il 
p. Miona, mio confessore, cercava affezionarmi ad Ignazio; 
ma io soleva rispondergli: " O perchè mai, non essendo tu 
ignaziano, pretendi che ci diventi io?. " Non altrimenti 
contenevasi meco Ignazio. Un giorno alla porta di San 
Giacomo mi raccontò la persecuzione patita in Salamanca, 
gl'interrogatorj ivi sostenuti e va dicendo: e credo lo fa- 
cesse, sospettando che io non mi fidassi di lui a cagione di 
quanto gli era colà avvenuto; nel che però s'ingannava. 
Mi condusse ancora a quella vecchia chiesolina che è di- 
rimpetto alla porta dei Domenicani; là, sopra il fonte bat- 
tesimale, lessemi una sua lunga lettera inviata a certo 
suo nepote in Ispagna. Lo scritto non aveva altro fine che 
staccarlo dal secolo e trarlo a vita perfetta. Conobbe il de- 
monio l'efficacia che cominciavano a fare sopra di me la 
lettera e le parole, e riuscì a sottrarmi dall'influenza, che 



(^) Emanuele Miona, sacerdote 
portoghese, presso il quale s. 
Ignazio aveva preso a confes- 
sarsi sin dal tempo del suo sog- 
giorno in Alcalà, e continuò a 
farlo in Parigi, divenne poi suo 
figlio nella Compagnia il 1544. 
Nel 1549 venne ammesso alla 
professione solenne dei quattro 



voti. Cf. PoLANco, Chron., 1, 141, 
361; Sacchini, par. in, p. 107, 
n. 90. 

(2) Il p. Cervós, accurato e dot- 
to editore delle Epistole del Na- 
tale, opina che costui fosse Fran- 
cesco Escobar, umanista assai ver- 
sato nelle lettere greche e latine. 
Cf. Nadal, I, 2 5. 



I. - Fervente apostolato del Loiola e dei suoi compagtii, S-e. 75 

incominciavo a sentire, di quello spirito salutare. Perchè, 
usciti insieme all'aperto e fermatici nel largo davanti la 
porta della chiesa, gli dissi: " Io voglio seguire questo 
libro ,, (e gli mostrai il Nuovo Testamento che tenevo in 
mano); " di voi non so dove andiate a parare; non mi far 
più di questi discorsi, né t'immischiare dei fatti miei „. Il 
mio pensiero, quando così gli parlai, era pur questo: Non 
voglio accomunarmi con costoro; chi sa mai che un giorno 
o l'altro non vadano a finire nelle mani degli inquisitori » (*). 
Non poteva fallire che, tornato il Loiola con il primo 
fervore alle sue apostoliche consuetudini, non si trovasse 
novamente esposto alle contrarietà capitategli in Ispagna 
e nella stessa Parigi nei primi tempi del suo soggiorno. 
Ciò del resto era stato già preveduto da lui medesimo, 
quando, negli anni della filosofìa, a chi maravigliavasi seco 
della quiete allora goduta, aveva risposto dicendo che la 
spiegazione del fatto era da ricercare nel silenzio da sé ser- 
bato intorno alle cose di Dio: finito il corso, si tornerebbe 
al solito (*). E così fu veramente. La vita devota, alla 
quale si consacravano parecchi studenti (3), oltre i sei di- 
venuti compagni suoi, gli Esercizj spirituali, nei quali si 
ritiravano sotto la sua direzione i più volonterosi e capaci 
di non mediocri progressi, una certa aria di segretezza o 
mistero con la quale, ammaestrato dalla esperienza, trat- 
tava con loro, ed infine i sospetti suscitati, non a torto, 
come mostrò l'evento, della sincerità di alcuni, quasi loglio 
o zizania al buon frumento, frammischiatisi ad essi (*), fe- 
cero rinascere le antiche denunzie. Né valse a porlo al riparo 
dai malevoli e dai troppo facili a giudicare, il sincerissimo 
zelo con il quale del continuo cercava il ravvedimento 



(') Dal Chronicon Natalis iam 
inde a principio vocationis suae, 
in Nadal, I, nn. i-io, pp. 1-3. 

(*) GonzAlez, Acfa, nei Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 82, p. 86. 

(3) Il PoLANCO, Vita, p. 50, ag- 
giunge che di tutti costoro « alii 
« quidam ad saecularia redierunt, 
« alii in vitae integritate, liberi 
« tamen, perse vera verunt, alii va- 
ti rias religiones, Franciscanorum, 
« Dominicanorum et Carthusen- 



« sium, sunt ingressi et in eis 
« optima aedificatione persevera- 
« runt ». 

('^) Conosciamo con sicurezza 
i nomi di due di costoro: un co- 
tale Michele, dalla regione di 
origine detto Navarro, e un certo 
Arias infetto delle più gravi tur- 
pitudini degl'Illuminati. Cf. la 
lettera che il primo di essi scri- 
veva al Loiola il 12 sett. 1537, 
in Epist. mixtae, I, 11-13. 



76 



Capo III. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



degli eretici e ogni possibile modo per ricondurli al male 
abbandonato ovile di Cristo {*). Ciò nonostante, alcuni dei 
suoi connazionali dimoranti in Parigi l'avevano in sospetto 
e cercavano di metterlo in mala voce perfino nella lontana 
sua patria (*). Se non che l'inquisitore Matteo Ori, cui 
Ignazio era personalmente noto come quegli dal quale pa- 
recchi e parecchi erano stati a lui condotti per abiurare 
l'eresia, l'assicurò che le denunzie fin allora ricevute, man- 
cavano appieno di fondamento (3). Si contentò di richie- 
dergli il testo degli Esercizj ; lettili, li lodò molto e lo 
pregò gli permettesse di prenderne copia; al che Ignazio vo- 
lentieri condiscese ('♦). 

Cosi gli avversar] si videro chiusa la via a più insistere 
nelle accuse e tutto sembrò finito. Altrimenti ne parve ad 
Ignazio. Avendo l'occhio ai tempi difficilissimi allora cor- 
renti ed alla fama degli intimi amici suoi, tenne non do- 
vesse rimanersi dal supplicare perchè il processo fosse 
condotto innanzi in giuridica forma fino alla sentenza. Scu- 
sandosi l'inquisitore di compiacerlo, eccolo un giorno re- 
carsi a lui con testimoni e notaio e pregarlo volesse dichia- 
rare in loro presenza ciò che di lui pensasse. Questa volta 
fra Matteo non seppe negarsi: molte cose disse in lode dello 
studente incolpato, mentre frattanto il pubblico ufficiale 
ne stendeva in iscritto autentica fede » (5). 



(') Cf. POLANCO, Vita, p. 46. 
Sul serpeggiare dell'eresia in Pa- 
rigi, mentre Ignazio vi attendeva 
alla filosofia e alla teologia, e 
sulle forti misure prese nel 1535 
da Francesco I, v. Fouqueray, 
I, p. 32-35; Lemonnier, in La- 

VISSE, pp. 374-377; BÒHMER, I, 

I59-I6I. 

(2) Vedi la difesa che d'Ignazio 
prendeva il Saverio, scrivendo da 
Parigi a suo fratello Giovanni, 
il 25 mar. 1535, nei Mon. Xave- 
riana, I, 203, 205. Del maior- 
chino Penadesio, frate minore di 
non volgare autorità, cui il Na- 
tale ascriveva la diffidenza da sé 
nutrita verso il Loiola e i com- 
pagni, è da leggere ciò che ne 



scrisse nel Chronicon, lo stesso 
Natale, I, 3. 

(3) POLANCO, Vita, p. 46. 

(■*) GonzAlez, loc. cit., n. 86, 
p. 88; PoLANco, loc. cit. Se gli 
atti di questo processo ci fos- 
sero conservati, dovrebbero fra 
essi trovarsi come allegati gli 
Esercizi quali erano al principio 
del 1535. Avremmo in ciò un 
documento prezioso per raffron- 
tarli col testo del 1536, da me 
trovato nel Cod. Vat. Reg. lat. 
2004, ora edito nei Mon. Ignat., 
ser. II, Exerc. Spir., pp. 624-648. 
V, sopra, p. 40. 

(5) GonzAlez, loc. cit. Il testo 
dell'atto notarile non ci fu tra- 
mandato. 



2. - Ignazio per breve tempo ritorfia nella nativa Guipùzcoa. 11 



ASSICURATA in questa maniera la tutela della propria 
fama, della quale in tempi tanto difficili sentiva vivo bi- 
sogno per mettere ad effetto i generosi propositi di vita 
apostolica, non più indugiò a recarsi al paese natio, al quale 
viaggio varie e gravi cagioni lo spingevano. La sua sanità, 
guasta nelle asprezze manresane, poi alquanto migliorata 
nel tempo degli studj filosofici, era non poco peggiorata 
nell'anno e mezzo dedicato alla teologia. Ogni quindici 
giorni veniva soprappreso da dolori di stomaco, che ordina- 
riamente duravano più di sessanta minuti, una volta per- 
fino tra le sedici e diciassette ore continue, ed erano così 
tormentosi da cagionargli la febbre. Tornati vani tutti i 
rimedj, anzi accrescendosi ogni dì più la frequenza di sif- 
fatti accessi, opinarono i medici fosse da sperimentare 
l'aria nativa (^). I compagni, spagnuoli la maggior parte, i 
quali avevano in patria negozj di famiglia richiedenti chi 
li trattasse di presenza, gli rappresentarono che egli, valen- 
dosi di quella occasione, avrebbe potuto ottimamente com- 
porli. Due motivi inoltre tutto suoi proprj lo traevano al 
temporaneo ritorno nella penisola iberica, secondo affermò 
il Polanco, ed erano il desiderio di far del bene al prossimo 
colà, dove in gioventù era stato a molti occasione di scan- 
dalo e la speranza di rintracciare in Ispagna alcuno dei 
primi compagni di Alcalà, per riannodare con essi l'antica 
amicizia ed aggiungerli ai nuovi e costanti discepoli fatti 
in Francia (*). Stabilito in questa guisa il viaggio, il 26, o 
alcun altro dei giorni seguenti, di quel marzo 1535, dopo sette 
anni e quasi due interi mesi lasciava Parigi per non farvi 
mai più ritorno {}). 



3, - IGNAZIO PBR 
BRSVE TEMPO RI- 
TORNA NRLLA NA- 
TIVA GUlptóZCOA. 



(^) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 

84. p. 87. 

(*) Polanco, Fi^a, p. 51. Come 
saggio di argomentazione tutta a 
priori, è qui da ricordare il passo 
della Censura Ignatianae vitae p. 
Ribadeneirae del p. Araoz, nel 
quale il revisore con argomenti 
suoi proprj pretese escludere i mo- 
tivi qui sopra dati. Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 727-730. Evidente- 
mente non aveva letto, o aveva 
dimenticato, le paiole sì chiare 



del Loiola al Gonzalez, loc. cit. 
Il Polanco, Vita, p. 51, scrive 
appunto: « Ubi et iam multis of- 
« fendiculo fuerat, aliquid aedifi- 
« cationis, sua scilicet in patria, 
« praebere cupiebat... et si quem 
« ex primis sociis invenisset ut 
« opoitebat dispositum, sibi ad- 
ii iungere cogitabat ». 

(3) Il giorno della partenza è 
ignoto; la data approssimativa, 
che qui sopra diamo, si cava da 
quella della lettera del Saverio 



78 



Capo UT. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



« Montò un piccolo cavallo, che li compagni gli have- 
« vano comperato et se n' andò solo verso il paese, tro- 
« vandosi per la strada molto meglio » (^). Sono questi i soli 
particolari da lui lasciatici intorno al lungo tragitto da Parigi 
a Bayonne e da Bayonne per Irum e San Sebastiano alla 
valle solinga dell'Uróla. Varcati che ebbe i confini della 
Guipùzcoa, uscì dalla strada maestra e si mise per quella 
più solitaria del monte. Cammin facendo lo raggiunsero 
due uomini armati, speditigli incontro, per la poca sicu- 
rezza dei passi, dal fratello Martin Garcia che già da Ba- 
yonne aveva ricevuto notizia, a quanto sembra, della sua 
imminente venuta. Seguitando presso ad Azpeitia, in su 
l'entrarvi, ecco a riceverlo i sacerdoti del luogo, i quali, 
fattigli i primi onori l'accompagnarono con festa a Loiola 
nel castello avito (^). Già da parecchi anni aveva riallac- 
ciato le relazioni con la famiglia, interrotte nella primavera 
del 1522, quando, sordo ai suggerimenti e alle vive pre- 
ghiere del primogenito Martin Garoia, era uscito di Loiola 
pellegrino, volontariamente povero per amore di Cristo (3). 
Al ritorno in patria, dopo quasi tre lustri di lontananza, 
è facile intendere se il fratello, la pia cognata, donna Mad- 
dalena, i nepoti bramassero di averlo ospite sotto il tetto 



(25 marzo) affidata pel recapito 
ad Ignazio {Mon. Xaver., 1, 205), 
dai ragguagli circa la sua dimora 
in Azpeitia (cf. infra, pp. 79-82), 
non che dal tempo allora neces- 
sario a percorrere a cavallo il 
viaggio da Parigi in Guipùzcoa. 
Errò quindi il Polanco, [Vita, 
1, 52), seguito dairOrlandini e dal 
Maffei, mettendo il fatto nel- 
l'autunno del 1535, come ben di- 
mostrò il p. Bartoli, Vita di 
s. Ignazio, lib. 11, cap. xxiii, 

p. 92. Cf. MeNCHACA, I, L, LUI, 

il quale fa la genesi dell'errore 
del Polanco. 

(*) GonzAlez, loc. cit. n. 87, 
p. 89. 

{') (I Un poco prima che arri- 
« vasse alla terra, trovò li preti 
« che gli andavano incontro; li 



« quali gli fecero grande instantia 
« per menarlo a casa del fratello; 
« ma non lo poterò sforzare ». Così 
il Santo presso il GonzAlez, loc. 
cit. Non pochi dei suoi biografi 
trasformarono il fatto in una 
processione di tutto il clero. Cf. 
ASTRAIN, I, 84. 

(3) Nel 1532 Ignazio corrispon- 
deva con suo fratello. Cf. la let- 
tera della fine di giugno, nei Mon. 
Ignai., ser. I, I, 77-83. Da essa 
non solo si deduce non esser stata 
la prima dopo la partenza, ma 
ti fa chiaro che da cinque o sei 
anni si scrivevano mutuamente. 
Cf . ivi, p. 80. Di un'altra lettera 
da Ignazio diretta a un nepote, 
probabilmente Millàn, figlio di 
Martin Garcia, ci parla il Natale, 
nel Chronicon. Cf. Nadal, I, 3 



j. - Opere di zelo in Azpeitia. 



79 



paterno. Diversamente però la pensava Ignazio, cui era 
in gran modo a cuore che i conterranei, testimoni dei suoi 
errori giovanili, emendassero i costumi a norma delle mas- 
sime evangeliche cui informavasi la nuova sua vita. Due 
ospedali esistevano allora in Azpeitia, quello di S. Maria Mad- 
dalena, che meglio poteva dirsi ospizio per caritatevole ri- 
covero dei mendici, e l'altro di San Martino per gli ammalati. 
Egli prescelse il primo, e subito, appena entratovi, quel dì 
medesimo ne usci « a hora comoda », com'egli narrava, 
« a cercare limosina per la terra » (^). Ciò avveniva nel po- 
meriggio di un venerdì d'aprile 1535, probabilmente il 16 
del mese ('). • 



N 



ON il solo motivo della salute, come si disse, l'aveva de- 3.-ophred. zri.o 

^ j , . IN AZPBITIA. 

terminato a ritornare, dopo tanto tempo e si da lungi, 



nelle amene valli del patrio suolo. Pure volendo rinfrancare 
le forze, egli, uscito già dalla Guipùzcoa in abito di cava- 
liere mondano, ricomparendovi ora in quella condizione di 
poverissimo studente avviato al sacerdozio, si proponeva 
rendersi utile quanto potesse ai compaesani col conversare e 
con l'esercizio dei ministeri apostolici in parte consentiti, 



{') GonzAlez, loc cit. I testi- 
moni del Processo formato in Az- 
peitia il 1595 confermarono i rag- 
guagli del Gonzàlez. Cf. Mon. 
Ignat., ser. IV, li, 183, 190, 195, 
198, 201, 204, 208, 210 sg. 213, 
217, 219. 222, 225, 227, 229. No- 
tizie sopra l'ospizio azpeitiano di 
S. Martino si hanno in Gorosa- 
BEL, li, 250 sg. A capo di quello 
di S. Maria Maddalena era nel 
1535 Pietro Lopez de Garin con 
la consorte Milia de Goyas, ricor- 
dati da parecchi testimoni nel 
menzionato Proceso. Cf. loc. cit., 
p. 183, 190, 195, &c. 

p) Il mese e il giorno dell'ar- 
rivo d'Ignazio in Azpeitia non è 
ricordato espressamente da nes- 
suno dei venti testimoni del Pro- 
cesso Informativo. Un d'essi. Do- 
menica de Ugarte, vedova di 
Pietro de Achibita, dell'età di 



anni settantadue, occupata co- 
me domestica nell'ospizio, de- 
pose che Ignazio « un biernes, 
« comò a las 9Ìnco de la tarde, poco 
« mas o menos, bino al dicho ho- 
« spital de la Madgalena &c. ». 
Mon. Ignat., loc. cit., p. 183. Te- 
nendo conto che un viaggio da 
Parigi a Loiola richiedeva ordi- 
nariamente un venti giorni, tem- 
po indicato appunto dallo stesso 
Ignazio a Martin Garcia (cf . Mon. 
Ignat., ser. I, I, 82) pare che il 
venerdì ricordato dalla Ugarte 
dovesse essere il terzo del mese 
di aprile, caduto quell'anno ai 16. 
Ad ogni modo, se non il terzo, fu 
certamente il quarto, 23, avendo 
il Santo predicato il dì di san 
Marco nella chiesa di N. S. di 
Elosiaga, come nel citato Pro- 
ceso apprendiamo da Anna de 
Anchieta. Loc. cit., p. 206. 



8o 



Capo HI. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



giusta gli usi del tempo, anche ai ferventi laici. Il perchè, 
ce ne ragguaglia egli stesso « nell'hospitale continuò a parlare 
« con molti, che lo andavano a visitare, delle cose di Dio; 
« per la cui gratia si fece assai frutto » (^). Nello stesso 
tempo stabilì d'insegnare ogni giorno ai fanciulli la dottrina 
cristiana. Ebbe in ciò dapprima assai contrario Martin 
Garcia, che assicuravalo non avrebbe avuto uditorio. Ma 
Ignazio rispose si contenterebbe di un fanciullo. Quindi 
cominciò i catechismi, e non un solo uditore, ma molti 
n'ebbe assidui, né tutti fanciulli, tra i quali non mancò il 
medesimo suo fratello (*). Inoltre estese il ministero della 
paròla con sermoni le domeniche e le feste nella chiesa 
parrocchiale di San Sebastiano e talvolta in quella rurale 
di Nostra Signora di Elosiaga (3). Il dì dell'Ascensione, 
6 maggio, annunziò dal pergamo che nei dieci giorni suc- 
cessivi avrebbe predicato sopra i precetti del decalogo, come 
di fatto fece sino alla Pentecoste (♦). Il nome che portava, 
la povertà e penitenza in che viveva all'ospedale, l'accento 
convinto del discorso, il distacco dalla famiglia, della quale 
fu ospite una volta sola e per brevissimo tempo il 22 di 
luglio, onomastico della cognata Maddalena, tutto ciò con- 
tribuiva mirabilmente ad accrescergli autorità e nome, tanto 
che non pure da Azpeitia, ma da parecchie miglia lontano 
accorrevasi ad udirlo in sì gran calca da riuscire insuffi- 
ciente la chiesa a capire la moltitudine e venire lui costretto 
a predicare all'aperto (5). Dal pergamo passando ad ope- 
rare esternamente coi prossimi, egli che in questo campo 



(^) GonzAlez, loc. cit., n. 88, 
p. 89. 

(*) GonzAlez, loc. cit. 

(3) Oltie il GonzAlez, loc. cit., 
vedi la deposizione del menziona- 
to testimonio del Processo Azjjei- 
tiano, Domenica de Ugarte, in 
Mon. Ignat., ser. IV, II, 184. Che 
predicasse in N. S. de Elosiaga, 
se ne ha l'espressa testimonianza 
di Anna de Anchieta, poco sopra 
rammentata, e il chiaro ricordo 
che ne fa il p. Araoz in una sua 
lettera del 4 luglio 1540 al Lo- 
iola. Cf. Epist. niixtae, I, 47. 



Non v'ha dubbio che in queste 
prediche ed istruzioni usasse la 
lingua basca 

(4) Ci. la deposizione di Maria de 
LUa^a nei Mon. Ignat., ser. IV, 
II, 217. 

(5) POLANCO, Vlia, p. 52; RlBA- 

DENEiEA, Vita Ignatii, cap. vii, 
n. 122. Dell'austerità del Santo, 
come p. es. del letto mandatogli 
da' suoi e da lui non usato, benché 
studiosamente discomposto a ce- 
lare la sua virtù, parlano tutti i 
venti testimoni del Processo. Cf . 
Mon. Ignat., ser. IV, II, 182-247 



J,. - òpere di zelo in Azpeitia. Sfi 

aveva sortito singolari talenti, trattò con i magistrati che 
si vietasse il giuoco dei dadi, e alle donne non maritate 
l'incedere in pubblico a capo scoperto, intendendo con 
tale mezzo di porre un freno al concubinato diffuso tra 
i laici e la gente di chiesa (^). Di non minore utile pub- 
blico furono i provvedimenti grazie alle sue industrie san- 
citi per risanare una delle grandi piaghe sociali del tempo, 
l'accattonaggio, e sovvenire ai poveri da parte della stessa 
comunità. In Guipùzcoa, a dir vero, sino dal cadere del 
secolo XIV, si era pensato, benché con iscarso effetto, a 
mettere riparo al grave disordine (*). Ignazio, favorito 
dal moto che anche in I spagna si andava allora ini- 
ziando (3), operò che il sindaco o alcalde don Fedro Ibanes 
de Irraga, le altre autorità e i personaggi ragguardevoli 
d'-Azpeitia stabilissero una sapiente maniera di sostentare 
i varj indigenti con limosine ogni anno raccolte, conservate 
e distribuite da speciali deputati a questo fine eletti {*). 
Così egli, prima ancora di spiegare in Roma la saggia sua 
prudenza nel campo della beneficenza cristiana ('), comin- 
ciava ad esercitarla in prò della sua terra natia. 

Oltracciò, a promuovere nel popolo la pietà, che nell'ele- 
vazione del pensiero e del cuore a Dio attinge vitale ali- 
mento, si fece a raccomandare e vide introdotta la costu- 
manza, già in uso presso i Romani, di sonare V Angelus o 
Ave Maria tre volte il dì, il mattino, il mezzogiorno, la 



(*) Intorno a questo divieto (p. 538) la dotazione fatta alla 

sono da leggersi le osservazioni nuova opera di beneficenza dai 

del p. Antonio Araoz nella sua coniugi azpeitiani Giovanni de 

Censura Ignatianae Viiae p. Ri- Eguibar e Maria Joanez de Ai- 

badeneirae, in Mon. Ignat., sei. IV, miztain. Evidente è la somi- 

I, 728. glianza tra gli ordinamenti igna- 

{*) Cf. GoROSABEL, IV, 107 sg. ziani e quelli contenuti nella ce- 

(3) Le Cortes del 1534 erano lebre Forma subventionis paupe- 
tornate a supplicare Carlo V per rum d'Ypres nelle Fiandre. Cf. 
efficaci rimedj contro Taccattonag- Tacchi Venturi, Storia, I, 389; 
gio. Cf. Tacchi Venturi, Storia, Bòhmer, I, 169-171. Ottima- 
le 389. mente quest'ultimo autore scrive: 

(+) Cf. Gli Statuti sopra sif- « Fest steht nur, dass in dem Sta- 

fatta materia promulgati in Az- « tut von Azpeitia nichts Origi- 

peitia il 23 maggio 1535, editi « nelles ist »: Ivi, p. 171. 

di fresco nei Mon. Ignat., ser. (5) L'argomento viene ex prò- 

IV, 1, 539-543. Ivi pure vedi fesso trattato nel III volume. 

Storia della Compagnia di Gesii in Italia, II. 6 



S2 



Capo IH. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



sera ('). In mezzo a queste cure di proficua conversazione, 
la salute, rifioritagli dal primo mettere piede in patria, 
tornò a guastarglisi, tanto che tra la fine di giugno e l'en- 
trare di luglio, cadde gravemente infermo. Di questa nuova 
malattia non ci pervennero particolari, né della sua natura 
né della sua durata(*). Un punto nondimeno é fuori di con- 
troversia: vale a dire che Ignazio, ristabilito in modo da in- 
traprendere un disagiato viaggio, verso gli ultimi giorni di 
luglio 1535, affrettò la partenza per dare assetto ai negozj affi- 
datigli dai compagni in Parigi (3). Alle vive rimostranze di 
Martin Garcia, dolente di vederlo partire a piedi e senza 
denaro, si arrese a condiscendere soltanto in parte, accet- 
tando un ronzino (*), la compagnia del fratello e di altri 
parenti, non però oltre il confine orientale della provincia. 
Al passo di Alsasua, là dove dalla Guipùzcoa s'entra in 
Navarra, accomiatò la comitiva e tutto solo continuò verso 
Pamplona. Fece sosta nella borgata di Obanos per rimet- 
tere a Giovanni de Azpilcueta la lettera scrittagli in Parigi 



(») « Alli poveri ha fatto dar 
«ordine... et che si toccasse tre 
« volte all'Avemaria, cioè, la mat- 
« tina, il mezzo giorno et la sera 
« acciò il populo facesse oratione, 
«come in Roma». Così lo stesso 
Santo, parlando di sé in terza 
persona, contò al GonzAlez, loc. 
cit., n. 89, p. 90. 

Garda, fratello d'Ignazio, nel 
testamento fatto sul letto di mor- 
te il 19 nov. 1538, dispose che si 
dessero in perpetuo due ducati 
d'oro annuali al sagrestano della 
chiesa primaziale di S. Sebastia- 
no di Soreasu, perchè sonasse la 
campana maggiore, affinchè quelli 
che la udissero recitassero ginoc- 
chioni due Pater e Ave, per ot- 
tenere ai peccatori la grazia di 
lasciare il peccato mortale, e ai 
giusti di non cadervi. Cf. Fita, 
Testamento inèdito de Don Martin 
de Loyoìa, in Boleiin de la R. 
Academia ds la Historia, XIX 
(1891). 553. 



(2) Cf. GonzAlez, loc. cit., n. 80, 
p. 90 e, oltre a parecchi testimoni 
del Processo d'Azpeitia, la depo- 
sizione che nel medesimo fa Do- 
menica de Ugarte. V. Mon. Ignat., 
ser. IV, II, 187. 

(3) Le fonti lasciarono d'in- 
dicarne il giorno. Conoscendosi 
però abbastanza prossimamente il 
tempo dell'ariivo, 16 o 23 aprile 
(cf. sopra p. 79^) e la durata 
della permanenza, tre mesi in- 
circa, come depone il primo teste 
{Mon. Ignat., ser. IV, II, 183), 
possiamo assegnare il 22 di luglio, 
cioè quel dì nel quale, secondo il 
Cros (v. sopra p. 80), visitò la 
cognata Maddalena e gli altri 
di casa Loiola. 

(4) Cf. PoLANCO, Vita, p. 53; 
Maffei, lib. II, cap. i, p. 77. 
Singolare è l'errore del Polanco, 
seguito dal Maffei, il quale fece 
Martin Garcfa già defunto nel 
1535, allorquando Ignazio tornò 
al paese natio. 



4. - Dà perpetuo addio alla patria per recarsi in Italia. 



83 



dal fratello Francesco Saverio, appunto per dissipare le 
voci calunniose sparse contro d'Inigo (*). Da Pamplona 
proseguì per Almazàn a comporvi i negozj del Lainez e del 
Salmerone. Accolto cordialmente nelle loro famiglie, tra 
le altre virtù, di cui diede preclaro esempio, spiccò il suo 
nobile disinteresse, non essendo stato possibile indurlo ad 
accettare punto nulla « quantunque gli facessero grandi 
i( offerte con molta instantia » (*). 



QUESTI viaggi, unitamente con le varie pratiche per dare *• 
assetto agli affari domestici dei compagni dovettero ri- 
chiedere da Ignazio circa due mesi di tempo (3). Sull'entrare 
dell'ottobre, o in quel torno, recossi a Valenza donde passò 
a Segorbe nella Valle di Cristo, per rivedervi l'antico suo 
discepolo Giovanni de Castro resosi colà certosino, col 
quale si trattenne quasi otto giorni (+). Indi tornò a Va- 
lenza per mettersi quanto prima in mare alla volta di Ge- 
nova. Parecchi suoi amorevoli e devoti lo dissuadevano 
dalla traversata, temendo non incappasse nel terribile 
Kair-el-din o Barbarossa, il quale, fuggito da Tunisi dopo 
l'espugnazione fattane da Carlo V nel luglio di quell'anno 
1535. dicevasi corresse il Mediterraneo pirateggiando a 
suo talento. Nel fatto però il Mediterraneo era per il mo- 
mento netto dalle scorrerie dei pirati; poiché il Barbarossa, 
snidato da Tunisi, aveva fatto vela con la sua flottiglia 
verso Minorca, dove, impadronitosi della città di Mahon, 



DA PERPETUO 
ADDIO ALLA PA- 
TRIA PER RECARSI 
IN ITALIA. 



(*) Cf, sopra, p. 76^, Vedi pure 
BòHMER, I, 173 sg. Tioppo gra- 
tuitamente il Bòhmer asserisce 
che il Loiola in Obanos e poscia 
in Almazàn e Toledo trovasse 
accoglienza anzi che no fredda 
dalle famiglie del Saverio, del 
Lainez e del Salmerone. Non si 
intende come ciò si accordi con 
le parole d'Ignazio che riferiamo 
nel testo. Il Polanco poi indica 
un altro scopo di queste visite 
ignaziane ai parenti dei compa- 
gni. Secondo lui li visitò anche 
« ut ad viaticum peregrinationis 
« iuvarent ». Polanco, Vita, p. 53. 



(2) Cf. GonzAlez, loc. cit.,n.90, 
p. 90. 

(3) Maggiore precisione è vano 
sperare di ottenerla nello stato 
presente delle fonti. Punti fissi 
sono: la partenza da Azpeitia, 
come or ora vedemmo (cf. sopra 
p. 82) alla fine di luglio 1535 e 
il principio della malattia in Bo- 
logna il IO o l'ii del seguente de- 
cembre notato dallo stesso servo 
di Dio. Cf. Mon. Ignat., ser. I, 
T, 94- 

{*) Cf. sopra, p. 65*. La du- 
rata della visita alla Certosa si 
ha dal Le Vasseur, Ephemeri- 



h. 



Capo IH. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



stavasene appiattato meditando nuove imprese ('). Tutto 
ciò era ignorato dal Loiola il quale, pur non negando il 
pericolo che correva da parte del corsaro, volle salpare se- 
condo aveva già stabilito. Se Barbarossa non si fece vivo 
a contrastare la rotta alla nave del pellegrino, questi non- 
dimeno ebbe a sostenere la furia degli elementi scatenati 
in una tremenda fortuna. Spezzato il timone, equipaggio 
e passeggeri, disperati omai d'ogni scampo umano, s'atten- 
devano ad ogni istante d'andar sotto. Narrò il Santo dipoi, 
che scrutando la coscienza durante l'aspro cimento e prepa- 
randosi alla morte, non temeva de' suoi peccati né di essere 
condannato al divin tribunale; ma in quella vece sentiva 
grande confusione e amoroso dolore, parendogli di non avere 
trafficato a dovere le grazie ricevute da Dio (*). 

La nave tuttavia riusci a scampare dall'urto dei venti 
e dei marosi, e al principio della seconda metà di novembre 
fu in salvo nel porto di Genova (3). Quivi, sceso a terra 
Ignazio, non indugiò ad avanzare lungo la riviera di Le- 
vante e di colà per la Toscana, valicati gl'Appennini, 
scese per la valle del Reno, a Bologna, dove proponevasi 
di compiere lo studio interrotto della teologia {*'). In questo 
viaggio, fatto tutto a piedi, incontrò il pericolo più grave 
di quanti, e non erano pochi, ne aveva sino allora durati. 
L'abbiamo descritto da lui con la penna del Gonzàlez in 
questi precisi termini: « Pigliò la strada » così egli, nar- 
rando della sua partita da Genova, « verso Bologna, nella 
« quale ha patito molto, maxime una volta che smarì la 



des Ordinis Cartusiensis, nei Mon. 
Ignat., ser. I, I, 96^. 

(') Cf. Guglielmotti, III, 405- 
408. 

(') GonzAlez, loc. cit., nn. 33, 

91, PP- 56. 91. 

(3) 11 tempo, a un dipresso, del- 
l'arrivo in Genova può ricavarsi 
dai dati fornitici dallo stesso San- 
to. Dal modo come egli narrò 
i fatti al Gonzàlez risulta chiaro 
che, giunto in Genova, s'affrettò 
a partirne subito verso Bologna. 
In questa città poi, secondo or 
ora ricordammo, trovavasi già il 



IO o l'ii dicembre, quando vi 
cadde infermo. Ora il viaggio a 
piedi dalla Liguria a Bologna 
e nello stato di salute nel quale 
trovavasi non sembra potesse for- 
nirlo in meno di un quindici gior- 
ni: il che appunto ci conduce a 
farlo approdare a Genova fra il 
15 e il 20 novembre 1535. 

(*) L'afferma espressamente il 
Polanco, Vita, p. 54: « Decre- 
« verat ipse aliquantulum Bono- 
« niae studere, interim dum socii 
« ex Gallia ad condictum tempus 
veniebant ». 



4. - Dà perpetuo addio alla patria per recarsi in Italia. 



85 



« via et cominciò a caminare presso un fiume, il quale era 
« basso et la strada alta, la quale, quanto più caminava 
« per essa, tanto più si faceva stretta et in tal modo si venne 
« a far stretta che non poteva più andare inanzi né tor- 
ce nare indietro. Et cosi cominciò a caminare carpone, et 
« camino un gran pezzo con gran paura; perchè, ogni volta 
« che si moveva, credeva di cascare in fiume. Et questa 
« fu la più gran fatica et travaglio corporale che mai ha- 
« vesse; ma alla fine campò » (^). 

Entrato in Bologna, se ne va attorno mendicando, giu- 
sta il suo costume, « et non trovò pure un solo quatrino, 
« quantunque la cercasse tutta » (') o un briciolo di pane, 
come scrisse il suo segretario (3). Ebbe finalmente alloggio 
nel collegio degli Spagnuoli, governato in quell'anno da 
don Pietro Rodriguez de la Fuente del Sancho, allora ret- 
tore dell'Università dove leggeva diritto canonico (*). 

Come aveva proposto, voleva fermarsi, attendendo i com- 
pagni lasciati in Francia, e proseguire intanto il corso 
teologico, quando una nuova malattia lo costrinse a mu- 
tare la presa risoluzione. L'umidità, il freddo, gli stra- 
pazzi del lungo viaggio, la pericolosa caduta da un ponti- 
cello nella fossa dell'acqua proprio alle porte della città, 
l'inclemenza della stagione, rincrudirono talmente gli abi- 
tuali suoi dolori di stomaco che il io e l'ii di decembre 
fu colto da febbre e per sette giorni obbligato a giacere 
in letto. Riavutosi alquanto, vedendo alla prova che la 
salute non gli reggeva alle fredde nebbie dominanti nella 
pianura emiliana, verso il 27 o il 28 decembre si rimise in via 
per Venezia (5). 



(^) GonzAlez, loc. cit., n. 91, 
p. 91. Alcuni biografi, tra i quali 
il Bartoli, Vita di s. Ignazio, 
lib. II, cap. XXVI, p. 105, fecero 
tenere al servo di Dio il cam- 
mino per la Lombardia. Ma poi- 
ché il pericolo corso nelle gole 
dei monti, sembra, secondo il testo 
della narrazione, avvenisse piut- 
tosto verso la fine del viaggio che 
verso il principio, tengo col Bòh- 
MER, I, 175, che percorresse l'al- 
tra strada sopra indicata. 



(-) GonzAlez, loc. cit. 

(3) PoLANCo, Vita, p. 54. 

(4) Dallari, li, 76. 

(5) Ignazio al Cazador, Venezia, 
12 febb. 1536, in Mon. Ignat., 
ser. 1, I, 94; PoLANCO, Vita, p. 54. 
La data della partenza da Bo- 
logna si stabilisce con sufficiente 
approssimazione dalle parole del 
Santo nella lettera qui citata: « A- 
« sf determiné de venir a Venegia 
« donde abrà mes y medio que 
« estoy ». 



86 



Capo III. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



S. - IL SOGGIORNO 
IN TBNBZIA NBL 



POCHE altre città in Italia avrebbero potuto offrire più 
vasto e nobile campo al suo apostolato. Nutriva bensì 
egli intenzione di applicarsi privatamente alla teologia (*), 
non essendo colà Studio teologico né d'altra facoltà; ma 
non meno si proponeva di dare sfogo all'interno ardore, 
onde tutto era preso, di giovare all'anime. In Venezia in- 
fatti frequenti erano le occasioni di opporsi ai novatori 
celati o audacemente scoperti; e facile gli sarebbe stato 
stringere amicizia con gentiluomini ecclesiastici desiderosi 
della propria perfezione e del rifiorimento della vita cri- 
stiana (^). In mezzo a questi ultimi, cui appartenevano 
uomini di chiarissima fama, come un Reginaldo Polo, un 
Giacomo Cortese, un Gian Pietro Carafa (3), non sarebbe 
stato difficile imbattersi in parecchi che, attratti dapprima 
nelle familiari conversazioni, s'inducessero poi a mettersi 
negli Esercizj, nei quali sperava Ignazio concepirebbero 
anche il proposito di seguirlo nell'esecuzione delle grandi 
idee di servigio divino, sempre più vagheggiate e maturate 
nell'animo. E non pochi in verità ne trovò, quali furono, 
per dirne alcuni, Piero Contarini del ramo di San Trovaso, 
procuratore del recente ospedale degl'Incurabili (*), Ga- 
spare de' Dotti, uditore del legato pontificio Girolamo 
Veralli, Diego Hoces di Màlaga baccelliere, divenuto su- 
bito suo compagno, due altri spagnuoli, Francesco de 
Rojas e l'abbastanza noto ai suoi giorni, Martino Zor- 



(^) Cf. nei Mon. Ignat., set. I, 
I, 724 la lettera del Santo, da 
Venezia, i nov. 1536, alla devota 
parigina Maria, e l'altra prece- 
dente dei 12 febb. a Giovanni 
Cazador, ibid., p. 95. È cosa ben 
nota che la Serenissima teneva 
studio in Padova, non già in 
Venezia. 

(*) Che i novatori mirassero a 
fare di Venezia la cittadella del 
moto luterano in Italia, è tal 
fatto che non ha più bisogno 
di prova. Cf. Tacchi Venturi, 
Storia, I. 327-331; Pastor, V, 
665-667. Devesi ricordare che 
proprio nella quaresima del 1535 
un predicatore di grido vi aveva 



sparso semi copiosi di eresia, i 
quali andavano pur troppo attec- 
chendo. Leggasi la lettera di Gian 
Pietro Carafa al card. Contarini, 
Venezia, 3 luglio 1536, in Bro- 
mato, I, 281. 

(3) Cf. BòHMER I, 187. Ci 
mancano argomenti positivi per 
asserire che il Lx)iola trattasse 
in Venezia col celebre cardinale 
Polo. Le maggiori probabilità 
stanno pel si. Il silenzio delle 
fonti non può essere addotto co- 
me prova, anche perchè esse sono 
scarsissime sopra questo periodo 
della vita ignaziana. 

(4) Cf. Tacchi Venturi, Storia, 
I> 444- 



j. - // soggiorno in Venezia mi ISJÓ. 



87 



noza, i nobili fratelli navarrini Stefano e Diego d'Eguia (') 
e l'umanista inglese Giovanni Helyar cui andiamo debi- 
tori del testo più antico degli Esercizj che sia fin qui co- 
nosciuto (*). Trovò ospitalità in casa di un uomo molto 
dotto e buono, del quale tuttavia ignoriamo il nome e la cui 
conversazione dovette non poco giovargli per accreditarlo 
ed aiutarlo a contrarre le desiderate amicizie (3). Allora 
appunto conobbe e conversò abbastanza frequentemente 
con il testé ricordato Gian Pietro Carafa, divenuto al 
termine di quello stesso anno cardinale, indi a un ven- 
tennio sommo pontefice, col nome di Paolo IV: relazione 



(') Cf. GonzAlez.Ioc. cit.,n. 92, 
p. 92; POLANCO, Vita, p. 56. 
Sopra i fratelli Eguia, la cui fa- 
miglia era imparentata con quella 
del Saverio, vedi il Cros, Saint 
Francois de Xavier, p. 236-244. 
Per il Rojas, cf. Epist. mixtae, 

l, ol- 
ii gentiluomo Martino Zomoza, 

che Ignazio nel 1540 chiamava 
« nostro amico antico et fratello 
« in nel Signor nostro » (cf. Mon. 
Ignat., ser. I, I, 169), non va af- 
fatto identificato con quel Mar- 
tino Zornoza, entrato dipoi nella 
Compagnia verso il 1549, come 
fecero gli Editori dei Mon. Hist. 
(cf. Epist. mixtae, II, 728') se- 
guiti dal BòHMER, I, 190*. A 
convincersene basti qni, tra i non 
pochi argomenti, ricordare questo 
solo, che il Martino Zornosa, ge- 
suita, morto santamente il 18 ago- 
sto 1566, conobbe la prima volta 
la Compagnia nel 1547, quando, 
come si deduce dal ragguaglio 
della sua vocazione, s'incontrò 
col Domenech in Palermo. Cf. 
Epist. mixtae, IV, 412 sg. Molto 
probabile, a dir poco, è la con- 
gettura del mio confratello il 
p. Tournier, giusta la quale Mar- 
tino Zornoza, l'amico del Loiola 
nel i536-37> fu il console di Carlo V 



in Venezia, personaggio assai noto 
nella società veneta e zelantissimo 
della religione. Cf. Calendar of 
State papers. Spaiti, I, p. 325 sg. 

(*) Di questo illustre umanista 
inglese, protetto dal cardinale 
Polo, nato in Warblington nella 
Contea di Hampshire il 1503, 
morto il 1541, attendiamo no- 
tizie nelle annunciate Ignatiana 
del lodato p. Tournier, il quale 
con infinita diligenza cercò rico- 
struirne la vita. Il novero, qui 
sopra dato, degli amici del Santo 
in Venezia, è ben lungi dal po- 
tersi dire compiuto. Leggasi, per 
es. la lettera deil'Araoz dei 30 
ott. 1539 {Epi^t. mixtae, I, 35), 
nella quale ricorda il monaco di 
Monserrato don Jaime. 

(3) «... estoy... y en companla 
« y en casa de un hombre mucho 
« docto y buero ». Così Ignazio 
al Cazador, Venezia, 12 febb. 
1536, in Mon. Ignat., ser. I, I, 
p. 94. È da notare che le ripor- 
tate parole non possono riferirsi 
al vescovo Teatino Gian Pietro 
Carata, come sopì a argomenti di 
niun valore asserì il Bromato, 
I, 278. Non sarebbe stato per 
sorte costui il biscairo Martino 
Zomoza. console di Carlo V, del 
quale or ora trattammo? 



88 



Capo IH. - Vicende della vita di s. Ignazio, à^c. 



finita in aperta e permanente rottura, a cagione delle os- 
servazioni, che il Loiola, uomo allora nuovo, gli fece in- 
torno la persona di lui e il nascente Ordine dei Teatini, 
nonostante nel farle non avesse dimenticato ogni possibile 
delicatezza e fosse altresì proceduto secondo le massime di 
verace umiltà cristiana (*). 

Da uguali cause nascono uguali effetti. Come in Alcalà, 
Salamanca e Parigi, aveva Ignazio incontrato persecuzioni 
pel suo adoprarsi alla salute delle anime coi familiari col- 
loquj e soprattutto con gli Esercizj spirituali, così ora, segui- 
tando nell'antico costume, fu di nuovo esposto alla calunnia 
in circostanze di tempo e di luogo sommameifte atte a fa- 
vorirla. Lo accusarono di eresia; lui fuggitivo di Francia e 
di Spagna, già bruciato in effigie, essere passato in Italia 
a spargervi il veleno di perverse dottrine, cominciando 
proprio da Venezia, campo adattissimo a farvi proseliti di 
qua dall'Alpi. Di fronte a queste voci, che sopra di lui get- 
tavano ombre cotanto sinistre, quando proprio più inteme- 
rata nella fede e nei costumi gli bisognava la fama, tenne il 
Santo la stessa via già battuta in Parigi. Fu spontanea- 
mente al nunzio del pontefice, monsignor Girolamo Veralli, 
e lo pregò facesse esaminare la causa nel suo tribunale a 
norma di legge. L'inchiesta, tirata assai in lungo, con- 
dusse finalmente alla favorevole sentenza del vicario gene- 
rale del nunzio, il poc'anzi menzionato Gaspare de' Dotti. 
Il 13 ottobre 1537, questi con l'ordinaria sua autorità, non 
pure dichiarò frivole, vane e false le novelle sparse sul 
conto d'Ignazio, ma lo proclamò sacerdote ài buona e reli- 
giosa vita, di sana dottrina, di fama integerrima, siccome 



(') Le cagioni della rottura 
tenne Igrazio nascose sotto alto 
silenzio. Cf . Polanco, Vita, p. 56. 
Pubblicatasi ora la lettera del 
1536, diretta senza dubbio, come 
opinano gli Editori dei Monu- 
menta, allo stesso Carafa (cf . Mon. 
Ignat., ser. I, I, 114-118), la lu- 
ce sull'episodio può dirsi fatta. 
La persistenza dell'antipatia, o, 
se la parola par troppo forte, 
della poca simpatia nutrita dal 
futuro Pontefice veiso il Loiola, 



ben nota agli antichi biografi, ha 
ricevuto a' giorni nostri splendida 
conferma dalle notizie del p. Na- 
tale. Cf. Nadal, II, 50. Niun 
credito merita il ragguaglio del 
Castaldi, secondo il quale Ignazio 
avrebbe chiesto in Venezia di es- 
sere aggregato ai Teatini. La cosa 
può dirsi dimostrata sin dal sec. 
xvin mercè l'esauriente disserta- 
zione del PiEN, in Ada SS., iul., 
to VII. Comntent. praev. de 
s. I^natio, nv. 206-231. 



j*. - // soggiorno in Venezia nel 1536. 



89 



colui che sino a quel giorno aveva sempre edificato la città 
in opere ed in parole ('). 

Mentre Ignazio seguiva in Venezia l'antico costume di 
attendere alla salute del prossimo, e, senza lui stesso sa- 
perlo, preparavasi insigni protettori, quali il Contarini, il 
de' Dotti, ed alcuni de' suoi futuri compagni, non dimenti- 
cava gli amici lasciati in Francia. I quali attenendosi al 
convenuto, forniti gli studj, dovevano raggiungerlo nella 
metropoli della Serenissima, donde tutti insieme avreb- 
bero salpato per Terra Santa. I nove compagni avevano 
stabilito di muoversi da Parigi il 25 gennaio 1537; se non 
che, nel giugno 1536, dichiarata da Carlo V la guerra a 
Francesco I, per la successione del ducato di Milano e già 
nel luglio e nell'agosto 1536 essendo penetrati gli eserciti 
imperiali in Piccardia e nella Provenza (^), fu loro forza 
anticipare la partenza di più che due mesi, mettendosi 
in viaggio ai 15 novembre 1536 (3). Ad evitare il pas- 
saggio per la Provenza, che pensavano fosse ancora occu- 
pata dagli imperiali, scelsero il cammino più lungo e disa- 
giato attraversando la Lorena, la Germania, il Vorarlberg, 
la Svizzera, il Tirolo, finché, sempre a piedi e tra gravis- 
simi stenti e rischiose avventure, incontrate nelle terre di- 
venute di fresco eretiche, giunsero alla città di San Marco 
rS gennaio 1537 [''). Lieti nello spirito, come scrive con mi- 



(^) GoNZALEz, loc. cit., n. 93, 

p. 92; RiBADENEIRA, Cap. VII, n. 

129, p. 680. 11 testo della sen- 
terxza (edito già dal Pien, Ada 
SS., iul., to. VII, Cotnment. 
praev. de s. I gnatio . nn. 
255-258) fu ripubblicato nei Mon. 
Ignat., IV, I, 624-627. 

(^) Cf. FOUQUERAY, I, 59; Le- 
MONNIER, II,. 90 Sg. 

(3) GonzAlez, loc. cit., r. 86, 
p. 88. La data del giorno della 
partenza, 15 novembre, taciuta 
dal Gonzàlez e neppure ricordata 
da Ignazio nella lettera scritta 
intorno a questo viaggio a fra 
Gabriele Guzman dei Predica- 
toli, confessore di Eleonora re- 
gina di Francia {Mon. Ignat., 



ser. I, 1, 109 sg.), ci è fatta cono- 
scere dal Fabro, Memoriale, n, 16, 
nei Mon., p. 496; dal Rodriguez, 
Comment.- in Epist. PP. P. Broèii , 
p. 461, e dal Lainez, Episi, de 
s. Ignat., in Mon. Ignat., ser. IV, 
I, in: tutti e tre testimoni e 
parte del fatto. 

('^) Il giorno dell'arrivo venne 
registrato dal Lainez, loc. cit. 
Si attennero alla data del Lainez 
il Ribadeneira, il Polanco, l'Or- 
landini; ne discordò il Maffei, 
lib. I, cap. ITI, p. 83, che diede 
invece l'ii, e recentemente Io 
AsTRAiN, I, 89, che lo pose ai 6. 
La questioncella fu trattata dal 
Pien, Ada SS., iul. to. VII, Com- 
meni, praev. de s. I gnatio, 



9° 



Capo III. - Vicende della vita di s. I^t^nazio, &c. 



rabile candore il b. Fabro nel suo Memoriale, presero stanza 
in due celebri ospedali di Venezia; cinque in quello degli 
Incurabili, quattro in S. Giovanni e Paolo, dove s'unì con 
loro l'Hoces, restandosene Ignazio alloggiato in altra casa (*). 
Venezia doveva essere per essi una sosta nell'andata a Roma 
per impetrare dal Sommo Pontefice il passaggio a Gerusa- 
lemme; però, dopo un due mesi di opere di carità verso i 
poveri infermi ('), circa il io o il 12 di marzo, furono di 
bel nuovo in cammino verso l'eterna città ; tenendo la via 
di Loreto. Vi giunsero la domenica delle Palme 25 di 
marzo, e ricevuti ad albergo nell'ospedale di San Giacomo 
degli Spagnuoli, trascorsero la settimana santa visitando 
devotamente le sette chiese e e le stazioni dell'Urbe ('). 



237, cui sembra sfuggisse il te- 
stimonio del Lainez, il quale, a 
mio credere, merita sopra ogni 
altro la preferenza. Per l'itine- 
rario e la molto probabile identi- 
ficazione di alcuni luoghi, i cui 
nomi geografici non ricorrono né 
presso il Rodriguez, né in altre 
fonti, si consulti il Bòhmer, I, 

193-197- 

(') Fabro, Memoriale, n, 16, 

in Moti., p. 496; I-AiNEZ, Epiai, de 
s. Ignat., in Mon. Ignat., ser, IV, 
I, 114; PoLANco, Vita, p. 57; 
Rodriguez, Coniment., in Epist. 
PP. P. Broèti, &c., 474-477. Que- 
st'ultimo, come per la parte che 
riguarda il viaggio, così per que- 
sta della fermata in Venezia è 
più dei due precedenti ricco di 
particolari, specie circa gli eroici 
esempi di virtù dati dai compagni. 
L'ospitalità, che cinque di essi, 
tra i quali il Lainez e il Save- 
rio, ottennero negl'Incurabili, l'eb- 
bero per mezzo del procuratore 
dell'ospedale, divenuto nello spi- 
rito figliuolo d'Ignazio, Piero Con- 
tarini « il gentiluomo che teme 
« Dio », come lo chiamava il nun- 
zio Fabio Mignanelli, in una sua 
da Venezia dei 13 giugno 1542. 



In Arch. di Stato in Napoli, Carte 
Farnesiane, fase. 753. 

(^) Il Lainez, ricordando nel 
1547 gli esempi di carità e di vit- 
toria di se stessi, dati dai com- 
pagni, aggiunge che lo fecero 
« con tan buer olor, que dura 
« hasta aora en Vene9ia », Epist. 
de s. Ignat., nei Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 114. Veggasi pure la 
lettera ignaziana: nella quale il 
Santo ai dì 1° nov. 1536 scrive 
che stava in Venezia « speran- 
« do la quaresma para dexar los 
« trabajos literarios, por abra^ar 
« otros mayores y de mayor mo- 
« mento y calidad ». Mon. Ignat.. 
ser. I, I, 724. Della memoria la- 
sciata da Francesco Saverio nel 
luogo pio parla il Cicogna, V, 
361, n. 27, che riporta l'iscrizione 
già collocata nella cappella del 
chiostro sotto una nicchia, dove 
prima della soppressione della 
Compagnia (1773) si venerava la 
immagine del Santo. Eccone il 
testo: S. Franciscus Xaverius 

HIC CELEBRAVIT, ET ULCERA LAM- 
BENDO AEGROTUM SANAVIT. 

(3) Cf. BoBADiLLA, Autobiogra- 
phia, n. 8, nei Man., p. 615. 
Con lui concorda il Lainez, loc. 



j. - Il soggiorno in Venezia nel iSSà. 



9' 



Ignazio rimase prudentemente in Venezia, temendo, 
che la sua andata e presenza nell'eterna città non avesse 
a riuscire di maggiore nocumento che utilità ai compagni 
per cagione di due temuti avversar]': il nominato Gian 
Pietro Carafa, che vi si era trasferito dopo la nomina car- 
dinalizia avvenuta il 22 decembre 1536, e il dottor Pietro 
Ortiz, agente di Carlo V, quel medesimo che in Parigi aveva 
tanto diffidato di lui, sino a denunziarlo all'inquisitore ('). 
L'evento dimostrò poco appresso che, se il Loiola non erasi 
male apposto rispetto ai temuti ostacoli da parte del Ca- 
rafa (*), neirOrtiz invece più che un ostacolo aveva ricevuto 
dalla Providenza un caldo ed amorevole patrocinatore dei 
suoi discepoli e delle loro successive imprese (3). Non ci fu 
tramandato nulla intorno ai particolari che operarono sì 
profondo mutamento nel diplomatico imperiale riguardo al 
pellegrino di Spagna. Questo, tuttavia, si può ritenere per 
certo, che, da prudentissimo uomo qual egli era, non potè 
d'un subito divenirgli benevolo senza proporzionata cagione. 
E dovette appunto trovarla (cosi ricavasi dal Polanco), 
nella sincerità d'uno spirito retto e pio, scorta sin dal bel 
principio in quel piccolo manipolo di romei, ed anche nelle 
lettere commendatizie che il Loiola, giusta il suo usato, 
gli avrà fatto pervenire da parte di alcuni dei chiarissimi 
personaggi, come messer Piero Contarini, il cardinale Re- 
ginaldo Polo, ed altri loro pari, con i quali aveva stretto 
relazione nel suo soggiorno in Venezia. 



cit. Il giorno esatto della par- 
tenza dei nove da Venezia è ta- 
ciuto dalle fonti. Molto approssi- 
mativamente lo dà il I,ainez, 
loc. cit., p. 115: « Después de me- 
« diada la quaresma del aiio 1537, 
«tornando el camino de Roma ». 
Questo dato corregge il Rodri- 
guez rispetto alla durata del sog- 
giorno in Venezia, da lui esteso 
a « duos menses cum dimidiato »: 
ciò che ci conduce al 20 o al 23 
marzo, essendo i compagni arri- 
vati a Venezia l'S gennaio 1537. 
Nel resto, secondo lo stesso Ro- 
driguez (Ice. cit., p. 480), la do- 



menica di Passione, 18 marzo, 
egli con i suoi era già a Ravenna. 
Dovette dunque uscire di Ve- 
nezia qualche giorno prima del 
18, non dopo; come sarebbe stato 
necessario, se veramente i pelle- 
grini vi si fossero fermati due 
mesi e mezzo, e non due mesi con 
tre o quattro giorni al più. 

(^) GonzAlez, loc cit., n. 93, 
p. 93; RiBADENEiRA, Vita Ignutii, 
cap. VI, n. log. 

(2) Cf. Lainez, Epist. des. Ignai., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 116. 

(3) Cf. Lainez, loc. cit.; Po- 
lanco, Vita, p. 58. 



92 



Capo III. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



6. - I COMPAGNI 
IGNAZIANI ALLA 
PRESENZA DI PA- 
OLO III. 



L'oRTiz adunque, secondo racconta Simone Rodrìguez, 
descrivendo minutamente il viaggio suo e dei compagni 
a Roma, si fece a parlare a Paolo III dei nove teologi seguaci 
d'un'estrema povertà, venuti da Parigi con tanti disagi e 
solo desiderosi d'impetrare il passaggio a Terra Santa ('). Il 
vecchio papa, antico alunno di Pomponio Leto, e continua- 
tore dell'uso, seguito già da Clemente VII, ascoltava volen- 
tieri, mentre sedeva a tavola, dispute di filosofi e teologi e 
carmi ancor di poeti (*). Il celebre fra Cornelio Musso, mi- 
nore conventuale, avendo predicato in Roma, con molto 
plauso e frutto per ben quattro anni, fu dal Pontefice chia- 
mato a palazzo. Intesolo e piaciutogli, volle che di frequente 
gli facesse alla mensa un'omelia in latino sopra gli Evangeli, 
finita la quale, il disserente doveva rispondere agli argomenti 
proposti da varj dottori e dallo stesso Paolo. A queste 
accademie di sacra dottrina, come le dice il biografo di fra 
Cornelio (3), si trovavano molte volte il Contarini, il Grimani, 
il Polo, il Cortese, il Sadoleto, il Carafa, il Savelli, con molti 
altri; e e bene spesso Sua Beatitudine istessa rispondeva e 
« moveva dubbi, se non vi erano altri, come dottissimo e ver- 
« satissimo prencipe in ogni facultà ch'egli era ». 

Questa medesima sì lodevole costumanza vediamo se- 



(^) RoDRTGUEZ, Comment , ir 
Epist. PP. P. Broeti, Scc, p. 486. 
Col Rodriguez non sembra con- 
cordi l'anonimo revisore della 
Vita del Lainez, scritta dal Ri- 
badeneira. Secordo costui, « li 
« nostri padri furono introdotti 
« da un certo fra Barberaro va- 
« lentiano, franciscano da Unte- 
« nente [Onteniente]. come lui stes- 
« so mi ha rarrato ». Cf. Lai- 
nez. Mon., Vili, 856. 11 fra Bar- 
berino valenziano è quel mede- 
simo fra Barberar, del quale avre- 
mo a parlare nel seguente volume. 

{') Cf. GiRALDi, Dialogi, IT, 84. 

(3) Cf. Musso Giuseppe, nella 
Vita del Rever.*"° Monsi- 
gnor Cornelio Musso, ve- 
scovo di Bi tonto, premessa al 
l'edizione delle Prediche Quadras^e- 



simali del medesimo Monsignore, 
e. 7-A. Un altro contemporaneo, 
il vescovo Gianpietro Ferretti, 
così scrive allo stesso proposito 
mettendo in rilievo il carattere 
di mecenate del gran Pontefice 
farnesiano: « In quotidiano pran- 
« dio numquam destitit quin viros 
« doctos praeclarosque theologos, 
« audire vellet, superque quaestio- 
« nibus discutiendis inter loquen- 
« dum disputantibus favere» *De 
iìistitiitis ecclesiasticis, nella Bibl. 
Vat. Lat. 5832, fo. 233. Quanto 
poi alla lettura dei carmi, i cro- 
nisti abbondano di aneddoti, dai 
quali chiaramente traspare il di- 
letto di Paolo per la poesia. Cf. 
per es. i Ricordi del Bontempi, 
néìVArch. Stor. Hai. XVI, par. 2 
(1851), p. 3S7. 



6. - I compagni Ignaziani alla presenza di Paolo III. 



93 



guita coi chierici pellegrini venuti da Parigi. Alla richiesta 
dell'udienza, presentata dall'Ortiz, Paolo III rispose che 
li riceverebbe la dimane, terza festa di Pasqua ('). Era 
evidente che il saggio Pontefice voleva prendere prova di 
loro, ascoltandoli conferire in tempo di tavola con parecchi 
« doctissimis viris » secondo li chiamò il Bobadilla (*). Oltre 
rOrtiz (3), v'intervenne fra Cornelio Musso, {''), allora teologo 
del giovanissimo cardinale Alessandro Farnese, e predicatore 
in San Lorenzo in Damaso. La conferenza, o piuttosto 
conversazione, sodisfece il Pontefice, il quale, levate le mense, 
lodò ampiamente coi cardinali l'erudizione e la modestia dei 
chierici pellegrini e si profferse pronto a favorirli in ciò che da 
lui volessero (s). Essi non di altro lo supplicarono che della 
benedizione per passare a Gerusalemme e della facoltà 
di esser promossi ai sacri ordini fuori dei tempi consueti e da 
qualunque vescovo. Paolo, cui erano già noti gli apparati 
dei Veneziani contra il Turco: « Ve la do volontieri » rispose; 
« credo però che non arriverete ad andarci », e con somma 
amorevolezza li accommiatò. Susseguirono altri pontifici 
favori. 

Senza che o per sé o per altri ne lo facessero supplicare, ri- 
cevettero da Paolo III, la cospicua limosina di sessanta du- 
cati. Rispetto poi alle grazie spirituali il Fabro, il laio e il 
Broét, che soli erano sacerdoti, ottennero facoltà di ascoltare 
le confessioni e di assolvere da tutti i casi riservati ai ve- 
scovi; i loro compagni, compreso l'assente Ignazio, quella di 
farsi ordinare da qualunque vescovo fuori dei tempi stabiliti 
nel diritto comune e senza i consueti interstizj (^). 



(^) La data esatta, 3 aprile, l'ab- 
biamo dal Bobadilla, Autobio- 
graphia, n. 9, nei Man., p. 616. 

(^) Bobadilla, Ice. cit. 

(3) Cf. Loiola al Verdolay, Ve- 
nezia, 24 lug. 1537, nei Mon. 
Ignat., ser. I, I, 119 sg.; XII, 321. 

(•^) DiLARiNo, p. 20. Il Dila- 
rino o Rinaldi, che, nel darci il 
ragguaglio, non indica donde lo 
tolse, cade certamente in errore 
affermando che fra Cornelio era 
allora vescovo di Bertinoro; ciò 
che solo avvenne nel 1541. 



(5) RoDRiGUEZ, Comment., in 
Epist. PP. P. Broèti, &c, pp. 
486-487. Vedi la lettera di s. 
Ignazio al Verdolay, Venezia, 
24 lug. 1537, nei Mon. Ignat., 
ser. I, I, 120. Secondo parecchi 
biografi ignaziani si dovrebbe pen- 
sare che i padri tenessero alla pre- 
senza di Paolo III una vera e 
propria disputa teologica. Non 
così si ricava dai citati passi del 
Rodriguez e del Bobadilla, te- 
stimoni e attori del fatto. 

{^) Ignazio al Verdolay, 24 lug. 



94 



Capo III. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



7. - IL RITORNO \ 
VENEZIA: LE OR- 
DINAZIONI: L'AP- 



SANTE fRIMIZIE. 



NON prima del 7 di maggio 1537 ottennero dal papa il per- 
messo di pellegrinare al Santo Sepolcro (^); né dovet- 
FAREccHio ALLE tero indugiarsi a lasciare l'ospizio degli Spagnuoli ov'erano 
stati ad albergo. Infatti, solo un mese dipoi, cioè il io di 
giugno, Ignazio e i compagni non ancora sacerdoti rice- 
vevano in Venezia da monsignor Negusanti (*), vescovo di 
Arbe, gli ordini minori; il 15 e 17 il suddiaconato e diaco- 
nato, ai 24 infine ebbero tutti il sacerdozio, eccetto il giova- 
nissimo Salmerone (3). Nello stesso tempo fecero anche voto 
solenne di povertà nelle mani del nunzio Veralli (*). 



1537. i^ei Mon. Ignat., ser. I, 
I, 120; XII, 321. Cf. in Fabro, 
Mon., p. 7 sg., il diploma delle 
facoltà per le confessioni. Le 
dimissorie per gli ordini, si 
hanno in Ada SS., iul. to. VII, 
Comtnent. praev. de s. I gna- 
tio, n. 247, in Mon. Ignat., ser, 
IV, 1, 544 sg.; in Salmerone, 
Epist., I, 574-576; Lainez, Mon., 
Vili, 635-637. L'ordinazione a 
titolo di sufficiente dottrina e di 
povertà volontaria fu per di- 
spensa del nunzio pontificio Gi- 
rolamo Veralli, come espressa- 
mente si ricava dalle testimoniali 
del vescovo Negusanti. Cf. Acta 
SS., loc. cit., V. 250; Mon. Ignat., 
loc. cit. A' nostri tempi trattò 
egregiamente quest'argomento il 
p. NiLLES, Zur Geschichte det 
Ordination des hi. Ignatius von 
Loyola und seiner Gefdhrten, nella 
Zeitschrift fùr kath. Theol., XV 
(1891), 146-159. Alle stringenti 
ragioni addotte dal Nilles aggiun- 
gasi la testimonianza dello stesso 
Ignazio nella sua al Verdolay dei 
24 lug. 1537. Mon. Ignat., ser. 
I, I, p. 120. 

f) Cf. il testo del rescritto 
insieme con la relativa supplica 
presentata dal Fabro, in Fabro, 
Mon., p. 9. 

(*) La vera forma del cognome 
di questo illustre fanese è Negu- 



santi o Necusanti, non già Nigu- 
sani, come si legge nel Titulus 
prò sacris ordinibus suscipiendis 
ripubblicato nei Mon. Ignat., loc. 
cit. Cf. Farlati, V, 264-266; 
Tacchi Venturi, Storia, I, 69, 
dove trattasi della parte presa 
dal Negusanti contro l'eresia lu- 
terana al suo primo apparire in 
Italia. 

(') Recentemente I'Astrain, T, 
87^, fondato sul testimonio del 
Rodriguez, {Comment., in Epi$t. 
PP. P. Broèti. &c., p. 487) as- 
segnò l'ordinazione sacerdotale 
del Salmerone ai 24 giugno 1537, 
escludendo il prudente dubbio 
del p. PiEN, Acta SS., iul., to. 
VII, Comment. praev. de s. 
Ignatio, n. 261. Però l'autorità 
del Rodriguez non vale qui nulla 
rispetto a quella di un teste d'uf- 
ficio qual deve dirsi Gaspare de 
Dotti, vicario generale del Ve- 
ralli. Questi il dì 25 agosto 1537, 
dando facoltà al Salmerone di 
predicare nel territorio della Se- 
renissima, asserisce che egli al- 
lora trova vasi in ordine tantum 
diaconatus. Cf. Salmerone, £- 
pist., I, 577. 

(■») Ignazio al Verdolay, 24 lug. 
1537. ^^i Mon. Ignat., ser. I, 
I, 120. Cf. Titulus prò sacris 
ordinibus suscipiendis, ivi, ser. 
IV, I, 543-545- 



7- - Le ordinazioni: V apparecchio alle sante primizie. 



95 



Intanto, diffondendosi sempre più i rumori di guerra tra 
Venezia e i Turchi ('), andavano pur dileguandosi le speranze 
del tragitto a Terra Santa, finché ciò che da molto tempo 
non era giammai accaduto venne ad avverarsi in quella 
estate del 1537. Scoppiata la guerra tra la Porta e la Serenis- 
sima, neppure una delle navi di pellegrini, solite di sciogliere 
verso la festa del Corpus Domini, potè prendere il mare ("). 
Liberi adunque per divina disposizione dal voto del pelle- 
grinaggio, i dieci stabilirono di attendere ancora in Venezia 
prima di recarsi ai piedi del Vicario di Cristo, a norma del 
convenuto in Parigi (3). In questo mezzo con peculiari 
esercizi di pietà comincerebbero l'apparecchio alla celebra- 
zione delle primizie sacerdotali; ma poiché il ministero cui 
attendevano in servizio dei poveri negli ospedali, non la- 
sciava loro agio di vivere così appartati come volevano, 
fermarono di trasferirsi a due o a tre in luoghi solitarj dello 
stesso dominio veneto, non troppo fra loro discosti, per po- 
tersi agevolmente riunire insieme (*). Remoti dal consorzio 
degli uomini per quaranta giorni da consecrare alle pratiche 
della vita contemplativa e a qualche esercizio d'umile apo- 
stolato (5), verrebbero preparandosi ad offrire degnamente, 
quanto era possibile, la prima Messa. 

Presa dunque lingua da alcuni loro amorevoli ebbero in- 
dicati i dintorni di Vicenza, di Treviso, di Bassano, di Verona 
e Monselice. La sorte determinò che Ignazio, il Fabro e il 
Lainez andassero a Vicenza, il Bobadilla ed il Broét a Verona, 
laio e Rodriguez a Bassano, il Saverio e il Salmerone a Mon- 
selice, il Codurio e Diego Hoces a Treviso (^). Il 25 luglio, 



(^) Cf. NiLLEs, loc. cit., p. 149- 

153- 

(=*) Cf. Pastor, V, 178 sg. 
Cf. la citata lettera ignaziana al 
Verdolay, loc. cit., p. 121. 

(3) Rodriguez. Comment., in 
Epist. PP. P. Broèti, p. 488. 

(4) Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 116. 

(5) Come si svolgesse questo 
esercizio di apostolato, l'abbiamo 
in brevi, ma fedelissimi tratti da 
uno dei compagni ignaziani: «En 
« quales lugaies nos exer9Ìtamos 



« en praedicar en las plazas com 
« poco ó ningùn auditorio, mas por 
« mortificación que por otra cosa, 
« aunque siempre se ha9fa fructo ». 
Lainez, loc. cit. p. 117. 

(^) Rodriguez, loc. cit., p. 488. 
Egli è in questo punto la fonte 
più particolareggiata. Il Bartoli 
{Vita di s. Ignazio, lib. 11, cap. 
XXXIII, p. 131), pur seguendo il 
Rodriguez, se ne discosta, senza 
dirne la cagione, rispetto al Boba- 
dilla e al Broèt, mandandoli a 
Padova invece che a Verona. 



96 



Capo UT. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 



se in quel giorno non sopraggiunse mutamento (^), uscirono 
di Venezia, provveduti dal nunzio Veralli di ampie facoltà 
per celebrare i divini ufficj, predicare, amministrare i sacra- 
menti in tutti i luoghi di sua giurisdizione ('). Ignazio, come 
egli stesso scriveva al tanto suo devoto Piero Contarini, fu a 
Vicenza in un abbandonato convento, detto San Pietro in Vi- 
varolo, appartenuto alla congregazione dei Girolomini di 
Fiesole, lungi un miglio dalla porta di Santa Croce (3). Gli 
erano compagni di solitudine il Fabro e il Lainez. 

La descrizione dell'abituro, non meno che della penitente 
vita in esso menata, ci proviene, benché in forma assai com- 
pendiosa, dello stesso Ignazio. 



Col Rodriguez concordano il Ri- 

BADENEIRA, Cap. Vili, n. I37; il 

PoLANco, Vita. p. 60; il Maffei, 
lib. II, cap. IV, p. 87; I'Orlandini, 
lib. Il, n. 14, p. 40. Del nuovo 
compagno Diego Hoces, guada- 
gnato in Venezia, vedi sopra, p. 
90. 

(^) « Escrita està, otro dia si- 
« guiente se parten de aquf de dos 
« en dos, para travaxar en lo que 
« cada upo pudiere alcanzar gracia 
« delSenornuestro,porquien van». 
Così il Loiola nella ripetutamente 
citata lettera dei 24lug. 1537, nei 
Mon. Ignat., ser. I, I, 121 sg. 

(*) Cf. il diploma delle facoltà 
pei sacri ministeri, in Ada SS., 
loc. cit., nn. 252-254; NiLLES, loc. 
cit.; Mon. Ignat., ser. IV, I, 546 sg. 
(3) S. Ignazio, nella sua let- 
tera autografa scritta di colà a 
Piero Contarini, chiamò quello 
eremitaggio 5. Pietro in Vainello e 
non già in Varnello e molto meno 
in Riccasolo. Mon. Ignat., ser. I, 
I, 125. Però il vero nome del 
luogo era 5. Pietro in Vivarolo. 
Che poi l'autografo rechi la de- 
nominazione, anch'essa errata, in 
Vianello, mi viene asserito dal 
chiaro mons. Domenico Bortolan, 
il quale l'esaminò in Piazzola nel- 



l'oratorio privato dei conti Ca- 
merini, dove tuttora conservasi. 
Nel convento di S. Pietro in Vi- 
varolo, ceduto in seguito ai Cap- 
puccini, il Barbarano, I, 263, 
indicava nel 1649 il posto della 
cella nella quale dicevasi avesse 
abitato s. Ignazio. Anche il Mo- 
larci scrive che a' suoi tempi 
(1687) additavasi nel chiostro la 
predetta cella col seguente di- 
stico: 
Hunc venerare locum: fuit hic 
[Ignatius hospes. 
Sanctus qui toto grandior orbe fuit. 
Questo ricordo è sparito in- 
sieme con tutto il convento e la 
chiesa, distrutto dalle genti na- 
poleoniche in principio del se- 
colo XIX. Fino al 1848 rimasero 
in piedi gli annosi olmi dello 
stradone; ma in quell'anno an- 
ch'essi, col pretesto di tenere 
lungi i Tedeschi, vennero atter- 
rati, come gentilmente mi comu- 
nicava il lodato mons. Bortolan. 
Della dimora in questo romitorio 
scrisse Ignazio una copiosa rela- 
zione al nominato gentiluomo 
Martino Zornoza (v. sopra, p. 
87); ma di essa non si ha più 
traccia. Cf. Mon. Ignat., I, I, 
123-126. 



I 



i 



S. - In cammino alla volta di Roma. gf 

« Là trovorno » così egli presso il Gonzàlez, « una certa 
« casa fuori della terra, che non haveva né porte, né fe- 
« nestre, nella quale stavano dormendo sopra un poco di 
« paglia che havevano portata. Dui di loro andavano sempre 
« a cercare elemosina alla terra due volte il dì, et portavano 
« tanto poco, che quasi non si potevano sostentare. Ordi- 
« nariamente mangiavano un poco di pan cotto, quando 
« l'havevano, il quale attendeva a cuocere quello che re- 
« stava in casa. In questo modo passorno 40 dì, non atten- 
« dendo ad altro che a orationi » (^). Quegli che rimanevasi 
nel romitorio e dava opera a quel poco di cucina, era proprio 
il Loiola, pel quale il ritiramento vicentino fu quasi una se- 
conda Manresa: tanti furono i favori d'ordine soprannaturale 
da Dio ricevuti in quei giorni (^). 

Tra la fine di settembre e il principio d'ottobre convennero 
tutti e dieci intorno al loro maestro Ignazio in San Pietro in 
Vivarolo. Eccetto il Rodriguez, che celebrò indi a poco 
in Ferrara, ed Ignazio che « haveva deliberato di stare un 
« anno senza dire Messa, preparandosi et pregando la Ma- 
« donna che lo volesse mettere col suo figliuolo » (3), gli altri 
cinque sacerdoti novelli ascesero tutti in Vicenza per la 
prima volta l'altare (■♦). 



MINO 
ALLA VOLfA DI 
ROMA. 



LA Speranza lungamente accarezzata del pellegrinaggio a s. - tn cam 
Gerusalemme non l'avevano talmente perduta che non 
credessero potesse avverarsi nella primavera dell'anno se- 
guente 1538 (5). Narra infatti il Bobadilla che ai 3 di giugno, 
successa la rottura tra Veneziani e Turchi, egli e i com- 

(^) GoNZALEZ, Ada, nei Mon. tello Martin Garda, Roma, 2 feb. 

Ignai., ser. IV, I, n. 94, p. 93. 1539, nei Mon. Ignat., ser. I, I, 

Cf. Lainez, Epist. de s. Ignat., in 147. V. infra, p. 114. 

Mon. Ignat., ser. IV, I, 117. (4) Erano i padri Saverio, Lai- 

(^) PoLANCO, Vita, p. 60; GoN- fnez, Salmerone, Codurio, Boba- 

zAlez, loc. cit., n. 95, p. 94. dilla. Cf. Rodriguez, Comment., 

(3) Sono queste le testuali pa- in Epist. PP. P. Broèti, &c.,-p. /^go. 

role del Santo presso il Gonzalez, (5) L'asserisce espressamente il 

loc. cit., n. 96, p. 95. In realtà Lainez: « Esperando siempre pa- 

attese più di un anno e mezzo, «saje», Epist. de s. Ignat., in Mon. 

avendo offerto le primizie la Ignat., ser. IV, I, 118. V. pure 

notte del Natale del 1538 alla la lettera ignaziana dei 24 lug. 

sacra culla in S. Maria Maggiore. 1537, in Mon. Ignat., ser. I, I, 

Cf. la lettera d'Ignazio a suo fra- 122. 

Storia della Compagnia di Gesù in Italia, II. 7 



98 Capo III. - Vicende della vita di s. Ignazio, &c. 

pagni ritenevano nondimeno che in breve sarebbero ritor- 
nati a rappattumarsi, « poiché », come scrive, « il Turco non 
« può vivere senza Venezia, né questa senza di quello » ('). 
Supposta siiì[atta persuasione, s'intende facilmente che non 
sapessero deporre il pensiero del pellegrinaggio e s'appiglias- 
sero frattanto al più ovvio partito, quale era quello di aspet- 
tare tranquillamente gli eventi. Decisero dunque di svernare 
a due o tre insieme, non però in Vicenza o nelle solitudini 
nelle quali avevano passato buona parte dell'estate, ma in 
alcune delle meno lontane Università d'Italia. Colà ripresero 
le opere di zelo, specialmente in mezzo alla gioventù, spera- 
vando piacesse al Signore aggiungere loro nuovi compa- 
gni ('). Secondo questo partito al Codurio e all'Hoces toccò 
Padova, al Saverio e al Bobadilla Bologna, al laio e al Rodri- 
guez Ferrara, Siena al Salmerone e al Broèt; Ignazio poi 
con il Fabro e il Lainez decise di recarsi diretto a Roma 
col primario intento di disporre la via all'offerta che, giusta 
tutte le probabilità, restava a fare al Vicario di Cristo per 
l'esatto compimento del voto dei 15 agosto 1534 (3). Cosi 
decisero fra di loro con tanta unione d'animi e di volontà, 
quanta se ne può desiderare fra cordiali « amici nel Si- 
te gnore », come Ignazio chiamava i compagni in una sua 
di questo tempo (*). Prima di separarsi, vollero tracciare 
alcune linee, che rendessero al possibile uniforme la loro ma- 
niera di vivere e nella varietà delle nazioni cui appartene- 
vano e la diversità dell'indole e dei talenti d'ognuno, facessero 
scorgere a quanti li trattavano un solo essere lo spirito che li 
animava e tenevali congregati insieme. Un'altra questione, 
più grave che a prima vista non sembri, li tenne occupati in 
quelle amichevoli conferenze, e fu della risposta da dare, se 
venissero richiesti chi mai si fossero e quale regola seguitas- 
sero. Come i soldati di quell'età solevano distinguere la loro 
Compagnia col nome del condottiero a' cui ordini militavano, 
cosi essi raccolti insieme nel nome santissimo di Gesù per pro- 
muovere la sua gloria, senza un superiore o preposito che te- 
nesse le parti di capo, lui risguarderebbero qual proprio duce 

(^) Bobadilla, .4 M/ofeio^ra^ Aia, 491 sg.; Lainez, loc. cit.; Po- 
li. 9, nei Mon., p. 6i6. lanco, loc. cit. 

(2) Lainez. loc. cit.; Polanco, 0) « De Paris llegaron aqui. 
Vita, p. 61 sg. « mediado Enero, nueve amigos 

(3) RoDRiGUEZ, loc. cit., pp. « mios en el Sefior, &c. ». Lett. 



8. - In cammino alla volta di Roma. 



^9 



e da lui si chiaifterebbero la Compagnia di Gesù (^). In 
questa guisa disposte le cose, si accinsero alla partenza. Igna- 
zio tornato a Venezia e ricevuto sotto il 13 ottobre l'onorevole 
testimonio della sua integrità e ortodossia ('), indi a pochis- 
simi giorni con il Fabro ed il Lainez incamminossi per la via 
di Roma, di cui varcava, come vedemmo, la porta Flaminia 
al declinar di novembre 1537 (3), fiducioso che il celeste suo 
Duce, per mezzo del Romano Pontefice, gli avrebbe mo- 
strato in qual genere di spirituale milizia egli e i compagni 
dovessero per lui combattere sino alla morte. 



cit. al Verdolay, nei Mon. Ignat., 
ser. I, I, 119; XII, 321. 

(^) Così appunto il Polanco, 
non accettato a torto dal Bòh- 
MER, I, 211, cui, penso, dovettero 
sfuggire le giustissime osserva- 
zioni del Van Ortroy, Manrèse 
et les origines de la Compagnie de 
Jesus, in Analecta Bollandiana, 
XXVII (1908), 407. L'alta im- 
portanza del passo vuole che qui 
sia riferito integralmente: 

« De nomine autem hoc con- 
« stat: nomen Societatis lesu, ante- 
« quam Ignatius et primi Romam 
« venirent, desumptum ab eis iam 
.« fuisse. Cumeniminterseagerent 
« quid responsuri essent de se, si 
« quis eos interrogasset quaenam 
« illa esset congregatio, quae ex 
« decem vel paulo pluribus con- 
« stabat (si Hozium, et Didacum 
« ac Stephanum de Eguia in Na- 
ti varram profectos numeremus). 
« coeperunt orare et cogitare quod 



« nomen ipsis magis conveniret; et 
« cum considerassent quod inter se 
« nullum caput haberent praeter 
« lesum Christum, cui soli servire 
M optabant, visum illis est ut eius 
« nomen sibi imponerent, quem 
a prò capite habebant, et Societas 
« lesu ipsorum Congregatio voca- 
oreturw. Polanco, Vita, p. 72. 

(=") Cf. sopra, p. 88. 

(3) Cf. sopra, p. 3, Il BòHMER, 
I, 212, non preceduto, per quanto 
so, da altri, scrisse che il Loiola 
parti di conserva con tutti i com- 
pagni, dai quali venne poi sepa- 
randosi con il Fabro e il Lainez 
a mano a mano che raggiunsero 
Padova, Ferrara, Bologna, Siena. 
Benché le fonti non facciano di 
questo particolare espressa men- 
zione, esso tuttavia è assai pro- 
babile, e mi sembra trovi con- 
ferma nel testimonio del Lainez 
da me dato alla luce. Cf. Tacchi 
Venturi, Storia, I, 586. 




CAPO IV. 

APOSTOLATO DEL LOIOLA E DEI COMPAGNI 
IN ROMA E IN VARIE PARTI D'ITALIA. 

(1537-153S). 

I. Prima sede di s. Ignazio in Roma: si offre al Pontefice. — 2. Il 
b. Pietro Fabro. — 3. Il p. Giacomo Lainez insegna col Fabro alla 
Sapienza. • — 4. Ministeri del Loiola: Pietro Ortiz, Lattanzio To- 
lomei, Ignazio Lopez, Gaspare Contarini, • — 5. I compagni igna- 
ziani in varie città dell'alta e media Italia. — 6. Diego Hoces, 
Giovanni Codurio e Simone Rodriguez in Padova. — 7. Ferrara 
coltivata da Claudio laio e Nicolò Alfonso Bobadilla: Vittoria Co- 
lonna li presenta ad Ercole IL — 8. Nicolò Alfonso Bobadilla. — 
9. Francesco Saverio: sua vita in patria e a Parigi; suoi lavori in 
Bologna. ■ — io. Alfonso Salmerone e Pascasio Broèt in Siena. 

PRINCIPALI FONTI contempora,nee: I. B. Fabro, Memoriale. - 2. Ri- 
BADENEiRA, Vida del p. D. Laynez e del p. A. Salmerón. - 3. Gon- 
zAlez de CAmara, Ada p. Ignatii. - 4. Rodriguez, De origine 
et progr?ssii Societatis lesu. - 5. Lainez, Epistola de s. Ignaiio. - 
6. Bobadilla, Autohiographia. - 7. Cros, S. F. Xavier. Docu- 
ments. - 8. Palmio Francesco, Historia del principio e progresso 
del Collegio dzUa Compagnia di Gesù in Bologna, &c. 




SENTIMENTI PROVATI DAL PELLEGRINO 

della Guipùzcoa nel varcare le soglie dell'eterna 
città furono, sin da quel primo momento, verace 
presagio del suo futuro. 
« Non so che cosa sia questa », così egli al Fabro e al 
Lainez; « veggo tutte le porte chiuse; qualche grande bu- 
ie rasca e tempi molto pericolosi ci soprastanno; ma tutta la 
« nostra speranza è appoggiata in Gesù, che ci favorirà, sic- 
« come ha promesso » ('). Un segno confortante della spe- 
rata protezione divina l'ebbe subito nella ospitalità conces- 
sagli, non ne sappiamo il modo, dal nobile Quirino Garzoni, 

(I) Ribadeneira, Vita Ignatii, rate, accennò il Santo lo slesso 
cap. IX, n. 149. Più brevemente, fatto al GonzAlez, Ada, nei Mon. 
con l'immagine delle finestre ser- Ignat., ser. IV, I, n. 97, p. 95. 



1. • PRIMA SBDE 
Ul S. IGNAZIO IN 

roma; si offrk 
al pontefice. 



I02 Capo IV . - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

che apre degnamente la serie dei romani, devoti al Santo e 
sostenitori delle opere sue ('). Il caritatevole gentiluomo 
diede al Loiola l'uso d'una piccola casetta posta in una 
vigna che possedeva, sul piano della moderna Piazza di 
Spagna e sulle apriche falde del clivo, sopra il cui vertice 
anche allora sorgevano, benché in altra forma, il tempio e 
il convento di Trinità dei Monti abitato dai Minimi di 
s. Francesco di Paola. In questa sede solinga, non guari 
discosta dalle parti più frequentate dell'Urbe, favorita dalla 
vicinanza del chiostro dei predetti religiosi (*), cominciò 
Ignazio con i compagni a preparare il terreno per le opere 
che meditava. E, la prima cosa, fu ai piedi del Vicario di 
Cristo per fargli pienissima offerta delle loro persone in ser- 
vizio delle tante necessità della Chiesa. 

Profondo conoscitore dei tempi e degli uomini. Paolo III 
ammise di buon grado la sincera oblazione. Lasciato libero 
il p. Ignazio di attendere alla cultura di singole persone me- 
diante gli Esercizi spirituali ('), al Fabro ed al Lainez schiuse 
diverso campo dove spendere utilmente i loro talenti. Da 
tre anni appena era stato riaperto l'antico archiginnasio, 
chiuso da Clemente VII dopo le orribili vicende del sacco di 



(*) POLANCO, Vita, p. 64; Ro- 
DRiGUEZ, Comment.. in Epist. PP. 
P. Broèti &c. p. 498, entrambi con- 
fermati dal GonzAlez, loc. cit , 
n. 98. p. 96. Di Quirino Garzoni, 
della sua famiglia e delle amiche- 
voli relazioni passate tra lui e il 
Loiola, vedi il mio studio: Le case 
abitate in Roma da s. Ignazio di 
Loiola, negli Studi e Doc. di St. e 
Dir., XX (1899), 293-296. Quanto 
agli esempj di rara virtù osservati 
in Ignazio e nei compagni dal vi- 
gnarolo Antonio di Sarzana, è 
da leggere la deposizione fatta il 
4 gennaio 1604 da Gaspare Gar- 
zoni, figlio di Quirino e di Diono- 
ra degli Albertoni, in Man. Ignat., 
ser. IV, II, 830. 

(*) Con l'occasione di questo 
soggiorno strinse Ignazio amici- 
zia col p. Simone Guichard, dal 



quale venne presentato a Gugliel- 
mo du Prat, il grande protettore 
e introduttore della Compagnia in 
Francia. Cf. Doni d'Attichy, I, 
310. Vedi pure Fouqueray, I, 
150-152. 

(3) Loiola alla Roser, Roma, 19 
dee. 1538, in Mon. Ignat., ser. I, I, 
138. Secondo il Genelli, p. 239, 
s. Ignazio avrebbe cominciato s. 
proporre subito gli Esercizj al po- 
polo. Non cita però nessuna fonte, 
né in quelle che si conoscono tro- 
vasi cenno di una predicazione di 
lui anteriore a quella di S. Ma- 
ria di Monserrato dopo la Pasqua 
del 1538. Negli Esercizj spiri- 
tuali proponevano naturalmente, 
ed in maniera adatta all'intelli- 
genza della moltitudine, le medi- 
tazioni della prima settimana con 
alcune scelte dalle seguenti. 



I. - Prima sede di s. Ignazio in Roma, &c. 



103 



Roma, e il nttovo pontefice, splendido Mecenate degli studj 
sacri e profani, volgeva l'animo a chiamarvi lettori capaci 
di ravvivare e crescere la fama già goduta dall'ateneo ai 
giorni di Leone X (*). Là dunque nel novembre 1537 
inviò i nuovi maestri perchè leggessero quotidianamente 
nella facoltà teologica, da lui arricchita con maggior numero 
di professori (*). Al Fabro toccò la teologia positiva, al 
Lainez la scolastica (3). 

In questa guisa, sotto gli occhi del Vicario di Cristo e per 
ordine suo, i due compagni del Loiola, senza provigione 
alcuna, dettero principio alle loro molte fatiche insegnando 
scienze sacre e durandovi, giusta le maggiori probabilità, 
sino all'estate del 1539 (^). Tale fu la prima comparsa in 
Roma di entrambi i discepoli e compagni ignaziani, la cui 



(') Cf. Renazzi, II, 94-115; 
Tacchi Venturi, Un ruolo ine- 
dito dell' Archiginnasio Romano 
sotto Paolo III, in Arch. della Soc. 
Rom. di st. patr., XXIV (1901), 
260-265, dove sono rettificate al- 
cune asserzioni del Renazzi. Vedi 
pure Pastor, V, 688 sg. Ciò che 
dello stato dell'Archiginnasio ro- 
mano in questi tempi scrive il 
Boero, Vita del p. Lainez, p. 22, è 
più immaginato a priori che rica- 
vato da documenti. 

(2) Nel primo ruolo, quello del 
1535, sino a poco fa sconosciuto, 
non compariscono più che due let- 
tori di teologia. Cf. Tacchi Ven- 
turi, loc. cit. Altrettanti ce ne 
vengono innanzi nel 1539; ma 
poi ne troviamo tre nel ruolo del 
1542, cinque in quello del 1548. 
Cf. Renazzi, II, 246 sg. 

(3) Laddove il Loiola scrive il 
19 dee. che « los dos comenzaron 
« luego à leer gratis en la scuela 
« de la Sapiencia, el uno teologia 
« positiva y el otro scholàstica » 
{Mon. Ignat., ser. I, I, 138), il 
Lainez c'informa che l'uno lesse 
« cosas de la Scriptura », l'altro 
« cosas scolàsticas ». Mon. Ignat., 



ser. IV, I, 119. Le diverse espres- 
sioni non si oppongono tuttavia. 
Essendo certo che nel 1537-38 
non vi aveva alla Sapienza catte- 
dra speciale di sacra Scrittura (*), 
i termini usati dal Lainez, dal 
RiBADENEiRA {Vita IgnatH, cap. 
IX, n. 149), dal Maffei (lib. 11, 
cap. VI, p. 92) penso debbano es- 
sere intesi nel senso che il Fa- 
bro, insegnando teologia positiva, 
dava in essa considerevole parte 
all'interpretazione dei libri sacri. 

(*) Dal documento Considerationi per la 
eongregatione del Studio, edito dal Pometti, 
in Scritti varj di filologia, Roma, Forzani, 
1901, p. 84 sg., risulta che negli anni 1550-53 
si desiderava « una lettione di sacra Scrittura, 
« come si legge in tutti gli Studi » Quanto 
all'anno del documento, assegnato congettural- 
mente dal Pometti, vedi in Civiltà Cattolica, 
ser. XVIII, Vili (1902), p. 107 sg. le ragioni 
che mi mossero a crederlo più recente. 

('*) Non pure dalle parole del 
Loiola « los dos comenzaron luego 
« a leer » (lett. e loc. cit.), ma da 
quelle del Bobadilla, Mon. p. 3. 
veniamo accertati che le lezioni 
d'ogni giorno ebbero inizio nel 
novembre 1537. Esse continua- 
vano senza dubbio il 19 decembre 
1538. quando il Santo scriveva 
alla Roser le riferite parole, né 



I04 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 



IL B. PIE 
FABRO. 



vita anteriore per la parte grande che ebbero nella fonda- 
zione della Compagnia e nel consolidarne le basi, vuole es- 
sere, almeno in brevi tocchi, lumeggiata a chi legge. 

CON la tenera esclamazione del Salmista: « Benedici, anima 
mia, il Signore, e non dimenticare i suoi beneficj », 
dà principio il Fabro alle memorie della sua vita mistica, 
che meglio d'ogni altra fonte ne rispecchiano come in terso 
cristallo l'indole soprammodo schietta ed amabile (^). In 
Villaret, oscuro villaggio all'imboccatura di un'alta, om- 
brosa valle del gran Bornand, tra i gioghi alpestri della Sa- 
voia, nella parrocchia della diocesi di Ginevra, detta San 
Giovanni di Sixt, venne Pietro alla luce il 1506 nei giorni di 
Pasqua (*). Agricoltori d'illibati costumi e ferventi cattolici 
ebbe il padre, per nome Ludovico, e la madre Maria Peris- 
sin (3). Contava non più di sette anni quando cominciò 



ci è giunta notizia che cessassero 
avanti il giugno 1539, allorché ai 
20 del mese, dovettero venire in- 
termesse per l'andata a Parma 
dei due preti riformati. 

(^) V KRViO, Memoriale, pYooem., 
nei Mon., p. 489. Favre fu la vera 
forma del nome del Beato. La tro- 
viamo adoperata da lui medesimo 
nell'unica sua lettera francese. 
Cf-loc. cit., p. 205. Negli antichi 
processi per la beatificazione, fatti 
in Annecy il 1596 e 1626, il servo 
di Dio è sempre chiamato Faber 
e la sua famiglia Favre. Cf . An- 
tiquus Processus, in Fabro, Mon., 
pp. 577-802. In Francia prevalse 
la forma Le Fèvre. Nella lettera 
alla Congregazione di Parma dei 
7 sett. 1540, si soscrive: « Don 
Pietro Fabro ». Loc. cit., p. 43. 
È questa appunto la forma del 
suo nome usata sempre in Italia 
e in Ispagna. 

(2) Narra il Beato nel Memo- 
riale, n. I, in loc. cit., p. 490, di 
essere venuto al mondo « anno 
1506 in diebus Paschalibus », il 



che fu dal Bartoli {Ital., lib. i, 
cap. IX, p. 84) interpretato (do- 
po il p- Orlandini, Vita, p. i che 
aveva scritto: ortus est inter Pa- 
schae solemnia) per il lunedì o 
martedì di Pasqua, caduta in 
quell'anno il 12 aprile. Al Bar- 
toli si conformò il Boero, Vita 
del b. P. Fabro, p. 8. Il Ccrnely- 
ScHEiD, p. I, indica il lunedì di 
Pasqua, 13 aprile, senza dirci per- 
chè lo preferisca al 14. Sembra 
invece che nella mancanza di pro- 
ve più determinate, come sarebbe 
quella dei registri parrocchiali o 
altro simile documento, già ricer- 
cati, ma indarno, anche dal Cros, 
l'espressione in diebus paschalibus 
si possa appropriare tanto al lu- 
nedì e martedì, quanto ad ogni 
altro giorno della ottava sino alla 
domenica in a Ibis. 

(3) Taciuti dal Fabro nel Me- 
moriale e dal suo primo biografo, 
rOrlandini, i nomi dei suoi geni- 
tori, ci furono dati dal Bartoli 
{Ital., lib. I, cap. ix, p. 84), cheli 
trasse dalle deposizioni dei testi- 



2. - Il b. Pietro Fabro, 



105 



a gustare peculiari sensi di devozione, quasi che, Io avverti 
egli stesso, volesse il Signore, come suo sposo, fin dall'alba 
della vita possederne l'anima pura. A questo primo favore 
un altro, poco stante, ne tenne dietro in apparenza di ordine 
naturale, ma nel fatto, principio all'avveramento degli ar- 
cani consigli, che sopra il semplice pastorello della Savoia 
maturava la grazia. « Intorno ai dieci anni », così egli di se 
medesimo, « sentii un certo desiderio di studiare; ed essendo 
io pastore e destinato da mio padre al mondo, non potevo 
quietarmi e piangevo per la gran volontà d'andare a scuola, 
talché i miei furono costretti, contro la loro intenzione, di 
mettermi a studio; né poscia, vedendo manifestamente il 
frutto e il profitto mio, seppero o poterono impedire, che non 
seguitassi innanzi, permettendo anco il Signore che in me 
non si scorgesse attitudine ai negozj del secolo » (^). 

Un pio sacerdote dimorante nel vicino villaggio di Thónes 
lo venne dirozzando per circa due anni con l'insegnamento 
del latino, finché il 15 16 passò nel collegio de la Roche, 
un nove miglia lungi da Villaret. 

Reggeva l'istituto Pietro Veillard, cui il Fabro consacra 
nel Memoriale pagine piene d'affetto profondamente grato 
e devoto. Leggendole ci corre anche oggi il pensiero al grande 
umanista cristiano Vittorino da Feltre, sul cui stampo ap- 
parve modellato il venerando savoiardo: « Precettori nati », 
come del Feltrense scrisse l'inarrivabile suo biografo (*), 
« non solo ad insegnare la lingua latina e greca, ma i costumi, 
« che sono sopra tutte le altre cose di questa presente vita ». 
Era infatti il Veillard altrettanto esperto educatore che mae- 
stro valente di lettere. Cattolico esemplare nel vivere, sin- 
cero nella dottrina, al dire del pio discepolo, tra le rare sue 
parti quella ancora possedeva di sapere rendere cristiani i 
poeti e gli altri classici del paganesimo applicandoli ad indi- 



moni savoiardi nei processi del 
1596, ora editi in Fabro, Mon., 
p. 761. 

(^) Cf. Fabro, Memoriale, n. 3 
in loc cit., p. 491. Vedi la tradu- 
zione edita dal Boero, Vita del b. 
P. Fabro, p. 274. Ad avviare il 
fanciullo agli studj dovette con- 
correre, come saggiamente opinò 



l'erudito parroco del Petit Ber- 
nand, Silvano Vittoz, il consiglio 
e il caritatevole aiuto dello zio 
paterno Mamerzio Fabro, dal 
1508 al 1522 priore nella celebre 
certosa del Reposoir. Cf. Fal- 
CONNET, p. 597. 

(*) Vespasiano da Bisticci, 
P- 495- 



io6 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

rizzare la tenera età nel santo e casto timor di Dio (*). 
In questo tirocinio si accrebbe a Pietro mirabilmente il fer- 
vore dello spirito. Correvano le vacanze del 15 18; il gio- 
vinetto era tornato da poco nella casa paterna e libero dalla 
scuola riprendeva di quando in quando le antiche cure del- 
l'attendere al gregge. Un dì, mentre solo soletto vigila 
alla sua guardia, ecco sollecitarlo più acutamente gli stimoli 
di tutto offrirsi a Gesù con un cocente desiderio di mante- 
nersi sempre vergine e puro. 

Ad impetrare tanto favore non trova cosa migliore da con- 
sacrare a Dio che il voto di castità perpetua. E lì sull'istante 
lo pronunzia, mentre a sua volta il Signore, in segno di 
gradimento, gl'imprimé l'indelebile carattere del suo santo 
timore « senza del quale », scrive, « sarebbe addivenuto di 
me quello che già avvenne di Sodoma e di Gomorra » (*). 

Nove anni durò nel collegio de la Roche costantemente cre- 
scendo nella cognizione delle lingue latina e greca, benché, 
se crediamo a luì che ne giudicava molti anni dipoi col ri- 
gore consueto dei santi, non facesse uguali progressi nella sa- 
pienza di buona vita e nella castigatezza degli occhi (3). Fatto 
per nulla raro nelle storie dei grandi servi di Dio, nei quali 
non è sì frequente trovar di coloro che, pur guardandosi da 
gravi colpe, come fu felicemente per il b. Fabro, non abbiano 
tuttavia soggiaciuto alcuna volta a tiepidezza più o meno 
grave, più o meno diuturna. L'andata all'Università di Pa- 
rigi, verso la fine del settembre 1525, conforme al consiglio 
e mercè l'aiuto del priore della Certosa del Reposoir, Claudio 
Perrissin suo cugino materno (■♦), iniziò pel giovane studente 
un periodo dì nuovo fervore. Allora anche cominciarono a 



(^) Fabro, Memoriale, n. 3, in 
loc. cit., p. 491. 

(^) Fabro, Memoriale, n. 4, in 
loc. cit. p. 491 sg. 

(3) Fabro, loc. cit., n. 5, p. 492. 

(♦) Cf. la deposizione del pie- 
vano di Thònes, Pietro Critan, nel 
citato Processo, in Fabro, Moti. 
p. 762. I catalogi della Certosa 
chiamano il Perrissin « vir sin- 
« gularis pietatis, dexteritatis exi- 
« miae et a natura et gratia ad gu- 
« bernandum eruditus ». Tenne 



il governo del Reposoir dal 1522 
al IO settembre 1547, quando 
piamente s'addormentò nel Si- 
gnore. Cf. Falconnet, p. 594. Ci 
è rimasta una lunga lettera spi- 
rituale del Beato a questo suo 
cugino, scritta in Magonza il 28 
maggio 1543. Cf. Fabro, Mon. 
pp. 201-205. Per la storia dell'au- 
tografo, oltre il Velez, Cartas, I, 
179^ vedi la memoria del men- 
zionato ViTToz, nel Falconnet, 
pp. 600-602. Bene a ragione opi- 



2. - Il b. Pietro Fabro. 



107 



martoriarlo molti e molestissimi scrupoli. L'incresciosa 
battaglia, cui non di rado miseramente soccombono tante 
anime, gli fu tuttavia occasione di poggiare a quell'alto grado 
di santità destinatogli dal Signore. 

Nel 1529, mentre stava per graduarsi baccelliere e maestro 
in Arti, entrava nel collegio di Santa Barbara Ignazio di 
Loiola e veniva allogato in una stessa camerata con lui e 
con Francesco Saverio (^). 

Tredici anni di poi, giocondandosi l'animo con la rimem- 
branza soave di questo incontro, « sia benedetta in eterno la 
divina Provvidenza », esclama il Beato, «la quale così dispose 
per bene e salute mia. Che, avendomi ordinato il Pena (*) 
d'insegnare al predetto sant'uomo, pigliai prima la sua con- 
versazione esteriore, dappoi l'interiore; e vivendo noi in- 
sieme nella medesima camerata, alla medesima mensa e 
d'una medesima borsa, egli m'era precettore nelle cose spi- 
rituali mostrandomi la via d'ascendere alla cognizione della 
divina volontà; il perchè finalmente diventammo una mede- 
sima cosa nei desiderj e nel fermo proposito d'eleggere la 
vita che ora facciamo quanti siamo o mai fummo in questa 
Compagnia, della quale non sono degno » (3). 



na il ViTToz presso il Falconnet, 
p. 597, che il vivo e grato affetto 
dimostrato mai sempre dal b. Fa- 
bro verso i Certosini in genere 
e quelli del Reposoir in specie, 
avesse origine dal grande benefi- 
cio ricevuto dai due priori di quel- 
la certosa, suoi parenti, i quali 
tanto efficacemente l'aiutarono ad 
applicarsi agli studj. 

(') Fabro, Memoriale, n. 7, 
nei Mon., p. 493. Fu certo bac- 
celliere il IO gennaio 1530 (1529 
secondo lo stile della Pasqua se- 
guito nel Memoriale); studiò sotto 
il Pena e da lui presentato alla 
licenza, la conseguì dopo la Pa- 
squa del 1530, caduta in quel- 
l'anno il 17 aprile. Cf. Cros, S. Ff. 
Xavier, Documents, pp. 261 sg. 
Il diploma di licenza, che conferi- 
vagli il titolo di « Magister in ar- 



« tibus » si ha nei suoi Monumenta, 
P- 4. sg. 

{') « Cum enim ab ilio fuisset sic 
« ordinatum ut ego docerem prae- 
« dictum sanctum virum [Igna- 
« tium] ». Il Brou, T, 32 sg., ri- 
ferì al Saverio queir « ab ilio » 
qui usato dal Fabro, quando in- 
vece, secondo rilevasi da una sem- 
plice attenta lettura del testo, non 
che dall'uso vigente in Santa Bar- 
bara ed in altri simili collegi, nei 
quali l'assegnare i maestri e i di- 
scepoli dipendeva dal reggente o 
direttore dell'istituto, non può in- 
tendersi se non del dottor Pena. 
Cf. sopra, p. 66. V. Thurot, De 
V or ganisation &c., p. 96. 

(3) Fabro, Memoriale, n. 8, in 

loC. Cit., p. 493. Cf. RODRIGUEZ, 

Comment., nelle Epist. PP. P. 
BroSti &c., p. 454. 



io8 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compari in Roma, &c. 

Come Ignazio lo spingesse soavemente l'un passo dopo 
l'altro, sul sentiero della perfezione fu descritto dallo stesso 
discepolo. La maniera con lui tenuta, fìssa il metodo indi 
seguito dal Loiola, dal Fabro, divenuto a sua vicenda mae- 
stro, e dagli altri primi compagni sempre che s'imbatte- 
vano in anime capaci di percorrere le vie della santità. 

Per ben disposto e fervente che Pietro si dimostrasse, 
non s'affrettò nondimeno Ignazio di metterlo nel lungo riti- 
ramento degli Esercizi, ma quattro non brevi anni lo fece 
attendere avanti d'introdurvelo. Intanto gli consigliò una 
minuta confessione generale di tutta la vita, quasi comin- 
ciamento d'un'era novella; ciò che il Fabro fece presso il 
dottor Castro; poi proseguisse ad accostarsi ogni settimana 
ai sacramenti della penitenza e comunione, né mai trascurasse 
l'esame quotidiano della coscienza. Con queste prime pratiche 
di sodissima ascetica professa il Beato che veniva ogni giorno 
profittando a vantaggio suo e degli altri. La conversazione 
d'Ignazio non pure l'affezionò ad un uomo che avevagli reso 
calmo e tranquillo lo spirito, ma venne a poco a poco incli- 
nandolo a rendersi suo seguace. Nei tre anni e mezzo da lui 
passati insegnando le Arti, dal gennaio 1530 all'estate 1533, 
fu dapprima per circa venti mesi dubbioso rispetto allo stato 
da eleggere. Non sapeva decidere se meglio gli convenisse 
togliere moglie, dedicandosi alla medicina o alle leggi, o 
addottorarsi in teologia, entrare nel sacerdozio, senza gradi 
accademici, od anche ritirarsi a vita claustrale. Risolutosi 
finalmente (ciò che dovette accadere entro il 1531) di seguire 
Inigo, nel luglio 1533 viaggiò in Savoia al villaggio natio e 
sette mesi rimase nella casa paterna. 

Tornato a Parigi avanti la fine dell'inverno di quell'anno 
1534 si rinchiuse negli Esercizj spirituali in una casa del sob- 
borgo di San Giacomo. Con quanto eccessivo ardore to- 
gliesse a farli ne abbiamo testimonio lo stesso suo direttore 
Ignazio. Sei interi giorni passò senza mangiare punto nulla 
e senza mai riscaldarsi in un tempo di freddo sì intenso che 
n'era gelata la Senna; anzi, quasi la sola mancanza del fuoco 
fosse piccolo patimento, recavasi a meditare all'aperto in 
un cortile sopra la neve (*). In questi Esercizj confermò 

(^) Fabro, Memonfl/5, nn. 9-13, gio commentario a questo luogo 
in loc. cit., pp. 493-495. Un egre- del Memoriale ci fu lasciato dallo 



2, - Il b. Pietro Fabro, 



109 



irrevocabilmente di seguire il maestro e di ricevere quanto 
prima gli ordini maggiori. Ebbe difatti il suddiaconato il 
28 febbraio, il diaconato ai 4 di aprile e finalmente il sa- 
cerdozio il 30 maggio 1534, conferitogli dal vescovo di Pa- 
rigi Giovanni du Bellay (^). 

Per meglio disporsi rimandò la celebrazione delle sacre 
primizie al 22 luglio, festa di s. Maria Maddalena (^); indi a 
meno di un mese, il 15 del seguente agosto, lo troviamo 
nella solitaria cripta del Monte dei Martiri. Colà celebra il 
divin sacrificio e prima di ammettere Ignazio e i cinque com- 
pagni alla comunione del Corpo santissimo di Cristo, si 
consacra con essi al Signore per mezzo delle solenni promesse 
già note, dalle quali come da germe fecondo si aveva a 
svolgere il nuovo Ordine religioso (3). Ciò fatto, non pos- 
siamo determinarne con esattezza il mese, cominciò ordina- 
tamente lo studio della teologia nell'Università di Parigi 
applicandovisi un anno e mezzo (4). Passata la Pasqua 
del 1536, si sottopose agli esami dinanzi alla Facoltà delle 
Arti nella medesima Università e ne conseguì con lode ed 
onore il grado di maestro (5). Finalmente il 15 di no- 
vembre insieme con gli altri otto compagni usciva di Pa- 
rigi per ricongiungersi in Venezia col padre dell'anima sua, 
in compagnia del quale lo vedemmo giungere in Roma 



stesso Fabro nella sua lettera del 
154 1 ai fratelli della Compagnia 
studenti in Parigi. Cf. Fabro, 
Mon., p. 103 seg. 

(^) Vedi le testimoniali di queste 
ordinazioni, in Fabro, Mon., 1-4. 

(2) Fabro, Memoriale, n. 14, in 
loc. cit.,p. 495. Memoriale p. Gon- 
salvii de s. Ignatio, in Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 303 sg. 

(3) Fabro, Memoriale, n. 15, in 
loc. cit., p. 495 sg.; cf. sopra p. 69sg. 

(4) Sulla durata degli studj teo- 
logici del Beato nell'Università di 
Parigi non pare vi possa essere 
dubbio. Si stabilisce solidamente 
col testimonio del decano della fa- 
coltà. Cf. Fabro, Mon., p. 6. Le 
parole, certo non troppo felici, del 
Fabro nel Memoriale, n. 14, in 



loc. cit., p. 495 « rediens Parisiis 
« consumandus in studiis theolo- 
« giae » non possono prendersi nel 
senso che egli allora si proponesse 
di compiere la teologia già innanzi 
cominciata all' Università, ma solo 
in questo, che intendeva cioè ulti- 
mare e porre come la corona agli 
anteriori suoi studj; concetto in 
tutto conforme al modo col quale 
dagli scienziati d'allora veniva ri- 
sguardata la teologia. Con ciò si 
esclude, com'è chiaro, che l'anno 
e mezzo dato agli studj teologici 
possa collocarsi avanti la sua par- 
tenza per la Savoia; esso invece 
va posto nel biennio scolastico 

1534-35, 1535-36. 

(5) Cf. il diploma del magistero 
in Fabro., Mon., p. 4 sg. 



no Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 



il 1537 nello stesso mese, in che l'anno innanzi aveva la- 
sciato la Francia (^). 



IL P. GIACOMO 
NRZ; INSEGNA 
FADRO ALLA 
SAPIENZA. 



D 



'indole so.migliante al Fabro fu Giacomo Lainez, l'altro 
compagno del Loiola nel viaggio di Roma. La sua vita, 
che da questo punto per quasi trent'anni appresso porge 
varia e copiosa materia a scrivere, ben poca ne offre per il 
tempo anteriore. 

Nacque Giacomo il 15 12 in Almazàn, grossa borgata della 
Vecchia Castilla nella diocesi di Sigiienza. Ebbe genitori 
Giovanni Lainez ed Isabella Gomez di Leon (*) persone 
agiate e ragguardevoli, discendenti, non però immediata- 
mente, né sappiamo se entrambe, ma certo il padre, dai 
così detti nuovi cristiani; il che allora nella penisola iberica 
infliggeva alla prole una macchia ben più aborrita che non 
era la discendenza da natali illegittimi {^). 

Checché fosse di questo pregiudizio, egU è certo che i ge- 
nitori di Giacomo, gli avi e i bisavoli ebbero sincera e fer- 
vida pietà da tenersene altamente onorata ogni esemplare 
famigha di vecchi cristiani. E quanto ai genitori lo provano 
l'educazione da essi data a tutta la figliolanza, ciò che ne 
scrisse il b. Fabro in occasione del suo viaggio in Ispagna 



(1) Cf. sopra, p. 3. 

(2) RiBADENEiRA, Vida del p. M. 
D. Lainez, p. 5 sg. Fu egli il pri- 
mo storico del Lainez e quegli dal 
quale largamente attinsero i po- 
steriori. Secondo le recenti ri- 
cerche genealogiche sulla fami- 
glia Lainez eseguite dal Palacfn, 
ebbe Diego per lo meno due fra- 
telli, Cristoforo e Marco, e quattro 
sorelle, Elisabetta, Maria, Li- 
berata, Petronilla. Cf. Palacìn, 
p. 96 sg. Arbol Genealogico 
n. I. Cf. Fabro, Mon., p. 152. 

(3) Che il Lainez venisse da 
nuovi cristiani fu taciuto dal Ri- 
badeneira, non già dal Sacchini, 
par. II, lib. II, n. 32, p. 45, la cui 
lealtà suscitò in Ispagna grande 
commozione. V. in Lainez, Mon., 
Vili, 831, il Postulato della Pro- 



vincia di Toledo del 1622 e la 
splendida difesa che di sé fece lo 
storico insigne. Ivi, pp. 833-855. 
Agli irrefutabiU argomenti del 
Sacchini aggiungiamo in A ppe fi- 
di ce, n. 5, il testimonio del Pos- 
sevino. Fu questi appunto una 
delle maggiori autorità dall'anna- 
Usta addotte in sostegno della sua 
affermazione a torto riuscita di 
tanto scandalo ai padri toletani. 
Dopo ciò quanto recentemente 
scrisse il Palacìn, El venerable 
P. Diego Laynez, emparentado con 
varias familias de la nohleza espa- 
nola (cf. Lainez, Mon., Vili, 
831^), non riesce affatto a provare 
che il p. Giacomo sino dalla quarta 
generazione inclusivamente fosse 
disceso da progenitori cristiani. 
Cf. Astrain, I, 74^ 



// p. Giacomo Lainez. 



Ili 



nel 1541 (') e le parole affettuose con le quali il p. Giacomo 
nel 1546, ricordando le virtù paterne, consolava la madre, 
di recente rimasta vedova, e nel medesimo tempo ancora 
se stesso addoloratissimo della perdita del padre diletto (*). 

Atteso che ebbe alla grammatica, all'umanità e alla ret- 
torica, parte nella vicina Soria, parte in Sigiienza, passò alla 
filosofia in Alcalà. La svegliatezza dell'ingegno, la diligenza 
nell'apprendere, la grazia nel disputare, gli procacciarono 
bel nome in quello studio, uno dei più frequentati che avesse 
allora la Spagna, ed in esso il 26 ottobre del 1532 ottenne il 
titolo accademico di maestro in Arti (3). 

Alfonso Salmerone, già sin da quel tempo suo intimo amico 
e compagno di scuola, ci trasmise un edificante ragguaglio 
che solo in parte, e non senza alcuna varietà, viene riferito 
dal Ribadeneira. Le prove che il giovane candidato sostenne 
per graduarsi gli davano a comune avviso il primo luogo fra 
tre concorrenti; ma il favore di che due di essi godevano fu 
cagione gli toccasse l'ultimo, senza che il modestissimo 
alunno ne movesse querela o altro lamento {^). 

Compiuto il ventesimo anno di età, anche lui attrasse 
la meta, tanto potente sull'immaginazione degli scolari 
bramosi di emergere dalla turba, l'alma madre degli studj, 
Parigi. E a Parigi si recò, infatti, nel 1533 con il suo fido 
compagno Alfonso Salmerone (5). Vi andava portando 



{') Fabro, Mon., p. 152, 179. 
Anche il Ribadeneira, loc. cit., 
p. 6, si rimise a questo proposito 
al testimonio del Fabro. 

(*) Cf. la lunga lettera da lui 
scritta da Trento, io ag. 1546, 
in Lainez, Mon., I, 41-48. 

(3) V. il testo del diploma in 
Lainez, loc. cit., Vili, 633. Il 
grado di baccelliere l'ottenne in 
Alcalà il 14 giugno 1531; il 13 ot- 
tobre 1532 ebbe ivi stesso la li- 
cenza- Dal Libro de actos y grados, 
1523-1544 dello Studio dì Alcalà, 
presso l'AsTRAiN, I, 73^. 

(4) Ribadeneira, loc. cit. Il 
passo della Censura del Salme- 
rone al ms. del Ribadeneira, 
nel quale si narra l'edificante par- 



ticolare, è così concepito: *« Es de 
« notar que en aquellas licencias 
« llevó el primer lugar Cal9ala, que 
a despues fué quemado en Valla- 
n dolid, y llevole por puro favor, 
« por ser hijo del Tesorero del Em- 
« perador, y el segundo uno que se 
« llamava Causo, el qual havia ya 
« oido otro curso y verdaderamen- 
« te era docto, y à dicho de todos 
« el p. Laynez, que fué el tercero, 
« merecla el primero ». Arch. di 
Stato in Roma, Gesuiti. Cens. 
lihy. l, io. 2. Cf. Astrain, I, 73*. 
(5) A determinare approssima- 
tivamente il tempo dell'andata 
a Parigi servono i due termini 
certi; 26 ottobre 1532 (data del 
magistero in Arti), 15 agosto 



112 Capo TV. Apostolato del Loiola e dei cotnpagtn in Roma, &c, 

seco, oltre la bontà dell'ingegno, quella molto più rara dei 
costumi piamente casti, modesti nei desiderj, compassione- 
voli verso i poverelli, ai quali, dimorando in Alcalà, era 
stato solito di far parte in larga misura di ciò che riceveva 
dai genitori per suo sostentamento (*). 

A Parigi nondimeno, se crediamo al suo biografo (*), lo 
conduceva, insieme con il nobile intento di meglio formarsi 
nella filosofìa e teologia, la brama di conoscere di veduta e 
avvicinare Ignazio di Loiola del quale molto aveva udito par- 
lare in patria. E presto l'ebbe appagata. Che sul primo 
mettere piede in città, una delle persone in cui s'avvenne, fu 
appunto Inigo. Da lui non tardò a ricevere quei consigli ed 
aiuti sempre grati al forestiero, specie se gli vengano da chi 
parla la stessa sua lingua. Non andò molto e si trovò avere 
stretto con il connazionale della Guipùzcoa tenaci vincoli di 
riverente e cordiale amicizia. Datoglisi a reggere nelle cose 
dell'anima, come a guida fidata ed esperta, ne ricevette gli 
Esercizi spirituali, nei quali fermò di seguirlo nella vita 
che stava per eleggere a quel modo che già gli si era dato 
discepolo nelle vie dello spirito. Ai 15 di agosto 1534 lo tro- 
viamo nella chiesa sotterranea del Monte dei Martiri, per 
consecrarsi al servizio divino con gli stessi voti del Loiola e 
degli altri cinque compagni. Da Parigi viaggia a Venezia, da 
Venezia a Roma. Tornato da Roma a Venezia, e impedi- 
togli il pellegrinaggio a Gerusalemme, si avvia con Ignazio 
verso l'eterna città per mettersi a piena disposizione del 
Sommo Pontefice, dal quale,' come testé vedemmo, gli venne 
assegnata, la cattedra di teologia scolastica alla Sapienza. 



1534 (data dei voti al Monte dei 
Martiri). Cominciando l'anno 
scolastico il lOoil 18 ottobre, non 
sembra guari probabile che il 
Lainez si recasse a Parigi il 
1532 subito dopo graduato mae- 
stro. Alla teologia nell'Univer- 
sità di Parigi attese, come s. Igna- 
zio, per un anno e mezzo soltanto. 
Cf. Ada SS., iul. io. VII, Com- 
ment. praev. de s. Ignatio, 
n. 174; Lainez, Mon., Vili, 634. 

(^) RiBADENEIRA, loC. cit., p. 
6 Sg. 



(^) RiBADENEIRA, loc. cit. An- 
che I'Orlandini, lib. I, n. 87, 
p. 24 assegnando i motivi del- 
l'andata a Parigi, dà il primo 
luogo al desiderio d'apprendere; 
il secondo a quello di conoscere 
il Loiola. Il Bartoli {Vita di 
S. Ignazio, lib. i, cap. iii, p. 21) 
e il suo imitatore p. Boero ( Vita 
del Lainez, p. io) seguirono l'or- 
dine inverso. Il Boero anzi scrive 
che passò in Francia per mettersi 
sotto la direzione e la guida di 
Ignazio. 



4. - Ministeri del Loiola : Pietro Ortiz, Lattanzio Tolomei, &c. 113 

Qual successo avesse il giovane professore, uomo nuovo, 
giunto pure allora in Roma, estremamente povero, veniamo 
a conoscerlo da un particolare che circa quattro lustri dipoi 
narrò egli medesimo al suo segretario, il p. Polanco, e questi 
comunicava subito al p. Giulio Onfroy, giovane religioso, a 
fine di rilevarlo dallo scoraggiamento in che era caduto per 
l'insuccesso patito in cattedra. « Dice nostro padre Vicario », 
così il Polanco, « che la prima volta che lui lesse nella Sa- 
« pienza di Roma, ha molto poco sodisfatto a se stesso et 
« agli altri: tanto che p. Maestro Ignatio di santa memoria 
« quasi se vergognava di lui; ma dipoi andò megliorando 
«et ha accresciuta la soddisfazione in tutti» (^). A materia 
delle lezioni tolse la Lectura super Canone Missae dell'allora 
sì celebre teologo di Tiibingen Gabriele Biel (^). Né può 
mettersi in dubbio che il progresso in meglio venisse conti- 
nuamente aumentando: lo lascia bene arguire l'invito fat- 
togli di accedere di quindici in quindici giorni insieme col 
Fabro alla mensa di Paolo III per disputarvi di cose teolo- 
giche con singolare suo gradimento (3). 



OR mentre i due davano opera all'insegnamento nell'Ar- 
chiginnasio romano, Ignazio si diede a stringere rela- 
zioni ed amicizie per la città, conversando spiritualmente col 
prossimo. Era, come vede chi punto conosce il precedente 
suo diportarsi in Ispagna, in Francia e in Venezia, un con- 
tinuare con il medesimo stile nelle antiche opere di zelo. Non 



4. - MINISTERI 
DEL loiola: PIE- 
TRO ORTIZ, LAT- 
TANZIO TOLOMEI, 
IGNAZIO LOPEZ, 
GASPARE CONTA- 
RINI. 



(i) Lainez, Mon., I, 550. Tutto 
altramente rappresentò le cose 
il biografo del sec. xvii Camillo 
Rinaldi, più conosciuto sotto lo 
pseudonimo di Francesco Dila- 
rino, seguito in parte dal Boero, 
loc. cit., p. 21 sg. Secondo co- 
stui il Lainez tenne un dire così 
forbitamente facondo e seppe 
spargerlo di tanto elevati con- 
cetti che l'uditorio lo seguì at- 
tentissimamente benevolo, am- 
mirandone la profondità dell'in- 
gegno e riconoscendolo più che ca- 
pace di corrispondere con plauso 
all'aspettazione e alla fiducia ad- 

Storia della Compagnia di Gesii in Italia, li. 



dimostratagli dal Pontefice. Cf. 
DiLARINO, p. 28. 

(-) « Leyó en materia de theolo- 
« gfa las lecciones de Gabriel sobre 
« el Canon ». Così il Salmerone, 
nella Censura alla Vida delLaynez 
del RiBADENEiRA (in Arch. di 
Stato in Roma, Ge5. Cens. libr., I, 
io. 1), da aggiungersi alle pubbli- 
cate in Lainez, Vili, 855-75. 

(3) « De quince en quince 
« dias acustumbran de ir à di- 
te sputar al comer de Su Santi- 
te dad ». Loiola alla Roser, Roma, 
19 dee. 1538, in Mon. Ignat., 
ser. I, I, 141. Lo stesso raggua- 



it4 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Royna, &c. 

sembra infatti che nei mesi precedenti la venuta di tutti i 
compagni, sebbene già fosse nell'ordine sacerdotale, ne eser- 
citasse i ministeri, cominciando dal massimo qual è la cele- 
brazione del divin sacrificio. Penetrato dal sentimento della 
propria indegnità, dell'altezza sovrumana del ricevuto ca- 
rattere, e, si può anche pensare, dal desiderio di offerire le 
sacre primizie in alcuno dei santuarj di Terra Santa, cui da 
una settimana all'altra sperava di tragittarsi, con esempio, 
raro bensì, ma non unico nelle storie dei santi (^), attese un 
anno e mezzo avanti di ascendere il sacro altare, cioè sino 
alla notte della Natività del 1538, quando la prima volta 
celebrò in S. Maria Maggiore nella Cappella del Presepio, 
particolarmente a lui cara per le memorie che suscitavagli del 
sospirato pellegrinaggio a Gerusalemme (*). 



glio è dato dal Rodriguez, 
Comment. &c. in Epist. PP. P. 
Broèti &c., p. 499. Circa il co- 
stume di Paolo III di ascoltare in 
tempo di mensa, vedi sopra, p. 92. 

(') Si suole da non pochi arre- 
care l'esempio di s. Girolamo, il 
quale, secondo l'interpretazione 
di un passo della lettera di s. Epi- 
fanio a Giovanni vescovo di Ge- 
rusalemme, propter verecundiam 
et humilitatem avrebbe differito 
di celebrare dal 379 o 380, tem- 
po della sua ordinazione, sino 
al 394. Cf. Vallarsi, S. Eus. 
Hieronymi Vita, cap. viii, in 
MiGNE. P, L. XXII, coli. 64, 518. 

(*) Controversa per lungo tem- 
po fu la data della prima Messa 
del Santo. Veramente accertata 
rimase soltanto in principio del 
sec. xvm, quando si venne a co- 
noscere un'autenticissima lettera 
ignaziana del 2 febbraio 1539. 
Cf. Ada SS., iul. to. VII, Com- 
ment. praev. de s. Ig natio, 
nn. 259-264, e Mon. Ignat., ser. 
I, I, 147. In questi ultimi anni 
il p. TouRNiER {Civiltà Cattolica, 
1917, III, 260-263) con ingegnosi 
raziocini sostenne che il Santo, 



per uno scorso di penna o un ab- 
baglio di memoria, scrivesse 2 feb- 
braio 1539 invece di 2 febbraio 
1538, cosicché la sua affermazione 
« dissi la prima Messa il giorno del 
passato Natale » dovesse riferirsi 
al 25 decembre 1537, ^on già al 
1538, come ora sulla fede del pre- 
detto documento da tutti i bio- 
grafi si ritiene. 

Un anno e mezzo di poi il 
p. Domenici {La Scuola Cattolica, 
1919, III, 67-75) in modo irre- 
pugnabile rivendicò l'esattezza 
della data 2 febb, 1539. Conse- 
guentemente, se pur ve n'era biso- 
gno, rimase assodato che s. Igna- 
zio per i motivi sopra indicati dif- 
ferì di celebrare la prima volta 
sino al 25 decembre 1538. 

Quanto al sacello del Presepio, 
per antichità e devozione cele- 
berrimo, è da ricordare che nel 
1538 trovavasi un quindici me- 
tri e mezzo distante dal luogo dove 
oggi lo vediamo, e propriamente 
nello spazio dell'odierna sacristia 
della Sistina. Come è noto, Do- 
menico Fontana trasportò tutta 
intera quella vetusta edicola nella 
cripta della nuova magnifica cap- 



4* - Ministeri del Loiola: Pietro Ortiz. 



"5 



Pertanto il suo trattare col prossimo riducevasi ad in- 
durre soavemente alla vita spirituale ognuno che vedesse 
non isfornito di buoni talenti. Riuscitogli felicemente questo 
primo passo, cercava d'introdurre costoro negli Esercizj 
spirituali nei quali, cooperando la divina grazia, poneva 
mano a trasformarli in uomini capaci di fatti egregi in 
servizio di Dio e in vantaggio di una società in estremo 
bisognosa d'aiuto. Di queste sue prime opere in Roma e 
del fine per esse inteso così egli ragguagliava il 19 decembre 
1538 la benefattrice Isabella Roser: « Io tutto mi diedi », scri- 
vevale, « a comunicare con altri gli Esercizj spirituali così 
fuori come dentro di Roma. Ciò facemmo per avere alcuni 
letterati o uomini principali dalla nostra parte, o per dire 
meglio da quella dell'onore e gloria di Dio Nostro Signore; 
che, dopo tutto, nostro intento non è altro se non la lode e 
il servigio di sua divina Maestà, ed anche il non trovare 
tanta contrarietà nei mondani sì da potere più liberamente 
predicare la parola di Dio, come quelli che bene sentiamo 
essere la terra sterile di buoni frutti e di malvagi feconda» (^). 

Non ricorda qui il Santo nominatamente alcuno dei colti- 
vati da lui negli Esercizj; ma, raccontando la vita propria 
al Gonzàlez non omise il già innanzi menzionato Pietro 
Ortiz (*), lettore di sacre lettere nell'Università di Sala- 
manca, in quel tempo trattenuto a Roma da Paolo III, 
desideroso di valersene in prò di tutta la Chiesa e dell'im- 
minente concilio (3). 

Alla corte romana era venuto l'Ortiz sino dal 23 gennaio 
15 31 (*), mandatovi da Carlo V a sostenere le ragioni della 
zia Caterina ingiustamente ripudiata da Enrico VIII. Grande 



pella da lui, per commissione di 
Sisto V, edificata, e dal nome del 
Pontefice detta Sistina. V. la de- 
scrizione grafica dell'ardimentoso 
lavoro in Zabaglia, Contigna- 
tiones ac Pontes, Romae, 1743, 
tabb. LIII-LIV. Cf. Biasotti, 
Le memorie di s. Girolamo in S. 
Maria Maggiore di Roma, in Bol- 
lettino del Clero Romano, 1921, 
p. 12 sg. 

0) Nei Mon. Ignat., ser. I, I., 
138. 



(2) Cf. sopra, p. 91 sg. 

(3) Mon. Ignat., ser. IV, I, 
p. 95, n. 98. Cf. in Ehses, Conc. 
Trid. Ada, I, cxxxviii sg., il 
breve di Paolo III dei 9 aprile 
1537, spedito al rettore della 
Università di Salamanca per ri- 
tenere l'Ortiz in Roma. 

(4) Si ha dal suo dispaccio a 
Carlo V, Roma, 9 feb. 1531, rias- 
sunto dal Gayangos, in Calendar 
of State papers, Spain, IV, par. II, 
p. 48. 



ìi6 Capo ÌV. - Apostolato del Loioìa e dei compagni in Roma, &c. 

stima godeva egli in curia e presso lo stesso Pontefice per 
dottrina, pietà e illibatezza di vita ('); nondimeno non a tutti 
sembra fosse bene accetto ugualmente. Alcuni, come il 
Contarini, lo tenevano « largo nel dire ogni minimo errore 
« essere eresia » ed alquanto veemente nelle dispute; ad 
altri invece, come al celebre Girolamo Aleandro, piaceva 
assai per la dottrina sicura e la buona mente, giudicandolo, 
come uomo d'ingegno ch'egli era e retto, abbastanza capace 
di moderarsi nei difetti appostigli, ove ne venisse ammo- 
nito ('). Or costui, dimostratosi dapprima in Parigi contrario 
ad Ignazio {}), dopo che nella primavera del 1537, tolse 
a favorirne i compagni in Roma nel modo che già vedemmo (*) 
divenne nella quaresima dell'anno seguente suo particolare 
protettore e devoto. Motivo a stimare ed amare il Loiola fu 
pel valentuomo, dopo le raccomandazioni pervenutegli da 
Venezia, l'avere preso a trattarlo ed udirlo ragionare di cose 
di spirito (5). In breve si sentì pronto a seguire anch'egli il 
consiglio di ritirarsi alquanto negli Esercizj. E per attendervi 
con somma quiete, lungi dalle sollecitudini delle cure mon- 
dane, nel febbraio 1538 eccolo recarsi col Servo di Dio a 
Monte Cassino. Quaranta interi giorni perseverò appartato 
da ogni negozio terreno, raccogliendo in quell'assidua medi- 
tazione frutto eccellente, come infallibilmente avveniva a co- 
loro che vi si davano ben disposti e volonterosi di progredire 
in Santità (^). Verso Ignazio poi e la sua nascente congre- 



(*) Nel citato breve viene ap- 
punto detto « consumatissimum 
« doctorem in sacris litteris et 
« praeterea conspicuum moribus 
« et pietate ». Equivalenti elogi 
aveva tributato all'Ortiz Cle- 
mente VII in un breve del 18 
genn. 1532 citato dall'EnsES, Rò- 
mische Dokumente, p. 207, n. 4. 

(2) Vedi la lettera dell'Alean- 
dro a Nicolò Ardinghelli, Roma, 
6 sett. 1540, pubblicata fin dal 
sec. xviii in Cortesi, Opera, 1, 
55 sg. Il Laemmer, Mon. Vat., 
p. 300 sg., non sapendola già 
pubblicata fino dal 1774, la 
dette in luce come inedita e ano- 
nima, quale appariva in una copia 



inserita nella Nuntiatura Ger- 
maniae, VIII, 64. Rimettendosi 
al Laemmer, pure anonima la 
credette e ne riportò un passo 
tradotto in castigliano il p. Ve- 
LE2, Cartas, I, p. 295. 

(3) GoNZALEZ, Ada, in Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 93, p. 93; Po- 
LANCO, Vita, 57. 

("*) Cf. sopra, p. 92. 

(5) Cf. sopra, p. .91. 

{^) Parecchi biografi del Lo- 
iola, capitanati dal Bartoli (Vi- 
ta di s. Ignazio, lib. i, cap. xviii, 
p. 89), e non escluso il Ribade- 
neira (Vita Ignatii, cap. ix, n. 
150), ombreggiarono la figura mo- 
rale deirOrtiz quasi quella di un 



Ministeri del Loiola: Lattamio Tolotnei. 



iij 



gazione concepì così grande benevolenza che ebbe proposito 
di rendersi suo compagno e figlio, benché, secondo alcuni, 
gli affari gravissimi commessigli da Carlo V, secondo un'altra 
fonte contemporanea, l'obesità della complessione e gli in- 
comodi che ne conseguitano, gl'impedissero di recarlo ad 
effetto {'). 

La parsimonia usata dal Santo nell'indicare i nomi dei 
suoi figliuoli spirituali in questo primo stadio del soggiorno 
in Roma è in qualche guisa compensata dal Polanco, che ce 
ne fa conoscere tre altamente cospicui: Lattanzio Tolomei, 
Ignazio Lopez, Gaspare Contarini {^). E volle menzionarli il 
fedele cronista per la qualità dei personaggi che essi erano, 
sentendosi con ciò solo esonerato di passare in rassegna quei 
parecchi ad essi per merito inferiori (3), i quali, testimonio 
il Lainez, dopo la coltura ricevuta in questo anno da Ignazio 
negli Esercizj si diedero a un vivere divoto e appresso, nata 
la Compagnia, si aggregarono alla medesima. Or quanto 
al primo dei tre, niun cittadino di Siena, eccettuatone forse 
il cugino di lui Claudio Tolomei, godeva tanta reputazione in 
Roma quanta messer Lattanzio. Nipote al cardinale Ghi- 



cortigiano. ignaro affatto, o quasi, 
delle cose di Dio e solo inteso a 
procacciarsi avanzamenti ed onori 
nel mondo. Vedemmo poco so- 
pra che un dieci mesi prima 
di ritirarsi negli Esercizj, non 
solo era encomiato da Paolo III 
come uomo cospicuo per integri 
costumi (nel che, per verità, non 
sarebbe da insistere soverchio), ma 
veniva ritenuto in Roma, non- 
ostante le sue premure per ritor- 
nare all'antica sua cattedra di sa- 
cra Scrittura in Salamanca. Si- 
mone Rodriguez parlando del- 
rOrtiz sotto l'anno 1537, avanti 
cioè al ritiramento di Monte Cas- 
sino (cf. sopra, p. 116), lo chiamò: 
« litteris et virtute insignis ». Ro- 
driguez, Comment., in Epist. PP. 
P. Broèti &c., p. 486. 

(') PoLANCO, Vita, p. 64. V. la 
deposizione del p. Benedetto 



Pereira, testimonio nel Processo 
di beatificazione del 1606, in 
Mon. Ignat., ser. IV, II, 805. 

Cf. Orlandini, lib. II, n. 35, 
p. 44. Dell'Ortiz scrisse un elogio 
il p. Cavalleria neW Historia de 
la Villa Rohledo, ristampato con 
altre notizie dal Velez, Cartas 
&c., I, 405-412. Va nondimeno 
usato con somma cautela per la 
poca critica dell'autore. Quale in- 
timità passasse tra l'Ortiz e il 
Loiola dopo gli Esercizj di Monte 
Cassino si deduce da molteplici 
luoghi del carteggio ignaziano. 
Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 359; 
Epist. tnixtae, 1, 25, 30, 38, 41, 
475. L'Ortiz chiuse santamente 
i suoi giorni in Ispagna nel feb- 
braio 1548. 

p) Polanco, Vita, p. 64. 

(3) Epist. p. Lainii de s. Ignat, 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, p. 119. 



ii8 Capo IV. - Apostolato del Loto la e dei compagni in Roma, &c. 

nucci e passionato cultore di lettere e di belle arti, rappresen- 
tando la repubblica di Siena presso il Pontefice, non lasciava 
di attendere ai prediletti suoi studj, onorato di speciale ami- 
cizia dalla Marchesa di Pescara, Vittoria Colonna (^). Somma- 
mente altresì veneravalo ed amavalo il celebre domenicano 
fra Ambrogio Caterino, il quale non dubitava di chiamarlo 
pubblicamente anima benedetta, esaltandone la squisita 
prudenza, la scelta e universale dottrina, la schiettezza e 
lealtà nel riconoscere l'abbaglio preso nel portare giudizio 
della via sdrucciolevolissima per la quale erasi messo l'infe- 
lice Ochino ('). 

Fatti che ebbe messer Lattanzio gli Esercizj, sotto la 
direzione del p. Ignazio, divenne a lui intimo tanto che il 
cardinale Gaspare Contarini in un breve biglietto inviato 
al Loiola il 3 di settembre 1539 gli commetteva di salutargli 
« messer Lattanzio nostro » (3). Della quale amicizia dette 
il Tolomei evidente prova nell'adoperarsi che fece, come 
vedremo, perchè venisse affidata a due dei Preti pellegrini 
la riforma di un monastero di Benedettini in Siena e più 



(^) Reumont, Vittoria Colonna, 
p. 188 sg., dove anche ricordasi 
la lode data a Lattanzio dall'A- 
riosto. 

(*) Nel raro opuscolo, Rimedio 
a la pestilente dottrina de Frate 
Bernardino Ochino (Roma, 1544, 
p. 2B) così fra Ambrogio ricorda il 
Tolomei: « Mi piacque all'hora 
« quel consiglio et così piacque 
« a quella benedetta anima di 
« messer Lattanzio Tolomei, una 
« parte de l'anima mia, il quale, 
« oltra la prudentia sua et dot- 
te trina rara et universale, era si 
« amator de la verità, che non si 
« vergognava'confessar l'error suo, 
« nel ha ver magnificato, et favo- 
« rito sì grande inimico de la 
« fede, et de la santa Chiesa ca- 
« tholica ». Dell'opera del Tolo- 
mei nella diplomazia e nella lotta 
contro i novatori trattò recente- 
mente il Pastor, V, 447-449, 
673, 676, 812 sg. Secondo il 



BòHMER, I, 214, Lattanzio si 
accostò assai ai Protestanti; il che 
può essere vero in questo senso 
solamente che egli insieme col 
Polo, col Contarini, con Vittoria 
Colonna e tanti altri desiderò 
di vedere sradicati gli abusi, con- 
tro dei quali gridavano i nova- 
tori, senza che per questo, come 
essi fecero, pretendesse atten- 
tare in menoma guisa alla divina 
costituzione della Chiesa catto- 
lica, ai venerandi suoi dommi, alle 
sue autorevoli tradizioni. La fa- 
ma di uomo sommamente pio da 
Lattanzio goduta, oltre che da 
molteplici documenti, viene fuori 
da una lettera di Febo Tolomei 
al card, di Santa Croce, Marcello 
Cervini, conservata in Arch. di 
Stato in Firenze, Carte Cerviniane, 
n. 46, fo. 176. 

(3) Cf. Loiola, Cartas, I, 434. 
Ada SS., iul. to. VII, Comment. 
praev. de s. Ignatio, n. 301. 



4. - Ministeri del Loiola: Ignazio Lopez. 119 

ancora per ottenere la bolla dì approvazione della Com- 
pagnia (*). 

Il nome del dottor Lopez, sino alla sua morte, avvenuta 
nel 1549, s'incontra ripetutamente presso il Polanco, nelle 
lettere dei primi padri e in quelle di s. Francesco Saverio. 
Tutti ne scrivono come di persona sempre viva nella loro 
memoria per singolare religione, pietà ed affetto in parole 
e in opere mostrato alla sorgente congregazione. E in verità 
la diligenza e sollecitudine del gentiluomo per rimettere a 
Palermo in vigore il decreto d'Innocenzo III circa i sacra- 
menti agli infermi, le sue assidue pratiche per promuovere 
la fondazione dei collegi di Messina e di Caltagirone e tante 
altre testimonianze di animo deditissimo ai nuovi Preti ri- 
formati ben richiedevano che essi serbassero di lui il più 
grato ricordo (*). 

Se non che il Tolomei e il Lopez, primizie, per così dire, 
delle conquiste fatte dal Loiola in Roma con gli Esercizj spi- 
rituali, non pareggiano quella che riportò il p. Ignazio nel 
cardinale Gaspare Contarini, terzo dei tre personaggi men- 
zionati dal Polanco. In lui trovò eccellenti disposizioni a 
gustare il magistero del piccolo libriccino e a profittarne 
esuberantemente. Certo il Contarini (avemmo già ad osser- 
varlo per rOrtiz), non abbisognava di riforma se non in quel 
ampio senso nel quale anche gli uomini più virtuosi sogliono 
dire di averne necessità, per avanzarsi cioè di bene in meglio 
sull'erto cammino della perfezione cristiana. Nobile ed in- 
tegerrimo, per franco amore dì giustizia ed integri costumi 
venerato in Venezia sua patria e presso ì regnanti dove la 
Signoria l'aveva spedito, desiderato tanto dai buoni alla 
porpora, quanto egli meno l'ambiva, era quel desso del 
quale Alvise Mocenigo, udendone nel 1535 l'esaltazione tra 
ì principi della Chiesa, aveva osato esclamare nel Gran Con- 
siglio, non senza puntura alla corte di Roma: « Questi preti 

(/) Cf. infra, cap. x, n. 4. Araoz, veggansi le loro lettere 

(*) Polanco, Chronicon, I, 240, in Mon. Xaver., I, 230, 246, 264 

242, 289; III, 192. V. la lettera sg.; Epist. mixtae, I, 30, 38, 44, 

del laio, 25 nov. 1540, in Epist. 97, 245, 255, 311. L'anno della 

PP. P. Broeti &c., p. 268. Della morte del Lopez ci è dato da una 

riconoscente memoria che di lettera del Gómez, Guadalaxara, 

lui serbavano s. Francesco Save- 5 nov. 1549, in Epist. mixtae, 

rio, Francesco Strada, Antonio II, 316. 



I20 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

« ci hanno pure rubato il miglior gentiluomo ch'avesse 
« questa città » ('). Con lui pertanto, tutto fervore di lode- 
volissimo zelo per la riforma ecclesiastica (*), entrò ben presto 
in relazione il Loiola, presentato da messer Piero Contarini (3) 
dal quale tanto era stato favorito in Venezia nel 1536 ed 
eletto a suo maestro negli Esercizj spirituali (^). 

Più che il legame della parentela (5), una cordiale e fidu- 
ciosa intimità rendeva caro al Cardinale il piissimo messer 
Piero; il perchè l'ufficio che questi fece in commendazione 
dei poveri Preti pellegrini riuscì maggiormente efficace. Che 
Ignazio entrasse subito nelle grazie del virtuoso prelato 
argomentasi a buon diritto dal suo sollecito mettersi sotto 
la direzione del Loiola negli Esercizj avanti la Pasqua 
del 1538 (*). E gli Esercizj gli piacquero a sì alto segno che 
ne divenne pubblico encomiatore (^); li volle trascrivere in- 
teri di propria mano e, ciò che più ancora rileva, con que- 
st'occasione si affezionò per forma al povero prete spagnuolo 
da divenirne fervido protettore, come indi a poco si scorse 
allo svolgersi dei difficili trattati per l'approvazione della 
Compagnia (^). 



(') Beccadelli, I, par. II, 
pp. 10-21. Cf. DiTTRiCH, Gasp. 
Contarini, pp. 317-323; Tacchi 
Venturi, Storia, I, 17. 

(*) Cf. Beccadelli, loc. cit., 
pp. 23-27; Tacchi Venturi, loc. 
cit., p. 18. 

(3) « Dipoi che per gratia de 
« Dio V. S. è stata in causa che 
« Mons. R.™o Contareno comin- 
« ciasse haver cura di noi et fa- 
te vorir in ogni cosa di laude di 
« Dio » &c. Così il Loiola a Piero 
Contarini, Roma, 18 dee. 1540, 
in Mon. Ignat., ser. I, I, 168. Cf. 
pure ivi, p. 134 l'altra lettera 
ignaziana al medesimo, Roma, 
2 dee. 1538. 

(4) Cf. sopra, p. 86. 

(5) Piero non fu guari nepote di 
Gaspare, come ripeterono comu- 
nemente i biografi ignaziani; ma 
entrambi appartennero a due 
diversi rami della famiglia Con- 



tarini. Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I, 444^. 

(^) Chi dei quattro personaggi 
sopra nominati ricevesse per 
primo gli Esercizj da s. Ignazio 
nel 1538 non si riesce a ricavarlo 
dalle fonti. 

p) Cf. il testimonio dello zio 
del canonico Gian Girolamo Do- 
menech, riferito dal Fabro nella 
sua dei 4 dee. 1539. Fabro, 
Mon., p. 17 sg. 

(^) PoLANco, Vita, p. 64; Maf- 
fei, lib. Il, cap. vi, p. 93. Il 
p. Benedetto Pereira, sopra alle- 
gato (p. 182^) depose: « ...Il car- 
« dinaie Contareno, per la devo- 
« tione ch'hebbe col padre Igna- 
« tio, volse che li desse li Esser- 
le citii spirituali, li quali scrisse 
« il cardinale di sua mano propria 
« et li teneva fra le sue cose rare... 
« et quello che ho detto del car- 
« dinaie Contareno l'ho inteso da 



j-, - / compagni ignaziani in z>arie città dell'alta e media Italia. 121 

Dalle cure del Servo di Dio per la santificazione delle 
anime non dovettero andare escluse, neppure in questi prin- 
cipi, 1^ gentildonne. Di una sola di esse però sopravvisse 
memoria, e fu Catarina di Badajoz o de la Paz, damigella 
d'onore di donna Giovanna d'Aragona, moglie di Ascanio 
Colonna, fanciulla d'ingegno più che muliebre, cui lo studio 
dei classici non raffreddò l'ardore nella pietà e perfezione 
cristiana, come dobbiamo dedurre dalla sua lettera al Loiola 
dei 23 di marzo 1538 ('). 



CON la grazia e benevolenza del Contarini, dell'Ortiz, del 
Lopez, di Lattanzio Tolomei e di altre cospicue persone 
aveva il Loiola gittato il fondamento necessario per chiamare a 
Roma gli altri compagni, stretti anch'essi dal voto di mettersi 
interamente nelle mani del Vicario di Cristo, fallito che fosse 
il viaggio a Gerusalemme {^). Infatti, passata di non molto 
la quaresima del 1538, li ebbe tutti intorno a sé radunati 
nella vigna di Quirino Garzoni alla Trinità dei Monti (3). 

Ripartiti a due a due, come nell'autunno del 1537 li 
vedemmo lasciare i romitaggi del Veneto, si erano scelti a 
campo delle prove nell'apostolato Padova, Bologna, Ferrara 
e Siena. La maniera del loro vivere in queste città, prefe- 
rite ad altre per ragione della numerosa scolaresca, ci fu 
descritta fedelmente dal Rodriguez ed anche da Pietro Ri- 
badeneira, il quale, entrato nella Compagnia giovinetto di 
appena quattordici anni, il 1540, per lunga consuetudine con 
parecchi di quei padri antichi, fu in grado di esserne bene 
informato, mentre fresca sopravviveva la memoria dei fatti ('*). 



5. - I COMPAGNI 
IGNAZIANI IN VA- 
RIE CITTÀ del- 
l'alta E MEDIA 
ITALIA. 



« padri degni de fede, di quel 
« tempo ». Mon. Ignat., ser. IV, 
II, 872 sg. Il Mafifei aggiunse che 
il testo degli Esercizj trascritto 
dal Contarini dicevasi, mentre egli 
pubblicava il suo libro (an. 1585), 
fosse tuttora conservato presso 
gli eredi del cardinale. Gli storici 
ignaziani del sec. xvii, diligentis- 
simi in raccogliere sopra la vita 
del Loiola minutissimi ragguagli, 
non seppero aggiungere nulla al 
Maffei, né migliore fortuna eb- 
bero quelli dei nostri giorni. Il 



Clair, p. 237, narra, senza però 
indicarne la fonte, che il Contarini 
si scelse Ignazio per confessore. 

0) Cf- E pisi, mixtae, I, 17. 

(^) Loiola ad Isabella Roser, 
Roma, 19 dee. 1538, in Mon. 
Ignat., ser. I, I, 138. 

(3) Cf. Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 119; Ro- 
driguez, Comment ., in Epist. 
PP. P. Broèti, &c.. p. 498. 

(^) Cf. la Deposizione del 
Ribadeneira nei Processi del 1595, 
in Mon. Ignat., ser. IV, II, 152. 



122 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

Uno dei soci comandava a vicenda l'altro per sette giorni 
continui, in questa maniera che colui il quale aveva una set- 
timana obbedito riceveva nella seguente obbedienza come 
superiore. Il vitto se lo procacciavano limosinando di porta 
in porta; nelle chiese ed anche nelle piazze predicavano la 
penitenza, l'osservanza dei precetti di Dio e della Chiesa e 
la frequenza dei sacramenti caduta in somma disusanza. 

Avanti il sermone, quando specialmente si predicava 
all'aperto, il compagno, che per quel dì faceva da suddito, 
tolto in presto uno scanno dalle vicine botteghe se ne serviva 
da pulpito, e coll'agitar del cappello e con altri cenni chia- 
mava a raccolta la gente. Durante la predica non domanda- 
vano limosina, né l'accettavano dopo, benché spontanea- 
mente offerta. Se si avvenivano in alcuno che scorgessero 
peculiarmente desideroso di avanzamento nell'ossequio ed 
amore di Dio, a costui più si communicavano procurando 
di metterlo largamente a parte di quello spirito fervente 
in tanta copia dal Signore loro trasfuso. 

Ascoltavano le confessioni; ai fanciulli e rozzi insegna- 
vano la dottrina cristiana, e dopo accudito ai ministeri 
ecclesiastici se ne andavano agli ospedali dove occupavansi 
caritatevolmente nella cura dei corpi. La confessione e co- 
munione rimessa in uso tra gli uditori produsse stabili e sin- 
cere mutazioni di vita; i poveretti lasciati lungamente in 
abbandono senza ombra di spirituale cultura rallegravansi 
d'avere omai rinvenuto la medicina efficace per l'animo ul- 
cerato da passioni e bassi interessi. Pieni d'alto stupore 
risguardavano quei pii sacerdoti, in mezzo alla lamentata 
ignoranza della gente di chiesa, ricchi di sacra dottrina e 
prodighi di tutte le finezze della carità, col quale dolcissimo 
amo si guadagnavano i cuori. La vista immediata delle 
piaghe sociali da un lato, e dall'altro la docile corrispon- 
denza che trovavano nel popolo, tuttora fedele ed affezio- 
nato alla fede degli avi, poteva mirabilmente a rinfocolare 
•lo zelo dei ferventi operai, adusati a tenere in luogo di grazia 
l'inedia, il freddo e ogni altro disagio che avessero da so- 
stenere per lucrare anime a Dio (*). 



(^) RiBADENEiRA, Vita IgnatH, è tra tutte le fonti di prima 
cap. IX, nn. 143-144; Rodriguez, mano una delle più copiose per 
Ice. cit., p. 491 sg. Il Rodriguez tutto ciò che riguarda i lavori 



DRIGUEZ IN PA. 
DOVA. 



6. - Diego Hoces, Giovanni Goduria e Simone Rodriguez in Padova. 123 

Tanto in generale sappiamo delle fatiche dei sette com- 
pagni nelle ricordate città durante l'inverno 1537-38. Ma 
delle opere e delle cose seguite in Padova e Ferrara ce ne 
diede più particolareggiato ragguaglio Simone Rodriguez, 
che fu in entrambe col Codurio e col laio. 

A Padova, come vedemmo (M, avevano rivolto il passo, ^ -diegohocks, 
. GIOVANNI CODU- 

nel partirsi da Vicenza, il baccelliere Diego Hoces e Gio- rioksimonkro 

vanni Codurio, i due della piccola compagnia, che innanzi ad 
ogni altro vennero chiamati in cielo a ricevere la mercede della 
loro giornata conchiusa innanzi sera. L'Hoces fu il primo che 
Ignazio guadagnasse per la Compagnia in Italia col solito 
mezzo degli Esercizj, mentre nel 1536 soggiornava in Vene- 
zia. Nato in Màlaga di nobile stirpe, baccelliere in teologia 
e già sacerdote, ebbe semplice ed incorrotta la gioventù, 
ardenti i desiderj di servire con perfezione il Signore. In- 
contratosi con il Loiola nella metropoli della Serenissima, 
dapprima diffidò molto di lui e dei suoi Esercizj; poi, resosi 
a sperimentarli, gli si affidò interamente perchè facesse di 
sé uno dei suoi (*). 

Giovanni Codurio, o Codure, era nato il 24 giugno 1508 o 
1509 a Seyne, grossa borgata della diocesi di Embrun in 
Provenza. Migrò per gli studj delle Arti a Parigi, vivendo nel 
collegio di Torcy o di Lisieux; ai 14 di marzo 1536 conseguì 
la licenza nelle medesime e avanti la Pasqua dello stesso 
anno, caduta ai 16 aprile, vi fu graduato maestro (3). 

dei primi compagni dall'autunno (^) Gonzalez, Ada, nei Mon. 

1537 alla Pasqua dell'anno se- Ignat., ser. IV,^I, n. 92, p. 92; 

guente. Non devesi però dimen- Lainez, Epist. de s. Ignaiio, 

ticare l'avvertenza con la quale ibid., p. 141; Rodriguez, loc. cit., 

accompagnò la narrazione dei p. 493. Polanco, Vita, p. 55; 

fatti di questo periodo: « Quo- Ribadeneira, lib. viii, n. 127; 

« niam disiunctis tunc locis era- Maffei, lib. 11, cap. 11, p. 80; 

« mus, scire omnia non potui; Bartoli, Vita di S. Ign., lib. 11, 

« quae autem cognovi longin- cap. xxvi, p. 106. Il Bartc li 

« quitate temporis ita e memoria aggiunse anche notizie genealo- 

« exciderunt, ut ea mandare lit- ■^iche. V. in Fabro, Mo«., p. 7, il 

« teris non ausim. Quaedam nihi- diploma della facoltà di ascoltare 

« lominus brevi narratiuncula con- le confessioni e di assolvere da 

« cludam, quorum firmior adhuc tutti i casi episcopali riservati, ac- 

« memoria viget ». Loc. cit. p. cordatagli da Paolo III il 1537. 
492. (3) Cf. Acta SS., iul. to. VII, 

(^) Vedi sopra, p. 98. Comment. pvaev. de s. Igna- 



124 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

Partito Ignazio per la Spagna, nella primavera del 1535 
il Fabro lo coltivò e guadagnò con gli Esercizj spirituali, 
sì che il 15 agosto 1536 si diede a Dio, giurandogli fede e 
servitù perpetua al Monte dei Martiri nel modo già noto; 
ultimo dei nove perseveranti compagni fatti dal Loiola e 
dal b. Pietro in Parigi ('). 

Portatosi indi a non molto a Venezia e da Venezia a 
Roma, allorché con gli altri nell'autunno 1537 uscì di Vi- 
cenza, ebbe con sé il baccelliere Hoces, e campo da colti- 
vare la città di Padova (^). Quivi, ciò che non leggiamo 
di alcuno dei colleghi, insieme con il molto affaticarsi in ser- 
vigio del prossimo, incontrarono patimenti non lievi nella 
reputazione. 

Reggeva la diocesi di Padova pel cardinale Francesco 
Pisani, che n'era vescovo, mons. Girolamo de Santi dell'Or- 
dine degli Eremitani di s. Agostino (3). La venuta dei due 
sacerdoti pellegrini, nonostante le visibilissime mostre di 
vita austera e in tutto esemplare, ingenerò nel prelato il so- 
spetto non fossero o nascosti eretici o altra fatta d'uomini 
di mal affare; timore non certo irragionevole in quei tempi, 
ne' quali, come apprendiamo da molti diaristi (^), non era 



Ho, n. 171. Si ricordi che il 1535, 
data del duplice attestato, è se- 
condo lo stile parigino, corrispon- 
de quindi al 1536. Le scarse me- 
morie del Godurie, specie innanzi 
che si associasse al Lciola, furono 
raccolte dal Prat, Mémoires, p. 
12. L'anno dell^ nascita {1508), 
da quest'autore ricevuto ed ac- 
cettato dal FouQUERAY, I, 57, 
non ha più certezza che il 1509. 
Per il 1510, portato dal Boero, 
Vita del p. Rodriguez, p. 116, man- 
cano argomenti di maggiore pro- 
babilità che per i due anni pre- 
cedenti. Degli studj del Codurio 
sappiamo che fu licenziato e mae- 
stro in Arti, e poscia per un anno 
e mezzo attese alla teologia in 
Parigi. Cf. Ada SS., loc. cit., 
n. 174. Erroneamente l'editore 
delle sue lettere lo fece insignito 



del magistero in teologia. Cf. 
Episi. PP. P. Broèti, &c., p. 409. 

(^) Rodriguez, loc. cit., p. 456; 
Fabro, Memoriale, n. 15, in Man. 
p. 496. 

(^) Rodriguez, loc. cit., p. 492; 
POLANCO, Vita, p. 62. 

(3) Il nome del de Santi, ta- 
ciuto da tutte le fonti mi venne 
gentilmente comunicato dal chia- 
ro mons. Innocenzo Stievano che 
lo rintracciò in un ms. del secolo 
XVII conservato nella biblioteca 
del Seminario di Padova, dove 
appunto si legge: « Francesco 
« Pisani, vescovo di Padova, elesse 
« per suff raganeo Girolamo de' 
« Santi, vescovo di Argo». 

(+) Cf., a cagion d'esempio, la 
Cronaca di Milano del Burigozzo, 
an. 1534, in Arch. Sior. Hai., Ili 
(1842), 516-17. 



ó. - Diego Hoces, Giovanni Codurio e Simone Rodriguez in Padova 125 

infrequente il caso che falsi profeti sotto le simulate sem- 
bianze di pastori percorressero le città e le campagne d'Italia, 
commovendo le semplici moltitudini per i disonesti lor fini. 
Se non che il vigile suffraganeo, di carattere, forse, al- 
quanto subitaneo, senza accertarsi del fondamento dei suoi 
sospetti, s'attenne alla via per lui più sicura, che fu in- 
carcerare senz'altro e mettere in ferri i due innocenti predi- 
catori. La prigionia, nondimeno, non si estese oltre la 
notte, passata da essi in sommo gaudio spirituale. Poiché 
la dimane, scoperto l'errore, li ritornò in libertà con ampj 
poteri per l'esercizio del sacro ministero. Erano appunto nel 
più bello delle pastorali fatiche, sì che appena bastava loro il 
tempo per ascoltare da mattina a sera le confessioni di ogni 
sorta di persone, quando l' Hoces, il quale proprio di quei dì 
aveva predicato all'aperto in piazza sopra il vigilate et orate 
del Vangelo, colto da subita infermità, in breve ora si 
spense nel pubblico ospizio dei poveri i^). 

Correvano i primi del marzo 1538, e il p. Ignazio, come 
vedemmo, era in Monte Cassino col dottore Pietro Ortiz (''), 
Recatosi una mattina ad ascoltare il divin sacrifizio mentre 
il sacerdote recitava il Confiteor, fu fatto degno di contem- 
plare l'anima del suo discepolo entrante nella gloria dei 
santi (3). In Padova rimase il Codurio, desolato di tanta 
perdita. A confortarlo ed aiutarlo nel ministero, cui senti- 
vasi insufiìciente da solo, sopraggiunse da Ferrara uno dei 
compagni, il p. Simone Rodriguez de Azevedo. 

Portoghese di nazione, aveva sortito i natali, se ne ignora 
l'anno, in Voucella nella diocesi di Vizeu, da Egidio Gongal- 
ves e Caterina de Azevedo, persone cospicue di quella terra ('♦). 



(^) PoLANCo, I, Vita, p. 62; 
Rodriguez, loc. cit., p. 492. 

(*) Cf. sopra, p. 116. 

(3) Si sa dallo stesso Santo che 
lo narrò al Gonzàiez. Cf. Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 98, p. 95 sg. 
La circostanza dell'ora, taciuta 
da Ignazio, ci fu resa nota dal 
Ribadeneira sino dalla prima Vita 
Ignatii (1572), p. 63, sulla testi- 
monianza del Lainez. Cf. Mon. 
Ignat., ser. IV, I, n. 35, p. 350 sg. 
La data approssimativa della 



morte dell' Hoces (verso il 13 mar- 
zo 1538) ricorre in un antico Me- 
nologio ms. e corrisponde appunto 
al tempo della dimora del Loiola 
in Monte Cassino. 

(4) Né il Sacchini, (par. iv, lib. 
VII, n. 234, p. 234), né il Tellez 
(I, 610-612), poterono dirci l'anno 
della nascita del p. Simone, che 
non venne apposto neppure nella 
lapide sepolcrale. I moderni, tra 
i quali il Boero, non ne seppero 
più degU antichi. Tuttavia da 



120 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma^ &c. 

Verso il 1532 si recò all'Università di Parigi e ai 14 marzo 
1536 vi conseguì la licenza in Arti ('). Da lui stesso ve- 
niamo a sapere come vi conoscesse Ignazio e si desse a se- 
guirlo: « Tiene il quarto luogo», così scrive di sé numerando i 
primi compagni, «un portoghese che, per la sua indegnità 
non merita neppure di essere nominato fra servi di Dio così 
valenti e perfetti. Del quale questo solo dirò, che fu superna- 
mente spinto a mutare in divino ossequio il modo della sua 
vita anteriore. Debbo aggiungere che non aveva giammai 
per lo innanzi parlato con il p. Ignazio, ma solo inteso la 
fama della sua esimia santità, il che l'aveva confermato nel 
pensiero di aprirgli tutto il suo interno. Ignote erano a lui 
le intenzioni degli altri tre, e nondimeno anch'egli voleva 
pellegrinare a Gerusalemme ed occuparsi, finché gli bastasse 
la vita, in procurare la salute dei prossimi » (*). 

Con l'aiuto di questo nuovo compagno furono continuati 
in Padova gl'interrotti lavori apostolici. Ma presto, caduto 
infermo il Codurio, anche il Rodriguez per qualche tempo 
rimase solo. Al malato non mancarono ospizio e cure affet- 
tuose presso un nobile e ricco ecclesiastico già indotto da lui 
a correggere salutarmente la vita. Il Rodriguez fu voluto in 
casa da una cospicua matrona, alla quale due suoi diletti 
figliuoli, nel separarsi da lei, l'uno per l'eternità, l'altro per 
la religione, avevano raccomandato togliesse a fare col pio 
sacerdote le parti di madre (3). 

Mentre pertanto i due compagni si davano senza ri- 
sparmio ai ministeri della loro vocazione, avvicinandosi già 



ciò che il Rodriguez scrive della 
sua età (cf. Comment., loc. cit., 
p. 455), dal tempo che si recò in 
Francia, dalla vecchiaia, per la 
quale si scusava nel 1575 di ac- 
cettare l'officio di confessore del re 
don Sebastiano (v. Boero, Vita 
del P. Simone Rodriguez, p. 104), 
sembra doversi affermare na- 
scesse piuttosto avanti che dopo il 
15 IO. Mancano documenti per 
provare che anch'egli, come il p. 
Ignazio e cinque de' suoi, stu- 
diasse la teologia in Parigi per 
ispazio di un anno e mezzo. 



(^) Sul tempo dell'arrivo del 
Rodriguez tacciono le fonti. As- 
segno il 1532, perchè il Servo di 
Dio scrisse di essersi dato ad 
Ignazio quasi un anno prima del 
Lainez, la cui venuta a Parigi 
cadde nel 1535. Cf. Rodriguez, 
Comment., in Epist. PP. P. Broèti 
&c., p. 455. Per il tempo della 
licenza, vedi Ada S5.,iul. to. VII, 
Comment. praev. de s. I gna- 
tio, nn. 168-170. 

(*) Rodriguez, Comment., loc. 
cit., p. 455. 

(3) Rodriguez, loc. cit., p. 494. 



/. - Ferrara coltivata dal laio e dal Bobadilla, &c. 



127 



la quaresima del 1538 vennero dal p. Ignazio chiamati a 
Roma. Non fu tuttavia possibile che si partirsero immanti- 
nente: tanta dolce violenza adoperarono i padovani; ondechè 
soltanto dopo la Pasqua riabbracciarono il loro padre e 
maestro, preceduti di parecchi giorni dagli altri sette. Nel- 
l'accomiatarsi ebbero dai cittadini calde dimostrazioni di 
stima e di affetto, e tra gli altri uno dei primarj canonici della 
città « vir clarus ac splendidus », come lo chiama il Rodri- 
guez, li accompagnò per Venezia ed Ancona sino a Loreto (^). 



PUNTO nulla inferiori alla messe raccolta in Padova, anzi di 
più alto rilievo per un grave processo imminente ai Preti 
riformati, furono le opere cui nel medesimo tempo consa- 
cravasi in Ferrara Claudio laio, parte col Rodriguez, parte 
col Bobadilla. 

La vita del laio, fino a questo punto del suo entrare in 
campo in Italia, è presso a poco involta nella stessa, e forse 
maggiore, oscurità che quella di parecchi dei suoi compagni. 
Se ne ignorano perfino il giorno e l'anno della nascita, caduta 
nondimeno tra il 1500 e il 1504. Solo negli ultimi decennj si 
venne a conoscere la patria, che fu Mieussy, borgata dell'alta 
Savoia, nella diocesi di Ginevra, e la condizione dei parenti, 
onesti agricoltori ed agiati (*), 

Studiò, come il Fabro, nel collegio de la Roche sotto il 
magistero di Pietro Veillard e si ordinò sacerdote; poi nel- 
l'autunno 1534 passò a Parigi, indottovi dal suo conterraneo 
Pietro F^bro, che tornato a Villaret il 1533, l'aveva spinto a 
trasferirsi in quella Università per meglio approfondire le 
sacre lettere. Era già il Fabro divenuto esperto maestro 
nell'arte non facile di comunicare altrui gli Esercizj spiri- 



7. - FERRARA COL- 
TIVATA DA CLAU- 
DIO lAlO E NICO- 
LÒ ALFONSO BO- 
BADILLA. VITTO- 
RIA COLONNA LI 
l-RESKNTA AD BR- 
COLB II. 



(^) Rodriguez, loc. cit., p. 495. 
Cf. Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 118. 

(*) Prat, Le P. Claude Le Jay, 
pp. 2-4, dove si hanno tutte 
le congetture messe fuori prima 
di lui intorno la patria e l'anno 
del nascimento del Servo di Dio. 
Il Boero, Vita del P. CI. laio. 
p. 8 sg., non aggiunge nulla al 
Prat. Al p. Cros si deve la sco- 



perta della terra natale del laio, 
Mieussy, luogo detto aux Geva- 
leits, e quella pure del nome del 
padre, Gerardo, Cf. Tavernier, 
Le Pére Claude Le Jay &c., in 
Revue Savoisienne, XXXV (1894), 
79-94. Il Tavernier con accurate 
ricerche, fatte in alcuni archivj 
della Savoia, riunì parecchi rag- 
guagli sopra la famiglia laio e 
ne accertò la condizione. 



128 Capo IV. - Apostolato del Loìola e dei compagni in Roma, &c. 

tuali. V'introdusse anche Claudio e l'ei^etto fu che quando il 
15 agosto 1535 i soci ignaziani nella cappella del Monte dei 
Martiri rinnovarono l'offerta dell'anno precedente, il laio 
la prima volta si consacrò al Signore, in quella forma e per 
quei fini già innanzi esposti ('). 

Tale in brevissimi cenni fu la vita di questo nuovo figlio 
d'Ignazio e nella sua terra natia e in Parigi, dove conseguì il 
grado di maestro in Arti dopo la Pasqua del 1536 ed attese 
alla teologia per lo spazio di un anno e mezzo (^). L'operato 
da lui nell'ulteriore sua vita solo in piccola parte entra in 
questa storia, ma giustifica appieno il rallegrarsi di Francesco 
di Sales colla Savoia che con il laio ed il Fabro avesse acceso 
nella Compagnia di Gesù quasi due fari a salute del mondo (3). 

Nel novero delle città scelte dagli otto compagni ad 
operoso soggiorno, mentre Ignazio recavasi a Roma, pri- 
meggiava senza dubbio Ferrara. Dal tempo che Paolo II 
nel 1471 aveva elevato Borso dalla dignità di vicario a quella 
di duca, la città, benché travagliata da carestie e pestilenze, 
e da politici rivolgimenti sbattuta, sotto i duchi Ercole e 
Alfonso, primi di questi nomi, era a poco a poco ascesa a 
quel notevole incremento, cui seppe portarla Ercole II (4). 
Succeduto al genitore Alfonso il 1° di novembre 1534, il 
nuovo duca si diede a conoscere assai per tempo principe 
accorto e saggio. Invece di piegare ai Francesi o agli im- 
periali, come avevano fatto a grande lor costo il padre e 
l'avolo, tenne una cotale neutralità, ogni sua cura applicando 
a riparare i danni sofferti nelle guerre trascorse (s). Splendida 
quindi in Ferrara la corte, in bella fama, anche oltremonte, 
lo Studio, favorite di protezione e di quanto può mandarle in 
aumento le arti e le lettere, frequente e sfarzoso il concorso 
de' cavalieri e delle dame più eleganti e leggiadre d'Italia (^). 



(^) Prat, loc. cit., pp. 6-14; Ro- 
DRIGUEZ, Comment., in Epist. PP. 
P. Broèti &c., p. 456. 

(*) Vedi i testimonj dei suoi 
studj in Parigi, in Ada SS., iul. 
to. VII, Comment. praev. -de 
s. Ignatio, nn. 170-171-174. 

(3) Sales, p. 311. 

(•♦) Frizzi, IV, 72-327. Per il 
difficile momento che Ferrara 



passò sotto il duca Alfonso negli 
ultimi tre anni di Giulio II, vedi 
il recente, sommamente critico e 
geniale studio di A. Luzio, Isa- 
bella d'Este, pp. 14-36. 

(5) GiRALDi, pp. 177-188; Friz- 
zi, IV, 327-332. 

(^) Frizzi, loc. cit. Come una 
tra le non poche prove della cul- 
tura umanistica fioreate in corte 



7- - Ferrara coltivata dal /aio e dal Bobadilla, &c. i2g 

Ma sotto tanto rigoglio di cultura umanistica celavasi, 
più forse che altrove, tutto il marcio della società italiana 
del cinquecento. Già da gualche anno l'eresia, ciò che nel 
resto era avvenuto anche ab antico, tentava di annidarsi 
nell'Università e cominciava a serpeggiare nel ducato, na- 
scostamente protetta dalla consorte di Ercole II, la celebre 
Renata, calvinista occulta, sempre larga di cortesie e di 
grazie a quanti, specie di Francia, fossero novatori ed avver- 
sar] di Roma (^). Non è tuttavia da credere che il male, 
ristretto ancora a pochi, e questi o forestieri o, se cittadini, 
in grandissima parte umanisti, avesse spento i vigorosi 
germi di sincera e fervida pietà sì propria ai ferraresi. In- 
fatti questo medesimo anno 1537 si iniziavano nella città 
tre nuove opere assai utili per riformare e promuovere la 
vita cristiana, quali erano una casa di convertite, un mona- 
stero di Carmelitane, un convento di Cappuccini (*). 

Se questo stato di cose dava speranze che in Ferrara non 
indarno verrebbe gettata la buona sementa, un avveni- 
mento, in apparenza fortuito, aggiungevasi a favorirne il 
desiderato sviluppo. 

Quando sul cadere dell'ottobre o all'entrare del novembre 
1537, il Rodriguez e il laio, poveri e sconosciuti, mettevano 



sotto Ercole II valga la recita Giglio Gregorio Giraldi illustra 

degli ^<i<?//? di Terenzio, eseguita lo stato florido della poesia in 

dai suoi figliuoli e dalle figliuole Ferrara nei primi cinquant'anni 

avanti Paolo III nel 1543, della del sec. xvi. 
quale così scriveva il segretario (') Borsetti, I, 201; Fontana, 

Giov. B. Giraldi: « Essendo state Calvino a Ferrara, n€\M Archiv. 

« in ciò tutte le cose splendide e della Soc. Rom. di St. patr., VIII 

« magnifiche, questo vi fu sopra (1885), 101-139; Renata di Fran- 

« tutte le altre, ch'essendo a ve- eia, 1, ix-xiv, 41-48. In questo 

« dere il Papa istesso con tutta secondo lavoro rifuse il Fontana 

M la corte, i reali figliuoli del Duca quanto aveva scritto nel primo 

« Hercole, così le temine come i e raccolse maggior copia di do- 

« maschi, anchora bambini, con cumenti circa i tentativi della 

« gran meraviglia del Papa et di scaltrissima e chiusa duchessa per 

« tutta la corte, magnificamente riuscire a piantare l'eresia in Fer- 

« recitarono in una scena reale rara. È a dolere che l'Autore 

« gli A del fi, commedia di Terenzio siasi lasciato parecchie volte do- 

« in latino ». P. 178 sg. minare ne' suoi giudizj più da 

Vedi ancora Tiraboschi, to. spirito di parte, che dalla serena 

VII, par. I, 43-48 e par. Ili, 255, obbiettività dei fatti. 
dove sulle tracce dei Dialogi di {^) Frizzi, IV, 332-333. 

storia delia Compagnia di Gesù in Italia, II. 9 



130 Capo tv. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

piede nella sede degli Estensi, da più di cinque mesi vi di- 
morava colei che fu detta la più illustre delle donne ita- 
liane degli ultimi quattro secoli ('). Vittoria Colonna, o la 
Marchesa di Pescara, come ella piacevasi di chiamarsi, 
aveva preso stanza in Ferrara r8 maggio, con modesto se- 
guito di sole sei dame (^), Recatavisi per disporsi immedia- 
tamente al viaggio di Terra Santa ed anche per giovare ai 
buoni Cappuccini, da lei validamente difesi, sempre costante 
a se medesima la nobil dama si consecrava con assiduità 
alle opere pie, divenute soavissimo conforto alla diuturna 
sua vedovanza (3). 

Desiderosa di vedere riformata, ma in senso schietta- 
mente cattolico, la Chiesa, Vittoria non poteva non tenere 
dietro a ciò che i chierici pellegrini venivano operando 
nella città degli Estensi. Per verità niente in essi splen- 
deva che li facesse competere per eccellenza di talenti ora- 
torj con fra Bernardino Ochino, particolarissimo suo pro- 
tetto, il quale, ammesso da un triennio tra i Cappuccini, 
proprio di quei giorni venuto in Ferrara, e dato quivi prin- 
cipio al convento del nuovo suo Ordine, nell'Avvento del 
1537 teneva il pergamo con frutto e plauso universale ('*). 



(^) Reumont, Vittoria Colonna, che non poteva avere in Ferrara, 

p. VII. non perchè quel principe non 

(") La data dell'arrivo di Vit- fosse dei più virtuosi e cortesi da 

tona in Ferrara, secondo il Reu- sé conosciuti, ma piuttosto « per 

MONI, p. 158, fu dimostrata er- « non essere in Ferrara quella re- 

ronea dal Fontana, I, 59, il quale, « gola di vivere nelli preti et 

togliendola dalla Cronaca di fra « altri di chiesa che ritrovavasi in 

Paolo da Legnago, ne diede la «Mantova». Colonna, p. 145*. 

vera, 8 maggio 1537. (*) Il Boero, Vita del p. CI. 

(3) Cf. Tacchi Venturi, Vit- Iato, p. 19, scrive che l'Ochino 
toria Colonna fautrice della ri- in questa predicazione « comin- 
forma cattolica, in Studi e doc. « ciò a poco a poco ad insinuare 
di st. e dir., XXII (1901), 6-10. « nelle menti le sue eresie ». Non 
Pastor, V. 348-350. In questo è esatto. La predicazione dei- 
anno appunto 1537, ciò che gio- l'Ochino in Ferrara nell'Avvento 
va parecchio a conoscere i tempi, 1537, fu ortodossa e fruttuosa; 
il cardinale Ercole Gonzaga, vo- solo nelle prediche fatte in Napoli 
lendo persuadere la Marchesa di il 1539 cominciò a sostenere pro- 
preferire al soggiorno ferrarese, posizioni più o meno ereticali. È 
quello in Mantova, le scriveva che ben vero che alcuni più accorti, 
qui avrebbe trovato di molti già nel 1536 avevano cominciato 
contenti spirituali e temporali a presentire la triste sua fine; 



/. - Ferrara coltivata dal Iato e dal Bobadilla, &c. 



131 



Il Rodriguez e il laio al contrario che non mai, neppure 
dipoi, levarono grido di famosi oratori, circoscrivevano la 
loro umile predicazione a spiegare in incolto italiano il ca- 
techismo ai fanciulli ed ai rozzi, e a sermonare spesso nelle 
pubbliche piazze per muovere a contrizione gli uditori e 
indurli alla frequenza dei sacramenti. Nel resto il loro, più 
che apostolato della parola, poteva dirsi di esempio, effica- 
cissimo sempre. Poiché in essi appariva un tenore di vita il- 
libata, estremamente povera, spesa in non piccola parte 
nell'esercizio dell'opere di misericordia in prò degli infermi e 
di altri derelitti negli ospedali, dove avevano preso alloggio. 
Se non che le prudenti ragioni, che poc'anzi dicemmo 
avere indotto il suffraganeo di Padova a dubitare dell'Hoces 
e del Codurio, indussero anche la saggia Vittoria ad indagare 
se la vita dei due chierici capitati in Ferrara fosse veramente 
tale, quale le esterne apparenze la commendavano. Volle 
dunque accertarsi che spirito fosse il loro; e un dì, come ci 
tramandò il Rodriguez, dopo averli più volte osservati in 
una chiesa della città, si appressò ad uno di essi, non sap- 
piamo se a lui o al laio, e lo richiese se per sorte fossero di 
quella compagnia di teologi parigini, che aspettavano op- 
portunità di tragitto a Gerusalemme. Udito che si, domandò 
ed intese dove e presso chi fossero ospitati. 

La cura della casa, dove solevano ripararsi, era affidata 
ad una vecchietta, stizzosa anzi che no, acrior quaedam ve- 
iula, come la dipinse con pochi tocchi il Rodriguez. Costei 
spinta da curiosità di meglio certificarsi che uomini fossero 
i due forastieri, si pose a spiarli una notte attraverso le fen- 
diture dell'uscio. Cosi li vide levarsi dopo il primo sonno 
alla recita del mattutino e, miseramente coperti, proseguire 
lungo tratto pregando mentalmente. Or la Marchesa, fa- 



ma devesi pur notare che costoro, 
contraddetti nel resto da saggi e 
ferventi cattolici opinanti tutto 
altramente, fondavano i loro ti- 
mori più sull'eccessiva mobilità 
dell'uomo e la singolarità del suo 
vivere, che non sulla dottrina da 
lui esposta nelle prediche. Cf. 
BovERio, I, 288-289 ad an. 1541, 
n. 4. Benrath, p. 79 sg.; Co- 
lonna, p, 138 sg.; 144. Pochis- 



simo fondata è l'opinione del p. 
Prat {Le Pére Claude Le Jay, 
p. 57) il quale nel predicatore 
ricordato da mons. Ottaviano del 
Castello (cf. Rodriguez, Com- 
ment., in loc. cit., p. 497) vorrebbe 
riconoscere lo stesso Ochino. 
Pare ben difficile che, ove si fosse 
trattato di lui, uno scandalo 
tanto enorme non si fosse divul- 
gato dopo l'apostasia del frate- 



132 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei com pugni in Roma, &c. 

cendo sembiante di recarsi all'ospedale per altro motivo 
mentre i due n'erano assenti, si rivolse a cosiffatta guar- 
diana, ed entrata seco in ragionamento prese a cavarne di- 
scretamente che cosa pensasse di loro. « Sono dei veri santi, 
d'esemplari costumi, di vita incolpata, di sincera dottrina. 
Non mangiano, non bevono, passano tutta la notte pregando 
e dicendo orazioni; l'ho veduti io stessa più di una volta, 
che mi posi ad osservarli attentamente ». Tale fu la risposta 
della guardiana, né di più ebbe mestieri Vittoria, ferma 
nell'opinione già da sé concepita, intorno la probità dei servi 
di Dio. D'allora in poi li venne mantenendo del suo ella 
stessa e cavatili da quell'ospizio, dov'erano a troppo grande 
disagio, in un altro li allogò, povero bensì, ma non di tanta 
incomodità {^). Oltracciò presentolli con amorevole racco- 
mandazione al duca Ercole. Questi volle dapprima udirli 
alcune volte predicare; indi si confessò al laio e promise di 
sostenere tutte le spese del loro pellegrinaggio a Gerusa- 
lemme se mai riuscissero ad intraprenderlo (*). 

Contegno simile a quello tenuto dalla Colonnese verso i 
due chierici pellegrini serbò pure con essi il vicario gene- 
rale della diocesi, Ottaviano del Castello, che la reggeva per 
il cardinale Giovanni Salviati. Anch'egli sulle prime usò 
stretto riserbo, non accordando al laio e al Rodriguez se- 
gno alcuno di benevolenza. Poscia, forse pei buoni ufficj 
della Marchesa, conosciuto chi veramente essi fossero, passò 
all'estremo contrario. Li volle a mensa presso di sé alcune 
volte la settimana, li sostenne con l'autorità, rese loro par- 
titamente ragione del contegno freddo e sospettoso tenuto 
con essi nel principio della loro dimora in città (3). 



(^) Rodriguez, Comment., in 
loc. cit., p. 496. Né il Rodriguez 
né altro scrittore ci dicono il 
nome dell'ospizio che alloggiò i pa- 
dri in Ferrara. Quando il laio vi 
tornò nel 1547 fu ad albergo nel- 
l'ospedale di Sant'Anna, dive- 
nuto poi tanto celebre per la re- 
clusione del Tasso. V. Boero, 
Vita del p. Claudio laio, p. 148 sg. 
Sarebbe però affatto gratuito l'af- 
fermare che anche dieci anni pri- 
ma dimorassero in quello. 



(*) Lainez, Epist. de s. Igna- 
tio, in Mon. Ignat., ser. IV, I, 
118; PoLANco, Vita, p. 63. En- 
trambe queste due fonti nar- 
rano le grazie fatte dal duca ai 
padri, ma non dicono che fossero 
a lui introdotti dalla Marchesa di 
Pescara. Questo particolare ci 
proviene dal Bartoli, Vita di 
s. Ignazio, lib. il, cap. xxxviii, 

P- 143- 

(3) Rodriguez, Comment., in 
loc. cit., p. 497 sg. 



8. - Nicolò Alfonso Bobadilla. 133 

Quanto bene operassero i compagni ignaziani in Fer- 
rara oltre che dalla relazione del Rodriguez e dal testimonio 
del Vicario viene illustrato dall'accorrere del Bobadilla in 
aiuto del laio, incapace per la partenza del p. Simone di 
bastare da sé solo al lavoro, e dalle istanze altresì vivissime 
che l'anno seguente fece il duca Ercole con altri ragguar- 
devoli cittadini per riavere il Bobadilla e qualche altro con 
lui a raccogliere, come scrivevano, il frutto del buon seme 
da essi sparso nella città (^). Forse anche la grida contro i 
malefizj, bandita dall'Estense il 20 decembre 1538 (*), fu 
in parte dovuta all'apostolato dei due Preti riformati. Si 
osserva infatti che, giusta il costume del tempo, simili bandi 
si mandavano spesso fuori dopo che i ministri della divina 
parola avevano levato alto la voce in riprovazione dei vizj 
e degli scandali pubblici. 

Partiti i padri da Ferrara, il duca Ercole ai 29 giugno 1538 
spediva a Roma un testimonio di grande encomio per il Bo- 
badilla ed il laio. In esso, ricordatane la dimora di molti 
giorni nella città, attestava che i padri predicando in pub- 
blico ed esortando a bene e santamente vivere avevano 
fatto molto profitto negli uditori e si erano portati con 
tanta modestia e continenza da dare a tutti buon esempio e 
bonissimo odore di sé, dimostrandosi in ogni cosa cattolici 
schietti e di sincera coscienza come addicevasi al grado e 
alla professione loro (3). 

NICOLÒ Alfonso Bobadilla, il terzo dei primi padri, che fu- 
rono in Ferrara, è tra i dieci compagni del Loiola tipo sin- 
golare d'infaticabile operaio evangelico, secondo che, meglio 
delle altrui parole, ce lo ritraggono le sue opere. Nella dio- 
cesi di Palenza, e propriamente nel villaggio di Bobadilla 
del Camino (dal quale si nominò, lasciato conforme all'uso 
non infrequente il cognome del padre), nacque Nicolò da 

(') Rodriguez, loc. cit. L'ono- ma, 4 luglio 1537, nei Mon., p. 

revole testimonio dato dal vesco- 15 sg. 

vo Del Castello il 28 giugno 1538 (^) Gridario-Gride diverse mss. 

si ha in Bobadilla, Mon., p. 5 dal 1520 al 1596, n. 9, in Arch. di 

sg. e in ^c^a SS. iul to. VII, Co m- Stato in Modena. 

ment. praev. de s. Ignatio, (3) Cf. l'intero testimonio, ricor- 

nn. 306-307. Cf. la lettera del dato dall'ORLANDiNi, lib. 11, n. 51, 

Bobadilla al duca Ercole II, Ro- p. 50, in Bobadilla, Man., p. 7. 



8. - NICOLO AL- 
FONSO BOBADI- 
LLA. 



134 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c, 

Francesco Alfonso e da Caterina Perez negli inizj del 1509, 
se non pure l'anno precedente (^). Dalla prima adolescenza 
mostrò ingegno aperto, grande volontà di apprendere, in- 
dole ardente e tenace. In patria studiò grammatica; in Val- 
ladolid rettorica e logica; in Alcalà compì la filosofia sotto un 
celebrato dottore, Giorgio de Naveros (^), e n'ebbe il titolo 
di maestro. Ivi pure attese per qualche tempo alla teologia, 
che proseguì in Valladolid udendo commentare S. Tommaso 
dal celebre domenicano Diego de Astudillo (3). Consacrati 
•quattro anni alla teologia e tenuta altresì la cattedra di lo- 
gica vespertina nelle pubbliche scuole di Valladolid, un vivo 
desiderio di più profondo sapere e di maggiormente perfe- 
zionarsi nelle lingue latina, greca ed ebraica lo spinse a re- 
carsi a Parigi, non ne sappiamo esattamente il quando, 
ma, sembra, non più tardi dell'autunno 1533 ('*), 

Quivi conobbe il Loiola, n'ebbe soccorso nelle strettezze 
mercè le limosine dei mercatanti spagnuoli nelle Fiandre, 
e aiuto ancor più grande nello spirito. Che Ignazio con l'oc- 
chio suo penetrante scorgendo la propaganda eretica in 



(') Cf. BoBADiLLA, Autobiogra- 
phia, n. I, nei Mon., p. 613, e la 
Prolusio degli Editori, ivi, p. vi. 

La data 1511 accettata dal 
Boero {Vita del P. M. Bohadiglia, 
p. i) dopo i documenti pubblicati 
nei Monumenta Bohadillae, non 
è più sostenibile. Il Boero, ben- 
ché non lo scriva, dovette stabi- 
lirla sull'autorità dell'iscrizione 
apposta al sepolcro del padre in 
San Vito di Recanati: «Obiit Lau- 
« reti nono kal. Oct. anno MDXC, 
« aetatis LXXIX ». Ora secondo 
i testimoni segnalati dagli Edi- 
tori al loc. cit., è fuor di dubbio 
che il p. Niccolò alla sua morte 
il 33 sett. 1590 aveva già da pa- 
recchi mesi compiuto l'anno ot- 
tantesimo. Cf. ASTRAIN, I, 76^ 

(^) Cf. Autobiographia, n. 2, in 
loc. cit., p. 614. 11 nome del de 
Naveros non ricorre nel Nomen- 
clator dell'Hurter. 

(3) Dei teologi uditi in Ispagna 



due ne ricorda il Bobadilla n^\- 
V Autobiographia, nn. 2-3, loc. cit.; 
il Medina, che non possiamo de- 
terminare se fosse Michele o 
Giovanni (cf. Hurter, II, 1559; 
III, 54), e il sopra lodato Astu- 
dillo. Nella lettera dei 17 sett. 
1583, ne aggiunge due altri, il 
dottor Cirvelo e il celebre dome- 
nicano Vitoria. Cf. Bobadilla, 
Mon., p. 561. 

(4) Nella lettera or ora citata 
scriveva che aveva « ojdo e leydo 
« siete anos de theologfa scholà- 
« stica ». Loc. cit., p. 560. Sa- 
pendosi da lui medesimo nel- 
V Autobiographia, n. 4, loc. cit, p. 
614, che in Ispagna udì teologia 
per lo spazio di quattro anni e la- 
sciò la Francia nel novembre 1536 
(ivi, n. 6, p. 615) pare che, ad 
avere i tre anni mancanti al 
settennio, si debba collocare il 
suo arrivo in Parigi nel settembre 
ed ottobre del 1533. 



8. - Nicolò Alfonso Bobadilla. 



135 



Parigi prendere principalmente di mira la gioventù dedita 
allo studio delle tre lingue classiche, tanto che « greciz- 
zare », come dicevasi, valeva un medesimo che « lutera- 
nizzare» ('), accorse sollecito a proteggere dai lacci di quelle 
fallacie il giovane ed inesperto connazionale. Maestro sin 
d'allora nell'arte del prevedere e guidare a sagge elezioni, 
pian piano venne distogliendo quella fervida mente dal 
primo proposito, facendola invece aspirare a divenire eccel- 
lente nella teologia scolastica e positiva con farsi discepolo 
dei dotti Domenicani in San Giacomo e del celebre mino- 
rità Pietro de Cornibus (*). Provvidenziale consiglio che, 
docilmente seguito, addestrò per tempo il Bobadilla a so- 
stenere le acri battaglie nelle quali, pur continuando stre- 
nuamente lo studio in fonte degli eretici dell'età sua e degli 
apologisti cattolici, dal 1540 al 1548 tenne fronte in Ale- 
magna ai più battaglieri dottori del luteranesimo conve- 
nuti nelle diete imperiali, quali il Bucero, l'Osiandro, Vito 
Teodoro ed altrettali famosissimi (3). 

Ritolto salutarmente da una via che poteva riuscirgli 
funesta e coltivato con pii colloquj, il Bobadilla s'indusse a 
mettersi negli Esercizj, al termine de' quali sentissi mosso 
a dedicarsi totalmente, come il suo benefattore, alla salute 
dell'anime. A questo fine gli si diede senz'altro vincolo 
da quello infuori di mutua carità, e fu l'ultimo nella serie dei 
compagni conquistati dal Santo in Parigi. Al Monte dei Mar- 
tiri pronunziò i voti il 15 agosto 1534; poi, fatta la Pasqua 
del 1536, sostenne gli esami pel magistero in Arti e, conse- 
guitone il grado (♦), stette aspettando il gennaio dell'anno 
seguente quando avrebbe dovuto incamminarsi alla volta di 
Italia (5). Ordinato sacerdote in Venezia il 24 giugno 1537 (^), 



(^) « Qui graecizabant lutherani- 
« zabant » così narra lo stesso Bo- 
badilla, Autobiographia, n. 5, loc. 
cit., p. 614. 

(2) Cf. Bobadilla, loc. cit. Non 
possediamo il testimonio degli 
studj teologici seguiti dal Boba- 
dilla in Parigi per un anno e 
mezzo, secondo si verifica per sei 
dei suoi compagni, incluso lo stes- 
so Ignazio. È nondimeno indubi- 
tato che vi attendesse, secondo 



l'espresso ricordo che ne fa nel- 
V Autobiographia, qui sopra usato. 

(3) Cf. intorno a questo punto 
gl'importanti particolarf fornitici 
da lui stesso nelle lettere dei 31 
genn. 1543 e 14 sett. 1583, nei 
suoi Mow.,pp. 41 sg.; 560 

(4) Cf. Ada SS. iul., to. VII, 
Comment, praev. de s. Igna- 
tio, n. 171. 

(5) Cf. sopra, p. 89. 
{^) Cf. sopra, p. 94- 



136 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, S'è. 



9. - S, FRANCESCO 
SAVERIO: SUA VI- 
TA IN PATRIA E 
A PARIGI: SUOI 
LAVORI IN BOLO- 
ONA. 



nell'estate di quello stesso anno, insieme con Pascasi© Broèt 
fece le prime armi di apostolica vita in Verona, predicando 
nelle chiese e all'aperto la divina parola (^). Indi, toccatagli 
Bologna ('), vi si trasferì nell'autunno con Francesco Sa- 
verio; se non che nel più bello del lavoro, che era l'esposi- 
zione al popolo della sacra Scrittura, dovette accorrere, 
come vedemmo (3), in aiuto del laio nella vicina Ferrara. 

IN Bologna, partitone il Bobadilla, restava Francesco Sa- 
verio, il cui solo nome suona encomio perenne nei fasti 
portentosi della Chiesa cattolica. 

Ebbe Francesco i natali tanto illustri quanto umili il 
Bobadilla. Il padre don Giovanni Jassu o Jasu e la madre 
donna Maria di Azpilcueta erano delle primarie case che 
avesse la Navarra nel secolo xv. Più antica e nobile quella 
degli Azpilcueta, la nobiltà dei Jassu doveva suo lustro alla 
dottrina e prudenza tra loro ereditarie. Giovanni, padre 
di Francesco, fu stimato dottore in Decrefis, ministro della 
tesoreria reale in Navarra sotto Giovanni III d'Albret e 
Caterina di Foix, presidente del regio consiglio, alcalde e 
giudice di corte ('*). Nel castello di Xavier, dal quale prese il 
nome, vide il bambino la luce il 7 aprile 1506 ed ivi stesso 
trascorse l'infanzia educato con isquisita cura dai timorati 
genitori ('). Presto sentì l'amarezze della sventura; che 



(^) Lettera 17 sett. 1583 nei 
Mon., p. 560. Della Missione 
fatta in Bologna e Ferrara non 
scrisse nulla il Bobadilla nell'^M- 
tobiographia; solo in un elenco dei 
luoghi, nei quali aveva predicato 
notò: « In primis in Bolonia y 
« Ferrara predicò y leyò el pri- 
« mero de todos ». Mon., p. 634. 

(^) Cf. sopra, p. 98. 

(3) Cf. sopra, p. 125, sg. 

(4) Cros, Documents, pp. 17-86. 
Tutte le notizie qui usate sono 
attinte dai documenti in gran- 
dissima parte nuovi pubblicati 
ai nostri giorni dal più volte 
lodato ricercatore d'antiche me- 
morie sopra le origini della Com- 
pagnia, il p. Giuseppe M. Cros. 



Il succo e il meglio delle am- 
pie e diligenti ricerche del Cros 
venne dopo lui raccolto e presen- 
tato in egregia forma dal p. 
A. Brou, St. Francois Xavier, 
I, 3-19. Intorno al padre del Sa- 
verio merita special menzione la 
monografia del Fita, El doctor don 
Juan de Jaso, padre de san Fran- 
cisco Javier, in Boletin de la Real 
Academia de la Historia, XXIII 
(1893), 67-240. Sulla famiglia, ve- 
di il commentario del p. Antonio 
de la Pena edito recentemente, 
nei Mon. Xaver., II, 91-31, e Vln- 
quisitio juridica de nobilitate P. 
Fr. Xaverii, ibid., pp. 32-88. 

(5) Fu merito del Poussines 
l'avere dimostrato il vero anno 



g. - S. Francesco Saverio: sua vita in patria e a Parigi, &t. 137 

fanciullo di non ancora due lustri, perdette il padre nel 1515; 
indi a poco più di due anni vide distrutto dal potente viceré 
Jimenes, con le fortezze della Navarra anche l'avito castello 
di Xavier, danneggiata la famiglia nelle sostanze, e due 
suoi fratelli, Michele e Giovanni, eroici paladini della causa 
degli antichi re, sostenuti prigioni, condannati a morte e 
alla confìscazione dei beni, benché dipoi graziati da Carlo V ('). 
Un illustre suo consanguineo. Martino Azpilcueta, più cono- 
sciuto col nome di Dottor Navarro, avendo avuto occasione 
di avvicinarlo, mentre era giovanetto, ci lasciò de' suoi in- 
nocenti costumi, della qualità del suo ingegno, dell'amore 
allo studio quel fedele ritratto, che tanto cara ci rende sin 
dal mattino della vita la figura dell'ardente apostolo di Gesù 
Cristo (*). 

La prima istituzione letteraria dal 15 12 al 152 1 la rice- 
vette sotto il tetto paterno, dato pure, come sembra fon- 
datamente, che frequentasse per alcun tempo lezioni di 
grammatica nella vicina Sangùesa (3). 

Verso il 1° ottobre 1525, viaggia a Parigi che diverrà 
sua continua dimora per undici interi anni, e prende stanza 
nel collegio di Santa Barbara, dove quel medesimo anno, 
come vedemmo (-♦), giungeva il suo coetaneo Pietro Fabro (5). 
Ripetè dapprima gli studj delle lettere; poi nel 1526 comin- 
ciò a S. Remigio il corso delle Arti e riportata ai 15 marzo 
1530 la consueta licenza, col nuovo anno scolastico ottenne 
lettura di filosofia o reggenza nel collegio di Beauvais, cosi 



mese e giorno della nascita del 
Saverio, la quale, dopo il Torsel- 
lini, sino al 1677 veniva asse- 
gnata da tutti, non esclusone il 
Bartoli, al 1497. Con lucida chia- 
rezza ed esattezza riassunse la 
questione corroborandola di nuo- 
vi argomenti il Cros, Documents, 
pp. 131-142. L'Apologia del Pous- 
sines, tre volte stampata durante 
la vita dell'autore (1609-1686), 
venne ultimamente ripubblicata 
dagli Editori dei Mon. Xaver., 
II, 88-144. 

(^) Cros, loc. cit., pp. 162, 
175-179, 182, 233, 244-251. An- 
che questo periodo della vita del 



Saverio coll'aiuto dei documenti 
del Cros fu posto in bella luce 
dal Brou, I, 7-19. 

(2) Presso il Torsellini, lib. i, 
cap. I, p. 5. Delle relazioni tra 
il dottor Navarro e s. Francesco 
tratta in apposito capitolo I'Ari- 
GiTA Y Lasa, pp. 217-226. Il 
grado di parentela che tra loro 
passava rimane tuttavia inde- 
terminato. 

(^) Cros, loc. cit., 186 sg. 

{*) Ci. sopra, p. 107. 

(5) Cros, loc. cit., pp. 264-266; 
Fabro, Memoriale, n. 7, in Man., 
p. 493; RoDRiGUEZ, Comment., in 
Epist. PP. P. Bro'èti &c., p. 453 sg. 



138 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

chiamato dal cardinale vescovo di quella città, Giovanni 
de Dormans, che n'era stato il fondatore ('). I primi tempi 
del soggiorno in Parigi non gli scorsero senza gravi pericoli, 
per lo scandalo datogli dal maestro e dai condiscepoli, 
l'uno più degli altri rotti alla lussuria. Ma Dio lo protesse: 
l'impetuosa corrente non riuscì a travolgerlo nei putridi 
gorghi e si mantenne incontaminato (*). Un nuovo dolore 
domestico non tardò a contristarlo: l'amatissima madre 
sua, donna Maria di Azpilcueta, verso il 29 di luglio 1529 
mutò la terra col cielo (3). 

Intorno a questo medesimo tempo nella numerosa sco- 
laresca di Parigi avveniva un fatto di ninna importanza 
nell'apparenza e a tutti pressoché ignoto, ma nei consigli 
di Dio disposto per ordinare a ben altro termine la vita 
del giovane navarrino. Sull'entrare d'ottobre 1529 Ignazio 
di Loiola, sino allora alunno esterno del collegio Montacuto, 
passava a quello di Santa Barbara e prendeva luogo nella 
stessa camerata dove erano Pietro Fabro e Francesco Sa- 
verio (*). Serena bensì e remota le mille miglia dalla tur- 
pitudine dei sensuali piaceri passava la gioventù di Fran- 



(*) Cros, loc. cit., pp. 262 sg.; 

RODRIGUEZ, loc. cit. 

(*) Narrò egli stesso i fatti 
molti anni di poi al p. cappellano 
del santuario di San Tommaso 
in Meliapor, Gaspare Coelho, il 
cui testimonio (edito già nel suo 
originale portoghese nelle Sele- 
ctae Indiarum Epistolae, pp. 178- 
181), fu in quest'ultimi anni ri- 
pubblicato nei Mon. Xaver., II, 
946-949. A questa non dubbia 
testimonianza accennò pure il 
ToRSELLiNi, lib. VI, cap. VI, p. 
316. Anche al compagno Simone 
Rodriguez confidò il Saverio in- 
nanzi di salpare per Goa che per 
divino favore erasi mantenuto 
vergine. Veggasi sopra ciò la let- 
tera si autorevole del Vasquez, 
nell'AsTRAiN, I, 70^. Cf. Brou, 
I, 27 sg. 

(3) Ignota è fin qui la data esat- 
ta della morte di Maria quanto è 



certo il ierminus ante quem. Cf. 
Cros, Documents, pp. 301-303. È 
dunque pura leggenda ciò che, 
dopo il Torsellini. venne narrato 
dai biografi saveriani, vale a dire 
non avere egli voluto nel 1540, 
quando moveva alle Indie, de- 
viare pure un poco dal cammino 
per rivedere la madre. 

In questo errore non cadde il 
Ribadeneira. Egli scrisse solo: 
« Quo in itinere, cum non procul 
« a patria transiret, eiusque con- 
« sanguinei atque necessari! mi- 
« nime devii essent, ut eos salu- 
« tandi grafia paulum de via de- 
« clinaret adduci non potuit «. 
Vita Ignatii, cap. xxvi, n. 410. 
Arbitrariamente fu inclusa tra i 
consanguinei la madre. 

('*) GonzAlez, Ada, n. 82, nei 
Mon. Ignat., ser. IV, I, 85; Fa- 
bro, Memoriale, n. 8, nei Mon., 
P- 493- 



g. - S. Francesco Saverio: sua vita in patria e a Parigi, &c. 139 

Cesco e, nondimeno quasi un abisso lo separava dalle di- 
sposizioni d'animo dell'intrepido difensore di Pamplona, 
divenuto oscuro studente di Arti. Aspirava l'uno soltanto a 
diffondere in ogni luogo la conoscenza e l'amore di Cristo; 
ambiva l'altro la gloria umana come frutto giocondissimo 
del sapere, dilettavasi della leggiadra agilità delle membra 
nei giuochi ginnici della palestra, tendeva, in una parola, al- 
l'acquisto di passeggere soddisfazioni terrene, non a quello 
di perenni beni celesti ('). 

« Noi non avevamo la vera intelligenza del primo prin- 
cipio né quella dell'ultimo fine cui deve mirare la nostra in- 
tenzione, né pensavamo, sventura molto maggiore, che la 
croce meritasse aver luogo nell'inizio o nel mezzo o nel 
fine» (*). Queste parole, che il Fabro nel 1541 indirizzava ai 
primi studenti della Compagnia in Parigi, anteponendo la 
sorte loro alla sua e a quella degli altri antichi condiscepoli, 
ci dipingono dal vero lo stato interiore di Francesco, mori- 
gerato senza dubbio, ma cordiale seguace del mondo (3). Con 
qual ingegno di finissima arte e di pazienza mirabile venisse 
il Loiola espugnando un giovane cosiffatto sino a renderlo 
tutto suo, fu scritto partitamente dai biografi del grande apo- 
stolo (4). Le fonti omettono di determinare con esattezza 
il tempo del mutamento felice; sembra però avesse luogo 
verso il 1533, certamente avanti gli Esercizj spirituali, fatti 
dal Saverio dopo il voto del 15 agosto 1534 al Monte dei 
Martiri (5). 



(') GonzAlez, Memoriale de s. 
Ignatio, n. 306, in Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 304. 

(*) Fabro, Mon., p. 104. 

(3) Cf. Cros, Documents, pp. 
308-321. 

('») Tra i biografi ignaziani con- 
temporanei al Santo, il Polanco, 
Vita, p. 49, fu quegli che ci die- 
de qualche maggiore particolare 
delle industrie con le quali il 
Loiola riuscì a conquistare il Sa- 
verio. Che una delle armi fosse 
la sentenza del Vangelo « Quid 
« prodest homini, &c. » sin dal 
1596 lo narrò il Torsellini, 
lib, II, cap. II, p. 8, e dovette 



attingerlo da fondate relazioni 
domestiche. La nota dell'A- 
STRAIN, I, 713, secondo la quale 
converrebbe attenuare molto la 
resistenza opposta da Francesco 
alle esortazioni ignaziane, ebbe 
una conveniente risposta dal 
TouRNiER, St. Francois Xavier 
d'après un Manuscrit inédit du 
P. Auger, in Etudes, CIX (1906), 
660-662. Tutto infine l'episodio 
della conversione, studiato sopra 
le fonti, fu recentemente esposto 
con assai di verità dal Brou, I, 
pp. 31-41. 

(5) Fabro, Memoriale, n. 15, in 
Mon., p. 496. 



140 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

Compiuti gli Esercizj con quella rigidissima penitenza 
di cui ci tramandarono ricordo e il suo direttore Ignazio e 
il p. Simone Rodriguez ('), tolse a studiare teologia nel 
modo consentitogli dalla logora sanità e dal desiderio, onde 
già tutto avvampava, di consacrarsi alla devozione e alla 
s^ute eterna del prossimo (*). 

Il 15 novembre 1536 uscì di Parigi coi compagni alla 
volta di Venezia. I particolari di questo disagiato viaggio 
riguardano non meno il Saverio che ogni altro della piccola 
comitiva. A lui nondimeno appartiene lo straordinario, per 
quanto indiscreto, fervore, col quale a castigare in se stesso 
la smodata ardenza nei giuochi della corsa e del salto, 
avvinse le gambe e le cosce con nodose funicelle sì stretta- 
mente da renderle invisibili sotto l'intumescenza che ne seguì 
della carne. Fu pure sua l'eroica mortificazione usata a 
vincere nell'ospedale degli Incurabili di Venezia il naturale 
senso di ripugnanza nell'assistere un ributtante lebbroso e il 
generoso rifiuto di un canonicato in Pamplona offertogli il 
1536 mentre era in procinto di lasciare Parigi (3). 

In Bologna giunse il Saverio col Bobadilla nell'ottobre 
1537. Alloggiò dapprima in un ospedale; e come molto 
devoto ch'egli era di s. Domenico, fu subito alla sua tomba 
a celebrarvi il divin sacrifìcio. Tra i presenti alla Messa 
trovaronsi le pie donne, Margherita, nobile spagnuola, ter- 
ziaria domenicana, venuta a bella posta di Spagna in Italia 
per vivere e morire presso il sepolcro del santo patrono, ed 
Isabetta Casalini, ascritta anch'ella al medesimo Terz'Or- 



(^) Cf. GoNZALEZ, Memoriale, 
n. 306, in Mon. Ignat., ser. IV, I, 
p. 304; Rodriguez, Comment., in 
Epist. PP. P. Broéti, p. 454. 

(^) Neppure per il Saverio pos- 
sediamo l'attestato degli studj 
di teologia nell'Università di 
Parigi. Dà luce ad intendere in 
qual misura si consecrasse alle 
scienze sacre la descrizione che 
delle loro occupazioni dal 15 
agosto 1534 al 15 novembre 1536 
ci fece il Lainez. « Nos conser- 
« vamos parte con la ora9Ìón, 
« confessión y communión fre- 



« quente, y parte con los estu- 
« dios que eran de cosas sagradas ». 
Quanto poi al profitto ricavatone 
scrive che « especialmente nos 
« ayudó el Senor también en las 
« letras, enderezandolas nosotros 
« siempre à la gloria de su Ma- 
« gestad divina ». Lainez, Epist. 
de s. Ignat , in Mon. Ignat., ser. 
IV, I, III. 

(3) Rodriguez, Comment., in 
Epist. PP. P. Broèti &c., pp. 454, 
462; GonzAlez, Memoriale, n. 306, 
nei Mon. Ignat., ser. IV, I, 304; 
Cros, Documents, pp. 320-322. 



g. - S. Francesco Saverio: suoi lavori in Bologna, &c. 141 



dine. Costoro edificate della straordinaria devozione del 
sacerdote pellegrino, dopo che ebbe celebrato, si recarono a 
parlargli di cose spirituali; l'Isabetta inoltre lo pregò volesse 
visitare suo zio canonico di San Petronio, don Girolamo 
Casalini da Forlì, dottore nei sacri canoni e parroco di Santa 
Lucia. Accondiscese il Saverio e se ne guadagnò per forma la 
stima e l'affetto che l'esemplare curato l'invitò a farsi suo 
ospite, al che egU accondiscese, ma solo quanto all'abita- 
zione in Santa Lucia, non già per rispetto al vitto, che volle 
procacciarselo limosinando ('). . 

Delle opere del futuro apostolo delle Indie in Bologna ri- 
mane ai tardi posteri il prezioso racconto del contemporaneo 
Francesco Palmio. «Io più volte sono stato», così questi scri- 
veva intorno al 1574, «anzi ho dormito nella stanza ove 
« egli habitava et con tanta santità serviva a Dio nostro 
« Signore; di che ricordandomene mi dava divotione: la feci 
« convertire in una cappella, intitolata la Circoncisione, et 
« fu la prima che si edificasse in Santa Lucia dopo che fu essa 
« chiesa unita al collegio. 

« Si fermò dunque per molti mesi in Bologna, habitando 
« nella casa di detta chiesa, ove ogni giorno celebrava la 
« Messa; il resto del tempo spendeva in confessare, visitar 
« hospitali, servir a' poveri, predicar in piazza et insegnar la 
« dottrina Christiana. Et avengnachè la virtù e santità di 
« detto padre sia tanta e tale e cosi manifesta nella Com- 
« pagnia, come è, non accaderebbe che come di cosa nova ne 



(*) Cf . Cros, St. Francois, 1, 144. 

Queste particolarità sono at- 
tinte dal ms. inedito del p. Fran- 
cesco Palmio, *Informatione del 
principio et origine et di tutte le 
cose notabili del Collegio della Com- 
pagnia di Jesu di Bologna, fatta 
da don Francesco Palmio rettor 
di detto Collegio, et mandata al 
molto rev.do padre Everardo Mer- 
curiano, Generale di detta Com- 
pagnia, ff. 3-4, in Venet. Hist. 
1560-1624, n. IX. Da un apo- 
grafo coevo la parte dell' Infor- 
matione riguardante il Saverio 
venne ultimamente pubblicata nei 
Man. Xaver., II, 114-118. Le 



stesse notizie si hanno nell'Hi- 
storia del principio e progresso 
del Collegio della Compagnia di 
Gesù fondato nella magnifica città 
di Bologna in S. Lucia, commen- 
tario scritto dal medesimo p. 
Palmio il 1569, e conservato nel 
suo originale nel voi. Venet. Fund. 
Coli. II, n. 2. Della dimora e 
delle fatiche di Francesco in Bo- 
logna scrisse il p. Sebastiano Gon- 
falvez (1557-1619) e da lui attinse 
il Cros, St. Francois, I, 143-146, 
seguito dal Brou, I, 61 sg. Evi- 
dentemente il Gon9alvez è autore 
di seconda mano, che si valse ap- 
punto del ms. del Palmio. 



142 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma, &c. 

« dicessi parola, nondimeno non posso né debbo tacere quel 
« che qui ho inteso da persone degne di fede, quali hanno ve- 
« duto con li suoi occhi e sentito le cose maravigliose di 
« questo Padre. M'hanno riferito che erat vir desideriorum 
« et multae orationis, tardo nel parlare, ma molto efficace. Par- 
« lava delle cose di Dio con grandissimo sentimento e pene- 
« trava i cuori alli auditori. Nella Messa, massime della Pas- 
ce sione, havea sentimento e lacrime abondanti. Et ho in- 
« teso che un venerdì celebrando la Messa della Croce in Santa 
« Lucia nel memento fu rapito da un estasi che vi stette più 
« d'un'ora; et tirandolo il chierico, che serviva la Messa, 
« per le vesti, non sentì mai. E questo intesi dal detto padre 
« don Girolamo et da altre persone che furono presenti. 

« Nella chiesa di Santa Lucia, ove, come ho detto, di- 
« moro tutto il tempo che stette in Bologna, aiutò molte 
« anime nelle confessioni, inducendo molti utriusque sexus 
« alla frequenza de' santi sacramenti; al che attendeva molto 
« assiduamente; et io n'ho conosciuto molti et ne conosco 
« anchora alcuni che vivono, quali furono suoi figlioli spiri- 
« tuali et poi sono stati miei doppo lui, dalli quali ho inteso 
« le dette cose et altre del detto Padre, cuius memoria in 
« benedictione est et erit in aeternum. E fra l'altri uno fu il 
« detto don Girolamo et una matrona per nome signora Vio- 
« laute Gozzadina prima madre di questo collegio bolo- 
« gnese » (^). Don Girolamo Casalini che qui menziona il 
Palmio ancora ricordava il 5 luglio 1555 il soggiorno del 
Saverio e del compagno in casa sua e ne scriveva al p. Ignazio 
rammentandogli dopo tanti anni il « grandissimo dolore » che 
era stato per lui quando il Saverio venne richiamato a Roma, 
rimanersi privo di una si grata e cordiale compagnia (*). 

Con il racconto del Palmio convengono in tutto Giacomo 
Lainez e Giovanni Polanco (3). Infine un'autentica conferma 
della vita santa e delle benedette fatiche del Saverio e del 
Bobadilla l'abbiamo nell'onorevolissimo testimonio del vi- 
cario generale della diocesi mons. Agostino Zanetti (*). 

(^) Ci. pure Mon. Xaver, li, (■*) L'atto è dei 26 giugno 1538, 

1 16 sg. edito dal Pien, negli Ada SS., iul. 

(*) Cf. Epist. mixtae, IV, 717. to. VII, Comment. praev., de 

(3) Lainez, Epist. de s. Ignat. s. Ig natio, n. 302. Venne ripub- 

in Mon. Ignat., ser. IV, I, 119; blicato dall'archetipo nei Mon. 

Polanco, Vita, p. 63. Xaver., II, 133. L'edizione boi- 



IO. - Alfonso Salmerone e Pascasio Bro'ét in Siena. 



143 



NON altramente che il Saverio, il Bobadilla e i compagni 
fin qui ricordati lavoravano in altre regioni d'Italia Al- 
fonso Salmerone e Pascasio Broèt, diversi di nazione, ma di 
animo al sommo unito e concorde. Alfonso Salmerone era 
di età cosi giovanile che quando i colleghi vennero pro- 
mossi al sacerdozio il 24 maggio 1537, ebbe mestieri di at- 
tendere alcuni mesi, per non avere ancora compiuto il vige- 
simo secondo anno (^). Gli fu patria Toledo, dove nacque 
1*8 settembre 1515, d'Alfonso e Maria Diaz Olias y Magan, 
gente povera, ma onesta e virtuosa (*). Percorsi in patria gli 
studj delle lettere, si trasferi, non sappiamo in quale anno, in 
Alcalà per attendere a perfezionarsi nel greco e nel latino e 
quindi dar opera alla filosofia (3). Da Alcalà insieme con il 
Lainez andò a Parigi nel 1533, in cerca anch'egli di for- 
tuna, quale gliela faceva sperare l'ingegno pronto ed acuto 
e l'amore all'applicazione costante e forte. 

In Parigi sino dai primi giorni dopo l'arrivo, seguendo 
l'esempio dell'amico Lainez ('*), divenne tutto cosa d'Ignazio; 
e quanto agli studj un anno e mezzo soltanto frequentò le 
scuole di teologia (5), graduandosi anche egli maestro in Arti 
nella primavera del 1536. 

Di lui avrà molto da occuparsi la storia della Compagnia 
in Italia; che, venutovi da Parigi nel gennaio 1537, eccetto 
il tempo nel quale gli convenne partirne per le missioni 
affidategli da quattro Sommi Pontefici (^), vi fece continua 
dimora, meritandosi chiarissima fama di esimio oratore e 



IO. ALFONSO SAL- 
MERONE K PASCA- 
SIO BROiiT IN SIE- 
NA. 



landiana porta la data 27 giugno 
invece del 26 ammessa dai nuovi 
editori. 

0) Cf. Ada SS., iul. to. VII. 
C omntent. praev. de s. Igna- 
tio, n. 251. Il rescritto della Pe- 
nitenzieria, dispensando col Sal- 
merone sopra il difetto della età, 
gli concedeva di farsi ordinare sa- 
cerdote subito che fosse entrato 
nel vigesimo terzo anno. Il docu- 
mento venne ripubblicato in Mon. 
Ignat., ser. IV, I, pp. 543-546. 

(^) « De padres pobres, pero 
« limpios y virtuosos ». Così il 
Ribadeneira nella Vita del p. 



Laynez, p. 120. Limpios signi- 
fica che i genitori del Salmerone 
non discendevano né da Mori, 
né da Giudei, né da eretici, né da 
persone rese infami per qualche 
delitto. I ragguagli del Ribade- 
neira, che vediamo accettati dai 
moderni editori delle Epistole Sal- 
meroniane, meritano piena fede. 
Cf. Salmerone, Epist., I, vi. 

(3) Cf. PoLANco, Vita, p. 49. 

('*) Cf. sopra, p. III. 

(5) Ada SS., loc. cit., nn. 171, 

174. 175. 

(^) Furono essi i papi Paolo III, 

Giulio III, Paolo e Pio IV. 



144 Capo IV. - Apostolato del Loìola e dei compagni in Roma, &c. 

raccogliendo grandi frutti di salute eterna non meno con 
la predicazione della divina parola che con l'opera da lui 
prestata alla diffusione e allo stabilimento della Compagnia 
di Gesù nel regno di Napoli. 

Pascasio Broét usciva dal villagio di Bertrancourt in 
Piccardia, un cinque miglia lungi d'Amiens, figliuolo di 
Ferry o Federico de Brouay, campagnuolo, di condizione 
mediocremente agiata. Della sua vita avanti il presbiterato, 
conferitogli in Amiens a titolo di patrimonio il 12 marzo 1524 
punto nulla sappiamo; basti dire che neppure ci è noto il 
nome della madre e il tempo del nascimento, assegnato 
tuttavia al 1500 o in quel torno ('). Passati un due lustri in 
Piccardia esercitando con zelo i sacri ministeri, nell'autunno 
1534 tramutossi all'Università di Parigi, e il 14 marzo 1536, 
lo stesso giorno che il Rodriguez e il Codurio, divenne mae- 
stro in Arti (^). Tacciono le fonti se colà attendesse anche 
alla teologia (3) ed uguale silenzio serbano intorno alle circo- 
stanze che gli fecero conoscere il Fabro e l'indussero a pren- 
derlo per sua guida nella vita spirituale ("*). Quando il 15 ago- 
sto 1536 i sei compagni del Loiola si raccolsero la terza volta 
al Monte dei Martiri, per rinnovare a Dio l'olocausto di se 
medesimi, anche il Broèt fu con loro per votarsi alla povertà 
perpetua, al viaggio di Terra Santa e, dove questo fallisse, 
ad un'intera obbedienza nelle mani del Vicario di Cristo ('). 

Nella distribuzione delle città ordinata dai chierici pel- 
legrini, mentre aspettavano di ricongiungersi in Roma, al 
Salmerone e al Broét toccò la gentilissima Siena (^). 



(*) Cf. Prat, Mémoires, p. 559 
sg. S. Ignazio non conobbe l'anno 
esatto della nascita del Broèt. 
Giudicando da ciò che esterior- 
mente appariva lo fece nato nel 
1500- 1506. Cf. La sua lettera del 
26 ottobre 1547 al Rodriguez in 
Mon. Ignat., ser. I, I, 600. 

{^) Cf. Ada SS., lui to, VII. 
Comment. praev. de s. Igna- 
tio, n. 170. 

(3) Il Broèt è uno dei quattro 
compagni ignaziani pei quali 
non conosciamo l'attestato dei 
diciotto mesi di studj teologici 



fatti all'Università di Parigi. 
Cf. Ada SS., loc. cit., n. 174 sg. 

(+) Prat, Mémoires, pp. 1-12, 
559; Boero, Vita del P. Broèt, p. 5. 
Non piccola parte di ciò che 
questi biografi riferiscono fon- 
dasi piuttosto sulla cedevole base 
dì pie congetture che sulla fede 
inconcussa dei documenti. 

(5) Fabro, Memoriale, n. 15, in 
loc. cit., p. 496; Rodriguez, Com- 
ment. in Epist. PP. P. Broèti &c., 

P- 456. 

(^) Secondo il Polanco, Vita, 
p. 62, non il Salmerone, ma il Ro- 



IO. ~ Alfonso Salmercme e Pascasio Broét in Siena. 



145' 



Lorenzo Alessandrini, senese, vissuto nell'ultimo quarto 
del secolo xvi, ebbe cura di tramandarci alcune notizie sopra 
la venuta e dimora dei due padri nella sua città; notizie, se 
non ignote, certo non usate dai parecchi che sino a noi scris- 
sero e pubblicarono delle prime fatiche dei soci ignaziani in 
Italia. L'Alessandrini affermava di averle ricevute dallo 
zio, il pittore Giovanni dello stesso suo nome, il quale in 
quell'occasione molto domesticamente aveva trattato con 
entrambi i missionarj ('). Singolari abbastanza ci sembrano i 
ragguagli intorno l'esteriore apparenza dei due nuovi venuti, 
non meno che i giudizj dei cittadini, non guari conformi al 
vero. Del Broét si narra che era uomo di alta statura, 
bella faccia, con folta barba rossiccia, dal sembiante ben pro- 
filato che facevalo discendente di nobile sangue francese. Il 
Salmerone è descritto anch'egli di grande taglia, di volto 
olivastro e nero pelo, di delicate fattezze, argomento di gen- 



driguez sarebbe andato con il 
Broèt a Siena nell'autunno 1537. 
È un evidente errore, cagionato, 
come penso, dall'avere assegnato 
a questa prima missione in Siena 
i medesimi padri che vi andarono 
nella seconda metà del 1539. La 
presenza del Salmerone e del 
Broèt in Siena è confermata dal- 
l'attestato che delle loro predi- 
cazioni dette l'autorità ecclesia- 
stica l'anno seguente 1538, come 
fu detto parlando del Bobadilla. 
Cf. Acta SS., ìul.to. VII, Gom- 
me ni. praev. de s. Ignatio, 
n. 305, &c.; Epist. PP. P. Broè- 
ti &c., p. 200 sg. 

(^) Le notizie di Lorenzo Ales- 
sandrini non le abbiamo diretta- 
mente da lui medesimo, ma quale 
le raccolse un anonimo gesuita 
della fine del secolo xvi e le 
scrisse in un libro di memorie 
per la storia del collegio di San 
Vigilio in Siena. Da questo 
ms., citato col titolo Libro vec- 
chio della Fondazione del Collegio 
di S. Vigilio, le tolse e le inserì ver- 
balmente in una nota delle Me- 

Storia della Compagnia di Gesit in Italia, II. 



morie del Collegio di Siena il p. 
Giuseppe Scapecchi S. I. (1660- 
1734). L'opera dello Scapecchi 
è tuttora inedita, e dovette es- 
sere composta avanti il 1720. 
Oltre l'esemplare apografo, se- 
gnalato dal Sommervogel, VII, 
668 A, ne conosco altri tre conser- 
vati, l'uno dal mio Ordine, il se- 
condo dal nobile uomo France- 
sco Piccolomini Bandini, il terzo 
presso il già parroco di S- Giovan- 
nino in Pantaneto, ora vescovo di 
Foligno, mons. Stefano Corbini. 
Di quest'ultimo esemplare, che 
ha valore d'autografo, perchè 
riveduto e corretto dallo Scapec- 
chi, faccio qui uso, grazie alla 
gentilezza del possessore, dal 
quale ottenni di cavarne copia 
nel 1901. Da un apografo coevo, 
contenente la Relatione del 
principio del collegio di 
Siena havuta da M. Lo- 
renzo Alessandrini l'anno 
36 37 in circa, la fonte dello 
Scapecchi vide a' dì nostri la luce 
neWEpist. PP. P. Broeti &c., pp. 
197-200. 



zo 



146 Capo IV. - Apostolato del Loiola e dei compagni in Roma &c. 

tile prosapia ('). I due, non avendo essi pratica della città, 
furono raccolti da Giovanni di Lorenzo degli Alessandrini, 
buon pittore e migliore cristiano, dal colore dell'abito, che 
portava per certo voto, soprannomato il Bianco (^). Intanto 
i padri, ciò che non era allora infrequente, non s'indugiarono 
di cominciare i sermoni all'aperto. Da principio predicarono 
nella Loggia degli Uffiziali della Mercanzia (il presente Casino 
dei Nobili) poscia, crescendo il popolo, scesero nella celebre 
piazza del Campo, propriamente al luogo detto i Banchetti, 
sotto al Chiasso del Bargello; cosa non insolita per quei 
tempi e sopravvissuta per molto appresso (3). Quivi l'u- 
dienza s'accrebbe; alcuni patrizj si recarono a visitarli, e 
cavatili dalla casa di maestro Giovanni li allogarono non 
lungi di là, contiguo alla chiesa di San Giacomo in Sali- 



(^) Il ragguaglio non è molto 
esatto. S. Ignazio dieci anni dipoi, 
cioè ai 26 ott. 1547, non giudicava 
il Salmerone adatto al carico di 
patriarca dell'imminente missio- 
ne in Abissinia perchè « de poco 
« tiempo, y està quasi tan mo9o y 
« sin barbas, come antes lo conoci- 
stes ». Mon. Ignat., ser. I, I, 599. 
Il Rodriguez, cui il Santo così 
scriveva, erasi separato dal Sal- 
merone il 5 marzo 1540. 

(*) Un Giovanni di Lorenzo di- 
pintore fu sindaco della compa- 
gnia di San Giacomo in Salicotto 
negli anni 1536-40. Cf. *Libro 
d'entrata e uscita della detta com- 
pagnia, nella Bibl. Com. di Siena 
A. I, 23, fo. 13V della parte 2*, ove 
si ha l'atto autentico, col quale 
Giovanni dichiara avere rive- 
duto la ragione delti passati offi- 
ciali. Non v'ha dubbio che que- 
sti fosse il pio ospite dei padri. Di 
lui è il quadro rappresentante la 
Immacolata, eseguito il 1526, che 
tuttora si vede nella chiesa di San 
Martino. Però laddove il nipote 
Lorenzo lo chiama Giovanni di 
Lorenzo degli Alessandrini, i mo- 



derni ed accurati scrittori delle 
cose d'arte senesi ci parlano solo 
di un Giovanni di Lorenzo Cini 
vissuto appunto in questi anni, 
abitante in Salicotto. Cf. Bor- 
ghesi e Banchi, pp. 434, 468, 471, 
nn. 217, 237, 238, 471. Non sem- 
brando probabile che si tratti di 
due distinti personaggi, lascio 
agl'intendenti di cose senesi il 
far luce sopra un punto che solo 
molto indirettamente si riferisce 
al presente soggetto. Si tenga tut- 
tavia presente, che in nessuno dei 
parecchi documenti riportati dal 
Borghesi e dal Bianchi, Giovanni 
vien detto Cini, ma semplice- 
mente Giovanni di Lorenzo, senza 
altra indicazione di casato. 

(3) V. la i?e/a/ioMe dell'Alessan- 
drini, in Epist. PP. P. Broèti, p. 
198. In una pergamena miniata 
del 1625, con iscene contempora- 
nee, il miniatore ritrasse nell'an- 
golo a Banchetti un chierico che 
con molto calore annunzia la pa- 
rola di Dio alla moltitudine. Con- 
servasi nell'Arch. di Stato in Sie- 
na, Concistoro Leoni, X, 2342, fo. 
75^- 



I 



IO. - Alfonso Salmerone e Pascasio Broét in Siena. 



147 



cotto ('), provvedendoli essi medesimi con grande carità di 
quanto loro abbisognava. Le informazioni dell'Alessan- 
drini vengono confermate, per la parte che riguarda il mini- 
stero apostolico, dal vicario dell'arcivescovo Bandini, Fran- 
cesco Cosci. Questi infatti ebbe a rendere fede in auten- 
tica forma che il Salmerone e il Broét avevano confermato 
la verità evangelica non pure colle prediche prettamente 
cattoliche, ma ancora con la vita e la conversazione one- 
stissime, senza dare a chicchessia occasione di mormorare 
di essi, anzi senza neppure spargere ombra di sospetto o 
di diffidenza (=*). 

Tali erano i dieci che in Parigi e Venezia avevano preso a 
seguitare il Loiola, ignari, non meno di lui, della missione loro 
affidata da Dio nella Chiesa. Al cospetto della società italiana 
che lenta lenta avviavasi a più felice stato di rinnovamento 
religioso, costoro apparivano per quello che erano e si face- 
vano chiamare, poveri preti pellegrini (3). Il lettore, che su 
la scorta delle fonti più genuine ha già appreso a conoscere le 
prime fatiche dei servi di Dio in alcune cospicue città di 
Italia, potrà ora meglio seguirli nella metropoli del mondo 
cristiano. In Roma infatti, come nel centro della vita catto- 
lica, stava omai per disvelarsi l'ascoso disegno della Prov- 
videnza, che pochi anni prima, nonostante la rivalità dei 
paesi onde uscivano, li aveva con i vincoli della carità sì 
strettamente uniti da farne un cuore e un'anima sola. 



C^) Di questa chiesa e del con- 
tiguo ospizio scrive il Gigli, Dia- 
rio Senese, sotto il 25 luglio: « Ai 
« tempi addietro serviva d'allog- 
« gio ai passeggeri spagnuoli, on- 
« de abbiamo qualche tradizione 
« che fosse il primo luogo dove 
« si posò il patriarca s. Ignazfo 
« quando fermossi in Siena pel 
« suo viaggio di Roma ». 

(^) Cf. Ada SS., iul. to. VII, 
C omment. praev. de s. Igna- 
tio, n. 305; Epist. PP. P. Broèti, 
p. 200 sg. 



(3) Usavano siffatto titolo essi 
stessi per il recapito della loro 
abbastanza frequente corrispon- 
denza: « Alli nostri charissimi in 
« Christo fratelli, Mr. Pietro Co- 
ti dacio e Messer Ignatio de Lo- 
>■• yola preti peligrini ». Cf. Mon. 
Xaver., I, 233. Nella soprascritta 
di alti e lettere troviamo: « Ne la 
« Compagnia di preti peligrini, 
« in Roma apresso torre Maram- 
« gulo ». Cf. Epist. PP. P. Broèti. 
&c.. pp. 523, 526. 






I 



I 



CAPO V. 

OPERE DI ZELO E PERSECUZIONE IN ROMA. 

(1538-1539)- 

I. I compagni ignaziani in Roma nell'esercizio del sacro ministero. — 
2. Prime prediche ed impressioni dei Romani. — 3. La persecu- 
zione del 1538: suo carattere adombrato da s. Ignazio. Fra Ago- 
stino Piemontese. — 4. Pier di Castilla, Mudarra, Barrerà alleati 
di fra Agostino. — 5. Conseguenze delle calunnie contro i Preti 
pellegrini. Quirino Garzoni e il card. Gian Domenico de Cupis. — 

6. Contegno d'Ignazio nella tempesta. Testimonj onorevoli di 
Bologna, Siena e Ferrara: il duca Ercole II difensore dei padri. — 

7. Paolo III fa conchiudere il processo. La sentenza. — 8. Fine 
dei calunniatori. — 9. Sentimenti di Ignazio, del Fabro e del 
Bobadilla per la riportata vittoria. — io. Carestia dell'inverno 
1538-39. — II. L'assistenza ai famelici in casa Frangipani. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. Epistolae s. Ignatu de Loyola. - 
2. Bobadilla, Epistolae. - 3. Rodriguez, De origine et progressu 
Socieiatis lesu. - 4. Polanco, Vita Ignatii Loiolae et rerum Socie- 
tatis lesu historia. - 5. Ribadeneira, Vita Ignatii Loyolae. - 6. Re- 
gistri del Seripando. 




ALICATA APPENA LA PASQUA DEL 1538, 
caduta in quell'anno ai 21 d'aprile, i sette com- 
pagni, sparsi nelle su nominate città d'Italia, ven- 
nero a riunirsi in Roma con Ignazio, il Fabro e 
il Lainez, ai quali erasi novellamente aggiunto un certo 
Lorenzo Garcia, che non perseverò neppure sino alla fine 
dell'anno (*). 

Ripararono dapprima, se non tutti, certo i più di essi, 
nella casetta del Garzoni presso Trinità de' Monti, donde, 
trascorsi pochissimi giorni, si trasferirono nella parte più in- 
terna della città in altra meno angusta tolta per essi a pi- 



I. - I COMPAGNI 
IGNAZIANI IN RO- 
MA nkll'hserci- 

ZIO DEL SACRO 
MINISTERO. 



(^) Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 119 sg.; 
Polanco, Chronicon, 1, 78. 

La presenza del nuovo com- 
pagno, il Garda, è provata dal 
diploma del card. Gian Vincenzo 



Carafa del 3 maggio 1538. Mon. 
Ignat., ser. IV. I, 548. Di lui pos- 
sediamo una lettera a s. Ignazio 
scritta da Parigi il 1° febb. 1539, 
dalla quale apprendiamo che 
aveva vissuto col Loiola nella 



^5° 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



gione da alcuni benefattori ('). Intanto il vecchio Pontefice, 
desideroso soprammodo di vedere riconciliati fra loro Carlo V 
e Francesco I, avversar] implacabili, sino dal 23 del precedente 
marzo aveva intrapreso il viaggio alla volta di Nizza (^). 
Al governo della città rimaneva con titolo di legato Gian 
Vincenzo Carafa che dicevano il Cardinale Napoletano (3). 
A lui si rivolsero i nostri chierici pellegrini per le facoltà ne- 
cessarie all'esercizio dei ministeri, e, superati alcuni contrasti, 
l'ebbero amplissime. Il Carafa mosso, a quanto sembra, dai 
buoni uffici del cugino Gian Pietro, il futuro Paolo IV, sotto 
il dì 3 maggio concesse loro, come si costumava innanzi al 
Tridentino, di predicare, ascoltare le confessioni in Roma 
non meno che in ogni altro luogo dell'orbe, senza bisogno 
d'ulteriore licenza, di amministrare l'Eucaristia e gli altri 
sacramenti col consenso però dei parroci e senza pregiu- 
dizio de' loro diritti (*). 



vigna del Garzoni e dal Santo gli 
era stato predetto che sarebbe 
mai sempre inquieto. Cf. Epist. 
mixtae, 1, 15 sg. A Lorenzo Gar- 
da dovette probabilmente allu- 
dere il RoDRiGUEZ, {Comment., in 
Epist. PP. P. Broèti, &c. p. 502 sg.) 
là dove parla dei due saceidoti, i 
quali, impauriti per l'esordiente 
persecuzione contro il Loiola ed 
i suoi, se ne fuggirono da Roma. 
Il Garda e costui, del quale igno- 
riamo il nome, furono i primi com- 
pagni fatti da Ignazio in Roma, 
compagni riusciti incostanti, non 
meno di quelli d'Alcalà e dei pri- 
mi che avevano preso a seguirlo 
in Parigi. Ci. sopra, pp. 62, 65. 
(^) Lainez, Epist. de .?. Ignat., 
in Mon. Ignat., IV, I, 119; Ro- 
DRIGUEZ, Comment., in loc. cit., 
p. 498. Che i più dei compagni 
venuti in Roma abitassero per 
qualche tempo nella casa del Gar- 
zoni si ha indubbiamente dal 
Lainez nel luogo or ora citato. 
Potè però ben essere che il Ro- 
driguez ed il laio, ultimi a giun- 
gere in Roma, trovassero al loro 



arrivo il cambiamento già fatto 
e quindi prendessero stanza nella 
seconda casa abitata da s. Ignazio. 
Di qut sta sappiamo solo che e ai 
« interiorem erat urbis partem, et 
« ad ministeriaSocietatismagisap- 
(' posila videbatur ». Rodriguez, 
loc. cit. Cf. Tacchi Venturi, Le 
case abitate in Roma da s. Ignazio 
di Loiola, in Studi e documenti di 
stor. e dir., XX (1899), 301. 
(*) Ferlone, p. 308. Cf. Pa- 

STOR, V, 184 sg. 

(3) « Romae, die mere, xx mar- 
ce tii fuit consistorium apud s. Pe- 
«trum... SS. D. N. creavit lega 
« tum de latere R. D. Neapolita- 
« num ut esset legatus Urbis in 
« discessu S-tis S. Nicaeam versus ». 
Libev rerum consist. tempore Pali- 
li III, in Arch. della S. Congr. 
Con e, ora in Arch. Vat. 

(4) Cf. il testo del Diploma, 
già edito negli Ada SS. iul. lo. 
VII, Comment,, praev., nn. 
295-298, nei Mon. Ignat., ser. IV. 
1, 548 sg. Che ad ottenere così 
estese facoltà concorressero gli 
ufficj del Cardinale Teatino, come 



2. - Prime prediche e impressioni dei Romani. 



151 



FORNITI di tali poteri, ai primi di maggio cominciarono a 
valersene nell'Urbe in una missione, annunziando in varie 
chiese la parola di Dio, amministrandovi i sacramenti della 
confessione e communione, e impartendo ai fanciulli i rudi- 
menti della dottrina cristiana ('). Ignazio, il solo che adope- 
rasse nel predicare la sua lingua nativa, fu a s. Maria di Mon- 
serrato,edebbe assidui ad ascoltarlo ragguardevoli Spagnuoli, 
che non erano pochi in Roma, fra i quali, di maggiore autorità, 
troviamo ricordati l'Ortiz (*) e un altro dottore in teologia, 
Girolamo Arce. Il primo si stimava felice di non avere la- 
sciato neppure una di quelle prediche; il secondo diceva di 
non avere giammai udito parlare con altrettanta forza di 
convinzione (3). Al Fabro e al Saverio toccò S. Lorenzo in Da- 
maso, al Lainez S. Salvatore in Lauro, al laio S. Luigi de' 
Francesi; il Salmerone, il Rodriguez, il Bobadilla ebbero S. 
Lucia, S. Angelo in Pescheria e S. Celso in Banchi {*■). 

Dell'esito di queste apostoliche fatiche ci informano non 
meno di cinque dei padri che vi presero parte (s). Il primo, 
che è lo stesso Ignazio, così ne scriveva ad Isabella Roser il 
19 decembre 1538: « A tutte le prediche avevamo assai con- 
corso di gente e senza comparazione maggiore di quello che 



2. - PRIME PREDI- 
CHB ED IMPRRS- 
StONI DEI ROMA- 
NI. 



chiamavasi Gian Pietre Carafa, 
lo deduciamo fondatamente dalle 
parole dette da lui medesimo, di- 
venuto già papa, al p. Lainez. 
PoLANCo, Chronicon, VI, p. 52; 
Sacchini, par. 11, libr. i, n. 30, 
p. 5. Le difficoltà occorse per 
impetrale la licenza vengono ge- 
nericamente ricordate dallo stesso 
Ignazio alla Roser, Roma 19 dee. 
1538, in Mon. Ignai., ser. 1, 1, 139. 
(^) « ...entre las dos pascxias 
« comenzamos todos à praedicar 
« en diversas yglesias ». Lainez, 
Episi, de s. Ignat., in Mon. Ignat., 
ser. IV, I, 119. 

(2) Cf. sopra, pp. 115-117. 

(3) PoLANCO, Vita, p. 65. Del- 
l'Arce divenuto amorevole bene- 
fattore della Compagnia veggasi 
il RiBADENEiRA, Vita p. IgnatH, 
cap. XXV, n. 327, e il Lainez, 



loc. cit., dal quale proviene l'e- 
lenco delle chiese sopra esibito. 

(4) Così secondo il Lainez il 
quale, come è noto, scrisse nove 
interi anni dopo gli avvenimenti. 
Con lui concorda il Polanco, 
Vita, p. 64. Del Codurio e del 
Bioét ignoriamo in quali chiese 
predicassero. 

(5) I biografi ignaziani del se- 
colo XVII e quelli che da loro at- 
tinsero esagerarono nel descri- 
vere i friitti di queste prediche. 
Basti per tutti il seguente: « Mu- 
« dose toda Roma en un momento, 
« comò dice fray Jeronimo Ro- 
« man Augustiniano en su libro 
« De la Republica del Orbe ». 
Garcì a, lib. Ili, cap. xiv, p. 288. 
Anche il Bartoli, Vita di s. Ign., 
lib. II, cap. XLii, p. 151, calcò 
alquanto le tinte. 



^52 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma, 



pensavamo, e ciò per tre ragioni principalmente. La prima, 
perchè cadevano fuori di tempo, avendo noi cominciato 
subito dopo la Pasqua di Resurrezione, quando gli altri pre- 
dicatori della quaresima e delle feste principali intramettono, 
e in queste parti costuma di predicare solo la quaresima e 
l'avvento. La seconda perchè comunemente, passate le fati- 
che e le prediche quaresimali, molti, per i nostri peccati, 
s'inclinano più alle ricreazioni e ai divertimenti mondani che 
alle antiche o nuove devozioni. La terza perchè non cre- 
diamo di possedere talenti ed eleganza nel dire; e con tutto 
questo vediamo, mercè l'esperienza fattane ripetutamente, che 
N. S. per sua infinita bontà non ci dimentica e per mezzo di 
noi, così vili e senza alcun merito, molti altri aiuta e favo- 
risce » (^). 

Con più brevi parole, ma non senza qualche nuovo parti- 
colare, ne discorre il p. Lainez: « Il nostro predicare, così egli, 
era, non fosse altro, un esercizio di mortificazione. Inoltre 
alcune anime rimanevano sodisfatte di chi più e di chi meno; 
con tutto ciò, la mercè dei nostri inviti, s'iniziarono le confes- 
sioni e le comunioni, tanto che d'indi in poi sono in Roma di- 
venute più frequenti di prima » (*). Il Bobadilla, scrivendo 
al duca di Ferrara il 15 di giugno 1538, non parla se non delle 
molte confessioni udite e dei colloquj spirituali con persone 
pubbliche e*private (3). Ma il Rodriguez, benché ritornasse su 
questi avvenimenti non pochi anni appresso, fu più d'ogni 
altro abondante, pur protestando di tralasciare indietro 
molte e molte delle cose avvenute. Da lui apprendiamo che i 
compagni, secondo l'usato nelle altre città d'Italia, non si 
contentarono di sermonare nelle sole chiese; uscirono talora 
all'aperto nelle piazze, invitando fervidamente il popolo a 
penitenza e ai santi sacramenti. Il frutto rispose al fervore, 
tanto che appena bastavano a sodisfare alla frequenza dei 



(*) Mon. Ignat., ser. I, I, 139. 

(') Lainez, Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, 1, 120. Il 
PoLANCo, Vita, p. 61, concorda, o 
meglio, accetta l'osservazione del 
Lainez: «Quisque in animi sui ab- 
« negatione proficiebat, dum fere 
« omnes in italica lingua concio- 
« nari nitebaniur ». Prematura è 



dunque la lode di grandi oratori 
che gli storici posteriori attribui- 
rono al Lainez, al Salmerone e al 
Bobadilla fin da questi primordj . 
Senza possedere la lingua potrà 
sì un dicitore risplendere per qual- 
che lampo di vera eloquenza, ma 
non sarà certo eloquente. 
(3) Bobadilla, Mon., p. 3. 



j. - La persecuzione del ISJS : suo carattere, &c. 153 

penitenti. Ritiratisi sul mezzodì, allora solo si rammenta- 
vano del necessario ristoro e non trovandosi aver nulla in 
casa, uscivano a procurarselo limosinando di porta in porta. 
Salutare impressione riceveva il popolo dalla vista di questi 
preti forestieri, che in cotta ascendevano in pergamo ad an- 
nunciarvi la aivina parola e come a cosa insueta, quasi a spet- 
tacolo di grande novità, accorrevano i Romani ad ascoltarli, 
e dicevansi a vicenda: « Avevamo sin qui creduto che solo 
dai monaci si potesse predicare » (^): maraviglia originata 
dal vedere in pulpito, contro la consuetudine, altri che 
monaco non fosse o frate. Il medesimo era già accaduto 
un tredici anni addietro, quando in tempo del giubileo di 
Clemente VII si erano visti così operare i primi Chierici 
regolari, detti Teatini (*). 



M 



ENTRE i Preti pellegrini si rallegravano nel Signore della ^' ' '-^ '«"secu- 

, , . . ZIONE DEL J538: 

frequenza del popolo, del frutto d emendazione nei co- 



stumi e, ciò che n'era conseguenza, venivano in ognor più 
ferma speranza di conservarsi e crescere nella grazia del Vicario 
di Cristo, ecco sorgere ai primi di maggio (3) nuova procella, 
meno fiera in apparenza, ma, per sentimento dello stesso Igna- 
zio, più infida e pericolosa di ogni altra sostenuta altrove. 
« Durante otto interi mesi abbiamo passato la più diffìcile 
contraddizione o persecuzione che mai avessimo ad affron- 
tare in vita. Non voglio già dire che ci abbiano maltrat- 
tato nella persona, né col chiamarci in giudizio né in altra 
forma; preferirono invece di levare romore nel volgo regalan- 
doci soprannomi inauditi, per renderci sospetti e invisi alla 
gente e suscitare scandalo grande » (■♦). 

Con queste parole delineava il Santo, il 19 decembre 1538, 
il carattere della tempesta allora allora sedata, ultimo degli 
otto processi, che avanti la fondazione della Compagnia gli 
diedero più o meno aspro travaglio (5). 



(^) RoDRiGUEZ, Comment.. in testimonio dato il dì predetto 

loc. cit., p. 499. da Lorenzo Garda in favore del 

(*) Cf. Bromato, I, 128, 158 sg. Loiola. Ci. Epist. mixtae, 1, 16 sg. 

(3) Cf . Mon. Ignat., ser. I, I, (S) Li numerò distintamente il 

137 sg. Loiola a don Giovanni III, re di 

(<) Le calunnie già da qualche Portogallo, il 15 mar. 1545. Cf. 

giorno correvano a Roma l'ii Mon. Ignat., ser. I, I, 296 sg. 

maggio 1538, come si deduce dal Tra i sette precedenti e questo 



suo CARATTERE 
ADOMBRATO DA S. 
IGNAZIO. FRA A- 
COSTINO PIEMON- 
TESE. 



154 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



La prima sua origine va ricercata nelle prediche che du- 
rante la quaresima di quell'anno 1538 (') fece in Roma nel 
maggior tempio del suo Ordine un celebre frate agostiniano 
fattosi poi apostata. La sua vita religiosa rimase fin qui 
quasi sconosciuta. Sebbene poche, incerte e non sempre 
esatte notizie ce ne abbiano trasmesse i Gesuiti contempo- 
ranei, che scrissero del nascimento della Compagnia (*) e 
meno ancora le cronache agostiniane, ciò non pertanto gli 
archivi e le minute indagini dopo quasi quattro secoli fanno 
luce bastante su l'incognito personaggio. Fu questi il dotto 
e chiarissimo Agostino Piemontese: così chiamato dal nome 
della patria regione; ma per casato dei Mainardi di Saluzzo (3). 

Quivi nacque il 1482, se non forse l'anno innanzi (*). 
Punto nulla sappiamo dell'anno e del luogo del suo ingresso 
tra gli Eremitani di Sant'Agostino, e neppure degli studj 
nelle loro scuole compiuti. La più antica notizia tramandata 



del 1538 rilevava una notevole 
differenza, vale a dire che quelli 
erano stati contro la sua persona, 
il processo romano invece risguar- 
dava tutta la nascente Compa- 
gnia. 

(^) Le fonti dei Gesuiti non in- 
dicano espressamente i giorni della 
predicazione. Che fosse proprio 
la quaresima l'attinsi da un an- 
tico Libro de' conti della sacri - 
stia di Sant'Agostino, dove, sotto 
il mese d'aprile del 1538, leggesi 
la nota seguente: « Item a dì 
« 25 dedi, per elemosina a M. 
« Augustino de Piemonte, predi- 
« catore del presente anno, scudi 
« trenta de oro in oro per mano 
« del sotto priore fra Stephano de 
« Perugia. Sonno ducati de carli- 
« ni quarantadue. D. 42 ». Entrata 
ed esito della Sacristia dal 1529 al 
1544, fo. 82, in Arch. di S. Ago- 
stino, ora R. Arch. di Stato di 
Roma. Ciò basta a dimostrare 
infondato il dubbio del Bòhmer, 
I, 222, secondo il quale ci sarebbe 
ignoto se il frate predicasse in 



Santa Maria del Popolo o in 
Sant'Agostino. 

(*) RoDRiGUEZ, Comment., in 
loc. cit., pp. 503-505. Lainez, 
Epist. de s. Ignat., in Man. Ignat., 
IV, I, 123. 

(3) Non pure l'eretico Celio Se- 
condo Curione, testimonio non 
al tutto disinteressato, lo disse 
vir sapientissimus et tota Italia 
celebratus {ci. la sua lettera nel 
Miisaeum Helveticum, VII (1752), 
562), ma il Rodriguez (loc. cit.), 
suo avversario, non gli negò la 
lode chiamandolo eloquens sane 
vir. L'identità di Agostino Pie- 
montese con Agostino Mainardi 
fu già congetturata dal Caballe- 
RO, p. 60 sg. Oggidì è fuori d'ogni 
ragionevole controversia. 

(4) Ricavo questa data dal 
Meyer, I, 44, giusta il quale fra 
Agostino nel 1542 aveva già ses- 
sant'anni. Che fosse di Saluzzo 
lo scrisse tra gli altri il Merbeglio, 
che in una lettera del io nov. 1542, 
(presso i! Meyer, loc. cit.), lo 
chiama Augustinus Salutianus. 



j. - La persecuzione del 1538. Fra Agostino Piemontese. 155 

intorno a lui dalle memorie dell'Ordine è del dottorato in teo- 
logia conseguito il 15 13 (^). Ci è altresì ignoto quando ve- 
nisse applicato alla predicazione, cui solevansi deputare sol- 
tanto i religiosi graduati maestri in divinità. In questo no- 
bile ministero comincia Agostino a levare grido sino dal 
1532, quando già purtroppo erasi incamminato per vie tor- 
tuose, riuscite dopo due lustri di lunghi avvolgimenti a mi- 
sera apostasia. In quell'anno infatti, predicando in Asti, 
non nascondeva le sue tendenze, anzi che no luterane; onde 
il vescovo della città, Scipione Roero, denunziavalo a Cle- 
mente VII, mentre Tommaso Badia, maestro del Sacro Pa- 
lazzo, obbligavalo a disdire le sue erronee proposizioni. Sa- 
lito due anni appresso al soglio pontificio Paolo III, Ago- 
stino si lamentò come chi fosse sinistramente sospettato per 
male arti di invidi malevoli, e ai 28 settembre 1535 ottenne 
un breve che reintegravalo nella fama di ortodosso, sino ad 
ordinare al Roero e ad ogni altro di non più dargli mo- 
lestia (*). Parve veramente che piena ed intera riacqui- 
stasse la fiducia, se non dell'universale, certo dei suoi su- 
periori nell'Ordine e dei confratelli. Laonde nel luglio 1537 
il venerando Antonio Aprutino, allora vicario generale, 
designavalo ad annunziare la parola di Dio per la seguente 
quaresima in Roma nella chiesa di Sant'Agostino, chiaris- 
simo pergamo, solito darsi ai religiosi più illustri, onorato, 
erano appena due anni, da Girolamo Seripando (3). Niente 



(^) Così da un elenco dei M a- 
gistri sacrae the ol gì ae ad 
haec usque tempora viven- 
te s in Italia, mdxxxix, dove 
appunto il suo nome ricorre tra 
i laureati nel 1513. Cf. Rege- 
stum Seripandi, 1538-40, fo. 15. 
Questo e gli altri Regesti del 
Seripando e di altri suoi colleghi 
nel generalato potei usare per sin- 
golare cortesia del R.nio p. Tom- 
maso Rodriguez, Generale degli 
Agostiniani, cui ne rendo vivis- 
sime grazie. 

(*) Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I, 338. Vedi il breve di as- 
soluzione nell'HEFELE-HERGEN- 

RÒTHER, IX, 945-947, ed anche 



nel Fontana {Documenti, pp. 146- 
148), il quale (pp. 130-134) dà 
pure l'elenco delle proposizioni 
censurate. 

(3) «Die 23 julii 1537. Elegi- 
« mus praedicatorem futurae qua- 
« dragesimae venerabilem magi- 
« strum Augustinum de Pedemon- 
« tium, eique litteras patentes 
« misimus ut opportuno tempore 
« Romam veniat ». Regest. Apru- 
tini, ann. 1537-1538, fo. i. 

Spogliando il citato codice En- 
trata ed esito della Sacristia (cf. 
sopra, p. 154^) si viene a ricom- 
porre l'elenco dei predicatori 
della quaresima dal 1529 al 1544. 
Di qua appunto attingo che il 



^56 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



però tanto ci dimostra la fama ottenuta dal frate, quanto 
le significazioni di onore ricevute indi a pochissimi mesi. 
Il primo del seguente decembre 1537 l'Aprutino gli scrive 
accennandogli che pensava di costituirlo priore nel gran 
convento di Sant'Agostino in Pavia (^). Epperò, riunitosi 
in giugno dell'anno appresso il Capitolo generale in Verona, 
gli fu solennemente conferita quella dignità, estendendola 
ancora al convento di Santa Mustiola della stessa città, e 
dandogli con altra deliberazione ampj poteri di comporre, 
d'accordo con il provinciale Alberto da Milano e il maestro 
Francesco di Gambassio, certe liti di quei giorni agitate 
tra il convento di Pavia e i Canonici Regolari (*). A questa 
prova di stima un'altra ancor se ne aggiunse di maggior peso. 
Duro cimento traversava di quei giorni la religione degli 
Eremitani. L'apostasia di Lutero, quella di parecchi altri 
suoi confratelli e le dottrine velatamente erronee che alcuni 
frati andavano spargendo nelle prediche (3) venivano a dar 
mala voce a tutto l'Ordine, dimenticandosi facilmente 'dal 
pubblico, come bene avvertì a questo proposito un grande 
critico della nostra letteratura (*), che, se una famiglia o co- 
munità dovesse divenire infame per qualche suo membro pu- 
trido e guasto, appena vi sarebbe al mondo corpo onorato. 
Le accuse e le querele crescevano e moltiplicavansi a dismi- 
sura nei primi anni del pontificato di Paolo III (5). Il perchè, 
a porre argine, se non termine, alle mormorazioni, i definitori 



Seripando predicò nella detta 
chiesa il 1535, come del resto si 
legge nel suo Diario. Ci. Calen- 
zio, p. 160, ad ann 1535. 

C) Regest. cit., fo. 2V. 

(*) « Veronae 1538, Junii xii. 
« Maturo Consilio et deliberatione 
« sancitum fuit in publico diffi- 
« nitorio Capituli generalis, as- 
« sentientibus nobis, quod omni- 
« moda cura et regimen mona- 
ci sterii nostri S.t' Augustini de 
« Papia committeretur R.do Ma- 
« gistro Augustino Pedemontano, 
« et, ut maiori erga dictum con- 
« ventum afficeretur dilectione et 
« amore, placuit omnibus diffini- 
« toribus eum inter caeteros do- 



ti mus illius alumnos ac filios na- 
« turales ascribere, quod et nos 
« nostri ofEcii authoritate confir- 
« mavimus; dantes sibi authori- 
« tatem nostram in eo conventu 
« ac etiam in conventu sancte Mu- 
ti stiolae disponendi, tam de ca- 
li pite, quam de membris, necnon 
« recipiendi, expellendi quoscum- 
v que, adhibito etiam. quatenus 
« opus esset, auxilio brachi i sae- 
« cularis ». Regest. cit., fo. 3^. 

(3) Cf . Tacchi Venturi, Storia, 

1. 334 sg. 

(4) TiRABOSCHi, VII, part. 1, 
lib. II, p. 325, n. 36. 

(5) Cf. Tacchi Venturi, S/on'a, 
I> 339 sg. 



S. - La persecuzione del 1338. Fra Agostino Piemontese. 157 

del Capitolo di Verona del 1538, presieduti dal card. Simo- 
netta, deliberarono di spedire al pontefice tre dei più gravi 
padri i quali, professandogli da parte di tutto l'Ordine fede 
sincera e umilissima obbedienza, lo supplicassero in pari 
tempo di deputare due cardinali cui ricorrere quante volte 
si trovassero assaliti dalla calunnia. A sostenere il delicato 
ufficio fu appunto eletto in primo luogo Agostino Piemontese, 
che ebbe a compagni Girolamo Seripando ed Agostino da 
Treviso (^). 

Tale era dunque l'autorità e la rinomanza del predicatore 
di Sant'Agostino in Roma nella quaresima del 1538. Pari 
alla fama di lui sembra riuscisse il concorso del popolo, 
come si può dedurre dal computo delle limosine raccolte nelle 
questue per la chiesa, le quali ammontarono intorno a ven- 
tidue ducati, somma per quel tempo molto considerevole (*). 



(*) « Congregatis omnibus dif- 
« finitoribus prò rebus religionis 
« optime decernendis, praecipue 
« ad ooviandum publicae infa- 
« miae, quam nostrae religioni de 
« lutherana haeresi multi aemuli 
«livore et invidia contulerant, 
« decretum fuit per dictos diffi- 
« nitores, assentiente Patre Reve- 
« rendissimo, quod mitterentur ad 
« pedes S.™' D. N. tres ex gra- 
« vioribus Ordinis patribus, qui 
« totius religionis nomine loque- 
le rentur et S.ti Suae bonam men- 
te tem, sinceram fidem et humil- 
« limam obedientiam totius no- 
li stri Oidinis exponerent, suppli- 
« cantes ut S. S.^as dignetur duo- 
li bus R.ro's Cardinalibus commit- 
« tere, ad quos possimus habere 
« recursum, quotiens quispiam de 
Il haeresi huiusmodi Religionem 
« aut patres et fratres illius diffa- 
« maverit aut quovis modo hac de 
« causa molestiam intulerit. Pia- 
li cjit omnibus dififìnitoribus et 
Il Patri R.fn° quod accessuri ad 
Il Summum Pontificem essent Re- 
« verendus M. Augustinus Pe- 
ci demontanus, R.»»s. M. Hyero- 



« nimus Syripantus, et R."s M. 
« Augustinus Tarvisinus ». He- 
gest. Aprutini, ann. 1537-1538, fo 



102V sg. 



(^) La limosina pei la chiesa so- 
leva farsi in S. Agostino quattro 
volte durante la predicazione 
quaresimale. Il sagrestano mag- 
giore notò quanto aveva ricevuto 
ciascuna volta, e riscontrato il 
totale con quello delle questue di 
parecchie quaresime precedenti e 
seguenti al 1538, potei accertare 
che le limosine furono nel detto 
anno alquanto più copiose. Cf. 
Entrata ed Esito della Sacristia 
del I52g-I544, sotto i giorni 31 
marzo, 7, 14, 21 aprile 1538, in 
Arch. di S. Agostino, ora nel R. 
Archivio di Stato in Roma. I 
contemporanei gesuiti, Rodriguez, 
Ribadeneira e Polanco tacquero 
del concorso del popolo romano 
alle prediche di Agostino. Così 
pure fecero il Maffei e l'Orlan- 
dini dello stesso secolo xvi. Ma 
nel seguente il Bartoli ( Vita di 
s. Ignazio, lib. ii, cap. XLii.p. 153) 
parlò pel primo del gran numero 
di ascoltatori. 



158 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma, 



I Preti pellegrini furono anch'essi ai sermoni di fra Ago- 
stino, né dovettero durare gran fatica a scernere tra il buon 
frumento la graveolente zizania. Di quei giorni si toccava con 
mano dai più avveduti che l'eresia, non godendo fra noi l'ap- 
poggio trovato ne' principi di parecchi Stati d'oltralpe, ten- 
tava diffondersi di soppiatto nelle nostre contrade, servita a 
meraviglia da molti regolari, esternamente devoti alla catto- 
lica ortodossia, nell'interno invece convintissimi e scaltris- 
simi luterani (^). Per questo appunto il Loiola tra gli avvisi 
impartiti ai compagni, quando nell'ottobre 1537 si sparge- 
vano per gli Studj d'Italia, non aveva dimenticato di esor- 
tarli ad invigilare sopra la sincerità delle dottrine che veni- 
vansi predicando al popolo (^). 

Le fonti non ci chiariscono per singolo le sentenze nelle 
quali il frate (3) si straniava dallo schietto sentire cattolico; 
però non è diffìcile arguirle ricorrendo alle proposizioni er- 
ronee già da lui sostenute in Asti nel 1532 ('*). Esse venivano 
ad intaccare in rilevantissimi articoli l'insegnamento orto- 
dosso, specie in quelli sopra la grazia e il libero arbitrio; ed è 
ben naturale che questi medesimi errori ammannisse al pub- 
blico romano con quella sua arte sottile di evitare ogni ro- 
more e pur adoperandosi che l'avvelenata semente fosse tran- 
quillamente accolta per germinare a suo tempo (5). Siffatta 



(I) Con quale metodo e successo 
conducessero costoro la campagna 
eretica in Italia, si espose par- 
titamente wéW Intr duzione , 
voi. 1, 307-350; ad essa rimando 
il lettore. Veggasi pure il recente 
lavoro del Battistella, // S. Of- 
ficio e la ridorma religiosa in Bo- 
logna, p. 20 sg. Tra le giuste 
osservazioni dell'autore spiace di 
leggervi la seguente, destituita 
d'ogni fondamento storico: « Vi- 
« ziosi o mondani com'erano in 
«buona parte [i religiosi] il catto- 
« licismo non impediva loro, come 
«l'austera Riforma, di sodisfare 
« cautamente i loro vizj e i loro 
« gusti », p. 19. La verità è ben 
altra: il cattolicismo, se quei re- 
ligiosi ne avessero sinceramente 



seguito la pura dottrina, era al 
contrario efficacissimo per infre- 
nare le scatenate loro cupidigie, 
senza bisogno dell'austera Rifor- 
ma, cotanto indulgente ai desiderj 
di quella stessa carne che a sé te- 
neva mancipati ignominiosamente 
siflatti claustrali. 

(2) Cf. Orlandini, lib. II, n. 47, 
P. 46 sg. 

(3) Gli errori riferiti dal Bar- 
TOLi, Vita di s. Ignazio, lib. 11, 
cap. XLii, p. 154, sembrano piut- 
tosto argomentati giusta le leggi 
del sommamente probabile che 
attinti ad espliciti testimoni del 
tempo. 

(4) Cf. sopra, p. 155. 

(5) Di cosiffatta oculata scal- 
trezza danno lode al Mainardi 



4- - Pier di Castina, Mudar ra. Barrerà, alleati di fra Agostino. 159 

pericolosissima insidia pur troppo, in quell'anno 1538 non 
incontrava ostacolo nella metropoli del mondo cattolico. 
Solo alcuni anni appresso, sul declinare del pontificato di 
Paolo III, la mercè delle dure lezioni dell'esperienza, si sta- 
bilì come norma di sospendere dalla predicazione, non solo 
chi propalasse cose false o sospette, ma ancora quelli che 
usassero ambiguità di parole; essendo finalmente sembrato 
necessario non ritardare il castigo, sì che quanto prima ap- 
prendessero o a farsi rettamente intendere o a deporre l'oc- 
culta malizia (^). 



FRA gli ammiratori dell'agostiniano in Roma primeggia- 
vano gli spagnuoli, Pier di Castilla, Francesco Mudarra, 
sacerdoti, e un cotale Barrerà, non sappiamo se ecclesiastico 
anch'esso; tutti e tre persone facoltose e potenti per ade- 
renze e amicizie (*). Tenevano costoro una cotale familia- 



4. - PIERO DI CA- 
STILLA, MUDAR- 
RA E BARRERÀ 
ALLEATI DI FRA 
AGOSTINO. 



le antiche storie delle chiese ri- 
formate dei Grigioni. Il de Porta, 
per es., narrando dell'opera da 
lui messa in fondare la chiesa 
evangelica di Chiavenna, scrive 
appunto: « Ea dexteritate sanctus 
« iste et doctus vir rem Domini 
« tractabat, ut ne quidem iras 
« Cleri in se magnopere concitave- 
« rit ». Rosius DE Porta, 11, 37. 
(') Il saggio provvedimento ci 
è fatto notare da una lettera del 
card. A. Farnese al nunzio di Ve- 
nezia Fabio Mignanelli. Eccone 
le testuali parole: « È bene che 
« V. S. sappia che qui si è preso 
« consiglio di sospendere da mo' 
« innanti dalla predica tutti quelli 
« che in qualunque modo nelle 
« loro prediche dicano, non solo 
« cose false o suspette, ma etiam 
« ambigue o impertinenti, come 
« dice V. S. haver fatto fra Giovan 
« Battista [Carmelitano] predet- 
« to nel capo de fide et operibiis, 
« nel quale basta che abbia dato 
« scandalo agli auditori, sebene 
« disputando possa sustentar le 
«sue oppinioni; resolvendosi dal 



« canto nostro che questi tali 
« che danno causa di scandalo 
« nel predicare, o non voglino far 
« l'officio come doveriano, o non 
«lo sanno fare; nei quali due casi 
« si è reputato opportuno che si 
« levi loro la predica solo per que- 
« sta ambiguità et si tenghino 
« suspesi tanto che o imparino 
« a farsi meglio intendere o si re- 
« conoschino et pentino della ma- 
« litia loro, che sarà penitentia et 
« rimedio appropriato alla qualità 
« de' fatti, tanto per conto del- 
« l'ambitione, quanto per la uti- 
« lità; la qual regola potrà tenere 
« anche V. S. occorrendole ». Mem, 
e Leti, del card. Mignanelli, XI, 
fo. 175, presso il conte Giov. Ca- 
stelli Mignanelli, in Siena. 

(^) S. Ignazio, scrivendo alla 
Roser il 19 dee. 1539, ne tacque i 
nomi, dicendo solo che erano per- 
sone « quién de mill ducados de 
« renta, quién de seiscientos y 
«quién aun de mas autoridad, 
« todos curiales y negociadores ». 
Mon. Ignat., ser. 1, I, 139. Due 
ne indicò tuttavia al Gonzàlez, 



i6o 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



rità con Ignazio, onde egli prese animo di avvisarli a non 
fidarsi troppo degli insegnamenti del predicatore. Ma, forse 
perchè avessero già sorbito il veleno, come dipoi il fatto in 
due di loro manifestamente provò, quell'avvertimento non 
solo ebbe mala accoglienza, ma tanto li irritò da tramutare 1 
caritatevolmente ammoniti in fieri nemici del compaesano. 
Così almeno narra la prima cagione della tempesta il Rodri- 
guez testimonio oculare (*). Secondo il Polanco invece, al- 
cuni dei padri, avendo notato nei sermoni del Piemontese 
proposizioni che sapevano di eresia, gliele fecero notare fra- 
ternamente, pregando volesse ritrattarle o chiarirle in senso 
schiettamente cattolico. Non vedendosi ascoltati, come, dopo 
Pasqua, furono a predicare nelle chiese di Roma sopra ricor- 
date, tolsero a porgere in ripicco la genuina dottrina, con- 
traria agli errori del quaresimalista. Spiacque la cosa acre- 
mente al Mudarra e a certi altri personaggi di grande affare 
nella corte romana, i quali, per mettere al sicuro frate 
Agostino e se stessi contro il sospetto di eresia, comin- 
ciarono ad infamare con mostruose calunnie il Loiola, nel- 
l'ortodossia non meno che nell'onestà della vita (^). Quali 
che si fossero le circostanze e l'occasione dell'accaduto, l'epi- 
sodio fu nulla più che uno de' molti di che vanno ripiene 
le cronache italiane tra la prima e la seconda metà del 
sec. XVI. Erano originati dalla subdola condotta di uomini 
di chiesa infetti di tabe eretica; donde quell' accapigliarsi dei 
predicatori dal pergamo con darsi a vicenda del luterano e 
dell'anticristo, rimanendone talvolta scisse le città, come in 
due campi avversi (3). Nel caso presente l'effetto della confu- 



(ivi, ser. IV, I, 96), e furono il Mu- 
darra e il Barreda o Barrerà. I 
nomi di tutti e tre si hanno dal 
RiBADENEiRA, Animadversiotiss 
in Vitam s. Ignatii a p. Maffaeio 
conscriptam, nei Mon. Ignat., ser. 
IV, I, 751; di qua forse li trasse 
I'Orlandini, lib.ii, n. 47, p. 47. Il 
Maffei, (lib. II, cap. viii, p. 100) 
non aveva fatto menzione che del 
Mudarra e del Barrerà. 

(^) RoDRiGUEZ, CommenU, in 
Epist. PP. P. Broèti &c, p., 503. 
Non si dimentichi che il Com- 



mentario fu composto quaranta 
anni dopo gli avvenimenti. 

(*) Cf. Polanco, Vita, I, 67 sg. 

(3) Cf . Tacchi Venturi, Storia, 
J, 334-340. Come novella prova 
della confusione cagionata da tale 
stato di cose si abbia presente il 
breve di Paolo III, dato da Vi- 
terbo rS sett. 1540, nel quale il 
pontefice, ricordate le accuse cen- 
tra i predicatori agostiniani, car- 
melitani, serviti, proibiva di chia- 
marli eretici, se già non fossero 
stati come tali legittimamente 



4- - Pier di Castilla, Mudar r a. Barrerà, alleati di frd Agostino. i6i 

tazione del Piemontese, intrapresa dai Preti stranieri, fu 
quale lo facevano prevedere la diversa potenza del denun- 
ziato e dei denunziatori. L'uno in possesso della fama, re- 
stituitagli da Paolo III, membro d'un Ordine per molti 
meriti illustre nella Chiesa, grave e a tal segno nei modi 
solenne, che, come di lui fu scritto, sia pur non senza iper- 
bole, lasciava trasparire una certa eroica dignità nel sem- 
biante, nell'incedere, nella conversazione (^); scaltro poi e 
prudente al sommo nel propinare il veleno: gli altri, uo- 
mini sconosciuti, nei quali la bontà che esternamente ap- 
pariva, lo zelo, il dispregio del mondo e la rigida mortifica- 
zione potevano bene essere sottili infingimenti a procacciare 
credito all'eresia con più sicuro successo. 

Il Barrerà e il Mudarra, amici di fra Agostino, trovarono 
modo di dare sostegno a queste malevoli insinuazioni aiutati 
da un cotale Michele Landivar, soprannominato il Navarro. 
Costui, dopo aver attentato in Parigi alla vita d'Ignazio, o 
simulasse conversione, o fosse veramente venuto in migliore 
coscienza, com'è più probabile, gli si era offerto a seguitarlo 
alla guisa degli altri compagni (*). Incostante e d'animo vile, 
non resse alla prova. Il 12 settembre 1537 lo troviamo in 
Venezia, già separato interamente dal consorzio del Loiola 
e dei suoi fidi seguaci, in sul rimettersi a gironzare il mondo in 
cerca di ventura ('). Da Venezia trasferitosi a Roma, di poco 
precedendovi o susseguendovi Ignazio, il Fabro e il Lainez, 
prese ad insistere vivamente per essere riammesso nella loro 
comitiva. Non l'ottenne, come quegli che di sé già aveva 
dato non dubbia contezza; per ciò, punto sul vivo dalla 

convinti. Bullae Papales, 1523- « et gravis et prae se ferens he- 

1623, fo. 14, presso il R.mo P. Gè- « roicam quandam maiestatem in 

nerale degli Agostiniani. Veg- « vultu, incessn, congressibus ». 

gansi pure le sagge riflessioni del Presso il Rosius de Porta, II, 

card. Contarini dei 12 giug. 1537 410. 

a proposito di don Marco da Cre- (*) Rodriguez, Comment., in 

mona, monaco di Santa Giustina loc. cit., p. 504; Ribadeneira, 

di Padova, nel Dittrich, Rege- Vita Ignai., cap. xxxii, n. 487, 

sten, p. 270. e in De actis P. N. Ignatii, nei 

(^) Il Fabricio scrivendo al Bui- Mon. Ignat., sex. IV, I, 344. 

linger il 3 agosto 1563 così ma- (3) Tutti questi particolari si 

gnificava la gravità del porta- ricavano dall'unica sua lettera fin 

mento del Mainardi, pochi di in- qui conosciuta. Cf. Epist. mixtae, 

nanzi defunto: « Vir fuit integer I, 11-14. 

Storia della Compagnia di Gesii in Italia, H. ij 



l62 



Capo V. - Opere dì zelo e persecuzione in Roma. 



meritata ripulsa, divenne nemico sleale del Loiola (^), Ar- 
nese siffatto fu in mano al Barrerà e al Mudarra strumento 
acconcio a valersene, perchè, quasi testimonio di vista, desse 
parvenza di verità alle più obbrobriose menzogne sul conto 
d'Ignazio. Riducevansi esse a questi due capi principali: lui 
essere un fuggitivo, condannato già per eretico in Ispagna 
ed in Francia; avere dato principio ad una nuova religione 
senza facoltà della Sede Apostolica: doversi quindi tenere 
per luterano occulto. Perciò a scarico di loro coscienza e per 
zelo del pubblico bene, come dicevano, presentavano il Na- 
varro a denunziare ogni cosa a monsignor Benedetto Con- 
versini governatore della città (*). Dio non permise che il 
tristo giuoco riuscisse come era stato diabolicamente ordito. 
Ignazio, senza aspettare la chiamata del prelato, fu egli stesso 
a visitarlo e gli porse una lettera del Navarro piena di elogi 
per la sua persona, richiedendolo umilmente a chi mai 
s'avesse a dar fede, se al Michele che lo lodava o al Michele 
che lo infamava. Il Governatore chiamò ad esame l'accu- 
satore e, scoperta la calunnia, lo bandì da Roma (3). 



(*) RoDRiGUEZ, loc. cit. Se- 
condo il Ribadeneira invece il 
Navarro sarebbe stato ricevuto 
nella nascente Compagnia. Cf. 
De actis P. N. Ignatii, in Mon. 
Ignat., ser. IV, 1, 344. Il Gon- 
zàlez, poi, ricordando la genero- 
sità di Ignazio, scrive che al Na- 
varro perdonò « hasta recibillo 
« en casa». Ivi, n. 314, p. 307. 
Questa espressione, di per sé am- 
bigua, non contraddice al Rodri- 
guez, perchè l'averlo ammesso in 
casa solo come ospite è ben altra 
cosa che averlo ricevuto nel n\i- 
mero dei compagni, ciò che il Rc- 
driguez espressamente esclude. 
D'altra parte s'intende bene che 
il coabitare coi padri potesse 
venire scambiato coli 'ammissio- 
ne nell'incipiente istituto. Corre 
troppo il BòHMER, I, 226, asse- 
rendo che al Navarro fu concesso 
di coabitare con Ignazio dopo 
che questi lo ebbe convinto di 



falso innanzi al governatore. Non 
si vede come ciò sarebbe potuto 
avvenire, sapendosi che l'esito 
del costituto fu appunto il bando 
da Roma. Cf. GonzAlez, Ada, 
nei Mon. Ignat., ser. IV, I, n. 98, 
p. 96. 

(») PoLANCO. Vita,ip. 68. Tra 
le altre menzogne aveva anche 
fatta correre quella d'una vanis- 
sima iattanza, Ignazio avrebbe 
detto sperare che Dio gli avrebbe 
conceduto una gloria uguale o 
maggiore di quella largita al b. 
Paolo. Vedi la deposizione di Lo- 
renzo Garda che smentisce la fia- 
ba, in Epist. mixtae, I, 17. 

(3) Cf. GoNZALEZ, loc.cit.,n.98, 
p. 96. Nella narrazione dei par- 
ticolari coi quali tutto l'episodio 
si svolse, seguimmo questa fonte 
che è senza fallo la più autorevole. 
Circa la lettera esibita da s. Igna- 
zio al Conversini per cogliere in 
contraddizione il Navarro, non 



j". - Conseguenze delle calunnie contro i Preti pellegrini, &c. 163 

La mala prova fatta dal Navarro non isgomentò il Bar- 
rerà, il Mudarra e Pier di Castilla principali autori della 
trama. Facoltosi e riveriti com'erano, forti di loro autorità, 
presero risolutamente le difese di fra Agostino, ripetendo 
subdolamente contro Ignazio le stesse menzogne propalate 
già dal Navarro (^). In questa guisa raggiungevano final- 
mente lo scopo inteso: una sinistra luce avvolgeva i Preti 
pellegrini, a poco a poco intorno ad essi formasi il deserto e 
gli avversar] trionfavano. 



Quest'opera denigratoria non solo fu alla piccola comi- 
tiva occasione di molta pena, ma sopraggiunse sul più 
bello a inaridirne i frutti prossimi, con tanto loro gaudio e 
speranza di incremento, a maturità. Ecco infatti due scuole 
di fanciulli, alle quali solevano spiegare la dottrina cristiana, 
cessare d'intervenire alle loro istruzioni (*). Vero è che 
chi li aveva conosciuti e trattati intimamente, come il primo 
loro ospite Quirino Garzoni, non che lasciarsi scuotere dalla 
calunnia, proseguiva ad averli in buona opinione. Altri in- 
vece, e pur uomini gravi e di senno, qual era, a nominarne 
uno di cui è rimasta memoria, Gian Domenico de Cupis, 
cardinale di Trani e decano del sacro Collegio, accomunan- 
doli coi molti lupi vaganti in veste d'agnelli, li presumevano 
rei e condannavano senza averli ascoltati giammai. Non 
pochi infine, se non forse i più, astenendosi dal pigliar par- 
tito prò o contro, amavano meglio starne lontani, sicuro spe- 
diente a cansare le noie cui poteva di leggieri esporli la do- 
mestichezza od anche solo la conversazione con essi (3). 



S. - CONSRGUBN 
ZK DELLE CALUN- 
NIE CONTRO I 
PRETI PELLEGRI- 
NI. QUIRINO GAR- 
ZONI E IL CARD, 
GIAN DOMENICO 
DE CUPIS. 



abbiamo argomenti certi per af- 
fermare fosse proprio quella del 
12 sett. 1537. et. Epist. mixtae, 
1, 11-14. Secondo il Maffei 
(lib. II, cap. vili, p. 99), il quale 
la fa indirizzata «ad amicum ne- 
« scio quem » ciò dovrebbe esclu- 
dersi, essendo la lettera del 12 
settembre diretta al Loiola. Ma 
è proprio esatta la circostanza 
dataci dal biografo? Ignazio non 
disse se non che mostrò al Gover- 
natore « una lettera di Michele ». 
(') GonzAlez, .•4c/a, in loc. cit.; 



RoDRiGUEZ, Ice. cit. Veggasi la 
lettera del Bobadilla al duca Er- 
cole di Ferrara, Roma, 15 giu- 
gno 1538, nella quale lo supplica 
di una commendatizia per il le- 
gato di Roma. Bobadilla. p. 3. 
Cf. RiBADENEiRA, Vita Ignatii, 
cap. X, n. 157; Maffei, lib. 11, 
cap. vili, pp. 96-100. 

(') Ci. Bobadilla al duca Er- 
cole di Ferrara. Roma. 25 ago- 
sto 1538, nei Mon., p. 9. 

(3) In qual guisa s. Ignazio riu- 
scisse a fare ricredere il De Cupis 



ìè4 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



Non sembra tuttavia che per questo penoso stato di cose 
Ignazio e i suoi si riducessero a dismettere in tutto, per man- 
canza di gente, lo spendersi in prò delle anime (^). Oltre 
l'accenno in contrario che ne abbiamo dal Santo (*), il Boba- 
dilla scriveva ai 25 agosto che, finché non fosse venuta la 
sentenza, poco era il frutto di che dovevano contentarsi, 
benché frattanto non avessero mai cessato né dalle prediche, 
né dalle confessioni, né da alcun altro dei consueti esercizj 
spirituali (3). Ad ogni modo l'incertezza degli animi intorno 
alla vita e alla dottrina dei chierici avventurieri calati nel- 
l'eterna città, il facile appiglio pòrto alla calunnia per le cita- 
zioni d'Ignazio avanti i tribunali ecclesiastici d'Alcalà, Sala- 
manca, Parigi e Venezia, richiedevano pieno schiarimento 
della verità dei fatti. Le ombre, fossero pure di nuvolette leg- 
gere, tornavano in manifesto impedimento del servizio di- 
vino, meta e vita di tutto il fervore del Servo di Dio. 



ONOREVOLI DI BO- 
LOGNA, SIENA E 
FERRARA: IL DU- 
CA ERCOLE II DI- 
FENSORE DEI PA- 
DRI. 



6. - CONTEGNO DI /'"^qnsiderò duuque Ignazio il negozio come tutto suo, e vi 

IGNAZIO IN MKZ- I l, • ii- 1, • i , 1 

zo ALLA TEMPE- ^^->pose 1 auimo e 1 mgegno, 1 energia e la costanza con che 
STA. TESTiMONj solcva procedere in ogni affare di rilievo. Le sue lettere, con 
quelle del Bobadilla al duca Ercole II di Ferrara, scritte 
mentre accadevano questi fatti, ce ne danno informazioni 
accurate e minute. 

Ridotto al silenzio Michele, ed in pena della calunnia cac- 
ciato da Roma, Ignazio a convincere di falso le lingue dei 
capi mormoratori usò il contegno già provato giovevole in 
Parigi e in Venezia. Fu tutto da sé al governatore Benedetto 
Conversini, vescovo di Bertinoro, ed al legato Gian Vincenzo 
Carafa, insistendo con iterate suppliche per essere posto a 
confronto con gli accusatori. Soltanto a grande stento si vide 
alla perfine esaudito; che quegli spagnuoli, fu già sopra notato, 



della pessima opinione concepita 
di lui e de' suoi fu minutamente 
descritto dal Ribadeneira {Vita 
Ignatii, cap. xxxiv, nn. 511, 512) 
che ne udì il racconto dal Gar- 
zoni intervenuto nel fatto. Cf. la 
deposizione di Gaspare Garzoni, 
figlio di Quirino, nel processo ro- 
mano di canonizzazione, in Mon. 
Ignat., ser. IV, IT, 830, n. 24. 



(^) Così dovremmo credere se- 
condo i biografi ignaziani del sec. 
XVII, tra i quali tiene cospicuo 
luogo il Bartoli, Vita di s. Igna- 
zio, lib. II, cap. XLii, p. 156. 

(2) I' No podemos decir que nos 
« aya faltado que hacer ». Loiola 
alla Roser, 19 dee. 1538, in Mon. 
Ignat., ser. ], I, 143. 

(3) Bobadilla, loc. cit., p. io. 



6. - Contegno d'Ignazio nella tempesta, &c. 



165 



persone potenti, s'arrabbattavano per coperte vie, con ma- 
neggi ed intrighi, in procurare che non si desse ascolto al- 
l'equa domanda. Però, non desistendo Ignazio dalle sue 
istanze, il Mudarra e il Barrerà, precipui infamatori, vennero 
chiamati a comparire avanti il legato e il governatore. Dis- 
sero di avere udito le prediche, le lezioni dei padri, i loro 
colloquj, non però avervi trovato nulla di riprovevole nella 
dottrina e nei costumi (^). 

Seguì questa comparsa dei calunniatori mentre Paolo III 
era assente da Roma per il viaggio a Nizza; quindi certa- 
mente innanzi il 24 di luglio, giorno del suo ritorno (*). 

Il legato e il governatore ben persuasi, com'è da credere, 
della vita specchiata e retto sentire dei padri, ritenevano il 
negozio felicemente conchiuso con la dichiarazione a voce 
del Mudarra e Barrerà da essi reputata bastevole al riparo 
dei danni cagionati nella fama al Loiola e ai compagni di 
lui. Ma all'innocente calunniato ne parve altrimenti. Ben- 
ché, dopo il testimonio reso dai due curiali spagnuoli, le mal- 
dicenze, per timore della giustizia cessassero, pure la piccola 
comitiva degli ignaziani, non avendo per anco in mano un do- 
cumento autentico della propria onestà e fede incorrotta, 
era sempre in voce di sospetto e trovavasi esposta a nuovi 
assalti della calunnia, il che finalmente doveva attraver- 
sare e rendere sterile il lorp ministero a vantaggio delle 
anime (3). Non si rimase dunque il Loiola di persistere nel suo 
atteggiamento e nelle richieste per conseguire una sentenza 
giuridica, nonostante prelati, amici e gli stessi compagni 
opinassero tutto essere omai condotto a buon termine né 
più avervi bisogno di proseguire il processo sino a conchiu- 
derlo in piena forma legale (*). Frattanto, mentre solleci- 
tava in questa guisa il magistrato, veniva raccogliendo le 



(^) Cf. la lettera ignaziana alla 
Roser, 19 dee. 1538, in Mon. 
Tgnat., ser. 1, I, 139 sg. 

(*) Del ritorno di Paolo UT da 
Nizza così il suo diarista: « SS. mus 
« D. N. rediit ex Nicea urbe et in- 
« gressus est Romam per Portam 
■ Populi die mercuri] xxiiij julij 
« cum magno plausu S. P. Q. R. 
« quod pacem inter Carolum V 
« Imperatoremet Franciscum Gal- 



« liarum Regem, antea inter se ini- 
« micissimos, conciliasset et arma 
«deponi curasset ». Liber rerum 
consist. tempore Pauli III, io. 62, 
in Arch. della S. Cong. Conc, 
ora in Arch. Vat. Cf. Pastor, 
V, 193- 

(3) Cf. lettera cit., loc. cit. 

(4) RiBADENEiRA, Vita IgnatU, 
cap. X, n. 158; PoLANco, Vita, 
p. 68. 



i66 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



prove necessarie a giustificare l'implorato responso. Verso 
la metà di giugno fece richiedere dalle autorità ecclesiastiche 
di Bologna, Siena e Ferrara autentiche testimonianze delle 
fatiche apostoliche in quei luoghi compiute dal Saverio, dal 
Bobadilla, dal Broèt, dal Salmerone e dal laio (^). Nello 
stesso tempo, per mezzo del Bobadilla, assai caro ed accetto 
al duca Ercole II, otteneva da questo principe lettere com- 
mendatizie per il legato di Roma Gian Vincenzo Carafa ed 
altri personaggi della corte pontificia ('). Era, come ognun 
vede, tutto un preparare la materia affinchè il governatore, 
agevolato nel suo ufficio, non potesse rifiutarsi di venire a 
giuridica e finale definizione del negozio per difetto di docu- 
menti. L'agosto intanto stava per finire e ancora non si 
veniva a capo di nulla (3), Per mezzo di un amico e di 
due suoi compagni, i cui nomi non conosciamo, Ignazio 
pensò di rivolgersi a Paolo III presentandogli suppliche per 
la sospirata grazia e n'ebbe buone promesse (*). 



7. - PAOLO III 

FA CONCHIUDERE 

IL PROCESSO. LA 

SENTENZA. 



TUTTE queste industrie non riuscendo ancora al deside- 
rato frutto, giudicò il Loiola d'intervenire personal- 
mente per rompere gli studiati indugi ed ottenere una buona 
volta la tanto attesa e necessaria sodisfazione. 



(^) Bobadilla, Mon., p. 4 sg.; 
Mon. Xaver., II, 133 sg. 

(«) Cf. Bobadilla, Mon., p. 6.; 

8-IT. 

(3) La determinazione di questa 
data si ha dalla lettera del Boba- 
dilla, loc. cit. Che il duca Ercole 
commettesse all'ambasciatore Fi- 
lippo Rodi di raccomandare il 
Loiola al De Cupis, lo ricaviamo 
da ciò che il 20 sett. 1538 scri- 
veva al Bobadilla. Loc. cit., p. 12. 
Il testo della commissione data 
dal duca al Rodi non mi fu pos- 
sibile trovarlo nel R. Arch. di 
Stato di Modena dove lo ricercai. 

(*) Loiola alla Roser, Roma 
19 dee. 1538, in Mon. Ignaf., 
ser. I, I, 140. S. Ignazio non dà i 
nomi dei due compagni; è però 
assai probabile fossero il Fabro ed 



il Lainez, i quali, come si ricorda 
nella stessa lettera, andavano di 
quindici in quindici giorni a di- 
sputare innanzi a Sua Santità in 
tempo di pranzo, giusta il costume 
del Pontefice già sopra descritto. 
Cf . sopra, p. 92 sg. Ad essi sem- 
bra fossero rivolte le parole di 
Paolo III riferite dal Rodriguez: 
« lam abunde etiam in vestros 
« mores inquisitum, iam mihi dilu- 
« cide obtrectatorum calumnia pa- 
ce tescit ». Rodriguez, Comment., 
in Epist. PP. P. Broèti &c., p. 503. 
È bene probabile che l'amico 
il quale interpose i suoi buoni 
ufficj presso il Papa fosse il card. 
Contarini. Il Bòhmer (I, 228) 
l'asserisce senz'altro; quanto a me 
non valsi a rintracciare la fonte 
che espressamente l'affermi. 



/. - Paolo III fa conchiudere il processo. La sentenza. 167 

Paolo III, poiché ebbe tenuto concistoro il 29 luglio e il 
12 agosto e appresso celebrata la festa dell'Assunzione, la- 
sciò di nuovo Roma per recarsi a diporto e visitare parecchie 
terre e castelli dell'agro romano (^). Fu dapprima a passare 
alcuni giorni nella rocca o castello della vicina Frascati (*), 
da lui in quel medesimo anno decorata del titolo di città (^). 
Non sostenne Ignazio d'attendere il ritorno del Pontefice 
in Roma, e ottenuta udienza, si recò egli stesso colà a pero- 
rare di viva voce la causa che tanto stavagli a cuore. Ciò 
dovette aver luogo nella seconda metà di agosto o ai primi 
di settembre [*>). 

Un brevissimo, ma pur sufficiente riassunto del colloquio, 
che ebbe in lingua latina {') con Paolo III, ce lo lasciò il Santo 
nella sua lettera alla Roser: « Parlai da solo a solo con Sua 
Santità », così ci narra l'udienza, « gli esposi ampiamente 
le nostre intenzioni e i nostri propositi; gli feci conoscere per 



(*) Cf. il già citato hiher ver. 
consisi. tempore Pauli III, io. 
62-63. 

(^j Cf. GonzAlez, Acta, nei 
Mon. Ignat., ser. IV, I, n. 98, 
p. 96. Nella citata lettera alla 
Roser, che è la fonte più compiuta 
dell'episodio, invece di menzio- 
nare Frascati, come fece nel rac- 
conto della sua vita, usa il ter- 
mine anzi che no vago « un ca- 
(( stillo que està en las Comarcas », 
espressione della quale i primi edi- 
tori delle Cartas de san Ignacio 
fecero erroneamente un sinonimo 
delle Marcas, le Marche. Quanto 
al palazzo dove ebbe luogo il ri- 
cevimento, non fu questo certa- 
mente la villa Rufina, poi Fal- 
conieri, sorta solo tra il 1546 e il 
1550, (cf. Grossi Gondi, p. 3); do- 
vette essere la Rocca (il moderno 
palazzo vescovile), fabbricata da 
Pio II, e poi dal card. d'Estou- 
teville ridotta in forma di ca- 
stello nella seconda metà del se- 
colo XV. La parola « castillo » usa- 
ta da s. Ignazio sembra ricordi la 



destinazione e la forma dell'edi- 
fìcio. 

(3) Cf. TOMASSETTI, p. 249. 

(4) Il BÒHMER I, 228, assegna 
alla dimora di Paolo III in Fra- 
scati i giorni 17-20 agosto e fa 
cadere l'udienza al 17 o i8. Non 
indica però la fonte se non con un 
vago « Mitteilung aus dem vati- 
« kanischen Archiv ». Dal diarista 
Biagio da Cesena apprendiamo 
solo che il Papa, subito dopo 
Madonna di mezz'agosto, « re- 
fi cessit in Campaniam per diversa 
« loca et in civitate Velletri in- 
« travit cum pompa, in quibus lo- 
ft cis moram traxit per 15 dies ». 
Bibl. Nazionale di Roma, Gas, 
270, fo. 235V. 11 citato Liber rer. 
consist. dopo il 12 agosto, non re- 
gistra altri concistori che quelli 
del 16 e 23 sett., dei 7, 11, 18, 
25 e 30 ott., tutti tenuti in Roma, 
ora in S. Marco, ora in Castel 
S. Angelo, ora in Vaticano. Cf. 
ff. 64V, 65V. 67V, 68. 

(5) Cf. PoLANCO, Vita. p. 68; 
Maffei, lib. II, cap. viii, p. loi. 



i68 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



ordine tutte le volte che mi avevano processato in Ispagna e 
in Parigi, e rinchiuso prigione in Alcalà e Salamanca. Così 
adoperai affinchè nessuno lo potesse informare più al minuto 
di me ed anche per muoverlo a fare inquisizione sopra di noi 
e arrivare alla sentenza o dichiarazione della nostra dottrina. 
Infine supplicai in nome di tutti che, poiché a predicare ed 
esortare con frutto ci era necessario di godere buona fama non 
solamente presso a Dio, ma ancora presso agli uomini, ri- 
mosso da noi ogni dubbio in materia di fede e di costumi, 
si degnasse ordinare che l'una e gli altri fossero rivocati a 
diligente esame da qualsivoglia giudice ordinario gli fosse in 
piacere. Che quanto a noi, se ci trovassero colpevoli, vole- 
vamo esser corretti e castigati; se immuni di macchia, sup- 
plicavamo Sua Santità non ci negasse la sua protezione. Il 
Papa, benché ciò ch'io gli apersi potesse dar luogo a nutrire 
qualche sospetto, prese la parte molto in bene, lodò i nostri 
studj rivolti al retto fine, e così, dopo avere parlato alquanto 
esortandomi con parole di vero e sincero pastore, mandò 
ordinare con molta premura al Governatore, vescovo e giu- 
dice principale di questa città nell'ecclesiastico e nel civile, 
che subito attendesse a spedire la nostra causa » (^). 

Dinanzi all'espressa volontà del Pontefice, si venne in 
fine alla tanto sospirata conclusione, ma sembra che ad ac- 
celerarla v'intervenissero anche gli ufficj dell'autorevolissimo 
card. Gaspare Contarini (*). Nel che si scorse manifesta- 
mente un consiglio di Provvidenza che tutta quell'avversità 
volse in maggior credito d'Ignazio e de' suoi. Aveva egli 
esibito i documenti autentici dei tribunali, dove l'avevano 
o semplicemente inquisito o giudicato. Or mentre il Conver- 
sini stava per chiudere il processo, tre di quei giudici conven- 
nero fuori d'ogni espettazione in Roma: il dottor Giovanni 



(») Loiola alla Roser, Roma, 
19 dee. 1538, nei Mon. Ignat., 
ser. I, 1, 140 sg. 

(*) Scrivendo il Loiola ai 2 de- 
cembre 1538 a Piero Contarini 
in ringraziamento delle lettere da 
lui [inviate al cardinale Gaspare, 
dice che questi, subito ricevu- 
tele, « misit unum ex ser vis suis 
a ad dominum Gubernatorem, uti 



(( eius hortatu dignaretur absol- 
« vere causam illam nostram, quae 
« penes ipsum erat. Non multis 
<(«,utem postea diebus res omnino 
«terminata est...». Loc. cit. p. 
134. Ora, benché non conosciamo 
la data delle lettere spedite da 
Piero, non sembra tuttavia che 
fossero anteriori al colloquio di 
Ignazio con Paolo III in Frascati. 



8. - Fine dei calunniatori. 



169 



Figueroa, che in Alcalà l'aveva dapprima tenuto prigione e 
processato due volte; l'inquisitore Matteo Ori, domenicano, 
dal quale in Parigi se n'era solennemente riconosciuta l'in- 
nocenza; Gaspare de' Dotti, vicario generale del nunzio apo- 
stolico Veralli, che un anno innanzi in Venezia con amplis- 
sima lode avevalo dichiarato immune dalle varie colpe appo- 
stegli durante la sua dimora nelle terre della Signoria. A 
costoro venne ad aggiungersi il vescovo di Vicenza, nella cui 
diocesi alcuni dei compagni l'anno precedente si erano occu- 
pati con apostolici ministeri. 

Questi alti personaggi, chiamati dinanzi al governatore 
Conversini, deposero verbalmente più che non dicevano le 
sentenze pronunziate già dai loro tribunali. Dalle dichiara- 
zioni da essi fatte, dagli attestati pervenuti da Bologna, Fer- 
rara e Siena, dalle lettere del duca Ercole II e dalle testimo- 
nianze di varj gentiluomini romani s'ebbe tanto, che la sen- 
tenza non poteva in verità riuscire né più valevole a sperdere 
ogni ombra di sinistro dubbio né più onorifica pei calunniati (^). 



INNANZI di passare oltre a descrivere gli effetti della fa- 
vorevole sentenza, é da toccare brevemente la fine dei 
principali autori delle calunnie. Tra questi, cominciando da 
colui che n'era stato prima occasione, Agostino Piemontese 
o Mainardi, pare che, mentre si procedeva a dichiarare giu- 
ridicamente la perfetta onoratezza dei padri venisse a fare 
risorgere i timori sul conto della sua ortodossia e i sospetti 
non mai spenti del tutto. L'Aprutino infatti, allora Generale 
degli Eremitani, nota nei suoi regesti di averlo esortato da 
Roma con lettera del 2 decembre 1538 a essere più guardingo 
e sobrio nelle prediche, per avere udito che gli si trama- 
vano insidie e che i delatori vigilavano per torcere in mala 
parte le sue parole (^). 



. - FINE DEI CA- 
LUNNIATORI. 



(^) La sentenza in molte copie 
e transunti, sparsi per cura di s. 
Ignazio, specialmente nei luoghi 
dove era giunta la fama delle ac- 
cuse, fu testualmente pubblicata 
la prima volta dal Ribadeneira 
nella Vita Ignatii del 1572. La 
ripubblicò I'Orlandini, lib. 11, 
"• 52, P- 50 e appresso lui venne 



riportata, può dirsi, da quasi tutti 
i biografi ignaziani. Anche il Ro- 
driguez l'inserì nel suo Commen- 
tario. Da un esemplare coevo la 
ripubblicarono a' dì nostri gli edi- 
tori dei Mon. Ignat., ser. IV, I, 
627-629. 

(*) « 1588, 2 decembris. M. Au- 
(! gustinum Pedemontium monui- 



lyo 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



Nel Capitolo generale dell'Ordine tenuto in Napoli il 
maggio 1539, fatte le nuove disposizioni delle famiglie, il 
Piemontese è bensì assegnato al convento di Sant'Agostino in 
Pavia, ma non ritiene più l'ufficio di priore (^). Quel Capi- 
tolo ebbe pure ad occuparsi di certo acre litigio nato tra Ago- 
stino e un M. Teofilo napoletano (*). L'anno vegnente 1540 
ai 31 di agosto, stanco il Piemontese di far dimora nel pre- 
detto convento di Sant'Agostino, otteneva dal Seripandoun 
diploma, con il quale, mantenutagli l'autorità sull'altro con- 
vento di Santa Mustiola, gli veniva conferito il potere di 
creare, in caso di assenza, il priore, e di accogliere quei frati 
di cui abbisognasse, purché non vi ripugnassero i loro supe- 
riori (3). Quest'atto è la prova più evidente che l'integer- 
rimo e zelantissimo Seripando ai 31 di agosto 1540 non aveva 
ancora aperto gli occhi al procedere del Mainardi, il quale, 
abusando di tanta fiducia, proprio in Pavia non tralasciava 
con fine scaltrezza di disseminare gli errori e diveniva mae- 
stro ed amico del famoso novatore Celio Secondo Curione (♦). 



« mus ut sobrie prò concionibus 
« decere conetur, quum accepi- 
« mus eidem paratas insidias, et 
« delatores invigilare uti tor- 
« queant sua dieta». Regesi. A- 
prutini, ann. 1537-1538, fo. 7^. 

Mancano i dati per istabilire 
quando Agostino lasciasse l'e- 
terna città. Ai 13 giugno non 
era certo in Pavia, poiché sotto 
questo di l'Aprutino ordinò ai 
frati di quel convento che non 
disponessero di nulla « usque ad 
(( adventum novi Prioris ». Re- 
gesi. cit., fo. 4v. E neppure vi 
era nel seguente settembre, quan- 
do lo troviamo in Roma, come 
si deduce da un passo del Diario 
del Seripando: « Mense septembii 
« r 1538] vocat me Romam An- 
ce gustinus Pedemontanus collega 
« meus, Capituli General is prò 
« defendendo Capitulo in suis 
« actis ». Cf. Calenzio, p. 162. Ho 
riferito il testo giusta la sua ve- 
ra lezione del ms. autografo nella 



Nazionale di Napoli, IX, C. 42; 
l'edizione del Calenzio purtroppo 
errorihus scatet. Il citato Regesto 
dell'Aprutino, fo. 4^., sotto il dì 
« Romae, 26 septembiis » [1538] 
porta il seguente ricordo: « Lit- 
i< teras venerabili Magistro Augu- 
« stino Pedemontano assignavi- 
« mus, quo fratres monasterii no- 
ie stri Papiae, competenti ac ur- 
« genti causa astricti, iuxta ipsius 
« magistri nohis exposita, vende- 
« re possint possessionem quam- 
i: dam &c. ». 

(^) Sotto la rubrica F amili a 
Con veni ti s S . Augusitni de 
Papi a troviamo: «In primis 
« ven. mag. Ioannes Bap.t» Vero- 
« nensis prior; ven. mag. Petrus 
«de Cannellis; ven. mag. Augu- 
« stinus Pedemontanus ». Regesi. 
Seripandi, ann. 1538-1540, fo. 29. 

(2) Ivi fi. 40, 62, 62 V, gov, 91. 

(3) Regesi. Seripandi, ann. 1540- 
I ji.^ fo. 24. 

(4) Cf. Meyer, I, 43. 



8, - Fine dei calunniatori. 



171 



Di che si dimostra altresì l'errore degli storici antichi e 
moderni i quali dissero il Piemontese in pubblica rottura 
con la Chiesa fin dal 1539 e credettero di additarcelo in quello 
stesso anno cappellano evangelico in Chiavenna nella nobile 
casa di Ercole Salis, accarezzato e riverito pur da altri gen- 
tiluomini della Valtellina, quali i due Paoli, Pestalozza e 
Mascaranico, e Gabriele Bardella, datisi all'eresia (^). 

Nel principio del 1542, tornato che fu il Seripando dalla 
visita ai conventi di Francia e di Spagna, ritrovò con indi- 
cibile cordoglio l'antico confratello divenuto apertamente 
eretico. A riparare lo scandalo di quella caduta nominò 
suo vicario nella provincia di Lombardia con istraordinar 
poteri Gian Battista da Carmagnola, un frate di grande in 
tegrità, zelo e fortezza. Nelle lettere patenti, con le quali 
il 3 marzo 1542 gli conferiva quel carico, così esprimevasi 
sul conto di Agostino e degli altri che con lui avevano pre- 
varicato: « Innanzi ad ogni altra cosa ti deve essere a cuore, 
del che ti scongiuriamo per le viscere della misericordia del 
nostro Iddio, che tu metta sossopra e cielo e terra contro 
cotesti perfidi fuggitivi e contumaci. Agostino Piemontese, 
Giulio da Milano, Nicolò da Verona ed altri loro simili, se 
mai, a persuasione del diavolo, avessero ardire di tornare 
in provincia » (*). Poi rientrato in Roma il 3 aprile 1542 
e posto mano con forte braccio a sradicare parecchi abusi, 
non omise giammai in tutte le lettere, a questo fine in varie 



(') Cf. Rosius DE Porta, II, 
37. Dopo lui il Meyer, loc. cit., 
Entrambi sono stati seguiti dal 
BòHMER, I, 32^. 

(*) Regest. Seripandi, ann. 1540- 
1542, fo. 125. Sopra Giulio Mila- 
nese, V. Tacchi Venturi, Storia, 
1,507,509,514. Della sua prigionia 
in Venezia e della fuga dal carcere 
nel febbraio 1543 si hanno parti- 
colari nelle citate Lett. del card. 
Fabio Mignanelli. tt. VII, Vili, 
X, conservate in Siena presso il 
conte Castelli Mignanelli. Fra 
Giulio era assai più giovane di fra 
Agostino, come si può dedurre dal 
tempo in che entrambi si gradua- 
rono in teologia, che per l'uno fu 



il 1534, per l'altre il 1513. Nel 
1547 era predicante in Poschiavo 
donde anche passava a Teglio e 
Tirano, sì da divenire uno degli 
apostati italiani che più lavora- 
rono a diffondere il protestante, 
sino nella Valtellina. Cf. Meyer, 
II, 45. Sembra vivesse ancora 
l'anno 1571. Cf. Gerdes, p. 280; 
Regest. Seripandi, ann. 1538-1540, 
fo. 16. Intorno a Nicolò da Ve- 
rona veggasi il breve pontifìcio 
dei 22 decembre 1541 al cardi- 
nale di Trento, Cristoforo Ma- 
drucci, edito dal Fontana, Do- 
cumenti Vaticani contro l'eresia 
luterana, in Arch. della Soc. Rom. 
di storia patria, XV (1892) 382. 



172 



.Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



parti spedite, di colpire con nota d'infamia gli apostati 
testé nominati ('). Inoltre nel seguente maggio lo vediamo 
intimare un precetto di obbedienza al priore di Pavia 
Giambattista Firmano, perchè gli serbasse sotto gelosis- 
sima custodia i libri appartenuti al Piemontese (*). 

Queste notizie, racimolate fra i regesti della corrispon- 
denza del Seripando, non ci lasciano dubbio che il Mainardi 
all'entrare del marzo 1542 non avesse già passato il Rubi- 
cone, seguito, pochi mesi dipoi, dall'altro ancor più celebre 
apostata, l'infelice Ochino (3). Anzi par sia da maggiormente 
restringere i limiti del tempo e ritenere per certo che il fatto 
seguisse nel 1541, quando il Seripando era assente d'Italia. 
Altrimenti non si spiegherebbe come questi potesse scrivere 
in Bologna verso il 15 marzo 1542, di avere inteso dal Priore 
di Borgo Sandonnino che Nicolò Veronese era stato spedito 
da Agostino a predicare ai Battistini {*■). Cosa che farebbe 
supporre l'apostasia essere già avvenuta da qualche mese, 
ed ha un indizio o prova in ciò che il discepolo del Mainardi, 
Celio Secondo Curione, agli 11 d'agosto 1550, attribuiva al 
suo maestro dieci anni di predicazione in Chiavenna (5). 



(^) « In omnibus dictis literis 
« ultra consueta, duo magnopere 
« commendavimus; alterum quod 
« ad doctrinam suspectam attinet, 
« et in hac re nota infamiae homi- 
" nes signavimus Augustinum Pe- 
« demontanum et Julium Mediola- 
« nensem Nicolaumque Veronen- 
« sem cum apostata Guglielmo Ve- 
«neto... ». Regest. cit.,io. 130. 

(*) Regest. cit., io. 165. Ai 3 
del precedente marzo 1542 aveva 
scritto al Priore di Pavia: « ut li- 
ft bros quosdam cvim duabus arcis 
« M. Augustini Pedemontani acco- 
« modaret M. Io. Carmagnoliensi, 
« a quo inventarium omnium re- 
« ciperet cum promissione rationes 
« reddendi cui nobis visnm esset ». 
Ivi, fo. 123. Dello stesso argo- 
mento trattasi pure ai ff. 169, 189. 

(3) La fuga deirOchino ebbe 
luogo alla fine d'agosto 1542; cf. 
Solmi, La fuga di B. Ochino, &c.. 



in Bullettino senese, XV (1908), 76. 
Che dopo l'apostasia il Mainardi 
e rOchino fossero legati da ami- 
cizia si può dedurre dal ricordo 
che quest'ultimo fa del primo in 
una sua da Zurigo dei 4 giug."i558, 
edita dal Benrath, p. 306. 

(4) « Missus est hic Nicolaus 
« Veronensis post suam privatio- 
« nem ab Augustine Pedemon- 
« tano ad praedicandum inter 
« Baptistinos. Hoc retulit no- 
« bis prior S.*' Donini ». Regest. 
cit. fo. 126. Manca il giorno, che 
però cadde di certo tra l'ii e il 
14 marzo 1542. Ciò concorda con 
quanto scrive lo storico della 
Comunità Evangelica in Locamo, 
il quale pone al 1542 il principio 
della propaganda del Mainardi in 
Chiavenna. Cf. Meyer, I, 44. 

(5) Cf. la lettera del Curione 
data da Basilea, in Musaeum Hel- 
veticum, VII (1752), 562. 



8. - Fine dei calunniatori. 



173 



La fuga del frate, così per la celebrità di che godeva, 
come per la parte che sembra quasi assumesse di capo degli 
altri apostati, fece strepito in Lombardia, tanto che il Se- 
nato di Milano stimò bene occuparsi di lui e del suo com- 
pagno, Nicolò, in un pubblico editto dato alle stampe (^). 
Anche la regione che gli aveva dato i natali non rimase 
indifferente alla sua caduta, se fu esatta l'informazione che 
ne riceveva in Venezia il nunzio Fabio Mignanelli, secondo la 
quale sarebbe stato bandito, come eretico, dal Piemonte (*). 

Paolo III, che anche in questa occasione seguì il costume 
di procedere con somma mitezza con gli erranti per ricon- 
durli alla Chiesa, senza però riuscire le molte volte a tratte- 
nerli dal passo fatale (3), mentre il Mainardi aderiva aperta- 
mente ai luterani, anzi aveva dato principio alla comunità 
eretica di Chiavenna, gli inviò ai 14 aprile 1543 un ampio 
salvacondotto per tutte le terre dello Stato ecclesiastico, va- 
levole per otto mesi. In esso il Piemontese era trattato coi 
termini più riguardosi, quasi non fosse membro già reciso dal- 
l'Ordine Eremitano e dalla comunione di Santa Chiesa {^). 
Il Mainardi fé' il sordo; non mosse piede dalla Valtellina, e 
contra l'usato dalla maggior parte degli apostati italiani 
suoi colleghi, perpetuamente inquieti e randagi per l'Europa, 



(*) 11 Seripando ai 23 nov. 15.12 
registra: « Commisimus etiam [M. 
« Alexio Fivignanensi priori me- 
« diolanensi] ut mitteret ad nos 
« edictum Senatus impressum, in 
« quo fiebat mentio Augustini 
« Pedemontani et Nicolai Vero- 
« nensis ». Regest, cii. 1542-1544, 
fo. 28. A questo bando, od editto, 
penso dovesse riferirsi il Mar- 
chese del Vasto nella sua lettera 
a Paolo III dei 28 giugno 1541. 
Cf. Tacchi Venturi, Storia, I, 
512. Indarno ne ricercai il testo 
nel R. Arch. di Stato in Milano. 
Le grosse cinque buste di gride, 
ordini, editti da me spogliate (né 
più ve ne hanno) contengono po- 
chissimi di tali atti della prima 
metà del secolo xvi e in ninno di 
essi parlasi di Agostino. Ugual- 



mente infruttuose mi tornarono 
le ricerche fatte nello stesso Ar- 
chivio nel Fondo Religione, Con- 
vento di S. Marco, appartenuto 
agli Agostiniani. 

{') Il 12 ott. 1542 così il Migna- 
nelli informava il Farnese: « Fra 
« Reginaldo da Mantova scrive di 
« Somasco (loco vicino a Como) 
« che fra Bernardino [Ochino] era 
« capitato a Chiavenna, terra di 
« Grigioni a confini d'Italia, dove 
« si trova frate Augustine cacciato 
« di Piemonte dal S.r Marchese 
« per heretico ». Nelle citt. Leti, e 
Mem. del card. F. Mignanelli, 
to. VII, f. 72. 

(3) Cf. Hefele-Hergenròther. 
IX, goo; Pastor, V, 665 sg. 679. 

(4) Vedine il testo in Tacchi 
Venturi, Storia, 1, 515. 



174 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma, 



fermò sua sede in Chiavenna ('), dove attese a costituire e 
stabilire una chiesa di cui fu il fondatore e il primo pastore. 
Nei meglio che quattro lustri colà vissuti, si die più al mi- 
nistero di predicante che a quello dello scrivere opere teolo- 
giche o polemiche. Eccettuato l'opuscolo della Sodisfazione 
di Cristo e l'altro della Confessione della Chiesa di Chiavenna, 
altri non se ne conoscono da attribuirglisi con fondata cer- 
tezza (*). Riverito e onorato da' più, ma anche osteggiato e 
combattuto acremente dallo scismatico siciliano, l'apostata 
Camillo Renato e dai suoi adepti, finì ottuagenario in Chia- 
venna il 31 di luglio 1563, proprio lo stesso giorno che sette 
anni prima in Roma era passato dalla terra al cielo il prete 
pellegrino, cui egli non era riuscito a nascondere l'arti scal- 
trite onde, sotto gli occhi stessi del Vicario di Cristo, fraudo- 
lentemente propinava ai fedeli il veleno dell'eresia (3). 



(^) La notizia dell'ORLANDiNi, 
lib. II, n. 53, p. 51, che asserisce es- 
sere il Piemontese fuggito in Gi- 
nevra non può affatto ammettersi. 

(*) 11 Gerdes, p. 301, segui- 
to dal TiRABOSCHi (VII, par. 1, 
"• 43. P- 34°). sull'autorità dello 
apostata luganese Girolami Zan- 
chi, attribuì al Mainardi anche 
l'opuscolo Anatomia della Messa. 
Cf. Reusch, I, 374. Però il 
Rosius DE Porta, II, 411, il 
quale dopo il Gerdes trattò del 
Mainardi assai più ampiamente 
e con nuove ricerche, ricordati 
in modo generico i libri o scritti 
che si dicevano da lui composti, 
prosegue: « mihi nulla eorum no- 
« titia praeter quam de unico 
« isto, cui hic est titulus: Trattato 
« dell'unica et perfetta sodisfa- 
« zione di Cristo &c. ». L'altro 
opuscolo, Confessio Ecclesiae Cla- 
vennensis, era già scomparso ai 
tempi del Rosius (1770), tanto che 
a lui non riuscì di trovarne più di 
un frammento, poi edito per le 
sue cure. Cf. loc. cit., pp. 83-86. 
Al Mainardi non si può in alcun 
modo ascrivere l'anonimo e cele- 



bre opuscolo luterano // somma- 
rio de la S. Scrittura, come fece, 
benché solo in via di congettura, 
il p. Lainez {Epist. de s. Ignat., 
sor. IV, I, 123), seguito dal Bar- 
TOLi, Vita di s. Ignazio, lib. 11, 
cap. XLiii, p. 166. Fra Agostino 
ne fu al più il traduttore in ver- 
nacolo; ma anche ciò non è guari 
probabile. Cf. Reusch, I, 104 sg.; 
Bòhmer, I, 232^. 

(3) Dello scisma suscitato e ali- 
mentato in Chiavenna e nei Gri- 
gioni da Camillo Renato e dell'op- 
posizione che questi trovò nel 
Mainardi scrive largamente il 
citato Rosius DE Porta, II, 
81-138. Presso lui si hanno an- 
che otto lettere di fra Agostino, 
tutte degli anni vissuti nel pro- 
testantesimo. La notizia della 
morte del Mainardi sul rogo, data 
per primo come cosa certa dal 
RoDRiGUEZ [Comment., in Epist. 
PP. P. Broèti &.C., p. 505), poi 
temperata con un « dicitur » dal- 
I'Orlandini (loc. cit.), e ripetuta 
appresso senza esitazione dal 
Bartoli (loc. cit., p. 166), e dal 
GarcIa (lib. ni, cap. xv), è del 



8. - Fine dei calunniatori. 



175 



Meno abbondanti notizie ci furono tramandate sopra 
la fine degli altri tre accusatori del Santo tutti infetti di 
eresia, ma di gran lunga inferiori al Mainardi per fama e 
pregi di lettere. 

Il Barrerà, poco dopo la persecuzione mossa al Loiola, 
colto da violento malore, si spense in Roma, fortunatamente 
pentito del suo misfatto ('). Più amari casi toccarono a 
Francesco Mudarra e a Pier di Castilla. Il peccato d'eresia, 
calunniosamente apposto a Ignazio e ai compagni, indi a 
più di tre lustri ritrovato in essi, procacciò loro la prigione 
che avevano a lui intentata ed ebbero entrambi infelice 
sorte. Il Mudarra, condannato due volte per luterano e immi- 
schiato in frodi (*) trovò nel Loiola un pietoso patrono che 
mosse la duchessa Leonora di Toscana ad intercedere per lui 
presso di Paolo IV. Tuttavia nella estate del 1555, mentre si 
svolgevano queste pratiche, riuscì a fuggire dal carcere di 
Roma, e invece del rogo che l'attendeva, fu solo bruciato in 



tutto destituita di fondamento. 
Vedi nel Rosius, II, 410 sg. la 
lettera del correligionario Ulisse 
Martinengbi, altro profugo ere- 
tico italiano, che descrisse con 
grandi elogi gli ultimi momenti 
dell'apostata e i funerali ai quali 
egli aveva assistito. 

(^) RiBADENEiRA, Animudver- 
siones in Vitam s. Ignatii, &c., in 
Mon. Ignat., ser. IV, 1, 751; Cf. 
Orlandini, lib. II, n. 53, p. 51. 

[') RiBADENEiRA, loc. cit. c nel- 
la Vita p. Ignatii, cap. x, n. 164, 
nella quale nondimeno tacque, 
per riguardo delle famiglie super- 
stiti, i nomi di tutti e tre. Quelli 
del Barrerà e Mudarra vennero 
fatti conoscere dal Maffei, lib. 
II, cap. vili, p. 104, cui I'Orlan- 
DiNi (Ice. cit.) aggiunse anche 
l'altro del Castilla. 

« Ha sydo condenado dos vezes 
« por lutherano y tantas se ha 
« escapado con dinero ». Così as- 
seriva la duchessa Leonora di 
Toscana che a malincuore e solo 



per la riverenza che nutriva al 
Lainez s'indusse a raccomandarlo 
al conte di Montoro, Giovanni Ca- 
rata, nepote di Paolo IV. Cf. la 
sua lettera ad Ignazio e quella 
del segretario Herrera, in Epist. 
mixtae, IV, 737-739, nonché l'al- 
tra del Loiola al Lainez dei 9 feb- 
braio 1555, in Mon. Ignat., ser. 
I, Vili, 366 sg. Fu il Mudarra 
uomo facoltoso. In Tivoli, nel 
1553, aveva un agente per nome 
Francesco Navarro. Ci. Epist. 
mixtae. III, 654. Ivi pure pos- 
sedeva una casa che dovette es- 
sere abbastanza grande, il cui 
possesso, dopo la confisca, si 
contesero il tesoriere Francesco 
d'Aspra, il cardinale di Ferrara 
Ippolito d'Este, governatore della 
città (il quale la donò al genti- 
luomo ferrarese Tommaso Mosti) 
e l'Inquisizione, come ricavo da 
una *Informatione della casa di 
Mudarra in Tivoli, conservata 
in Rom. Fund. Colleg., voi. Vili, 
n. x.xxi. Il maestrato della città 



176 



Capo V. - Opere'' di zelo e persecuzione in Roma. 



9. - SENTIMENTI 
DI IGNAZIO, DEL 
FABRO E DEL BO- 
BADILLA PER LA 
RIPORTATA VIT- 
TORIA. 



effigie ed ebbe confiscati i beni (^). Delle sue avventure 
dopo la fuga, non ostante le ricerche intraprese in pro- 
posito dai moderni studiosi, nulla è pervenuto insino a noi (^). 
Pier di Castilla, che fra Michele Ghislieri, il futuro Pio V, 
rappresentava al cardinale Cervini quale compagno del 
Mudarra (3), dopo i ben fondati sospetti concepiti sul conto- 
suo fin dai tempi di Paolo III, e l'assoluzione dal medesimo 
ottenuta il 1549, sotto il successore Giulio fu imprigionato 
in Napoli per causa di eresia. Di là trasferito a Roma nel- 
l'estate del 1553, venne sottoposto a regolare processo e 
confesso e dichiarato colpevole riportò condanna di per- 
petuo carcere, dove finì di vivere il 1559 assistito carita- 
tevolmente nel punto estremo da un figliuolo del Loiola, il 
p. Diego di Avellaneda (^). 

TORNIAMO ora ai padri usciti dalla diuturna ed aspra tri- 
bolazione che per poco aveva condotto all'estrema ro- 
vina tutti i loro disegni di gloria di Dio. 

L'esito così felice del penoso negozio li riempi di soavis- 
simo gaudio. Il Fabro richiamandosi a quei giorni parecchi 
anni dopo, con quella sua tanto soave unzione contava tra i 
segnalati beneficj del Signore gli affanni e i dolori, non meno 
che le gioie della vittoria di quel 1538. « Piaccia a Dio», così 
nota nel Memoriale, « che io sappia riconoscere la mia parte 
nei tanti beneficj da lui fattici in comune quell'anno, nel 
quale avemmo tante contraddizioni ai nostri buoni propo- 
siti, massime nell'inquisizione che noi stessi procurammo si 
facesse sul conto nostro e nella sentenza che, nonostante il 
gran favore degli avversar], finalmente ottenemmo » (^j. 

Ignazio poi se ne rallegrava colla Roser, lodando Dio dei- 



col vescovo fecero istanza nel 1556 
all'Inquisizione che venisse data 
al Collegio Romano; ma la sup- 
plica non venne ammessa. Cf. 
PoLANCo, Chvon., VI, 62. 

(^) Cf. RiBADENEIRA, lOC. cit.; 

RoDRiGUEZ, Comment., in Epist. 
PP. P. Broèti &c., p. 504. 

(2) Cf. BÒHMER, 1, 233^ Egli 

non omise di fare peculiari in- 
dagini anche in Ginevra, asilo di 
parecchi spagnuoli eretici; ma 



del Mudarra non trovò traccia 
alcuna. 

(3) Cf. la sua lettera al card. 
Marcello Cervini dei 4 agosto 1553 
ora edita dal BuscHBELL.p. 320 sg. 

(4) Cf. RiBADENEIRA, Animad- 
versiones in Vitam s. Ignatii, &c., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I, 751. 
RoDRiGUEz, Maffei, Orlandini, 
11. ce; AlcAzar, I, LXii. 

(5) Fabro, Memoriale, n. iS. 
in Mon., p. 406. 



g. - Sentimenti d' Ignazio y del Fabro e del Bobadilla, &c. 177 

l'occasione che loro porgeva di ben fondata letizia; e al suo ca- 
rissimo Pier Contarini dava ragione del perchè tanto avesse 
insistito sino a vedere la causa terminata. « Bene so io che 
non mancherà per questo », gH scriveva con occhio di profeta, 
« chi in avvenire seguiti a vituperarci, né questo è quello che 
siamo andati cercando. Noi volemmo solo conservare la 
buona fama di una sana dottrina e di una vita senza macchia. 
Ci chiamino pure rozzi, ignoranti, inesperti della lingua, anzi 
gente di mal'affare, ciurmadori e istabili, non ce ne daremo 
pensiero, colla grazia di Dio; ma non dovevamo patire che 
falsa si dicesse la dottrina da noi predicata e viziosa si re- 
putasse la forma che teniamo di vivere, poiché né l'una, né 
l'altra è cosa nostra, ma di Cristo e della sua Chiesa ('). 

Con termini ancor più copiosi esponeva questo medesimo 
concetto il Bobadilla nella sua dei 26 di novembre al duca 
Ercole II, dove rendevagli affettuosissime grazie per le prov- 
vide cure usate a loro riguardo. La lettera, rimasta sepolta 
fino ai nostri giorni negli Archivj Estensi di Modena, ci fa co- 
noscere un'ignota difficoltà che stava per sorgere contro dei 
servi di Dio, ed era il rappresentare il loro recente procedere 
nel fatto del processo come poco conforme, se non in tutto 
difforme, alle leggi della cristiana mansuetudine. A disgom- 
brare dunque questi calunniosi rumori così il Bobadilla scri- 
veva: « Ci sembra di restar sodisfatti con avere fatto quello 
di che eravamo tenuti a Dio e a noi medesimi secondo le opi- 
nioni dei sacri dottori, delle quali V. E., se così vuole, potrà ve- 
derne alcune nella qui inclusa minuta (*). Da esse scorgerà 
limpidissimamente l'obbligo che ci correva di usare ogni 
mezzo affinché si scoprisse la verità. Poiché, come é merito 
soffrire con pazienza le ingiurie proprie, così, per ragion dei 
contrarj, sarebbe colpa grave ed errore sopportare, o solo dis- 
simulare, le ingiurie di Dio. A quella guisa che la buona vita 
ci è necessaria per salvarci l'anima, non altrimenti ci bisogna 
la buona fama per cooperare alla salvazione dei prossimi, 
desiderosi di aiutarsi coi nostri ministerj spirituali. Questo 
fu appunto il fine da noi preso di mira, che tutto cioè ritor- 



(^) Cf. Mon. Ignai., ser. I, I, dena, degli autori, qui allegati. 

135 sg. dove si conserva l'originale delle 

(*) Indarno ricercai i varj pa- lettere ora edite nei Monumenta 

reri nell'Archivio di Stato in Me- del Bobadilla. 

Storia della Compagnia di Gesù in Italia, II. 12 



t^È 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



IO. - e ARESTI A 
NRLL 'inverno 

IS38-39- 



nasse a maggior gloria di Cristo nostro Signore, essendo per- 
suasi che ogni cosa procedette dalla sua mano divina, ac- 
ciocché difendessimo il suo onore senza darci pensiero del 
nostro, siccome quelli che desideriamo sopportare i travagli 
della croce e le persecuzioni del mondo fino a raggiungere 
la pace perpetua della gloria celeste, della quale faccia Cristo 
N. S. partecipe V. E. conforme noi desideriamo e preghiamo 
ogni giorno nei nostri indegni sacrificj » (^). 

Mentre la piccola comitiva dei Preti pellegrini non rifi- 
niva di rendere grazie al Signore, che la passata tribolazione 
aveva convertito in letizia, venne loro dischiuso un nuovo 
fruttuosissimo campo. Un saggio ordine di Paolo III, pro- 
mulgato dal Governatore, dispose, verso il 19 decembre, che 
le scuole dei fanciulli costituite nei tredici rioni di Roma 
fossero istruite nella dottrina cristiana dai nuovi sacerdoti 
forestieri, come già essi, senza averne ricevuto speciale com- 
missione, avevano cominciato a fare spontaneamente per 
impulso di santo zelo (^). Quel ministero utilissimo, anzi 
fondamentale ad un sodo rinnovamento della società cri- 
stiana, se avvicinava l'uomo apostolico e i suoi compagni 
alle famiglie, non meno gliene conciliava la gratitudine e la 
stima e lo rendeva popolare nell'Urbe. 

FRATTANTO ecco sopraggiungere gravissima sciagura, che, 
porgendo ai poveri Preti stranieri ampia occasione al- 
l'esercizio della carità, contribuì non poco a mettere in luce 
le loro solide virtù e a renderli, d'invisi o non curati, graditi 
e cari al popolo romano. 

Mediocre anzi che no era stato in quest'anno 1538 il rac- 
colto del frumento in tutto l'agro romano. Il legato Gian 
Vincenzo Carafa che, assente Paolo III, aveva saggiamente 



(') BoBADiLLA, Mo«., p. 13. La 
costanza di s. Ignazio nell'esi- 
gere giuridica definizione del 
processo fu molto lodata dal re 
don Giovanni III di Portogallo e 
da Caterina sua moglie, come indi 
a più di uit anno e mezzo raggua- 
gliava s. Francesco Saverio nella 
«uà dei 13 lug. 1540. Mon. Xa- 
ver., I, 214 sg. 



{*) Mon. Ignat., ser. I, I, 144. 
Il Santo scrive: « ...Juntdndose 
« las escuelas de los muchachos, 
« les instruyamos en la doctrina 
« Christiana, corno antes lo co- 
te menzamos à hacer ». Or que- 
ste scuole non sembra potessero 
essere altre che quelle di gram- 
matica, dipendenti dallo studio di 
Roma. Cf. Renazzi, II, 113; 248. 



to. - Carestia nell'inverno iSjS-jg. 



179 



provveduto all'ordinato e tranquillo t^ivere in Roma, pre- 
sentì sin dal principio di luglio l'imminente pericolo della 
carestia, se a tempo non vi si poneva opportuno riparo {'). 
Chiaro monumento della sua preveggenzaèla lettera spedita il 
13 del detto mese al cardinale Farnese. « Ora che S. San- 
tità », scriveva, « era la Dio mercè tanto vicina alle porte di 
Roma che già ricoprivala dell'ombra sua, sentiva il bisogno di 
giovarsi del suo favore nelle provvigioni di vettovaglie, cui 
stringeva di mettere mano immediatamente ». E qui delineava 
un minuto disegno dei provvedimenti da prendere: lettere o 
brevi che il papa avrebbe dovuto spedire ai signori dei din- 
torni, massime ad Ascanio Colonna, a Girolamo Orsini, a 
Camillo Caetani affinchè non più impedissero ai contadini di 
portare il grano in città; essere insufficienti quelle già da lui 
scritte, né poter molto i commissarj a questo fine inviati, se 
non intervenisse lo stesso Pontefice; ai luoghi marittimi dello 
Stato si proibisse di concedere tratte per qualsivoglia specie 
di derrate; e alla stessa misura si obbligasse pure la Camera, la 
quale, accordando, come aveva fatto, tali permessi, disviava 
le biade da Roma. Perchè non fosse nella città penuria di vi- 
veri potersi estrarre dalla Sicilia sufficiente quantità di grano 
bastevole a farne un Monte per venderlo a tempo e luogo a 
ragionevole prezzo; in questa guisa i mercanti sarebbero co- 
stretti ad abbassare il loro, senza perdita di capitale da parte 
dello Stato. « Ma quando se spendessono » (soggiungeva con 
« principj di governo schiettamente cristiano) « un ventimila 
« scudi sarebbono ben guadagnati et dati per l'amor d'Idio per 
« il gran bene che ne segueria, e S. Santità farebbe un'opera 
« non mancho santa, et memorabile che è stata questa della 
« concordia tra i principi cristiani, et che fosse quella di PP. 
« Paulo II, il quale, come mi soleva raccontare la bona me- 
« moria del Cardinale mio zeo e S. Santità sa, rivocò nella 
« carestia una grande abundantia in questa città » (*). , 



(*) Cf. in Tacchi Venturi, 
Storia, I, 440 sg. la lettera scritta 
dal Legato al card. A. Farnese il 
20 apr. 1538 nella quale lo rag- 
guaglia, contro le voci falsamente 
sparse, dello stato di Roma ri- 
spetto all'approvvigionamento e 
alla pubblica quiete. 



(*) Cf. il teste del documento, in 
Tacchi Venturi, Storia I, 441, 
sg. 11 cardinale suo zio, che Gian 
Vincenzo qui ricorda, è Oliviero 
Carafa de' conti di Maddalene, 
elevato alla sacra porpora da 
Paolo II il 1467 e morto vecchis- 
simo in Roma il 15 11. 



i8o 



Capo V. - Opere ài zelo e persecuzione in Roma^ 



Benché le proposte dell'avveduto ministro, contenenti il 
più e il meglio della scienza economica di quei tempi, fos- 
sero trovate giuste, non vennero pur troppo pienamente at- 
tuate. Una lettera del Conversini, governatore di Roma, al 
vicecancelliere Alessandro Farnese sotto il dì 25 di agosto 
c'informa che il partito preso dal Papa di fornire la città con 
il frumento di Sicilia non si mandava ad effetto con la celerità 
dal negozio richiesta; tanto che egli si credeva obbligato di 
avvisarglielo, aggiungendo che da notizie attinte con tutta 
segretezza gli constava esservi in Roma tanta quantità di 
grano che appena poteva bastare fino a Natale. Stringere 
dunque il bisogno di sollecita compera, anche perchè i prezzi 
aumentavano in Sicilia donde pur il Portogallo levava grandi 
carichi (^). Ma le prudenti osservazioni del vigilante gover- 
natore non ebbero anch'esse maggiore fortuna di quelle del 
legato Carafa. 

Nel decembre, come il Conversini aveva ben antiveduto, 
scoppiò la carestia in tutta la sua crudezza, resa più grave, 
dalle intemperie della stagione al tutto straordinarie. « Ogni 
cosa era cara », scrive il cronista Cornelio di Fine, « il grano, 
il vino, l'olio, i formaggi, la carne d'ogni qualità; e ciò av- 
venne per i freddi intollerabilmente intensi, per le nevi fre- 
quenti e le piogge stemperate che dalla vigilia di Natale del 
1538 si protrassero senza interruzione al 25 di maggio 1539. 
Tonava nel cuore dell'inverno come in estate, cosa per verità 
che fa paura al solo udirla contare » (^). 

Il cronista non dice nulla dell'altra calamità sopraggiunta 
a maggiore sventura di Roma e ben più paurosa dei lampi e 
dei tuoni nel gennaio, qual fu la grande miseria e indigenza 
alimentata dal riversarsi che fecero in città i famelici de' cir- 



(') Vedi il testo della lettera del 
Conversini, in Tacchi Venturi, 
Storia, I, 443. 

(*) *« Anno domini 1539 ma- 
« xima fuit annonae caritas, in- 
« cipiendo de mense decembris 
« 1538, insperate tamen; et hoc 
« propter hiemis austeritatem phas 
« solito. Cara erant omnia: gra- 
« num, vinum, oleum, caseum 
« carnes omnis generis et hoc 
«accidit, ut dixi, propter hyemis 



« asperitatem, f rigorum intollera- 
« bilium, nivium frequentium et 
« pluviarum perhennium, quae in- 
« coeperunt in vigilia Nativitatis 
« Domini 1538 et perdura vit usque 
« ad 25 mensis mai) 1539 sine in- 
M termissione. Tonitruafrequentia 
« in corde hyemis contra exigen- 
« tiam temporum. Res, inquam, 
« et auditu et visu horrenda ». 
Nella Bibl. Vat. Ott. cod. 161 4, 
p. 158V. 



//. - L'assistenza ai famelici in casa Frangipani. 



i8i 



costanti paesi. « I poveri », è la descrizione lasciataci da un te- 
stimone, compagno d'Ignazio, « si giacevano da pertutto as- 
siderati per le strade e per le piazze e parecchi durante la 
notte se ne morivano soli, senz'aiuto, disfatti dalla fame e 
dal freddo. Non v'era chi di loro si prendesse cura, li ri- 
coverasse al coperto o in altra maniera efficace si commo- 
vesse alla dolente lor vista » (^). Tale era il tetro aspetto di 
Roma, e non di Roma soltanto, ma di tutte, più o meno, 
le belle città d'Itaha (^). 



IN quel torno i compagni ignaziani dalla seconda lor sede 
in Roma, il cui luogo ci è ignoto, s'erano tramutati alla 
casa molto più ampia di Antonio Frangipani presso la torre 
del Melangolo, dove ora sorge il palazzo già «edificato nella 
seconda metà del secolo xvi da Mario Delfini (3). «Colà», 
prosegue il Rodriguez e con lui concorda il Polanco, « mossi i 
padri a compassione, cominciarono a ricoverare la notte al- 
cuni di quei meschini che trovavano abbandonati sul lastrico. 
Sorse in breve, frutto naturale delle circostanze, un'opera 
d'ordinata assistenza pei miseri derelitti. Alcuni de' padri 
uscivano alla limosina per la città durante il giorno. Racco- 
glievano pane, legna da ardere, paglia a formare giacigli, e 
tutto sulle proprie spalle se lo recavano in casa. Venuta la 
sera, i mendici, che dal mattino erano andati vagando per 



- L ASSISTEN- 
AI FAMELICI 
CASA FRANGI- 
PANI. 



(^) Comment., in Epist. PP. P. 
Broèti, p. 499 sg. 

(*) « L'Italia era stretta dalla 
« fame universale et grande quan- 
« to altra che ne fusse mai stata a 
« questa memoria ». Adriani, II, 
an. 1538-1539. P- 113- Cf. quello 
che lo stesso autore scrive più 
sotto, (p. 114), a proposito di Fi- 
renze. 

(3) Cf. Tacchi Venturi, Le 
case abitate in Roma da s. Igna- 
zio di Loiola, &c. in Studi e docu- 
menti &c. XX (1899), 297-302; ne- 
gli estratti, pp. 13-18. In confer- 
ma di quanto ivi scrissi circa la 
posizione della Torre del Melan- 
golo sono preziosi i dati prove- 
nienti dalla stima, che il 23 lu- 



glio 1539 fecero i maestri delle 
vie, intitolata: « Tasa delle case 
<( che hanno a paghare il danno 
« che patiscono le case che vanno 
tt butate in terra per aprire la 
« strada innanzi al Monisterio di 
<■ santa Catelina delli Funari che 
« responde dalla strada delle Bo- 
« teghe scure alla via della Tore 
« delli Melangoli ». Arch. di Stato 
in Roma, Taxae Viarum a.n. 1514- 
1584. La nuova strada, di cui 
qui parlasi, è la pi esente via dei 
Funari. La stessa topografìa ci 
è data ancora da un'altra stima 
degli 8 marzo 1535 per il jettito 
(intendi selciato) della Torre del 
Melangolo. Conservasi ivi, voi. 
e ann. citt. 



i82 Capo V. - Opere ai zelo e persecuzione in Roma. 

Roma all'accatto, riducevansi novamente intorno ai Preti 
pellegrini a ristorarsi con i soccorsi preparati loro con tanto 
amore. Al rifocillamento seguiva un edificantissimo esercizio 
di carità e di umiltà cristiana suggerito agli uomini apostolici 
dallo spirito di viva fede che aguzza lo sguardo a scorgere 
nel povero le amate sembianze di Gesù Cristo. Si lavavano 
a parecchi i piedi; i più deboli ed infermicci venivano adagiati 
in qualche lettuccio donato dalla liberalità dei devoti, ed ivi 
affettuosamente curati; a tutti poi in comune, affinchè non 
mancasse la preziosa limosina spirituale, spiegavansi in un 
grande stanzone i comandamenti di Dio, s'insegnavano le più 
necessarie orazioni e con acconce parole, rese al sommo effi- 
caci dall'amore fraterno di che davano bella prova, atten- 
devasi ad ingentilire a poco a poco i rozzi costumi di quei 
tapini ('). 

Un'opera di siffatta natura, intrapresa in tempi tanto ne- 
cessitosi da poveri preti forestieri, costretti anch'essi a limo- 
sinare per vivere, fu ai ricchi e ai cardinali acuto sprone per 
muoverli a venire largamente in soccorso degli indigenti. 
« Questi chierici pellegrini, dicevano alcuni, ci danno vera- 
mente di che arrossire: essi, pur non avendo il necessario per 
sé, fanno un così gran bene; e noi, che viviamo nell'abbon- 
danza, perchè non faremo qualche cosa di somigliante? » {^). 
L'osservazione, che aveva il tono d'un biasimo meritato, 
veniva quant'altra mai opportuna. Poiché, anche in quel ca- 
lamitoso inverno del 1539 i ricchi di Roma tra la desolazione 
dei poveri famelici non cessavano di scialacquare nello 
sfarzo gentilesco del carnevale quasi fossero ai tempi di 
Leone X {^). Tuttavia la voce ammonitrice della coscienza, 
per molti almeno, non risuonò eco vana in mezzo al deserto. 
Animati da sì fervidi esempj si videro principali signori 
e gran prelati largheggiare coi mendici. Narrano vi fossero 
pure alcuni i quali, disposando la carità all'umiltà, recavano 
in persona sussidj alla casa dei padri, desiderosi di contem- 
plare coi proprj occhi spettacolo di tanto trascendente la 
natura, ben più giocondo all'animo cristiano che non le feste 
del Testacelo, le scene trionfali di Agone e le rappresentazioni 



(*) RoDRiGUEZ, loc. cit., p. 500; (3) Sul Carnevale ai tempi di 

POLANCO, Vita, 1, 65 sg. Paolo III e proprio di quello del 

(2) RoDRiGUEZ. loc. cit. 1539, vedi Pastor, V, 232-234. 



//. - L'assistenza ai famelici in casa Frangipani, 



183 



del paganesimo, purtroppo mantenute e favorite da Paolo III 
come ai giorni del gran predecessore Mediceo ('). Alla vista 
della nudità della plebe derelitta, un di quei pii visitatori, 
riferisce la cronaca, i quali di quando in quando recavasi 
a tarda sera in casa dei Frangipani, non avendo altro da- 
naro presso di sé lasciò in limosina all'improvvisato ospizio 
una parte delle stesse sue vesti (^). 

Le angustie del luogo, eccessivamente insufficiente a 
contenere tanta moltitudine di mendici, consigliarono Igna- 
zio d'adoperarsi perchè fossero ricoverati meno a disagio, e 
in qualche maniera ancor sostentati, nei pubblici ospedali 
della città, dove egli ed i suoi recavansi ad assisterli (3). 
Il provvido cambiamento dovette seguire circa la metà di 
marzo. Appunto allora, come subito vedremo, comincia- 
rono i convegni notturni dei padri per deliberare se aves- 
sero a formare nuova congregazione; negozio cui difficil- 
mente avrebbero potuto attendere, se fossero stati occupati 
coi poverelli nel modo testé descritto. Non bastando le ren- 
dite ordinarie degli ospedali a un bisogno tanto fuori del con- 
sueto, Ignazio ricorse alla generosità dei Romani. N'ebbe 
abbondanti elargizioni, tra le quali per la loro copia vengono 
ricordate quelle della giovanissima figliuola di Carlo V, la 
già vedova Margherita d'Austria, passata a nozze nell'otto- 
bre del 1538 con Ottavio Farnese, nepote del Pontefice (*). 
I poveri ricevuti negli ospizj per gli infermi, secondo il 
computo d'un contemporaneo (5), ascesero a più di tremila: 
numero ben grande, quando si pensi che la popolazione di 



(^) Cf. Pastor, loc. cit. 

(*) Cf. PoLANCo, Vita, p. 66; 
RoDRiGUEZ, loc. cit. Devesi av- 
vertire che le due fonti sono l'una 
dall'altra indipendenti. Il Rodri- 
guez, benché testimone e parte 
dei fatti, pure, come quegli che 
si fece a scrivere trentanove anni 
dipoi, non riuscì così ordinato co- 
me il Polanco. Non ricordò, p. es. 
l'anno esatto in che accaddero. 
«Hieme quadam Romae adeo 
« annona laboratum est, ad eo- 
« que... ». L'Orlandini (lib. 11, n. 
55. P- 51). da cui attinse il Bar- 



toli, aggiunge che da tutti i po- 
veri sostentati si esigeva la con- 
fessione. Questo particolare man- 
ca nel Rodriguez e nel Polanco; 
è però in tutto conforme allo spi- 
rito di s. Ignazio, e dovette essere 
tolto da buon informatore. 

(3) Cf . Polanco, Vita, p. 66. 

(4) Maffei, lib. II, cap. xi p. 
113. Cf. Pastor, V, 213 sg. 

(5) « et ultra tria hominum mil- 
le lia eorum, qui paupertate pre- 
ce mebantur, in huiusmodi locis su- 
« stentata fuere ». Polanco, Vita, 
loc. cit. 



i84 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



Roma nel 1539 doveva aggirarsi intorno ai quaranta mila 
abitanti (*). 

Ancora più s'allargò lo spirito di beneficenza dei padri. 
Circa duemila poveri sparsi per la città in varie case, mercè 
i soccorsi che per essi accattavano da pii benefattori, n'eb- 
bero lenita la estrema indigenza; nel qual ministero fu sì 
scrupolosamente delicato il Loiola, o meglio, tanto spoglio 
d'ogni interesse, da non permettere che neppure un quat- 
trino di ciò che riceveva venisse riserbato per i poveri suoi 
compagni, non meno dei sovvenuti di ogni cosa bisognosi e 



(*) Senza prò mi riuscirono le 
ricerche intraprese negli archivj 
degli Ospedali di S. Giacomo, 
di S. Spirito, di S. Giovanni e 
della Consolazione a fine di veri- 
ficare il predetto computo del Po- 
lanco. Mancano per questo pe- 
riodo gli elenchi dei ricoverati e 
quelli ancor dei defunti. Dai regi- 
stri di cassa si potrebbe ricavare 
l'aumento delle spese dell'anno 
1539 in confronto dei precedenti; 
ma oltre di che essi offrono la- 
cune, la mancanza di riassunto 
nei libri porterebbe un dispendio 
di tempo non compensato, nel 
caso mio, dall'importanza dell'ar- 
gomento. Nell'ospedale di San 
Giacomo, al quale, come di fonda- 
zione recente e sfornito di ren- 
dita. Paolo III donava ogni mese 
scudi 25, si trova notato sotto il 
30 aprile 1539 una elemosina 
straordinaria, larghissima per quei 
tempi, di 200 scudi di oro in oro; 
ciò che prova, oltre la liberalità 
del Pontefice, i bisogni dell'ospi- 
zio. Cf. Arch. di San Giacomo in 
Anglista, hihri entrate-uscite, rc- 
gist. 50, nel R. Arch. di Stato in 
Roma. Importante per la storia 
di quest'ospedale e per conoscere 
come non mancassero santi pre- 
lati solleciti dei poveri e libeii 
nel sostenere la causa loro, è la 
lettera che mons. Francesco Van- 



nuzzi, il pio elemosiniere di Pao- 
lo III, scriveva a lui il 4 mag- 
gio 1538, mentre era sul punto di 
partire per Nizza. « Supplico V. 
« B. et con gran desiderio cammini 
« sempre de virtù in virtù de Dio 
« recordandoli le elemosine solite 
« et ordinate dal principio del suo 
« pontificato, acciò non incurra 
« nel dicto del Signore " Qui ponit 
« manus suas ad aratrum et ve- 
« spicit retro, non est aptus re- 
« gno Dei: et quia eleemosina est 
« stahilimentum anime tue "; per 
« questo ricordo a V. S.^^ non 
« manchi alli boni principi dati 
« et alli altri ordinati da V. S.^ ...». 
E perchè il tesoriere si rifiutava 
di pagargli l'assegnamento fatto- 
gli dal Papa di ducatoni 212 men- 
sili, lo supplicava ordinasse un 
luogo certo, dove poterli esigere, 
per soccorrere ai grandissimi bi- 
sogni dei luoghi pii, specialmente 
agi' Incuràbili, dove erano man- 
cate le limosine e v'aveva a gran 
« moltitudine de infermi che pas- 
« sano più di trecento et senza en- 
ee frate firme ». Arch. di Stato 
in Parma, Carteggio Farnesiano, 
1538, lett. cit. 

La popolazione di Roma alla 
vigilia del sacco ascendeva a 
55.035 mila abitanti (cf. Gnoli, 
Il Censimento di Roma sotto Cle- 
mente VII, in Arch. Soc. Rom. di 



II. - L'assistenza ai famelici in casa Frangipani. 



i8S 



nel vivere alla mercè della carità dei fedeli (^). Certo maggiori 
e più solidi frutti avrebbe egli raccolto da questo primo pre- 
ludio di apostolato nel campo della beneficenza, se i prudenti 
del secolo, come nota il cronista, non gli avessero impacciata 
la via a provvedere in modo duraturo ad una necessità so- 
ciale, grande in tutta Europa, grandissima in Italia e specie 
in Roma (*). 

Intanto le opere di carità, esercitate dai Preti pellegrini 
in quel sommo disagio della carestia, valsero mirabilmente, 
dopo che la sentenza del Governatore aveva bandito ogni 
sospetto intorno al loro passato, a mettere in buona vista 
Ignazio e i compagni. Vero è che lungi da Roma gli av- 
versar] del bene, i quali sino dai primi albori avevano sco- 
perto nel Loiola un formidabile ostacolo ai nequitosi lor 
fini non dovevano sì presto desistere dall'opporgli le calun- 
niose novelle divulgate dal Piemontese e dai complici, quasi 
che la pubblica autorità non le avesse solennemente bollate 
con marchio d'infamia. Oliviero Manareo, giovane fiam- 
mingo di rarissime parti, conta di sé che aspirando nel 
1544 ad aggregarsi alla famiglia ignaziana, allora allora 
comparsa in Fiandra, ne veniva insistentemente distolto 
da molti, uomini nel resto rispettabilissimi, i quali in piena 
buona fede gli affermavano l'autore della Compagnia, cui 
meditava di dare il nome, avere incontrato il rogo con do- 
dici compagni in Italia per essersi spacciati, egli Messia, gli 
altri Apostoli (3). Però, come al Manareo la sincera virtù e 
fervente pietà da lui osservata nei giovani Gesuiti venuti a 



st. paiy., XVIII (1894), 375, 520); 
nel 1595 era salita a 95.671, dei 
quali 57.740 maschi e 37.931 fem- 
m'ne (cf. Relazione distintissima 
di Roma, &c.. Carte Strozziane, 
ser. I, II, n. ccxxxiii, p. 392); ne] 
1600 a 109.729 (cf. Cerasoli, 
Censimento di Roma dall'anno 
1600 al 1739, in .Studi e dee. di 
stor. e dir., XII (1891), 174) e in- 
fine nel 1624 troviamo 1 13.814 
abitanti. Cerasoli, loc. cit. p. 1 76, 
ed Amydeno, p. 159. Ammet- 
tendo dunque, come fu in verità, 
che, dopo la grande diminuzione 



sofferta nel maggio 1527 (ci. Pa- 
STOR, IV, 269), la città comin- 
ciasse, a ripopolarsi, specie sotto 
Paolo III, e procedesse sempre in 
aumento progressivo fino a rag- 
giungere ottantasei anni di poi 
113. 814 anime, sembra si possa 
tenere che nel 1539 o non supe- 
rasse o di poco soltanto avan- 
zasse i 40.000 abitanti. 

(^) PoLANco, Vita, p. 66. 

(*) PoLANco, loc. cit. Cf. Tac- 
chi Venturi, Storia, I, 385-394. 

(3) Cf. Manareo, De rebus So- 
cietatis lesu &c., p. 4. 



z86 



Capo V. - Opere di zelo e persecuzione in Roma. 



Lovanìo non permisero desse ascolto a quelle infamanti 
voci, così in Roma i testimoni e della procella, suscitata 
contro Ignazio nel 1538, e dello spirito di amore fraterno 
onde li videro animati il verno seguente nella desolazione 
della carestia, sentivansi mossi non a fuggirli, quasi per- 
sone di dubbia fama, ma a venerarli ed amarli perchè illi- 
bati servi di Dio. Quelli poi tra loro, specie dei giovani, 
che nutrivano spiriti magni e ansiosi erano di veder pro- 
cedere arditamente, dopo i primi piuttosto oscillanti passi, la 
sospirata riforma cattolica, s'invogliavano di unirsi con gli 
umili chierici stranieri, spiranti dal puro petto amore di Dio 
e del prossimo e fervidi nell'opera di tutto consecrarsi alla 
perfetta imitazione di Cristo (^). 

Al senno perspicace d'Ignazio, avido di propagare il re- 
gno del Signore, non isfuggì l'opportunità del momento. La 
voce degli eventi mossi da Dio troppo chiaro parlava, sì 
che oggimai inconsulto riusciva ogni indugio per investigare 
il beneplacito del divino volere intorno a sé ed ai compa- 
gni. A questo dunque rivolse il pensiero, e qui a vero rigor 
di termini s'hanno a fissare i primordj immediati o prossimi 
dell'Ordine religioso, che, qual tallo ferace. Iddio benignis- 
simo per mezzo di lui degnavasi di piantare nel mistico 
giardino della sua Chiesa. 



(^) « Sólo dire que ay quatro ó 
« cinco que estàn determinados 
« de ser en la Compania nuestra 
« y h-B muchos dias y muchos 
« messes que en la tal determina- 
« ción perseverali » . Cosi parteci- 



pava la lieta notizia alla Roser il 
Loiola ai 19 dee. 1538. V. Mon. 
Ignat., ser. I. I, 143. Cf. Polan- 
co, Vita, loc. cit.; Rodriguez, 
Comment., in Epist. PP. P. Br cè- 
ti &c., pp. 502, 507. 




CAPO VI. 

PRELIMINARI DELLA FONDAZIONE DELL'ORDINE. 

■ (1539)- 

I. Il Loiola e i compagni si offrono da capo al Pontefice. — 2. Prime 
deliberazioni: si decide di perpetuare la nascente società dei Mae- 
stri parigini. — 3. Abbozzo originario delle Costituzioni; Ignazio 
deputato a presentarlo al Papa. — 4. L'idea e il proposito della 
fondazione investigati nelle parole e nei fatti del Loiola. — 5. Il 
pensiero dei primi compagni e di altri contemporanei intorno lo 
stesso argomento. — 6. La verità storica, glorificazione della 
figura del Fondatore e dell'opera ammiranda della Provvidenza. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. FABRO, M^mona/fi. - POLANCO, 

Vita Ignatii Loyolae et rerum Societatis lesu historia. - 3. Delibe- 
rano primoriim Patrum, antequam disperger entur in diversa loca &c.; 
Conclusiones seu Constitutiones nonnullae, &c. nelle Constitutiones 
Societatis lesu latinae et hi spani cae cum eorum declarationibus. 




TTENUTA NEL NOVEMBRE LA SENTENZA 
che dileguava le ombre gettate indarno dalla 
calunnia ad oscurare l'anteriore vita del Loiola 
e dei suoi compagni, il Servo di Dio innanzi che 
spirasse il 1538 tornò ad offrirsi al Pontefice, perchè egli, 
come Vicario di Cristo in terra, determinasse in qual luogo 
e in che genere di apostolici ministeri dovessero servire a 
Cristo in aiuto dei prossimi nella professione di povertà 
perpetua. Paolo ITI, che sempre (rilevalo giustamente il 
Lainez) (^) fu cortese ad Ignazio di valida protezione, ne 
accettò benignamente l'offerta e, rallegratosi molto di così 
buoni propositi, significò loro si rimanessero alcun tempo 
in Roma a fruttificarvi per gloria di Dio (*). 



I. - IL LOIOLA E I 
COMPAGNI SI OF- 
FRONO DA CAPO 
AL PONTEFICE. 



C) « Et sempre, in tutte le per- 
« secutioni che hebbe il padre 
« Ignatio gli fu propitio papa Pao- 
« lo III ». Così il Lainez neìl'Esor- 
tatione sopra Vessarne delle nostre 
Constitutioni, in Tacchi Ventu- 



ri, Storia, I, 588, ed anche in Mon. 
Ignat., ser. IV, II, 76. 

(*) Fabro, Memoriale, n. 18, in 
Mon., p. 498; B0BADILLA, lett. ad 
Ercole II, 4 lug. 1539, nei Man., 
p. 16. 



i88 



Capo VI. - Preliminari della fondazione delF Ordine. 



Non a lotto risguardò il b. Fabro questa novella obla- 
zione al Pontefice come memorabile beneficio e quasi fon- 
damento dell'Ordine. « Io e tutta la Compagnia, esclama, 
saremo sempre tenuti di rendere grazie al padrone della 
messe, cioè di tutta la Chiesa cattolica, Gesù Cristo Signore 
Nostro, che per bocca del suo Vicario in terra si degnò di 
dichiarare, il che è manifestissima vocazione, piacergli «la 
società nostra e volersene valere in perpetuo » (^). 

Frattanto, mentre la piccola comitiva dei Preti pellegrini 
era temporaneamente ritenuta in Roma da Paolo III, co- 
minciarono essi ad essere piamente infestati (come con ita- 
lianismo scriveva in una sua spagnuola lo stesso Ignazio) da 
alcuni vescovi, i quali li richiedevano per le loro diocesi bi- 
sognose in estremo di zelanti operai evangelici (*). In quel 
tempo parecchi sacerdoti, fatti gli Esercizj, abbracciavano 
vita di perfezione e chiedevano, conforme appresso vedremo, 
di vivere in comune coi padri, per consecrarsi, di fianco a 
loro, alla salute delle anime senza mescolanza di fine che 
punto di terra sapesse. 



2. - PRIME BE- 
MBERAZIONI. SI 
DECIDE DI PER- 
PETUARE LA NA- 
SCENTE SOCIETÀ 
DEI MAESTRI PA- 
RIGINI. 



QUESTE circostanze mostrarono ad Ignazio e ai compagni 
che era pur giunta l'ora di risolvere una questione ben 
grave. Quando da lì a non molto il Pontefice, cedendo alle 
richieste dei vescovi, li spedirebbe chi in questa chi in quella 
parte, e la piccola compagnia venisse per conseguenza in ter- 
mine di sbandarsi, manterrebbero essi intatto il vincolo di 
mutua carità, stretto più di quattro anni innanzi in Parigi, 
senza che né distanze di paesi, né intervallo di tempo illan- 
guidissero il mutuo amore e la fraterna sollecitudine dell'uno 
per l'altro, oppure s'avevano a separare conservandosi uniti 
solo con un giocondo e affettuoso ricordo degli studj, dei 
pellegrinaggi, delle fatiche ed incontri di quella quasi pri- 
mavera del loro apostolato? Che se una tale unione e la 
libera società indi nata volessero ravvalorare piuttosto che 
scindere, tornava egli spediente aggiungere ai due voti di 
castità e povertà perpetua, fatti in Venezia, un terzo, an- 



(') Fabro, loc. cit. « nuestro Senor obrando, fructi- 

(*) « Somos ya mucho infesta- « ficàsemos ». Loiola alla Roser, 

« cios de unos Prelados y de otros Roma, 19 dee. 1539, nei Mon. 

« para que en sus tierras, Dios Ignat., ser. I, I, 141. 



/. - // Loiola e ì compagni si offrono da capo al Pontefice. 189 

ch'esso perpetuo, di obbedienza ad alcuno di loro, a fine di 
compiere con maggior merito la volontà di Dio e i comandi 
del suo Vicario in terra, al quale erano già legati con so- 
lenne promessa? (^). A rispondere a questi due quesiti, dai 
quali, com'è manifesto, dipendevano essenzialmente le sorti 
della nascente congregazione, chiamò Ignazio i compagni 
verso la metà del marzo 1539 (*). 

Gli atti sommarj delle lunghe e replicate adunanze, fatte 
a tal fine nella casa di Antonino Frangipani presso la Torre 
del Melangolo (3), li abbiamo anche oggi negli autografi di 
Giovanni Codurio e del Fabro C^). Essi ci pongono in grado 
di quasi assistere alle tornate, dandoci con ciò largo campo 
di ammirare la sapienza con la quale vennero condotte. 

Occupati i padri durante il giorno nei ministeri col pros- 
simo, come più sopra vedemmo (5), conservarono al delibe- 
rare le ore della tarda sera. Prima di trovarsi insieme era 
già posto il punto da risolvere, scelto tra quelli che si presen- 
tavano più rilevanti e quasi capisaldi delle future consulte. 
Nel corso del di, implorato lume da Dio nella preghiera e 
soprattutto nel divin sacrificio, doveva ciascuno tra se e sé 
considerare posatamente il prò e il contra con occhio sincero. 
Al dar della notte, si ventilavano insieme i varj pareri, e 
quello prevaleva che, dopo libera discussione, avesse otte- 
nuto maggiore numero di suffragi. 

Il primo quesito fu il testé ricordato circa il doversi o 
no conservare, anche dopo separatisi, quell'intima e libera 
unione che d'uomini di varie nazioni, quali essi erano, aveva 
fatto come un solo corpo e un'anima sola. Al che subito 
quella medesima notte, con grande consentimento di volontà 



(') Deliberano Primorum Pa- 
trum (S-c. El modo de orde- 
narse la Campania , in Consti- 
tutiones Societatis Jesu, p. 297 sg. 

(*) Il tempo si ricava dagli 
A iti delle tornate: « Immorati 
« sumus in his et aliis per tres 
« ferme menses a medio quadra- 
ti gesimae usque ad festum Joan- 
« nis Baptistae inclusive ». Loc. 
cit., p. 299. La Pasqua cadde nel 
1539 il 6 di aprile. Errò il Po- 
LANCO, Vita, p. 71; Chron., I. 



79, ponendo queste deliberazioni 
al 1538. 

(3) Cf. Tacchi Venturi, Le Ca- 
se abitate in Roma da s. Ignazio di 
Loiola, in Studi e documenti di sto- 
ria e diritto, XX (1899), 297-301. 

(4) Scritta di mano del Codurio 
è tutta la Deliberano primorum 
patrum, &c. (loc. cit., pp. 297-299); 
di quella del Fabro sono le Con- 
clusiones seu Constitutiones &c., 
loc. cit., p. 300 sg. 

(5) Cf. sopra, pp. 181-185. 



190 Capo VI. - Preliminari della Jondazione delF Ordine. 

e uniformità di giudizj, fu risposto che si. Con ciò tuttavia 
rimaneva ancora insoluta una questione strettamente con- 
giunta con la prima, ma pur da essa al tutto distinta, ed era, 
se quella loro compagnia di chierici liberamente riunitisi 
per conseguire uno stesso fine, fosse da tramutare in vera e 
propria congregazione o religione, a guisa di tante altre esi- 
stenti nella Chiesa, oppure tornasse meglio di conservarla 
quale esisteva dal 1534. In altri termini: era bene di profes- 
sare con voto obbedienza ad un di loro, eletto capo e padre 
della società? Tale fu il secondo quesito preso a discutere; 
e qui appunto cominciarono le lunghe e penose incertezze. 
Gli atti ci ragguagliano in primo luogo con quale saggio di- 
scernimento e generosità di spirito togliessero i padri a dissi- 
parle, per forma che la risoluzione del grave dubbio, restasse 
si ferma che non vi trovasse pretesto l'umana incostanza a 
sentirsi scossa o vacillare per sospettato difetto nel ponde- 
rarla. A questo intento, poiché non per anco risplendeva 
loro tanta luce alla mente da quietarne gli animi, fu innanzi 
ogni altra cosa trattato se dovessero appartarsi in qualche 
solitudine e quivi attendere per trenta o quaranta giorni 
alle penitenze e alla meditazione delle cose celesti, finché 
piacesse a Dio di far loro conoscere il suo beneplacito. Opi- 
navano invece alcuni fosse meglio deputare a questo scopo 
tre o quattro di loro soltanto. Altri in ultimo proponevano 
che ninno, per nessun titolo, si allontanasse da Roma: la metà 
del giorno si desse al riflettere, al meditare e all'orazione; 
l'altra ai consueti esercizj del predicare e ascoltare confes- 
sioni. Prevalse questo partito che sopra gli altri aveva an- 
cora il vantaggio di preservarli dalle dicerie dei malevoli, 
cui quel brusco allontanarsi, fosse pure per pochi giorni, li 
avrebbe esposti, mettendoli in sospetto di fuggitivi o anche 
solo d'incostanti; o, se non questo, togliendoli al gran frutto 
dei ministeri, che appena in trenta sarebbero stati bastanti a 
mandarne sodisfatta la moltitudine dei devoti. Però, rima- 
nendo in Roma, usassero tutti le seguenti industrie, dalle 
quali potevano ripromettersi certa la protezione di Dio 
in cosa di tanto momento. Ognuno indirizzasse le orazioni, 
le meditazioni, il divin sacrifizio per trovare gaudio e pace 
soprannaturale nella virtù dell'obbedienza, ingegnandosi, 
quanto era in sé, di avere volontà più disposta all'obbedire 
che al comandare, posto che ne seguisse uguale gloria di 



2. - Prime deliberazioni, àfc. 191 

Dio. Tra loro non si parlasse comechessia dell'assunto; 
affinchè l'uno non si movesse a persuasione dell'altro, verso 
questo, piuttosto che quel partito; così più sicura sarebbe la 
fiducia che i singoli suffragi fossero effetto di Ubera scelta 
condotta giusta i principi della ragione illuminata da fede. 
Non considerassero d'essere stati membri di quella loro 
qualsiasi famiglia, anzi ne deponessero per poco col pensiero 
anche il desiderio o la compiacenza d'appartenervi. In tal 
guisa, posta da banda ogni propria inclinazione e messosi 
ciascuno in un cotale stato d'indifferenza perfetta, i pa- 
reri non soffrirebbero influsso di motivi non derivati dalla 
grande idea del maggior servigio di Dio (*). 

Con questi presidj, fior fiore di quanto il Loiola prescrive 
negli Esercizi, là dove guida l'esercitante a ricercare con passo 
sicuro il divino volere nel disporre di sé e delle cose sue, en- 
trarono a risolvere quel gravissimo punto. Per buona ven- 
tura, dagli Atti, ai quali solo veniamo attingendo, si possono 
apprendere distintamente le ragioni ìiinc inde addotte alla 
soluzione del dubbio. Così non fosse stato omesso nel rife- 
rire le opinioni il nome dei patrocinatori; nulla ci sarebbe 
rimasto da desiderare in proposito. 

La prima tornata dunque andò tutta in disporre e discu- 
tere gli argomenti del contro, che ciascuno aveva trovato 
per escludere il voto di obbedienza. Riesce utile il qui rife- 
rirli, come quelli che ritraggono, quasi in ispecchio fedele, 
le condizioni speciali del tempo, le inclinazioni dei padri, 
il fine cui direttamente tendevano. 

Diceva dunque un di loro: Pare che la parola religione 
ovvero obbedienza, per i nostri demeriti e peccati, non 
suoni più così bene nel popolo cristiano, come pure dovrebbe. 
Eleggendo di vivere sotto l'obbedienza, argomentava un 
altro, saremo forse costretti dal Sommo Pontefice a profes- 
sare una delle regole già costituite ed approvate nella Chiesa, 
e con sol tanto perderemo la libertà e l'agevolezza di operare 
alla salute delle anime, che, dopo la cura di noi medesimi, 
è l'unica cosa cui aspiriamo, restando per tal modo senza 
frutto, tutti i nostri desiderj, pur non disgradevoli, per quanto 
ne sembra, a Dio Signor nostro. V'ha di più, seguitava un 
terzo: legandoci con l'obbedienza, ben pochi vorranno en- 

(*) Deliberano primorum Patrum &c.. in loc. cit., p. 298 sg. 



192 Capo VI. - Preliminari della fondazione dell' Ordine. 

trare nella nostra congregazione a lavorarvi fedelmente per 
la vigna del Signore, dove pure tanta è la messe, sì scarsi 
i veri operaj e in maggior numero coloro che per umana fra- 
gilità e miseria cercano piuttosto i proprj comodi e il sodi- 
sfacimento delle proprie voglie che gl'interessi di Gesù Cristo 
e l'annegazione perfetta di se medesimi. Così i rimanenti 
alla loro volta mettevano innanzi tutti quei motivi che fa- 
cevano inclinare gli animi e tener lungi dalla nuova società 
il vincolo di soggezione ad uno di loro come a vero capo e 
padre. 

Ma la dimane davasi luogo riposato e tranquillo a venti- 
lare tutte le ragioni militanti a prò dell'obbedienza. Un 
dei padri così ragionava ab absurdo: Se questa nostra con- 
gregazione mancherà del giogo soave dell'obbedienza, nes- 
suno vorrà tenere cura delle cose temporali ed agibili, cer- 
cando tutti di scaricarne il peso sopra degli altri, come già 
più volte abbiamo sperimentato. Parimente, se questa so- 
cietà fosse senza obbedienza, non potrebbe conservarsi e 
durare a lungo, il che è direttamente contrario alla prima 
nostra intenzione di perpetuare la Compagnia. Ora, poiché 
nulla assicura tanto la vita di un sodalizio quanto l'obbe- 
dienza, essa ci è al tutto necessaria; a noi specialmente, dico, 
che facemmo voto di povertà perpetua e viviamo in conti- 
nue e diverse fatiche, così spirituali come temporali, le quali 
meno sogliono favorire la perpetuità di una congregazione. 
Non altrimenti concludeva, benché per via diversa, un altro 
compagno, il quale, alla qualità delle prove e al modo stesso 
del proporle, dovette essere lo stesso Ignazio, 

L'obbedienza, argomentava questi, o chi che si fosse, ge- 
nera atti di virtù eroiche, anche continui. Chi infatti vive 
sotto di essa è prontissimo ad eseguire tutto ciò gli viene co- 
mandato, siano pure cose difficilissime e capaci di esporlo 
alla confusione, al disprezzo e allo scherno del mondo. Im- 
maginiamo, p. es. che mi venga ingiunto di andarmene at- 
torno ignudo per le piazze e le strade, oppure in foggia 
d'abiti strana ed inusitata. Benché ciò non mi sarà coman- 
dato, pure, mentre, rinnegando il proprio giudizio ed ogni 
mia volontà, ho l'animo disposto ad obbedire anche in 
quella cosa, andrò esercitando atti eroici ed in continuo 
accrescimento di merito. Inoltre niente fiacca così po- 
tentemente la superbia, di qualunque origine venga, e l'ar- 



2. - Prime deliberazioni, ór'c. 1^5 

roganza, quanto l'obbedienza. Che la superbia è legata te- 
nacemente al proprio giudizio e volere, non cede a persona, 
s'eleva sopra degli altri, guarda tutti dall'alto in basso. L'ob- 
bedienza per contrario le si oppone diametralmente come 
quella che, stretto inseparabile connubio coll'umiltà, nemica 
della superbia, agevolmente si conforma e sottomette al vo- 
lere e giudizio altrui. Or nonostante la perfetta obbedienza 
da noi a lui promessa, è pur certo che il Sommo Pontefice 
non potrà attendere a molte cose nostre particolari, solite 
accadere giorno per giorno, e quand'anche ne avesse agio, 
non converrebbe all'altezza del grado suo. Ecco dunque, 
anche da questo lato, la necessità di avere tra noi chi in tutto 
ciò lo sostituisca tenendone saggiamente le veci (^). Dopo 
avere molti giorni in questa maniera e con tanta pondera- 
zione deliberato e fervidamente insistito nel meditare e pre- 
gare, il martedì 15 aprile 1539, o poco prima, si venne fi- 
nalmente alla risoluzione. Parve a tutti, ninno eccettuato, 
che tornasse meglio promettere obbedienza ad uno di loro; 
primieramente affinchè fossero più agiU e presti a recare in 
atto i loro desiderj di compiere in ogni cosa la volontà di 
Dio; in secondo luogo per assicurare alla Compagnia vita 
stabile e duratura e perchè non mancasse in mezzo a loro 
chi venisse obbligato di provvedere convenientemente ai 
particolari negozj spirituali e temporali da sbrigarsi giorno 
per giorno (*). Uno storico contemporaneo aggiunge che a 
siffatta determinazione furono mossi principalmente dalla 
brama ardente d'imitare al possibile Cristo Gesù Signor 
nostro, il quale diede la vita facendosi obbediente fino 
alla morte di croce (3). 

La definizione di questo punto parve ai Preti pellegrini 
cosa di tanto grave momento che vollero serbarne solenne 
memoria in iscritto. Stese di sua mano l'atto Pietro Fabro 
coi termini seguenti, apponendovi il proprio nome ciascuno 
dei dieci compagni. « Io N. qui sottoscritto attesto innanzi 
all'onnipotente Iddio e alla beatissima Vergine Maria e a 
tutta la corte celeste, che, fatta orazione a Dio e ben 



(^) Deliberatio primorum Pa- (3) « ...maximeque ut prò suo 

tvum &c., in loc. cit., p. 299. « modulo similes essent capiti 

(^) Deliberatio primorum Pa- « Christo ». Ribadeneira, Vita s. 

trum &c., in loc. cit. Ignatii, cap. x, n. 155. 

Storia della Compagnia di Gesit in Italia, II. 15 



194 



Capo VI. - Preliminari della fondazione deW Ordine. 



3. - ABBOZZO ORI- 
GINARIO DELI.B 
« COSTITUZIONI »: 
IGNAZIO DEPUTA- 
TO A PP.ESENTAK- 
LO AL PAPA. 



ponderata la cosa, spontaneamente ho deliberato che sia 
nella Compagnia il voto di obbedienza, come, a mio giu- 
dizio, più opportuno alla lode di Dio e alla perpetuità di 
lei, e di mia propria elezione mi sono offerto, benché senza 
voto ed obbligo alcuno, ad entrare nella medesima Compa- 
gnia, se, concedendolo il Signore, verrà confermata dal Papa. 
Per memoria di questo proponimento, che riconosco qual 
dono di Dio, mi accosto ora con esso, benché indegnissimo, 
alla santissima comunione. Martedì, 15 aprile 1539 » ('). 

RISOLUTO in questa guisa il secondo quesito, si confermò 
il proposito di dare vita, per quanto dipendeva da essi, 
alla Compagnia. La prima determinazione aveva unito le 
volontà dei dieci nell'intento di mantenere quella loro quasi 
famiglia, anche quando intervalli notevolissimi di luoghi 
sopraggiungessero a separarli; e però non faceva più che 
sancire la conservazione dello statu quo. Ma la risposta al 
secondo quesito intorno all'obbedienza importava un cam- 
biamento sostanziale. La Compagnia, in attesa dell'auto- 
rità della Chiesa, cui apparteneva approvare le fissate deli- 
berazioni, trasformasi, per quella giunta del voto ad un capo 
o superiore interno, in vera e propria religione come tante 
altre da secoli istituite nel cristianesimo. Vero è che se nel- 
l'essenza, veniva a non differire da ninno degli Ordini reli- 
giosi, dai quali era stata preceduta e per tempo e per me- 
riti, i bisogni di quell'età, i desiderj e le inclinazioni dei 
fondatori pareva richiedessero per lei una costituzione che, 
pur lasciandole comune con quelli l'essere di religione, ne 
la facesse distinguere per note tutto sue proprie. A questa 
ulteriore indagine consacrarono i padri non pochi giorni 
fino al 24 giugno 1539, quando conchiusero le tornate. 



(^) Cf. Ada SS., Comment. 
praev. de s. Ignatio, n. 288, 
dove si ha l'atto nel suo testo 
latino, cavato dall'autografo del 
Fabro. Esso ha le soscrizioni pu- 
re autografe degli altri nove com- 
pagni, ai quali si trova aggiunto 
in primo luogo il Càceres, di cui 
si parla più avanti. V. infra, 
p. 197'- 



L'originale del documento con- 
servasi ora nel Museo della So- 
cietà della Propagazione della 
Fede a Lione, secondo asserisce 
il Pastor, V, 374^. 

Il cod. Ges. 1372 (3501) della Bibl. 
Nazionale di Roma, al fo. 121 ce 
ne ha conservato una copia assai 
fedele la quale rimonta alla se- 
conda mela del sec. xvi. 



j. - Abbozzo originario delle " Co sf Unzioni ", à^c. 



195 



Gli Atti ci conservano un succinto epilogo di queste di- 
scussioni, il cui esame è di capitale importanza per bene in- 
tendere lo svolgimento della nascente società coi mutamenti 
intervenuti dipoi. Il 3 maggio adunque con la medesima 
unanimità di voti che per i due primi capi già visti, resta- 
rono fermi e conchiusi i punti seguenti (^): 

IO Chiunque, avendo doti sufficienti, entrasse nella con- 
gregazione, promettesse espressa obbedienza al Sommo Pon- 
tefice per andare in qualsivoglia provincia di fedeli o infe- 
deli, e detto voto facesse al Papa o per mano del Superiore 
o per quella di tutta la Compagnia, non già immediatamente 
alla presenza dello stesso Pontefice, eccetto il caso che alcuno 
fosse di cosi alto stato che paresse bene farglielo emettere 
davanti al Vicario di Cristo. 

2° Coloro che avessero pochi talenti per i ministeri 
dell'apostolato non dovessero riceversi se non fossero ani- 
mati dallo stesso spirito. Facessero pure voto di obbedire 
al Sommo Pontefice se volesse inviarli agli infedeli, quan- 
danche fossero buoni soltanto a dire: « Cristo è il Salva- 
tore ». Se poi verranno mandati tra i fedeli insegnassero 
almeno il Pater noster, i comandamenti di Dio e simili 
cose in pubblico e in privato, secondo fosse loro prescritto 
dal superiore o dall'istesso Papa. 

30 "Ai fanciulli e ad ogni altro genere di persone spie- 
gassero i comandamenti di Dio. 

40 Si desse un certo tempo ad una ordinata e chiara 
esposizione degh stessi precetti e dei rudimenti della dot- 
trina cristiana. 



(') Il testo porta: « Die quarta 
« mensis maii, quae fuit Sanctae 
« Crucis festivitas, conclusa fue- 
« runt &c »; ma le parole che subito 
seguono: « et seguenti proxime 
« die quae fuit dominica « {Con- 
clusiones seu Constitutiones, &c. in 
Constitutiones Soc. Je., p. 300) pro- 
vano a tutta evidenza che il 
die quarta va corretto in ter Ha. 
Infatti la prima domenica dopo 
l'Invenzione della Santa Croce 
fu appunto, nel 1539, il 4 di mag- 
gio. Aggiungasi inoltre che la 
copia coeva del documento, testé 



citata, nella Bibl. Naz. di Roma, 
(Ges. 1372 (3501), fo. 128), ha la 
vera lezione: Die 3 mensis maii 
quae fuit SM' Crucis festivitas. 
Nel foglio sg. 129 V leggesi que- 
sta nota importante per la cri- 
tica del ms.: « Copiada de la 
« misma escrita de mano de m. 
« Fedro Fabro y firmada de sus 
« proprias manos ». Il « die 3 » 
nondimeno è correzione fatta nel- 
l'apografo da chi trascrisse il do- 
cumento dall'archetipo, il quale, 
come ho riscontrato, porta indub- 
biamente die qrta maji. 



^96 Capo VI. - Preliminari della fondazione dell' Ordine. 

50 Per quaranta giorni incirca ogni anno, inclusevi le do- 
meniche e le altre feste, insegnassero i predetti principj del 
catechismo, nel qual tempo non fossero tenuti a spiegare i 
comandamenti. 

6° Spettasse al Superiore della Compagnia determinare 
se il suddito, inviato a questo o a quel luogo, dovesse 
esporre i comandamenti o predicare o in altre cose oc- 
cuparsi. 

70 Se alcuno della congregazione sentisse in sé il desi- 
derio di passare ad una provincia piuttosto che ad altra, 
d'infedeli o fedeli, non ne facesse in nessun modo istanza 
al Sommo Pontefice né direttamente né indirettamente, né 
per sé, né per altri, ma se ne rimettesse al parere della 
congregazione o del superiore, ai quali, esposto che avesse 
il suo animo, fosse pronto ad obbedire secondo gli venisse 
ordinato (^). 

Quel medesimo di 3 di maggio stabilirono che il tempo da 
impiegarsi nell'insegnare ai fanciulli il catechismo s'esten- 
desse ogni volta ad un'ora incirca; quindi passarono alle 
norme per l'ammissione dei nuovi compagni. 

Costoro innanzi di cominciare l'anno di noviziato fossero 
provati per ispazio di tre mesi negli Esercizj spirituali, in 
pellegrinaggi, nel servire ai poveri negli ospedali od altrove, 
lasciando intieramente al superiore e la distribuzione del 
tempo per ciascuno di questi esperimenti e la facoltà di di- 
spensare secondo i casi. Parimente ninno fosse ricevuto 
alla probazione che già prima non si fosse spogliato di quanto 
possedeva; e chi nutriva desiderio di andare alle terre degli 
infedeli venisse provato per dieci giorni in esercizj di spi- 
rito, affinchè meglio constasse della sua vocazione; e poi, 
parendone bene al superiore o alla Compagnia, fosse conso- 
lato nelle sue brame (*). 

Importanti non meno delle fin qui esposte furono le de- 

(^) Conclusiones seu Constitu- cit., p. 301, col. A. Con queste 

tiones, in loc. cit., p. 300 sg. ultime paiole non sembra si deb- 

(*) « Si quis ostenderit deside- bano intendere gli Esercizj spiri- 
ti rium suum aliquod eundi ad tuali cioè il ritiramento giusta il 
« terras infidelium ipsi Praelato libriccino del Fondatore. Esso 
« vel toti Societati... exerceatur viene sempre negli Atti chiamato 
« per spatium decem dierum in col proprio suo termine di Exer- 
« rebus spiritualibus, &c. ». Loc. citia spiritualia.' 



j. - Abbozzo originario delle " Costituzioni ", &c. 



197. 



cisioni confermate il 23 maggio, venerdì innanzi la Pentecoste. 
Ripugnante solo il Bobadilla con quello spirito di libera op- 
posizione, che ora la prima volta ci si rivela come nota pecu- 
liare del suo schietto temperamento, si stabilì che l'insegnare 
quaranta giorni la dottrina cristiana ai fanciulli per ispazio 
di un'ora, s'intendesse ordinato con obbligazione di voto, 
non altrimenti che gli altri punti dell'obbedienza al superiore 
e al Sommo Pontefice e della promessa di non ricorrere nep- 
pure indirettamente al Papa per essere inviato a questa o a 
quella missione. La discrepanza di sentire manifestatasi 
in questo incontro e ancor più quella cotale pertinacia del 
Bobadilla nel sostenere il proprio avviso contrario a quello di 
tutti gli altri, fu cagione che al criterio della unanimità, 
fino allora seguito nelle deliberazioni, si surrogasse quello 
della maggioranza (^). 

Altre decisioni, benché ancora non confermate definiti- 
vamente come le precedenti, furono approvate dai compagni 
rimasti in Roma, l'ii di giugno, mercoledì innanzi l'ottava del 
Corpus Domini (*). Fosse un solo il superiore supremo nella 



(^) Loc. cit., p. 301, col. B. 

(^) In quel giorno erano certa- 
mente assenti da Roma i padri 
Rodriguez, Broét, Lainez e Fa- 
bro, andati i primi due a Siena, 
gli altri a Parma, come mostrerà 
il capo seguente. È dunque certo 
che non tutti i compagni inter- 
vennero a tutte le tornate, ec- 
cettuatone quelle fondamentali 
sul doversi o no conservare la 
Compagnia, ed introdurre il voto 
di obbedienza. I padri comincia- 
rono a separarsi nel maggio; si 
rileva anche dagli Aiti delle de- 
liberazioni dal 3 al 23 di quel mese 
inclusive, nei quali mancano le 
soscrizioni del Broét ( ) e del Ro- 
driguez, partiti per Siena; quel- 
la del Bobadilla e l'altra del Sa- 
verio, la cui assenza penso vada 
attribuita alle infermità non lievi 
che in questo tempo lo travaglia- 
rono in Roma. Vi troviamo per 
contrario un nuovo personaggio, 



un certo « R. Cacres o Càceres ». 
Costui è quel medesimo che in- 
torno al 1534 si dette a seguitare 
Ignazio in Parigi. Ci. Polanco, 
Vita, pp. 33, 50. Nel febbraio 
1539 lasciò la Francia per recarsi 
a raggiungere l'antico suo mae- 
stro di spirito in Roma. Cf . Epist. 
mixtae, I, 15. Nel 1541 trova vasi 
novamente a studiare in Parigi 
con altri giovani della Compa- 
gnia: si portava bene e colà si or- 
dinò sacerdote. Loc. cit., pp. 61, 
63, 66, 68, 70, 72, 582. L'anno 
seguente era uscito dalla Compa- 
gnia. Lo ricordò, con interessanti 
particolari sopra la sua vita e le 
sue inclinazioni, il Ribadeneira 
nell'opuscolo inedito: Diàlogos en 
que se cuentan los castigos que ha 
hecho N. S. en algunos que han 
salido de la Compania. Vedi il 
passo pubblicato nelle citt. Epist. 
mixtae, I, ,72^. Il Ribadeneira o 
non conobbe o tacque la presenza 



198 



Capo VI. - Preliminari della fondazione delf Ordine. 



Compagnia eletto a vita e si fissassero di poi le eccezioni a 
questa regola. Si ricevessero chiese e case ad abitare, ma 
senza niun titolo di proprietà, di guisa che potesse, chi ne 
aveva concesso l'uso, tornare a riprendersele a suo piacere, 
né la Compagnia, comunque le possedesse, avesse diritto di 
convenire in tribunale chi, anche ingiustamente, cercasse di 
occuparle {^). Nel ricevere e licenziare i novizj, il superiore, 
chiesti i pareri di alcuni della congregazione, determinasse 
liberamente nel Signore ciò che gli fosse sembrato di maggior 
gloria di Dio e vantaggio della comunità. In tre casi soltanto 
gli era interdetto l'uso di questo potere, anzi gli si vietava di 
dare perfino il voto, rimessa tutta la risoluzione agli altri 
della Compagnia a pluralità di suffragi. Ed erano se il can- 
didato fosse suo consanguineo od affine; se oriundo della sua 
terra natia o di paese ad essa limitrofo; se suo figliuolo spi- 
rituale, o per averlo diretto negli Esercizj, o per esserne stato 
confessore ordinario (*). Quali altri capi venissero risoluti 
nelle adunanze succedutesi dall' 11 al 24 di giugno, allorché 
ebbero termine, non lo dicono punto gli Atti a noi pervenuti. 
Il certo si é che le esposte risoluzioni, confermate quasi 
tutte col suffragio unanime dei compagni, segnarono le 
prime liijee della nuova congregazione che Dio donava alla 
Chiesa. Avrà notato il lettore che negli Atti non incontrasi 
ombra di discussione intorno al titolo da imporre alla nuova 
società. Ciò avvenne senza fallo perchè essa fin dai primi 
albori dell'esser ^uo era stata detta compagnia dal nome 
dell'invisibile Duce ai cui interessi unicamente nasceva e 
dal quale soltanto ripeteva il principio costitutivo della sua 



del Càceres in Foma, allato ad 
Ignazio e ai compagni nel 1539. 
Siffatta presenza, oltre che dagli 
Atti che stiamo esaminando, ap- 
parisce indubbia dalla lettera or 
ora citata del Garda al Loiola, 
scritta in Parigi il 1° febb. 1539. 
Cf. Epist. mixtae, I, 15 sg. 

{a) Il p. de la Torre, dotto editore delle 
CoHsiitutionet Soe. yesu, p. 300, interpretò un 
P., che segue immediatamente nel testo la so- 
scrizione del Fabro, quale iniziale di * Pascha- 
sius », e al Broét dette luogo fra i soscrittori; 
il medesimo fece per il Bobadilla che di fatto 
non soscrisse. Ma poi egli stesso, con ischiet- 



tezza lodevolissima, ebbe a dichiararmi di es- 
sere caduto in errore. Appena è mestieri av- 
vertire che le altre inesattezze contenute in 
quella sua erudita nota, derivano logicamente 
da questa prima svista. Errata ancora è l'as- 
serzione che il Saverio fosse assente perchè 
inviato dal Papa a Siena. (Cf. infra p. 212 sg.). 
Il cod. della Bibl. Naz. di Roma (Ges. 1372- 
3501, fo. 129 v.) già più volte citato, (cf. sopra 
194^, 195') reca anche esso le sole firme del 
Fabro, laio, Codurio, Salmerone, Inigo, Laynez 
e Cafres. 

{}) Conclusiones seu Constitu- 
tiones &c., in Constitutiones Socie- 
tatis Jesu, p. 301, col. B. 

(^) Loc. cit. 



4- - L'idea e il proposito delia fondazione investigati, à^c. 199 

unità. Quindi trattandosi ora di perpetuarla e di fissarne le 
leggi principali del governo, non conveniva rifarsi a de- 
cidere una questione già sciolta circa un due anni prima, 
allorché i compagni, in procinto d'incamminarsi alla volta 
di Roma, si avevano eletto, sotto la guida d'Ignazio, il nome 
legionario e tanto significativo di Compagnia di Gesù ('). 

Ormai più non restava che delineare un disegno, il quale 
fosse quasi la magna charta del nuovo Ordine, da presentarsi 
al Pontefice in adempimento della condizione posta, quando 
si erano accinti a deliberare sulle sorti future di quella loro 
fraterna consociazione (*). 

Un tal carico, come era naturale, fu dato al Loiola, che 
tolse a compierlo con la prudenza e col senno dell'alta sua 
mente. 



M 



A qui lo storico, innanzi di seguitare il nuovo Fondatore 4- - i-'jdea e il 



nei negoziati lunghi e travagHosi intrapresi per con- 
durre a termine l'arduo negozio, sentesi come per mano in- 
trodotto all'esame d'una questione non isterile d'utiU inse- 
gnamenti. Quando Ignazio povero pellegrino nel novem- 
bre 1537 varcò le soglie dell'eterna città, v'entrava egh con 
l'intento già fisso di fondare la Compagnia di Gesù? Il 
quesito proposto in questa semplice forma per poco non ri- 
schia di essere giudicato quasi puerile da chi abbia atten- 
tamente seguito, solo all'esterno, il filo del nostro racconto. 
Ma di fatto non è cosi e merita di essere chiarito. Anche 
lasciando da parte lo scopo della peregrinazione a Gerusa- 
lemme, dal quale il Servo di Dio fu in gran parte indotto 
prima a riunire intorno a sé i compagni in Parigi, poscia a 
chiamarli in Roma, il solo vederlo consultare, come facemmo 
testé, tanto da senno per decidere se, mutate le circostanze, 
dovessero perennare la loro unione dando vita ad un vero e 
proprio sodalizio religioso, ne costringe a riconoscere che alla 



PROPOSITO DELLA 
FONDAZIONE IN- 
VESTIGATI NELLE 
PAROLE E N K 1 
FATTI DEL LOIO 
LA. 



(^) Cf. sopra, p. 98 sg. 
(') La prima loro tornata dove 
decisero di mantenere e ravvalo- 
l'unione già stretta con il 



rare 



solo vincolo di carità, si conchiuse 
con questo riverenziale sentimen- 
to verso la Sede Romana: « In 
« his tamen omnibus, quae dieta 



« sunt et quae dicentur, ita Intel - 
« ligi volumus ut nihil penitus ex 
« proprio nostro spiritu et capite 
« asseramus, sed solum quidquid 
« id sit, quod Dominus inspirava - 
« rit et Sedes Apostolica confir- 
« maverit ac proba verit » . In Con- 
stitiittones Societatis Jesu, p. 298. 



20O Capo VI. - Preliminari della fondazione dell'Ordine. 

sua venuta nell'Urbe tutto era ipotetico e nulla di certo in- 
torno a questo punto si trovava determinato. Nondimeno 
dalla seconda metà incirca del secolo xvii ai dì nostri si venne 
ripetendo il contrario {^). Il Loiola, come fecero altri santi 
fondatori dei tempi di mezzo, sarebbe venuto nell'eterna città 
per attuare una idea da lunga pezza vagheggiata, la fonda- 
zione della Compagnia di Gesù, portandone seco già fissato a 
grandi linee il disegno che a grado a grado, secondo il vario 
volgere degli eventi, doveva mettere in atto. Eppure a ben 
altra conclusione ci costringono i documenti più genuini cui 
solo compete di risolvere autorevolmente il quesito. Si con- 
sultino, innanzi tutto, le memorie della vita del Fondatore 
da lui stesso dettate quand'era presso a passare all'eterno 
riposo. In esse, dove pure il Santo rivela minutamente il 
desiderio persistente del viaggio a Terra Santa, le visioni, i 
celesti carismi, di che gli era largo il Signore, indarno ri- 
cercasi una frase alludente al concepito proposito d'istituire 
una religione. Uno zelo attivissimo bensì l'incalza, sino dai 
primordi della nuova vita, a mettere insieme compagni, 
nel che, senza dubbio, comincia a manifestare le qualità 
egregie di fondatore, da Dio largitegli. Egli però altro non in- 
tende che spingere i compagni a lavorare e patire insieme 
con lui per amore di Cristo, in aiuto delle anime, specie nelle 
terre degli infedeli. A collegarseli seco con vincolo di ob- 
bedienza, piuttosto che con quello di mutua amicizia, a per- 
petuare la libera società, che gli si va attorno formando, 
non mostra affatto di avere per allora rivolto le mire. 
Ma v'ha ben di più. Da lui stesso sappiamo che dopo la di- 



(') Il Bartoli, seguito poi uni- 
versalmente, scrisse che il Santo 
chiamò a Roma i compagni per 
« dare qualche primo avviamento 
«alla religione, che era quello 
«in che sempre teneva gli 
« occhi ». Vita di s. Ignazio, lib. 
II, cap- XLi, p. 151. Il- padre Ge- 
NELLi, par. I, cap. xv, p. 257 sg. 
ammise anch'egli. con tutti gli al- 
tri, questa opinione, ma a conci- 
liarla con l'operato dal Servo di 
Dio, il quale solo nella primavera 
del 1539 comincia i trattati per la 



fondazione, ne attribuì l'indugio a 
prudenza che gli consigliò di non 
porre mano all'opera prima di es 
sere conosciuto in Roma. Ai dì 
nostri sostennero la stessa tesi il 
Creixell, {Explicacidn critica de 
una cuestión hagiogràfica, in Razon 
y Fé, XX (1908)' 217-222), e il 
NoNELL, La Eximia Ilustración. 
Al primo rispose già il p. Van 
Ortroy colla succosa monografia 
Manrèse et les origines de la Com- 
pagnie de Jesus, negli A nalecta Bol- 
landiana, XXVII (1908), 399-408. 



^. - L'idea e il proposito della fondazione investigati, &=€. 201 

mora in Manresa a tutt'altro pensava fuorché alla fondazione 
di un Ordine religioso. « Quando il pellegrino », così egli par- 
lando di sé in terza persona, « consultavasi in Barcellona se 
dovesse attendere e per quanto tempo agli studj, rivolgeva 
specialmente nell'animo se, dopo avere studiato, sarebbe 
ito a rinchiudersi in qualche religione, oppure andrebbe pel- 
legrinando pel mondo. E quando gli si presentava l'idea di 
rendersi religioso, gli veniva subito voglia di sceglierne al- 
cuna scaduta dalla primitiva osservanza, poiché in tal modo, 
credeva, gli si darebbe occasione di più patire, e sperava an- 
cora di riuscire utile a' suoi confratelli, communicandogli 
Iddio fiducia non poca che facilmente sopporterebbe le in- 
giurie e le contumelie che per ciò gli verrebbero sopra » (^). 
Passato in Italia, scrive da Venezia al padre maestro Gio- 
vanni de Verdolay, come a persona confidentissima, ponen- 
dolo a parte dei casi occorsigli dalla partenza da Parigi fino 
a quel punto. Il dubbio, che espone all'amico circa il pelle- 
grinaggio a Gerusalemme, gli offre buon destro di aprire le 
sue intenzioni rispetto al futuro. Pure fino a quel giorno 
24 luglio 1537, dice semplicemente di non sapere ciò che Dio 
Nostro Signore vorrà (^) disporre di lui. Alla fine del se- 
guente anno 1538, dopo più che dodici mesi di soggiorno in 
Roma, ottenuta la sentenza dal Governatore, ragguaglia 
Isabella Roser delle tribolazioni passate negli ultimi tempi, 
del bene operato, delle domande di coloro che volevano unirsi 
con lui a far seco vita comune, e delle difficoltà per accoglierli. 
Poi conchiude: « Ma se non siamo congiunti nel modo di 
procedere, siamo tutti unanimi d'accordarci per il futuro, 
il quale speriamo che Dio N. S. vorrà disporre in quel modo 
che sarà di sua maggiore lode e servizio» (3). Qui traspare 
senza dubbio il pensiero già concepito di consultarsi sopra 
l'avvenire della sua famiglinola; si scorge ancora come va- 
dasi maturando il partito adottato indi a meno di un anno; 
ma, nonostante quell'intonazione di somma schiettezza, 
con la quale il Servo di Dio quasi dà conto di se medesimo, 
non lascia in niun modo comprendere che si appressasse a ri- 



(^) GonzAlez, Ada, nei Mon. « No sé adelante lo que Dios N. S. 

Ignai., ser. IV, I, n. 71, p. 79 sg. « ordenarà de my ». Mon. Ignat., 

(^) «Dentro de un anno, poco ser. I, XII, 321. 

« mas ó menos, espero estar aqui. (3) Loc. cit., ser. I, I, 143. 



202 Capo VI. - Preliminari della fondazione deW Ordine. 

durre in opera un suo antico proposito di trasmutare la pic- 
cola comitiva in religione, come di fatti fu stabilito dopo le 
riunioni della primavera del 1539. 

Trascorsi appena tre lustri, una nuova occasione conduce 
il Loiola a confermare quanto già aveva asserito mentre si 
svolgevano i fatti. Il p. Francesco Palmio nel luglio 1553 
avevagli inviato un suo ragguaglio destinato a dare notizia 
al pubblico sopra le origini, la natura, le opere della recente 
Compagnia di Gesù. Riveduto il lavoretto in Roma, il segre- 
tario Polanco per mandato del p. Ignazio faceva al Palmio, 
tra le altre, l'osservazione seguente: 

« V. R. l'accomodi come meglio li pare; et potria agiongere 
« come li primi, che congregò in Parigi Nostro Padre Ignatio, 
« et lui, non pasorno in Italia per far religione, ma per passar 
« in Hierusalem, et predicar et morir fra infideli; ma dopoi, 
« non potendo passare (il che mai si ha visto, se non quel 
« anno, in nostri tempi) per la guerra de' Venetiani contra 
e Turchi, hebbeno a restare in Italia; et adoperandoli il papa 
« in cose del divino servitio et della Sede apostolica, all'hora 
« trattorno di far un corpo; et è stata confìrmata per papa 
(( Paulo et Julio, &:c., et arrichita di privilegii et gratie 
« grandi per aggiutar le anime » (^). 



DEI PRIMI COM- 
PAGNI E BI AL- 
TRI CONTEMPORA- 
NEI INTORNO LO 
STESSO ARGOMEN- 



5. - IL PENSIERO ^<-^ QL testimonio si esplicito del Santo, concorda in mirabile 
V.^ guisa quello di parecchi tra' primi compagni e di altri 
contemporanei, cui non mancò l'opportunità di conoscerne a 
fondo il pensiero, meritevoli quindi di essere tenuti siccome 
■r°- fidi custodi della legittima tradizione. Il Lainez, là dove 

narra il viaggio a Roma nella quaresima del 1538, scrive 
appunto: « Nostra intenzione fin da quando eravamo a 
Parigi non era già d'instituire una congregazione, ma sol- 
tanto di servire a Dio in perpetua povertà, predicando, con- 
versando, ministrando a poveri negli ospedali. Il perchè ad 
eseguire questo nostro divisamento già alcuni anni prima 
ci eravamo obbligati con voto di andare, se ci fosse stato 
possibile, ai piedi del Vicario di Cristo per ottenere la fa- 
coltà di passare a Gerusalemme e di rimanervi, quanto era 
in noi, a fine di avanzare in virtù, e. volendolo ladio, aiutare 
fedeli ed infedeli a salvarsi. Se poi nel giro di un anno non 

(') Mon. Ignat., ser. I, V, 259. 



j. - // pensiero de primi compagni e d'altri contemporanei, &c. 203 

ci si desse opportunità di passaggio a Gerusalemme e di 
fermarvi dimora, ci saremmo tenuti prosciolti dalla promessa 
del pellegrinaggio e solo obbligati di ritornare al Sommo 
Pontefice, perchè di noi disponesse a suo piacere. Per adem- 
piere dunque questa seconda parte del voto ci incammi- 
nammo verso Roma a tre a tre, un sacerdote e due laici, 
passata già la quaresima del 1537 (^) ». 

Una lettera del Bobadilla, può essere qui recata a confer- 
mare il racconto del suo compagno^ Ai 15 agosto 1589 
scrivendo il venerando vecchio al Generale Acquaviva, ri- 
tornava col pensiero ai voti fatti in Parigi nel 1534 e così 
ne parlava: « In questo giorno li primi padri della nostra 
« Compagnia fesceno voto di andare in Hierusalem, in Monte 
« Martire appresso di Parigi; il quale voto la divina Provvi- 
« denza, quae est abysstis multa, lo commutò in altri voti mi- 
« gliori et più fructuosi di pellegrinatione in religione et l'ha 
« dillatatta per totum orbem)) (*). Col Lainez e il Bobadilla 
va congiunto il Rodriguez, il cui pensiero sopra l'origini della 
Compagnia lo abbiamo chiaro nel Commentario scritto il 1577. 
Secondo lui l'Ordine nasce in Parigi; ma in questo senso sol- 
tanto, che colà nel 1534 si uniscono liberamente i sette stu- 
denti, senza che tuttavia in veruna delle lunghe consulte e 
nelle varie proposte allora agitate faccia mai capolino l'idea 
di formare un vero e proprio sodalizio. Le decisioni prese 
nel 1534 rimangono inalterate fino al 1539, quando, impediti 
i padri di tragittare a Gerusalemme, confermano il proposito 
di consacrare tutta la vita e le forze loro in giovamento spi- 
rituale dei prossimi, fedeli o infedeli che fossero, e vi aggiun- 
gono di nuovo l'elezione d'un superiore o preposito generale, 
il voto d'obbedienza e gli altri punti già sopra esposti (3). 

Pone degna corona alle inoppugnabili testimonianze dei 
primi compagni il parere non meno esplicito del Polanco, 
personaggio di grande autorità per la lunga intima consue- 
tudine da lui goduta del p. Ignazio e dell'immediato suo suc- 
cessore, nonché per la minuta conoscenza delle primordiali vi- 
cende dell'Ordine, onde il Sacchini, competentissimo giudice, 
ebbe giustamente a dire le sue cronache quel più e quel meglio 



(^) Lainez, Epist. de s. Ignat., (3) Rodriguez, Comment. in 

in Mon. Ignat., set. IV, I, 114 sg. Epist. PP. P. Broèti &c.,pp. 457, 
(^) Bobadilla, Mon., p. 602. 498, 508 sg. 



204 



Capo VI. - Preliminari della fondazione dell'Ordine. 



'd'incorrotto e sincero, che possa mai desiderarsi (^). Orbene 
il Polanco cosi appunto scrive intorno alla presente que- 
stione: « Quando i nostri all'entrare della primavera 1538 
si riunirono in Roma, non avevano ancora fissato d'istituire 
una congregazione perpetua ovvero religione, ma solo di con- 
sacrare se medesimi, e quelli che il Signore loro invicrebbe, al 
suo divino servizio in aiuto delle anime. Poi considerando 
che non si era potuto far vela a Gerusalemme e vedendo 
aprirsi loro dinanzi una gran porta in Italia, per le domande 
che molti personaggi, mossi dal buon esempio dato in Roma, 
rivolgevano al Pontefice, si dettero a ponderare se non fosse 
volontà divina che formassero una società per continuare 
dopo la morte gli stessi ministeri in servizio di Dio, e a questo 
fine aggregassero uomini desiderosi di servire il Signore 
nel modo di vita da essi abbracciato» (^). E alquante 
pagine avanti, dove narra la maniera tenuta da Ignazio 
in Parigi nello stringere intorno a sé i compagni, aveva già 
rilevato che, benché egli e quei suoi figliuoli spirituali si 
fossero volti a procurare interamente la gloria di Dio e la 
salute delle anime, pure non pensavano affatto d'istituire una 
religione ('). Indi quasi temesse di non avere ancora limpida- 



(^) « Quibus Commentariis [i. e. 
« Io. Polanci] si quicquam est in- 
« ter homines incorruptum ac fide 
« dignum, haud equidem scio quid 
« firmius ac sincerius esse possit ». 
Nella Pref azione all'ORLAN- 
DiNi, Hist. Soc. lesu, § 2. Nel Po- 
lanco non mancano certo ine- 
sattezze, roa risguardano sempre 
punti secondar]. Queste stesse 
sarebbero in grandissima parte 
sparite, se all'autore fosse bastata 
la vita per ritoccare i suoi scritti. 
Non si potrebbe però concepire 
come un uomo, il quale per nove 
anni continui godette l'intima con- 
versazione del Fondatore, potesse 
ignorare il vero stato delle cose 
rispetto ad un capo di tanto ri- 
lievo. 

(*) Polanco, Vita, p. 69. Nel 
Chronicon, I, p. 79, ripete quasi 
il medesimo in questi termini: 



« Eodem anno 1538, cum adhuc 
« Romae hi Patres versarentur... 
« cogitare coeperunt quod non esset 
« fortassis voluntas Dei ut omnes 
« in Terram Sanctam transirent, 
« nec quod coeptum opus, per 
« eos tantum qui tunc congregati 
« erant, nec tantum ad ipsorum 
« vitam duraret; unde, nemine di- 
ce screpante, expedire ad Dei glo- 
« riam et animarum aedificatio- 
« nem censuerunt, ut Societas sta- 
« bili vinculo firmaretur, ut alios 
« admittere, si quos Dominus mo- 
« veret similibus huius instituti 
« desideriis, et perpetuo conser- 
u vari posset ». Non meno espli- 
cito parla lo stesso autore nella 
sua relazione sopra l'istituto della 
Compagnia degli 8 dee. 1564. Cf. 
Polanco, Complementa, I, 510. 
(3) « Quamvis enim Ignatius et 
« socii divinis obsequiis et proxi- 



j. - IL pensiero dei pritni compagni e d'altri contemporanei, &'c. 205 

mente espresso il suo pensiero sopra cosa di tanto rilievo nel- 
l'indagine delle origini della Compagnia, portoglisi il destro 
di dovere lumeggiare l'opera della Provvidenza nell'eleggere 
e conservare ad Ignazio i compagni fatti in Parigi, gli escono 
dalla penna le seguenti sentenze che sono in sostanza ripeti- 
zione di quanto non una volta sola l'udimmo asserire: « Se 
si discorre con argomenti umani, sembrerà al certo da mara- 
vigliare che né lo stesso Ignazio, né i predetti suoi compagni, 
tutti consecrati al divino ossequio, rivolgessero l'animo ad 
abbracciare alcuno dei tanti Ordini religiosi; quando pure 
essi, come dicemmo, non si erano proposti alcun determinato 
modo di vivere, né mai era venuto loro in mente, ciò che di poi 
successe, di fondare una nuova religione)) (^). 

Non diversamente dal Polanco rappresentarono il sor- 
gere della Compagnia due antichi biografi ignaziani, il Ri- 
badeneira e il Maffei, i quali in tutto il corso ben particolareg- 
giato dei loro racconti, e dove espongono il primo formarsi 
della Società in Parigi e poscia la nuova forma di vera e pro- 
pria congregazione pigliata in Roma, non mostrano mai di 
avere avuto sentore che Ignazio nei trattati del 1539 venisse 
eseguendo un antico proposito tenutosi chiuso in petto quasi 
segreto impenetrabile {^). Anzi il Ribadeneira, nella sua let- 
tera al p. Francesco Giron dei 18 aprile 1607, asserì espressa- 
mente che il Santo nei principi della sua nuova vita non sa- 
peva ciò che il Signore, il quale pure lo veniva mirabilmente 
disponendo ad essere fondatore della Compagnia, disegnasse 
fare di lui (3). 

Un'altra testimonianza ancora. Giovanni Couvillon fu 
uno dei buoni teologi che avesse l'Ordine nel suo primo pe- 
riodo. Guadagnato dal Fabro in Lovanio il 1543, venne poscia, 



« morum [auxilio] se mancipave- 
« rant, nihil dum de religione in- 
« stituendacogitabant». Polanco, 
Vita, p. 50. 

(^) Polanco, ivi, p, 51. 

(2) Maffei, lib. i, cap. xxi, pp. 
71-73; lib. II, cap. IX, pp. 105- 
107; Ribadeneira, Vitas.Ignatii, 
cap. VII, nn. 116-119,1111. 142-144; 
cap. IX, nn. 153-156. Il Riba- 
deneira tuttavia nella Vita bre- 
vior, cap. XVII, venne ad ammet- 



tere che Ignazio nei primi tempi 
del suo soggiorno in Parigi gtà sa- 
pesse chiaramente di avere a fon- 
dare la Compagnia. Cf. IPi^N.Acta 
SS., iul., to. VII, Comment. 
praev. de s. I gnatio, n. 156. 
(3) « Porque aunque en aque- 
« llos principios él no sabfa lo 
« que el Senor disponia hazer del, 
« sabialo Dios, yyvale disponiendo 
« para hazerle f undador de la Com- 
« paiiia, &c. ». Yepes, IV, 337. 



2o6 Capo VI. - Preliminari della fondazione delP Ordine, 

com'era costume, a formarsi in Roma sotto la disciplina di 
Ignazio ed ebbe continue relazioni con i primi compagni e al- 
tri padri dei più autorevoli e bene informati, quali il Polanco, 
il Natale, il Borgia, il Manareo e va dicendo. Fra gli altri 
suoi scritti conservansi tuttora autografi gli otto libri delle 
sue Confessioni, specie di autobiografìa, nella quale pretese 
d'imitare la classica opera del grande Agostino. Parlando del 
Fabro, datosi in Parigi discepolo ad Ignazio, così ci pone di- 
nanzi il fatto: « Quattro anni trattò familiarmente con Igna- 
zio e a lui con alcuni altri si unì, quando né la Compagnia era 
fondata, né Ignazio pensava punto di fondare una religione 
congregazione qualsiasi. Ma tu, o Signore, ignorando essi 
interamente ciò che da lì a non molto sarebbe seguito, li an- 
davi radunando da varie province » (^). 

Un'ultima autorità si desume da una di quelle informazioni 
che, vivente ancora Ignazio, si costumò di spedire in varie 
parti del mondo per fare rettamente conoscere la Compagnia, 
in ispecie, la sua origine, il suo fine, le opere da lei abbrac- 
ciate, i suoi incrementi ed altri simili punti. Questa di che 
parliamo, come l'altra di Francesco Palmio più sopra ricor- 
data, è anteriore alla morte del Fondatore e propriamente 
risale ai primi mesi del 1555. Se non fu tutta intera distesa 
dal segretario Polanco, come tanto di frequente usava, fu 
certo riveduta da lui e probabilmente dallo stesso Ignazio. 
Esposto il fallito viaggio dei compagni a Gerusalemme e il 
loro, arrivo in Roma, il pregevole documento così prosegue: 
« E servendosi d'essi il Papa per cose del divino servizio in 
queste parti, cominciarono a trattare ciò che mai non avevano 
pensato, ed era far corpo di congregazione perpetua, e così 
con molte orazioni e Messe vennero in questo proposito » (*). 

Sembra pertanto più che a sufficienza provato come Igna- 
zio, recandosi in Roma, vi veniva soltanto per adempiere alla 
seconda parte del voto dei 15 agosto 1534, che era di presen- 
tarsi ed offerirsi al Papa, dopo che, per mancato comodo di 
navigazione nel 1537, ^^^ con tutti gli altri disobbligato 
dall'osservanza della prima, cioè dal comune pellegrinaggio 
in Terra Santa (3). 

(^) Vedi il testo latino di que- in castigliano presso il Polanco, 
^to ^disso neW Appendice, n. 4. Complementa, I, 109. 
(^) Cf. il testo del ragguaglio (3) Cf. sopra, p. 70. 



6. - La verità storica, gloriiicazicme delia figura del Fondatore, ór'c. 207 

Così a poco a poco il lume interiore dello Spirito Santo lo 
conduceva a divenire istitutore di quella Compagnia, che 
nelle mani del Vicario di Cristo e sotto la sua direzione si sa- 
rebbe consacrata a sostenere la causa di Colui dal quale s'in- 
titolava. Certo, anche prescindendo da straordinarj carismi, 
spesso, in ispecie dopo il 1534, dovette rappresentarsi al- 
l'uomo di Dio, se per sorte non aggradisse al Signore di ve- 
dere perpetuata quella nuova famiglinola crescente, con 
presagio di ben altra virtù e molto maggiore costanza dei 
primi discepoli di Alcalà. Opinione avvalorata da ciò che 
il Loiola scrive di se medesimo prigione in Salamanca nel 
1528; vale a dire che non gli mancavano neppure allora gli 
stessi desiderj, già innanzi nutriti, di aiutare le anime, di 
attendere a questo fine agli studj, di mettere insieme com- 
pagni di un medesimo sentire, ed infine di conservare co- 
loro che era venuto intorno a sé raccogliendo (^). Prezio- 
sissimo testimonio come quello che, prima ancora della 
partenza alla volta di Parigi, rivela in Ignazio, ci si per- 
metta il termine, la stoffa del fondatore, benché egli per 
lungo tempo seguiti ad ignorare quale sia la meta alla 
quale perseverantemente lo sospinge la mano amorosa di 
Dio. I nobili desiderj, che meglio si direbbero sete, di fare 
compagni, da lui sempre nutriti e mai non ispenti, costitui- 
scono senza dubbio quasi il germe fecondo donde si svolge 
la Compagnia di Gesù; essi nondimeno solo dopo le mature 
deliberazioni della primavera 1539 escono dall'incerto invo- 
lucro di vaghi non ben fissi disegni, ancor lontani dal dive- 
nire un partito già preso per attuarlo all'ora propizia. 



LA SCHIET- 
TA VERITÀ STO- 



QUESTE aperte deduzioni alle quali, come a schiettissima ^• 
verità, ogni critico spassionato é infallibilmente con- r,ca glorifica 
dotto dallo studio delle fonti primitive, sono ben lungi 'dal """^ ^"'-'-^ "' 

•^ cura DEL FONDA 

rimpicciolire la singolare figura del Fondatore, che per con- tore e dell'o 
trarlo ne riesce non poco ingrandita, e riscuotono merita- ""^ ammiran 

y^ , , , DA DELLA PROV- 

mente oggi l'adesione di storici illustri (^). videnza divina 

(^) « Pues corno à este tiempo « gunos del mismo propòsito y 

« de la prisión de Salamanca à « conservar los que tenfa, &c. ». 

« él no le faltassen los mismos Gonzalez, Acta, in Mon. Ignaf., 

u desseos que tenia de aprovechar ser. IV, I, n. 71, p. 80. 
« à la[s] ànimas, y para el eflEecto {^) Veggasi quanto pubblicava 

« studiar primero y aj untar al- in proposito il bollandista p. Van 



2o8 Capo VI. - Preliminari della fondazione dell'Ordine. 

Tra i quali un solo basti ricordarne, per autorità in ma- 
teria d'ascetica, non meno che nella conoscenza dell'Istituto 
della Compagnia di Gesù, ragguardevole, vale a dire il 
il p. Maurizio Meschler. Nell'ultima sua opera, / Gesuiti. 
Chi sono e che cosa fanno, il venerando vegliardo lasciò ai po- 
steri una pagina di accertatissime speculazioni intorno a 
questo argomento, pagina che sembra l'epilogo piiì acconcio 
di quanto venimmo sin qui discorrendo. 

« Nella vita del Santo, dopoché egU si diede risoluta- 
mente al servizio di Dio, seguirono viaggi avventurosi a 
Manresa, a Gerusalemme, a Parigi ed a Roma. Anche questi 
spettano alla sua vocazione di fondatore del suo Ordine, e 
sono chiari esperimenti per conoscere sempre meglio e fissare 
definitivamente il suo disegno. Poiché i fondatori di Ordini 
rehgiosi sono chiamati da Dio alla loro missione, ma non 
sempre ricevono dall'alto il disegno pienamente chiaro e 
svolto. Il Signore dà loro alcuni accenni, essi poi devono cer- 
care e ricercare, e solo a poco a poco, e non senza l'intervento 
inaspettato di Dio, si scuopre pienamente ad essi il disegno in- 
tero cui sono chiamati. Così avvenne appunto con Ignazio. 
Quale lunga strada non passò tra Manresa e Roma! E quanto 
non si cambiò il primitivo disegno! Vuole andare a Gerusa- 
lemme, e riesce a Roma; ama la salmodìa, e diventa predica- 
tore; arde di desiderio di vivere in grande povertà e penitenza, 
e finisce con una forma di vita e con un portamento esteriore, 
che non allontana nessuno e gli apre tutti i paesi e tutte le 
porte: quante volte le ore dello studio si volgono per lui in 
ore di preghiere e meditazioni; eppure il suo Ordine doveva 
essere un Ordine dedicato alle missioni e all'insegnamento. 
Egli doveva raccogliere ad uno ad uno questi esperimenti, per 
poter conformare l'opera sua alla volontà di Dio. Come l'arte- 
fice da un masso informe tratto per tratto, colpo per colpo 
fa balzare l'immagine, che nella mente contempla, così dai 
varj tentativi ed esperimenti, costati al Santo molte prove 
e molti sacrifici, venne fuori la Compagnia, qual essa è, un 
Ordine apostolico » (^). 

Ortroy, Manrèse et les origines prime origini della Compagnia, 

de la Compagnie de Jesus, in tiene senz'altro questa sentenza 

Anal. Boll. XXVII (1908), 399- che è pure quella del Bòhmer, 

408. Il Pastor, V, 373, nell'ac- Studien, 1, 238 sg. 
curato capitolo consecrato alle (^) Meschler, p. 25 sg. 



6. - La verità storica, glorijicazione della figura del Fondatore, &'c. 309 

Fin qui il Meschler; dove appena fa bisogno di avvertire 
che da siffatto modo d'intendere il nascere della Compa- 
gnia di Gesù, l'unico rispondente al vero, come non riesce 
diminuita, secondo testé dicemmo, la grandezza del Loiola, 
così non viene punto affievolito il nostro senso di grati- 
tudine e d'alta meraviglia, verso l'opera della Provvidenza 
giganteggiante nella impenetrabilità delle ascose sue vie. 
e II nostro p. Ignazio nel principio della sua conversione » 
diceva il p. Lainez spiegando ai suoi religiosi l'approva- 
zione della Compagnia w hebbe bonissima volontà da Dio, 
« ma però non tanto lume delle cose spirituali; e mi disse 
« che hebbe tentazioni e che si dava molto alla contempla- 
« zione e che aveva intenzione di farsi religioso della Cer- 
« tosa. Ma conoscendo che era chiamato per l'aiuto delle 
« anime, cominciò a congregare compagni, bora in Spagna, 
u bora in Italia, bora in Parigi, et di quelli, per sua ottima 
« dispositione, volse conservare solamente noi dieci » (*), 

Ed uno appunto di questi dieci compagni, un cui testi- 
monio abbastanza eloquente già riferimmo, Nicolò Boba- 
dilla, ci lasciò nei Ricordi della sua vita siffatto ragguaglio 
del modo come gli avvenimenti si svolsero, che altro più 
a proposito non sapremmo trovarne per mettere degna co- 
rona alla presente non inutile disquisizione. « Poscia, l'anno 
1538 », così egli fedelmente recato dal latino nel nostro vol- 
gare, « si radunarono tutti nella città di Roma in una casa 
presa a pigione, predicando per le chiese e per le piazze, 
limosinando per l'Urbe e quattro di loro disputando alla 
presenza del Sommo Pontefice Paolo III il quale volentieri 
li vedeva ed ascoltava, essendo solito dire: " Quanto più 
spesso verrete tanto più ci farete piacere ". Ed un giorno, 
ira un argomento e l'altro. Sua Santità disse: " Perchè 
desiderate tafito d'andare a Gerusalemme? Se bramate 
di far frutto nella Chiesa di Dio, una buona e vera Gerusa- 
lemme è l'Italia ". Le quali parole avendo essi raccontato 
in casa agli altri compagni pensarono di fondare una reli- 

(^) Ci. Tacchi Venturi, S^ona, riante finale, a Ma veggendo poi 

I| 587 sg. «ch'era chiamato all'ajuto d'al- 

Un altro testo del medesimo « tri, diceva che più presto ha- 

passo con leggere varianti di for- « rebbe voluto esser Conventuale 

ma si ha in Mon. Ignat., ser. IV, « che Osservante, per poter più 

II, 75. Notevole in esso la va- « agiutar l'anime *. 

Stori» 4eU» Compagnia Ai G*ié in Italia, II. 14 



2 IO Capo VI. - Preliminari della fondazione dell'Ordine. 

gione; poiché sino a quel tempo sempre avevano avuto in cuore 
e in bocca di adempiere il voto del pellegrinaggio a Terra Santa. 
Con l'occasione adunque delle sopra riferite parole dette dal 
SS."" Signor Paolo III Farnese, cominciarono tutti a trat- 
tare fra loro di unirsi in un corpo e istituire una religione ))(*). 
Fin qui il Bobadilla che col Fabro, il Lainez e il Salmerone 
fu uno dei quattro ammessi a disputare ogni quindici giorni 
al cospetto del gran Mecenate Farnesiano, siccome a suo 
luogo vedemmo (*). 

Or ritornando ad Ignazio, eleva l'animo all'ammirazione 
della divina sapienza e bontà il contemplare in una vasta e 
rapida occhiata con quali alterne vicende divenisse strumento 
idoneo alla esecuzione del disegno, cui misericordiosamente 
era stato prescelto da Dio. Dall'aspro ritiramento in Manresa 
e dal sacco d'incolto penitente colà indossato, fino a quando 
in povero abito di umile maestro parigino presentasi la prima 
volta a Paolo III nel novembre 1537, un medesimo rimane 
sempre il principio, ond'è animato ogni suo fare e patire: 
il desiderio intensissimo di glorificare Iddio, col diffondere 
la conoscenza e l'amore di Gesù Cristo, aiutato da altri colla- 
boratori, ripieni d'uguale spirito e come lui liberi dall'affetto 
ai beni terreni. Se l'idea di fondare una congregazione gli 
balena alla mente, non le sorride innanzi tutto quale ter- 
mine da fermarvisi, smessa ogni altra ricerca. Prima che 
fondatore sentesi apostolo, e all'apostolato s'affretta di pre- 
pararsi coi necessari presidj delle lettere umane e divine. Ad 
appagamento non meno della devozione verso l'Umanità 
santissima del Redentore, che dello zelo per la salute del 
prossimo, abbraccia il pellegrinaggio a Gerusalemme. È 
una meta più transitoria che ultima: pur vi dirizza la mira, 
perchè la reputa accetta a Dio, e si aggrega compagni da sé 
prescelti e coltivati, avidi di diffondere il regno di Cristo, at- 
tendendo a salvare anime in Palestina tra gl'infedeli, o dove 
supernamente sarà loro mostrato in progresso di tempo. 

Ma la Provvidenza, sapiente guida ed amorosa dei santi, 
nel momento opportuno, gh rinserra il cammino al viaggio; 
ed egli allora, non altro bramando fuorché compiere il divino 
volere, depone senza rimpianti il lungamente vagheggiato 

(') Bobadilla, Man., p. 616,^ (*) Cfr. sopra, p. 113. 
seg., nn. ii-T.!. 



ó. - La verità storica, glorificazione della figura del F&ndatore, ò-'c. 2H 

pensiero dell'andata e dimora alla terra avventurosa che vide 
nascere e morire il suo diletto Signore. 

Con l'orazione, con l'uso riposato e tranquillo delle facoltà 
naturali va indagando i riposti consigli del cielo sopra di sé 
e de' suoi; perciò nel dar forma di Ordine alla piccola Compa- 
gnia chiede il consiglio e la cooperazione dei soci con accura- 
tissima diligenza; il che certo non avrebbe fatto, se prima 
ne avesse avuto chiaramente l'idea e il disegno in capo. 

E intanto riguardando la lunga via percorsa, dall'addio 
al castello paterno sino a quel punto, veniva interiormente 
scorgendo ed ammirando sotto limpido lume a qual termine 
avesse Dio indirizzate le molteplici cognizioni e in cose di 
spirito e in materia di fede e di lettere, con le quali gli era 
stata rischiarata la mente in Manresa, specie nella memorabile 
illustrazione su le placide sponde del Cardenero (*). A grado 
a grado gli sorge nell'animo il convincimento che d'una gran 
parte di esse sia stato appunto favorito da Dio perchè, 
presane in se medesimo l'esperienza, se ne valga per istabi- 
lirle e ordinarle nella religiosa famiglia, della quale nel ti- 
rocinio manresano ignorava affatto di dover essere un giorno 
fondatore e padre, ed ora, dopo più di tre lustri, vedeva già 
pronta e presta, per opera di se medesimo, la solida costitu- 
zione (*). In questa maniera, persuaso intimamente di avere 

(') Di questa esimia illustra- « ton9es, aunque fueron muchos, 

zione, che tanto diede da seri- « sino que recibió una grande cla- 

vere ai biografi del Loiola, ve- « ridad en el entendimiento; de 

nendo giù giù dai più antichi a « manera que en todo el discurso 

quelli dei nostri giorni, è bene « de su vida, hastapasados sesenta 

che il lettore abbia dinanzi le pa- ' « y dos anos, coligiendo todas 

role stesse d'Ignazio, quali usci- « quantas ayudas aya tenido de 

rono dal suo labbro e ci ven- « Dios, y todas quantas cosas a 

nero conservate dal Gonzàlez: « sabido, aunque las ayunte to- 

" Y estando alll sentado se le « das en uno, no le pare9e aber al- 

empe9aron [à] abrir los ojos del « canzado tanto, corno de aquella 

«entendimiento; y no que viese u vez sola». GonzAlez, Ada, nei 

« alguna vision, sino entendiendo Mon. Ignat., ser. IV. I, n. 30, 

« y cono9Ìendo muchas cosas, tan- p. 55. 

« to de cosas spirituales, comò de (^) Che tale giudizio facesse 

« cosas de la fé y de letras, y esto il Santo dei mirabili lumi rice- 

«( con una ilustra9ión tan grande, vuti in Manresa, segnatamente di 

« que le pare9lan todas las cosas quelli onde fu degnato sulle rive 

« nuevas. Y no se puede declarar del Cardener, ce ne convince 

« los particulares que entendió en- la sua medesima testimonianza. 



212 Capo VI.- Preliminari della fondazione dell Ordine. 

corrisposto al divin beneplacito, si accinge a uniformarvisi 
pienamente; ma innanzi non sente sereno e coraggioso lo 
spirito, se prima non vegga confermati e benedetti i pro- 
positi suoi da chi in terra gli rappresenta visibilmente Gesù 
Cristo suo duce adorato ed eletto. 



Nel febbraio 1555, avendolo, tra 
le altre cose, interrogato il p. Gon- 
zàlez anche intorno al pellegri- 
naggio come esperimento del no- 
viziato, rispose di averlo fatto 
avendo in se stesso provato quan- 
to giovava e per essersi in esso 
trovato bene. Di poi, vedendo 
che i novizj infermavano, averne 
ristretto l'uso e lasciatolo alla di- 
screzione dei superiori. « Y a e- 
K stas cosas todas se responderà » 
proseguiva testualmente, « con un 
« negocio que passò por mi en 
« Manresa ». Il Gonzàlez, che in 
questo luogo assicura di ripor- 
tare le parole del Santo come que- 
sti le proferiva nella sua lingua 
materna, così immediatamente di- 
chiara qual fosse il fatto, o nego- 
zio, accadutogli in Manresa «Era». 
continua, « este negoceo huma 



« grande illustra9ào do entendi- 
« mento, em à qual nosso Senhor 
« em Ma[n]rresa manifestou a N. 
« P. estas e outras muitas cousas 
« das que ordenou na Companhia ». 
Memoriale, in Mon. Ignat., ser. IV, 
I, 220. Il che vale quanto af- 
fermare che Ignazio stabilì nella 
sua Compagnia molte cose per 
averne supernamente conosciuto 
sulle piagge del Cardener l'eccel- 
lenza e l'utilità al conseguimento 
del fine; non già, secondo si pre- 
tese, che proprio sin da quell'in- 
fanzia della nuova vita avesse 
rivelazione d'essere stato da Dio 
prescelto ad istituire la Compa- 
gnia di Gesù, tanto che ornai al- 
l'esecuzione di cosiffatto disegno 
di provvidenza, sì per tempo con- 
cepito nell'animo, dovesse rivol- 
gere ogni suo passo. 




CAPO VII. 

MISSIONI DEI PRIMI COMPAGNI IN TOSCANA. 

(1539-1540). 

I. I Preti riformati richiesti fuori di Roma. — 2. Il Broèt e il Ro- 
driguez inviati a Siena con Francesco Strada: riforma del mona- 
stero di San Prospero e Sant'Agnese. — 3. Ministeri del Broèt e 
del Rodriguez tra i senesi, specie tra gli studenti dell'ateneo. — 
4. Infermità del Rodriguez e suo ritorno in Roma. Continuazione 
delle fatiche del Brcèt in Siena sino al febbraio 1541. — 5. Fran- 
cesco Strada: sua vocazione. — 6. Qualità e successi della sua 
eloquenza. — 7. Suppliche dei priori di Montepulciano a Paolo III 
per ritenere lo Strada. — 8. Frutti della missione dello Strada 
da lui stesso descritti. 

PRINCIPALI FONTI contemporanee: I. Monumenta Ignatiana. - 2. Ro- 
driguez, De origine et progressu Societatis lesu. - ^. Epistolae 
mixtae. - 4. Couvillon, *Confessiones. - 5. Manareo, De rebus 
Societatis lesu conimentarius. - 6. *Deliherazioni del Consiglio 
Generale di Montepulciano. 




- I PRETI RI- 
FORMATI RICHIE- 



lÀ PRIMA CHE TERMINASSE QUELL'ANNO 

1538 Ignazio scriveva all'amorevole benefattrice sn fuori di ro 
Isabella Roser (^) di trovarsi come infestato dalle 
pie domande di alti personaggi e prelati, deside- 
rosi di avere alcuni de' suoi per coltivare le loro città e 
diocesi, ed anche da inviarli ai possedimenti indiani dei 
Portoghesi (*). Per gradite che a lui e ad ognuno dei com- 
pagni dovessero riuscire siffatte istanze, come quelle che 



(') Mon. Ignat., ser. I, I, 141. 
Cf. sopra, p. 188. Che le doman- 
de fossero molte si deduce dagli 
stessi termini {somos injestados) 
adoperati dal Santo sì parco nel 
loro uso. Contrariamente però 
a quanto scrisse I'Orlandini 
(lib. n, n. 68, p. 57), è da pen- 
sare venissero fatte a voce piut- 
tosto che per iscritto dai molti 
prelati risedenti in Roma, riu- 



scendo duro spiegare, se fossero 
arrivate per lettera, che neppure 
una se ne sia conservata in mezzo 
a tutta la non poca corrispon- 
denza giunta sino a noi. 

p) Intorno alle richieste dei 
Preti parigini (così li troviamo 
chiamati) per mandarli alle Indie 
dei Portoghesi, vedi la lettera del 
b. Fabro al Gouvea, 28 nov. 1538, 
nei Mon. Ignat., ser. I, I, 132. 



2. - IL BROET E 
II- RODRIGUEZ 
CON KKANCKSCO 
STRADA INVIATI A 
SIENA. RIFORMA 
DEL MONASTERO 
DI SAN PROSPERO 
E SANT'AGNESE. 



J14 Capo VII. - Missioni dn primi compagni in Toscana. 

tanto favorivano l'esercizio del loro zelo, non giungevano 
però in buon punto per venire esaudite. La persecu- 
zione del 1538, benché superata con esito felicissimo, am- 
moniva i Padri a non essere troppo lesti nell'allontanarsi 
da Roma, perchè la stessa loro presenza nella città to- 
gliesse ai malevoli ogni pretesto a nuove calunnie. Al 
Santo inoltre premeva che gli antichi compagni di Parigi, 
innanzi di separarsi, determinassero di comune accordo, 
come già vedemmo, il da farsi in futuro. Aggiungevasi 
che Paolo III mostrava chiaro di avere in animo di valersi 
di loro nell'emendazione dei costumi dell'Urbe e in riaccen- 
dere nel popolo la pietà cristiana {^); tanto che proprio per 
questo titolo non aveva accolto le istanze dell'Ambascia- 
tore di Carlo V e di un vescovo spagnuolo che li avevano 
richiesti come operai evangelici per le recenti conquiste 
della corona di Spagna nelle vastissime terre del Nuovo 
Mondo (*). Come prima però la piccola comitiva dei Preti 
pellegrini ebbe fermo di dare vita perenne a quella loro tem- 
poranea e libera società, tramutandola in vero e proprio 
Ordine religioso, non tardarono a recarsi alle varie missioni 
cui destinavali il Vicario di Cristo, mentre Ignazio e gli altri 
compagni rimasti in Roma s'applicavano a stendere il di- 
segno primordiale o schema della Compagnia conforme al- 
l'abbozzo già bastevolmente, per quello che sopra si è rife- 
rito, noto al lettore (3). 



F 



RANCESCO Bandini, arcivescovo di Siena, il celebre dome- 
nicano Lancellotto Politi o fra Ambrogio Caterino, Lat- 
tanzio Tolomei ed altri cospicui senesi tanto fecero che 
Paolo III, per mezzo del cardinale Gian Pietro Carafa, ai 
19 di marzo 1539, ingiunse in virtù di santa obbedienza a 
Pascasi© Broèt di recarsi con uno de' suoi compagni alla 
città di Siena (*), mitigando non di meno l'ordine con questo 



(^) Anche il Bobadilla, ricor- («) Cf. la citata lettera del 

dando l'anno seguente 1539, ai b. Fabro, nei Mon. Ignat., ser. I, 

4 luglio, l'offerta fatta al Papa, ri- I, 132 sg. 

peteva che Paolo III aveva voluto (3) V. sopra, p. 194-199. 

che per alcun tempo si rimanes- (*) Rodriguez, in Epist. PP. 

sero in Roma a fruttificarvi a P. Broèti &c., p. 509 sg. Ivi pure, 

gloria di Dio. Cf . Bobadilla, pp. 201-203, la lettera del Carafa 

Mon., p. 16. che intima al Broèt il comando 



2. - Il Broét f il Rodfiguez inviati a Siena, S-c. 



215 



che potessero eseguire il precetto quando fosse loro tornato 
agevole. Il perchè, avendo i padri proprio di quei giorni in- 
trapreso le riunioni (^), soprassedettero alla partenza fino a 
tanto che fossero sanciti i punti fondamentali della congrega- 
zione cui intendevano di dar vita. Compagno al Broét fu 
dato dal p. Ignazio il Rodriguez, al quale aggiunse per terzo 
un giovane spagnuolo, poco più che ventenne, Francesco 
Estrada, o Strada, come noi lo chiameremo, secondo lo dissero 
in Italia, ed egli stesso costumò di soscriversi nelle lettere, 
anche in quelle dettate nella lingua nativa ('). Scopo della 
missione del Broét era di adoperarsi con ogni industria a 
rimettere in disciplina e regolare osservanza le monache di 
San Prospero e Sant'Agnese, vetusto monastero dell'Ordine 
di s. Benedetto, oggidì, come tanti altri venerandi monu- 
menti, sparito più per ingiuria degli uomini che del tempo ('). 
Paolo III accordava al Broét e al suo compagno i più ampli 
poteri per la riforma, previo tuttavia il consenso dell'Arcive- 
scovo, che gli fu subito concesso in Roma stessa, il 13 aprile 
1539 da Lattanzio Tolomei, quale vicario dell'Ordinario nella 
soprintendenza del monastero (*). Forniti in questa guisa 
delle facoltà necessarie, al cadere di quello stesso mese di 
aprile, o nell'entrare del maggio, s'incamminarono tutti e 
tre, primi ad uscire in campo, dopo i trattati della fonda- 
zione della Compagnia, alla volta di Siena ('). 



pontificio. Secondo il Bobadilla, 
anche un cardinale, il cui no- 
me tace, aveva interceduto per 
Siena. Vedi la lett- 4 lug. 1539 
al duca Ercole II di Ferrara, in 
Bobadilla, Mon., p. 16. Il Tolo- 
mei non è, come il Bandini e il 
Caterino, ricordato dal Rodriguez. 
La parte da lui avuta nella fac- 
cenda non solo si può dedurre 
dalle relazioni strette di fresco 
con Ignazio, ma dall'officio che 
teneva di Vicario del Bandini 
nella cura del monastero, la cui 
riforma si voleva affidare ai Preti 
pellegrini. 

(^) Cf. sopra, p. 189. 

(») Vedi ntWEpisi. mixtae, I, 
22, 25, 30, 41, &c. Della voca- 



zione dello Strada si parlerà più 
avanti a p. 223 sg. 

(3) Che il monastero fosse quello 
di San Prospero e Santa Agnese 
nel borgo di S. Marco venne stu- 
diosamente taciuto, per delicati 
riguardi, dal Rodriguez e da tutti 
gli storici posteriori sino al Boero. 
Lo menziona espressa,mente la ci- 
tata lettera del cardinale Carafa. 
Brevi, ma accurate notizie sopra 
questo convento si hanno nel Li- 
siNi, Inventario, p. 25, n. 40. 

(4) Vedi il documento in Episi. 
PP. P. Broèti &c., p. 203. 

(5) L'Orlandini, lib. II, n. 69, 
p. 57, fissa la partenza al mese 
di maggio 1539, senza maggior- 
mente determinarla. Ci consta 



2l6 Capo VII. - Missioni dei primi compagni in Toscana. 

Forse apparirà alquanto strano che a ritornare in fiore 
la vita claustrale di alcune religiose di lontana diocesi si 
richiedesse in quel caso l'intervento diretto del pastore su- 
premo della cristianità. Pure il fatto è tutt'altro che unico 
nella storia del pontificato di Paolo ITI e dei suoi successori 
per parecchi degli anni appresso. Ridurre frati e monache 
al modo di vivere voluto dalla loro professione era, come fu 
visto néìV Introduzione {^), non la minore delle spinose e 
gravissime questioni ecclesiastiche da risolvere per il tanto 
invocato risanamento dei costumi, mentre nella Chiesa 
ognora più avvampava l'incendio della rivolta luterana. 
Per impetrare che fosse spedito un buon visitatore a quel 
monastero di San Prospero e Sant'Agnese l'appello al Papa 
dovette essere effetto suggerito dai male riusciti tentativi 
fatti già dallo zelante arcivescovo Bandini e dal Caterino, 
una cui sorella era pur quivi badessa (*). 

. Con tali antefatti, se era bene da attendersi che i padri 



con certezza che il 15 di aprile 
tutti i dieci compagni erano an- 
cora in Roma. Ci. l'atto da loro 
soscritto in detto giorno, negli 
Ada SS., iul. to. VII, Comment. 
praev. de s. Ignatio, n. 288. 
La mancanza delle soscrizioni del 
Broèt e Rodriguez negli altri 
Atti conclusi ai 3 di maggio ci 
inclina forte a credere che i due 
padri si ei"ano in quel di già messi 
in cammino. Cf . sopra, p. 197*. 
Il 15 maggio dal p. Michel, II, 
374, fissato alla partenza non è 
corroborato da alcun documento. 
Quanto al luogo della dimora in 
Siena, secondo la *Relatione del 
principio del collegio già ricor- 
data (cf. sopra, p. 145^), i padri 
anche questa volta avrebbero 
trovato ospitalità, prima nella 
casa del pittore Giovanni Cini, 
poscia presso la chiesa di San 
Giacomo in Salicotto. Cf. Epist. 
PP. P. Broéti, &c., p. 199. 

(*) Cf. Tacchi Venturi, 5/ona, 
I. 145 sg. 



Rodriguez, Comment., in 
Epist. PP. P. Broèti &c., p. 510. 
Cf. Boero, Vita del p. Broèt, p. 12; 
Vita del p. Rodriguez, p. 24. Il 
Boero in entrambi i luoghi, non so 
sopra quale erroneo fondamento, 
fa il Caterino fratello del Bandini. 
Vedi pure Prat, Mémoires, p. 28. 
Il nome della badessa, sorella del 
Caterino, si ricava da un *Libro 
delle Memorie del monastero, con- 
servato nel R. Arch. di Stato in 
Siena, Conventi soppressi. Tra- 
fisse, n. 2. Il Ms. va dal 1531 al 
1547 e porta nella prima pagina 
la nota: Al tempo della reverenda 
donna Victoria abbadessa. Al fo. 
84 ci dà un atto dei 30 lugl. 1537, 
col quale le Monache di San Pro- 
spero e Sant'Agnese cedono ai Cap- 
puccini l'uso d'una loro chiesetta 
e casale nel comune di Sant'Al- 
mazio. Estensore dell'atto è ap- 
punto il Caterino. La sua pre- 
senza, trattandosi di monastero 
non dipendente da' Domenicani, 
non è forse un nuovo indizio che 



j. - Ministeri del Broet e del Rodriguez tra i senesi i é-c. 217 

dovessero andare incontro nell'esercizio del lor ministero a 
non lievi difficoltà, ignoti tuttavia ci rimangono i partico- 
lari (^). 

Entrambi spesero le loro cure in San Prospero; e certo 
però, secondo la testimonianza del Ribadeneira, che la parte 
precipua fu del p. Pascasio, dal Pontefice specialmente de- 
signato a quest'opera (^). Ed era per verità uomo da tanto: 
spirito soave, d'un umiltà inalterabile, d'una dolcezza che 
dominava i cuori. Il p. Broét, racconta l'autore testé lodato, 
« era fornito d'una candidezza cristiana e d'una prudente 
« semplicità » ('); e queste pacifiche armi gli dettero la sospi- 
rata vittoria. Le tiepide religiose, eccitate dalle medita- 
zioni degli Esercizj predicati dai visitatori, a detestare i 
loro disordini, più che accettare la riforma, quasi a viva 
forza imposta, se la imposero da se medesime. Ogni cosa, 
afferma il Rodriguez, fini con sì gran vantaggio spirituale, 
pace e letizia, che ninno esperto della condizione presente 
degli animi avrebbe mai osato di ripromettersi tanto (*). 



- MINISTERI 
DEL BRoSt B del 



1E cure della riforma del monastero, le quali non sembra 
-^ varcassero i limiti dell'opera strettamente spirituale, non rodriguez tra i 
esaurirono per intero lo zelo dei due preti riformati, che tol 



SENESI, SPECIE 
TRA GLI STUDEN 

TI dell'ateneo. 



la Vittoria, badessa del luogo, 
fosse a lui soiella? Il recente 
biografo di fra Ambrogio non ri- 
corda altro che due suoi fratelli. 

Cf. SCHWEIZER, p. 7 Sg. 

(^) « Mirum profecio fuit quan- 
tum ipsis difìicultatis hoc nego- 
tium exhibuerit, &c. ». Cosi 
il Rodriguez, loc. cit. Col Ro- 
driguez, testimonio e parte dei 
fatti, non si accorda il Boero là 
dove scrive che i due padri non 
ebbero a penare gran fatto per 
ridurre il monastero a disciplina 
{Vita del P. Broet, p. 12) benché 
altrove affermi {Vita del P. Ro- 
driguez p. 25), che «ebbero da 
« principio a faticare non poco per 
« cattivarsi la benevolenza di 
e quelle religiose e renderle docili 
« ai loro ammonimenti ». 



(-) Ribadeneira, Fi/a P. /^»io- 
tii, cap. X, n. 165. Della colla- 
borazione del Rodriguez fa fe- 
de egli stesso: « Concionabantur 
« apud moniales patres, earum 
« confessiones excipiebant, &c. y>. 
Rodriguez, loc. cit. 

(3) Ribadeneira, loc. cit. 

{*) Il p. Prat, Mémoires, p. 29 
delinea con minuti particolari il 
modo tenuto dal Broet nella ri- 
forma del monastero. Ma gli au- 
tori da lui citati e gli altri an- 
cora che non cita, non parlano 
punto nulla di tutto ciò; anzi gli 
contraddicono, là dove narra che 
il p. Pascasio non ritrovò alcuna 
delle difficoltà invincibili sino al- 
lora. Evidentemente argomentò 
e scrisse più congetturando, che 
seguendo le fonti. 



2r8 Capo VTT. - Missioni dei pruni compagni in Toscana. 

scro in pari tempo a coltivare ogni ceto di cittadini (^). Ben- 
ché decaduta dall'antico splendore, l'Università di Siena, in 
quell'ultimo scorcio della sua vita repubblicana, era tuttavia 
frequente di scelta scolaresca e in buona fama, anche oltre- 
monti, per valentia di lettori {*). Alla cultura spirituale 
degli studenti, in ispecie di alcuni di nobile lignaggio e di non 
mediocri speranze, si rivolsero dunque i padri. Un d'essi, e 
fu il Rodriguez, prese ad esporre un'epistola di s. Paolo, con- 
fidando di potere a quell'esca più facilmente attrarre e conci- 
liarsi gli animi giovanili sempre vaghi di novità (3). Quella 
industria gli disse bene: in breve tempo parecchi e parecchi 
studenti, i migliori dell'ateneo, accesi di fervore, si diedero a 
vita spirituale e devota. Frequenza insolita della confessione 
e communione, visite agli ospedali per prestare ai malati gli 
uffici più umili, confortarli nei dolori e disporli, se in sul mo- 
rire, a chiudere santamente i loro giorni, divennero opere, 
s'altre mai, care e dolci a questo manipolo di discepoli dei 
nuovi predicatori, e impulso a maggior perfezione; poiché 



(*) Le facoltà accordate al p. 
Broèt furono amplissime. Cf. il 
citato breve del Carafa, in Epist. 
PP. P. Broèti, &c., pp. 201-203. 
Però il racconto della visita, fat- 
toci dal Rodriguez, induce a cre- 
dere che, se v'erano negozj tem- 
porali da ordinare, questi non 
vennero composti né dal Visita- 
tore né dal suo compagno. Con 
ciò già introducevasi l'uso co- 
stante della nascente società di 
tenersi lontana dal comporre si- 
mili faccende economiche, facili a 
creare odiosità, e soltanto fecon- 
de di grandi impedimenti pel mi- 
nistero apostolico. 

(^) Zdekauer, pp. 124-128. Per 
un quadro sintetico dello stato 
della cultura della città vedi 
il lodato biografo del Cateiino, 
ScHWEiZER, pp. 1-5. 

(3) n Quandam divi Pauli epi 
« stolam alter interpretandam su- 
« scepit ». Cosi il Rodriguez, 
Comment., in Episi. PP. P. Broè- 



ti, &c., p. 510. Per I'Orlandini 
(lib. II, n. 69, p. 57) seguito dal 
Boero [Vita del P. Broèt, p. 12), 
l'esposizione fu fatta dal p. Rodri- 
guez. Principalissimo ospedale 
di Siena era quello di S. Maria 
della Scala, fondato nel secolo un- 
decimo dai canonici della chiesa 
maggiore e divenuto celebre nelle 
storie senesi per le insigni opere 
di misericordia praticate mercè 
le larghe dotazioni dei pii citta- 
dini. Le fonti non dicono espres- 
samente se in esso appunto si 
recassero gli studenti ai loro eser- 
cizj di carità. La Casa della Mi- 
sericordia, lo Spedale di s. An- 
drea, detto dei Salimheni, quello 
di 5. Niccolò in Sasso, chiamato 
volgarmente di Monna Agnese, 
erano altrettanti pii luoghi nei 
quali i ferventi giovani, edificando 
al sommo i concittadini poterono 
esercitarsi nell'amore del pros- 
simo sofferente e nella mortifica- 
zione cristiana. 



I 



j. - Ministeri del Broet e del Rodriguez tra i senesi, &c. 219 

niun altro esercizio della vita interiore è tanto valevole ad 
avanzare i principianti nel sentiero delle sode virtù, quanto 
il servire a Gesù che langue nelle sofferenti sue membra. Più 
e più volte nel corso di questa storia ci si presenteranno no- 
bilissime vocazioni germogliate dal fervore di questa pratica 
promossa dal Loiola tra i suoi, quasi iniziale palestra a sag- 
giarne gli schiettamente vogliosi di militare a Cristo nella 
sua Compagnia. Dell'opportunità ed efficacia di cosiffatto 
esercizio, quivi in Sieaa si ebbe, sino dal principio, riprova 
notevolissima. Alcuni di quei giovani assidui al carita- 
tevole ministero non andò molto che sentirono in cuore 
più caldi desiderj di maggiore meta nelle vie del Signore, e 
s'animarono a praticare due altri mezzi d'interiore lavoro, 
suggeriti da quei primi compagni d'Ignazio, come pietre an- 
golari e sostegno al solido edifìzio della santità propria del 
loro stato. Ciò furono la confessione generale e gli Eser- 
cizj fatti in perfettissima solitudine ('). A meglio attendervi, 
lungi dalle distrazioni mondane, condussero una casa fuori 
della città, e vi si rinchiusero con qualche ecclesiastico. Uno 
dei padri, non sappiamo chi dei due, vi si recava ogni dì a 
visitarli; esponeva loro i punti per le meditazioni, assistevali 
nello spirito con saggia direzione. Il fatto sembra non tar- 
dasse molto a suscitare sinistri rumori. Giravano le più 
strane fantasie sopra quell'insolito ritiramento; gli animi 
cominciavano a concitarsi; con intenzioni non troppo bene- 
vole già si stava per accorrere a torme sul luogo a fine di ve- 
rificare lo stato delle cose. Quegli dei due che aveva in cura 
gli esercitanti, a sperdere la tempesta, fu sollecito di riman- 
darli subito subito alle loro famiglie; cosicché quando poco 
stante sopravvenne la concitata moltitudine per liberare, 
come dicevano, i prigionieri, ebbe l'inattesa delusione di ri- 
trovare la casa vuota (*). 

Prese parte a questi Esercizj con gran profitto per l'a- 
nima sua ed edificazione per la città, un sacerdote notissimo, 
scrive il Rodriguez, a tutta Siena. Autore di commedie 

(') Che gli Esercizj spirituali guez, p- 26, ascrisse al Rodriguez 

avessero luogo dopo le opere di la direzione di questi Esercizj; 

carità nell'ospedale, si raccoglie ma, secondo le fonti, tanto potè 

dallo stesso Rodriguez, loc. cit., tenerla egli, quanto il suo confra- 

p. 511. tello e compagno di missione il p 

(2) Il Boero, Vita del p. Rodvi- Broèt. (Cf. Rodriguez, loc. cit.). 



220 Capo VII. - Missioni dei primi compagni in Toscana. 

sullo stampo delle più licenziose, onde fu tanto fecondo il 
teatro toscano nel secolo xvi, ardiva ancora di mostrarsi 
senza punto vergogna sulla scena in veste d'attore. Aperti 
gli occhi sul mostruoso disordine della sua vita, concepì pro- 
posito di riparare il gravissimo scandalo. Pregò uno dei 
padri gli permettesse di domandare pubblicamente perdono 
nel tempio maggiore della città. Fu rimesso a monsignor 
Francesco Cosci, vicario della diocesi, che lodò e benedisse 
l'umile divisamento del fervido convertito. Consigliato dallo 
stesso padre cui dapprima s'era rivolto, volle farsi presen- 
tare al popolo da un frate minore che in Siena di quel tempo 
predicava con molto concorso ('). Un giorno infatti, finita 
la predica, dopo un preambolo dell'oratore, comparve in 
pulpito in abito di penitente con la fune al collo e con parole 
umilissime, interrotte da molto pianto, tra i singhiozzi e le 
pie esclamazioni della moltitudine, implorò perdono delle 
sue colpe. Riparato in questa guisa lo scandalo, insistè dipoi 
per essere ammesso nella nascente congregazione dei padri, 
dagli Esercizj de' quali riconosceva il principio della conver- 
sione. Non vedendosi consolato, entrò fra i Cappuccini e vi 
durò in santa vita fino alla morte (*). 



(') Fu per ventura l'Ochino? 
Non oserei affermarlo. L'Ochino, 
senza dubbio, predicò in Siena nel 
giugno 1539. Cf. Benfath, p. 34; 
Peggi, III, 104 in nota, ed anche 
la lettera di Francesco Strada, 
Montepulciano, 5 lug. 1539. nelle 
Epist. tnixtae, I, 23. Le parole 
tuttavia del Rodriguez non indi- 
cano affatto che il predicatore ap- 
partenesse alla riforma dei Cap- 
puccini: « sed hominem adhuc pa- 
« ter monet, ut religiosum quem- 
« dam virum ex familia Franci- 
« scana urbis concionatorem con- 
« sulat ». Ciò è tanto più signifi- 
cativo in quanto che poche linee 
appresso, parlando della penitenza 
abbracciata dal sacerdote col farsi 
cappuccino, non si appagò di dire 
« in Franciscanorum patrum so- 
ft cietatem est admissus », ma vi 



aggiunse « quos vulgo Capucinos 
« vocant ». Rodriguez, loc'' cit., 
p. 512. 

(') Rodriguez, loc. cit., p. 512. 
L'esattezza della notizia non va 
esente da dubbj, benché il Ro- 
driguez ce la dia senz'ombra di 
esitazione. Rispetto al nome 
non sembra siane rimasta traccia 
nelle memorie senesi. Tra gli au- 
tori comici fioriti in Siena nel 
sec. XVI ninno se ne trova cui con- 
venga ciò che il Rodriguez scrive 
del sacerdote licenzioso. Non po- 
tendosi rivocare in dubbio la 
storia del fatto, è da pensare che 
i suoi drammi avessero solo voga 
temporanea, né mai venissero dati 
alle stampe. Anche gli Annali dei 
Cappuccini del Boveiio, si muniti 
e ricchi in cotal genere di fatti, 
non apportano punto la luce de- 



4. - Infermità del Rodìiguez e suo ritorwt in Roma, ò^c. 321 

Il desiderio di seguire i Preti riformati invogliò ancora 
altri di quei giovani, che sotto la loro guida avevano fatto 
notevole progresso nello spirito. Naturalmente solo in Roma 
potevano essere ricevuti a incominciarvi sotto gli occhi del 
p. Ignazio le prove che allora tenevano luogo di tirocinio. 
Vi ebbe di quelli che, presentendo l'opposizione dei parenti 
per l'ingresso in una congregazione pur rno' nata, scono- 
sciuta, che in apparenza ritraeva, fosse pure in bene, più 
la vita randagia degli avventurieri che la maniera di vi- 
vere riposata e tranquilla degli Ordini claustrali, non dubi- 
tarono di fuggirsi celatamente da Siena. Raggiunti nel cam- 
mino e ricondotti in patria, ritentarono con maggiore cau- 
tela la fuga, e questa volta arrivarono ai piedi del Loiola il 
quale, stando al Rodriguez, ne ricevette alcuni soltanto ('). 



LE fatiche apostoliche, cui i padri si abbandonavano 4- - infebmita 
senza risparmio, e le grandi austerità di vita, assidue loro e suo ritor'no'^^n 
compagne, fecero ammalare di febbre quartana il p. Simone, roma, continua 
tanto che nel novembre di quel 1539 si arrivò a temere della tiche del" o'bt 
sua vita (*). Frattanto fin dal settembre antecedente erano 'n sienamnoai. 
sopraggiunte a don Pietro Mascarenhas, ambasciatore di ""'**'° '541. 
Portogallo in Roma, vivissime commissioni da parte del re 
don Giovanni III perchè gli impetrasse dal Papa per le 
Indie sei de' nuovi chierici riformati (3). 

Ignazio, cui il Pontefice aveva rimesso il negozio, pose gli 
occhi nel Rodriguez, suddito di don Giovanni, deliberato 



siderata. Assai indeterminato re- 
sta il tempo della morte del con- 
vertito. Secondo il Rodriguez era 
già avvenuta quando egli aliquot 
post annis ripassò per Siena: frase 
abbastanza vaga, essendovi egli 
potuto passare parecchie volte tra 
il 1551 e il 1564, nel quale ultimo 
anno lasciò per sempre l'Italia. 
Cf . Boero, Vita del p. Rodriguez, 
PP- 57-67; 78-100. 

(*) Cf. Rodriguez, loc. cit., p. 
512. I nomi degli entrati nella 
Compagnia durante il biennio 
1539-1540 si conoscono quasi tut- 
ti e con i nomi conosciamo pure la 
nazione cui appartenevano. Eb 



bene fra essi non appaiono se- 
nesi. Forse non perseverarono che 
pochissimi giorni, tanto da non 
restarne traccia nella corrispon- 
denza e, molto meno, nel Polanco. 

O Rodriguez, loc. cit., p. 513. 
V. pure la lettera di Francesco 
Strada, Montepulciano, nov. 1539, 
neW'Epist. mixtae, I, 41; Polanco 
Chron., I, p. 85. 

(3) Cf , Relagóes, nel Corpo Diplo- 
matico Portiiguez, IV, 104. La let- 
tera del re al Mascarenhas, pubbli- 
cata dalla minuta, non ha data. 
L'Editore vi appose quella del 4 
agosto. Cf . Teixeira, Vida del P. 
Fr. Xavier, in Mon. Xav ,11, 829Sg. 



222 Capo V I T .- Missioni dei primi compatiti iti Toscana. 

d'inviarlo insieme col Bobadilla nell'immenso campo ove 
biondeggiava una messe per la quale tanto instantemente 
si richiedeva l'opera di uomini rotti e devoti alle fatiche del- 
l'apostolato. Lo richiamò quindi a Roma a' primi del 1540 
e l'obbediente Simone, con la quartana indosso, si affrettò a 
raggiungere il padre suo e a prepararsi a quella missione, 
che nondimeno il cielo non era per affidare a lui ('). 

Rimasto il Broèt in Siena, senza compagno, vi continuò 
lavorando indefessamente e raccogliendovi abbondantissimo 
frutto. Ai 15 di agosto 1540 l'arcivescovo Bandini scriveva 
al Loiola: « È si grande la santità di Pascasio vostro, o meglio 
nostro, e la soavità dei costumi suoi, che a tutti è grato ed 
accetto. A me poi è graditissimo, e nell'ufficio, che qui sta 
facendo, mostrasi così ardente, che con grandissima lode tira 
a sé gli occhi di tutta la cittadinanza. Egli infatti esorta con 
le parole, giova con l'esempio, alletta con l'umiltà i cuori di 
tutti e con la carità ci infiamma a vivere santamente. Ma 
perchè, come dice il Signore, la messe è molta e gli operai 
sono pochi, desidero al sommo che voi l'aiutiate come con- 
viene, mandando qua due o almeno uno de' vostri compagni. 
Il perchè con la maggiore istanza che posso, vi prego di appa- 
gare il giusto mio desiderio. Se vorrete farlo, credetemi, 
provvederete alla salute di questa città e alla gloria di Dio, 
il che so con certezza quanto voi ferventemente desiderate. 
Nel resto, tenete per fermo che in tutto quello che io potrò 
non verrò a mancarvi giammai » ('). Così il zelante arcive- 
scovo. Ma contro ogni aspettazione, non pure non ottenne 
gli aiuti implorati, che anzi videsi tolto lo stesso Pascasio. 



(^) Mancano dati per fissare 
più esattamente il tempo dell'ar 
rivo in Roma del p. Simone. TI 
Mascarenhas, informando ai io di 
marzo 1540 don Giovanni III 
della partenza del Rodriguez alla 
volta di Lisbona, seguita il 5 di 
quel mese, scriveva ch'era venuto 
alloia da Siena non per anco gua- 
rito dalla quartana « veo agora 
« de Sena... e de la veo quarta- 
ti nayro ». Di qua parrebbe che il 
suo ritorno cadesse piuttosto nel 
febbraio che nel gennaio 1540. 



Relagóes, IV, 292. Il documento 
più antico che attesta con ogni 
certezza la presenza di lui nel- 
l'eterna città è la Determinatio 
Societatis dei 4 di marzo del 1540. 
Cf. Constitutiones, p. 302. 

(^) Cf. il testo latino della let- 
tera in Epist. PP. P. Broèti, p. 
203 sg. Essa fu già pubblicata, 
ma con ritocchi non notevoli di 
forma, dall'ORLANDiNi, lib. 11, n. 
g2, p. 63; dopo rOrlandini la die 
in luce in italiano il Boero, Vita 
de^ p. Broèt, p. t-z. 



j. - Francesco Strada: :>ua vocazione. 



223 



Non prima di due giorni che la lettera testé riportata giun- 
gesse in Roma, Ignazio aveva scritto al Bandini per richia- 
mare da Siena il Broèt. Rispose dunque il Santo all'Arcive- 
scovo con religiosa urbanità e soave prudenza, note distin- 
tive del suo carteggio, scusandosi di non poterne appagare 
le oneste e pie brame e supplicandolo in pari tempo di 
rendersi suo interprete presso la città, col rappresentarle le 
ragioni del diniego. « Poiché i Senesi dicono », scriveva gra- 
ziosamente, « che, stando uno dei nostri in Montepulciano, 
sarebbe ben ragionevole che, a serbare la debita propor- 
zione, qua,ttro ne fossero in Siena, V. S. potrà loro rispon- 
dere che per lo stesso titolo che uno sta in Siena, tre o 
quattro o anche il doppio dovrebbero essere in Roma» ('). 
Trovò giuste il Bandini le scuse del dottore parigino, 
come egli nelle sue lettere chiamava il Loiola. Non per 
questo lasciò tuttavia di moderatamente insistere che il 
Broèt non si allontanasse da Siena, allora specialmente che 
a lui conveniva partirsene, per recarsi d'ordine del Papa a 
governare la Marca d'Ancona (*). Ed ottenne in fatti una 
convenevole dilazione al richiamo, essendo il p. Pascasio 
tornato in Roma soltanto sull'entrare della quaresima del 
1541, la quale in quell'anno ebbe principio il 2 di marzo (3). 



COL Broét e col Rodriguez era stato dal p. Ignazio inviato 
a Siena il giovane Francesco Strada, candidato del 
nuovo Ordine (*). Egli sino dai primi giorni del suo arrivo 
nel territorio di quella repubblica cominciò a spargere sì buon 
odore di virtù, con i ferventi colloquj spirituali e con l'esempio 
della vita mortificata, che, corsane tutto all'intorno la fama, 



5. - franckscu 
strada: sua vo- 
cazione. 



(') La lettera, senza data, è cer- 
tamente, come a ragione posero 
gli editori, della fine di agosto. Cf . 
Mon. Ignat., ser. I, I, 158-160. 

(3) Cf. loc. cit., p. 160, n. 25 bis. 

(5) « Evocati sunt Romam, qui 
« exdecem patribusin Italia erant, 
« omnesque sub quadragesimam 
« anni mdxli venerunt praeter Ni- 
« colaum Bobadillam, &c. ». Così il 
RiBADENEiRA [Vita IgnutU, cap. 
XIV, n. 221), il quale innanzi scrive 
che il p. Pascasio nel tempo del- 



l'approvazione della Compagnia 
(27 sett. 1540) era in Siena. Vedi 
pure le Determinationes variae. Da 
esse consta che il 1° venerdì delia 
quaresima 1541 (4 marzo) il Broèt, 
insieme col p. Ignazio, il laio, il 
Lainez, il Salmerone e il Codurio, 
era presente in Roma, e stava de- 
liberando coi compagni intorno 
a varj capi della testé costituita 
società. Cf. Constitutiones Soc. 
Jesii, p. 303. 

(^) Cf. sopra, p. 215, 



2 24 



Capo VII. - Missioni dei primi comparii in Toscana. 



si vide invitato dai Priori di Montepulciano a trasferirsi in 
mezzo a loro. Interrogatone per lettera il p. Ignazio, prima 
ancora che la risposta giungesse, insistendo coloro perchè 
affrettasse l'andata, vi si recò sul cadere del giugno, proprio 
nei giorni che il celebre Bernardino Ochino, allora Generale 
dei Cappuccini, eccitava tutto il popolo a penitenza (^). 

Volgeva poco oltre ad un anno da che s. Ignazio, tornando 
da Monte Cassino a Roma ed imbattutosi provvidenzial- 
mente in lui, con saggia conversazione di somma amabilità 
ripiena, l'ebbe prestamente inclinato a commutare il servigio 
dei potenti di questo povero illuso mondo con quello di Dio, 
scevro di disinganni (*). 

Oriundo di Dueiìas, piccolo borgo della diocesi di Palencia, 
Francesco, seguito in patria pel solo spazio di un anno il 
corso delle Arti, aveva, ancora nel primo fiore della gioventù, 
preso la via d'Italia, desideroso di cercarvi fortuna, come tanti 
suoi connazionali, nelle corti dei grandi. Mercè i buoni uffici 
del dottore don Pietro Ortiz, poco stante al suo arrivo, che 
dovette essere sulla fine del 1536, gli era riuscito di allogarsi 
in qualità di paggio presso il novello cardinale Teatino, Gian 
Pietro Carafa, il futuro Paolo IV. Ma, o che mancasse ai 
suoi doveri o non valesse a sodisfare il gusto del padrone, 
eminente per grandi virtù, ma non diffìcile a prendere ombra, 
verso la metà di marzo 1538 fu con altri spagnuoli licenziato 
di casa. Pensò allora gli convenisse meglio uscire di Roma e 
s'avviò a Napoli; secondo alcuni, per arruolarsi nelle milizie 
imperiali (3), secondo altri (*) alla volta di Monte Cassino 



(I) Cf. le due lettere dello Stra- 
da a s. Ignazio, da Montepulciano, 
nelle Epist. tnixiae, I, 19-25; V, 
625-627. Ai 5 luglio 1539 scriveva 
di avere già dato alcuni giorni di 
Esercizi a quattro senesi recatisi 
colà per farli. Loc. cit., I, 23. 
Pare dunque certo che agli ultimi 
di giugno non fosse più in Siena. 
La lettera che i moderni editori, 
sulla fede della nota appostavi a 
tergo da una mano antica, fecero 
del giugno 1539 (loc. cit., pp. 19- 
23) mi sembra invece fosse scritta 
nel luglio, dopo quella del 5. Il 
carteggio inoltre dello Strada ci dà 



notizia delle prediche dell'Ochino 
(da lui ricordato col nome dell'uf- 
ficio che allora teneva) nella chie- ' 
sa dell'antico eremo della Madda- 
lena, posto fuori della città, nei 
monti detti di Storciano. Que- 
sto convento fu il primo che l'Or- 
dine avesse in Etruria (1532). 
Di queste prediche di fra Bernar- 
dino non parlano né il Boverio 
né il Benrath. 

(^) Cf. GonzAlez, Ada, nei 
Mon. Ignat., ser. IV, I, 96, n. 98. 

(3) Cf. POLANCO, Vita. p. 64. 

(4) Cf. NiEREMBKRG, IX, I58. 



Fa appena 



bisogno di 



dire che. 



6. - Qualità e successi dell'eloquenza di Francesco Strada. 225 

dove proponevasi di parlare all'Ortiz, antico suo protettore, 
allora appartato colassù negli Esercizj sotto la guida del 
p. Ignazio. Cammin facendo incontrossi, come fu detto, col 
Loiola che, compiuto quel ritiramento spirituale, dal mona- 
stero rendevasi in Roma. Le parole di lui lo scossero e pro- 
fondamente lo mutarono. 

Desiderj e pensieri del suo avvenire, ben diversi da quelli 
che di Spagna l'avevano condotto all'eterna città ed ora gli 
erano guida in quel nuovo viaggio, cominciarono ad occupargli 
la mente. Rivolse i passi indietro col Servo di Dio; gli si 
diede a coltivare negli Esercizj, propose di seguirlo nella 
vita apostolica da lui professata, e in tal guisa divenne la 
prima conquista che Ignazio facesse in Roma, mentre ancor 
dimorava in casa di Quirino Garzoni con i soli Giacomo 
Lainez e Pietro Fabro (*). 



TALE era il compagno che Ignazio, a meglio conoscerne le 
virtù in campo aperto, dette per aiuto ai padri Broèt e 
Rodriguez nel loro viaggio a Siena. L'opere che in quest'oc- 
casione seppe compire un giovane appena ventenne, qual 
era lo Strada, digiuno ancora di teologia, inesperto della 
lingua italiana, senza il credito che conferiscono gli anni, in 
mezzo a popolazioni non incolte né prive di eccellenti ingegni, 
riesce splendido esempio a comprovare quanto a suo luogo 
fu detto sopra il bisogno, intimamente appreso, di morale 
risanamento, e lo spirito di viva fede, che la società italiana 



6. - qualità b 
successi dkl- 
l'eloquenta di 

francesco stra- 
DA. 



giusta il peso di autorità estrin- 
seca, il Polanco va preferito al 
tardo, e ben poco critico, Nierem- 
berg. 

(*) Polanco, Vita, pp. 64, 80 
sg. Sconosciuto è l'anno esatto 
della nascita di Francesco. Però, 
scrivendo il Polanco che nel 1539 
aveva circa vent'anni, si può fis- 
sarlo al 1 518-1520. Col Polanco 
concorda il Manareo, p. i, se- 
condo il quale lo Strada nel 1542, 
mentre era in Lovanio, aveva 
ventidue anni. Dal Polanco e dal 
Manareo differisce di poco il NiE- 
REMBERG, loc. cit., chc gli dà la 

Storia àella Compagnia ài Gesit in Italia, 



stessa età di circa vent'anni, nel 
1538. Degli studj dello Strada 
in Ispagna ci lasciò, di passaggio, 
un breve accenno il p. Girolamo 
Domenech in una lettera a s. Igna- 
zio dei 29 apr. 1541. Cf. Epist. 
mixtae, I, 66. Come quest'uomo, 
la cui vita religiosa aveva esor- 
dito tanto luminosamente, ve- 
nisse dipoi nei tardi anni a non 
corrispondere guari all'alta idea di 
perfezione appresa alla scuola del 
suo primo padre e maestro Igna- 
zio, fu ai di nostri schiettamente 
narrato dall'AsTRAiN, IT, 488-492; 
III, 114, 121, 557. 

n. 15 



2 26 Capo VII. - Missioni dei primi compagni in Toscana. 

del cinquecento, nonostante i suoi vizj, ascondeva in seno 
come germe fecondo di nuova vita ('). 

Il primo ministero intrapreso in Montepulciano dal gio- 
vane Strada, di paggio che era nelle corti divenuto in pochi 
mesi ferventissimo banditore della divina parola, fu quello 
degli Esercizj, esposti fedelmente come aveva appreso alla 
scuola del p. Ignazio. Un particolare, fattoci conoscere da 
una sua lettera, ci mostra che già, fin da questi primordj, 
erano fissate le norme per la scelta delle persone da ammet- 
tere o a tutto il corso del sacro ritiramento o a quella parte 
che, quasi preliminare, dicesi prima settimana e tutta intera 
concerne le meditazioni della via purgativa. Quattro senesi 
avevano seguito Francesco a Montepulciano, per attendere 
appartati e senza distrazioni agli Esercizj. Ma egli, avendoli 
ritrovati, per usare lo stesso suo termine, cerbelin, cerbelin, 
cioè di poca levatura, non istette a spendere con loro molto 
tempo. Dispostili a una buona confessione, che fecero con 
gran frutto, pace e letizia, li rimandò consolatissimi; nel che 
aggiungeva essersi attenuto alla regola del « nostro proprio 
« padre », cioè a quella norma che sin dalla prima edizione 
degli Esercizj troviamo raccomandata nell'annotazione de- 
cimottava (*). 

La cultura delle anime per mezzo degli Esercizj, modo 
non prima usitato, ridestava qua e colà apprensioni e so- 
spetti, secondo ne vedemmo un saggio nel fatto di Siena. 
Il loro semplice nome, tanto chiaro e popolare a' dì nostri, 
abbisognava in quei principj di molta dichiarazione e, 
come avviene delle cose nuove in tempi difficili, gettava 
un'ombra di diffidenza in chi se ne faceva propagatore. Ora 
in Montepulciano il popolo prese a chiamarli con un nuovo 
titolo. Dalla confessione generale, che era solito farsi in 
quel ritiramento e dai buoni effetti che ne seguivano, dissero 
gli Esercizj purgazione o semplicemente confessione; termini 
bene appropriati a rassicurare anche gli animi più guardinghi 
e sospettosi ('). S'accresceva frattanto nella città la stima 

(*) Cf . Tacchi Venturi, Sto- questa medesima lettera, la quale 

ria, I, 401. omessa già nel voi. I delle Epi- 

(-') Strada al p. Ignazio, Monte- stolae mixtae, venne dipoi pubbli- 

pulciano, 5 lug. 1539, nelle Episi. cata nel V, pp. 625-627. 
mixtae, I, 23. Vedi la parte note- (3) Strada al p. Ignazio, lett. 

vole e forse più interessante di cit., ivi, I, 25, 40 sg. 



6. - Qtialità e successi dell'eloquenza di Francesco Strada. 227 

che tutti nutrivano verso il giovane Strada. Ai 2 o ai 3 di 
luglio i cinque Priori mandatolo a chiamare, si rimangon 
con lui a lungo colloquio dal vespero a sera, lo trattengono a 
cena, gli fanno stringenti inviti a rimanere nel comune, 
assicurandolo che l'otterranno dai padri di Roma e, quando 
questi non si arrendessero, dallo stesso Sommo Pontefice. 
Si danno inoltre ad importunarlo che imprenda il ministero 
della predicazione dal pulpito. « Credo sarà impossibile di 
scusarmi », scriveva egli stesso al p: Ignazio ed al Fabro, « ma 
spero nel Signore che tutto sarà a sua gloria » (^). E così 
fu veramente. Indi a non molti giorni l'appena ventenne 
Francesco, lasciato di predicare nell'ospedale di San Martino, 
passa alla chiesa di San Francesco dei Conventuali, più vasta 
che non era quell'antica della pieve. 

Di questa sua predicazione scriveva ai confratelli di 
Roma: « Io grido le domeniche e le feste; che non so in qual 
altra guisa definire il mio predicare. Il popolo accorre in 
folla tanto che talvolta non basta la chiesa a capirlo »('). 

Questo gridare del giovanissimo aiutino del Loiola, come 
egli definiva quelle sue prediche, doveva pure avere alcuna 

(") Strada al p. Ignazio, lett. dato notizia delle sue prediche, 

cit., ivi, 23-25. L'invito fatto ad non si è conservata. Le parole, 

un laico di amministrare la parola « sali a predicar segun mi modo 

di Dio non era allora cosa inaudi- « en San Martfn » vanno intese 

ta. Cf. infra p. 276 dove ricorre che cominciò a predicare la parola 

un simile caso seguito in Parma di Dio nel recinto, forse in qual- 

nel gennaio 1541. Senza prò ri- che cappella dell'ospedale di San 

cercai nell'Arch. Municipale di Martino, non essendovi ancora 

Montepulciano i nomi dei Priori nel 1539 in Montepulciano chiesa 

e del Gonfaloniere. Benché ben alcuna di questo nome. La cele- 

conservata, la serie delle Delihe- bre Madonna di San Martino fu 

razioni del Consiglio Generale, ove fabbricata, come è noto, più di 

si registravano gli uffici della Co- quarant'anni dipoi, nel 1588. Il 

munita, non contiene quelli che San Francesco, detto prima Santa 

vanno dal luglio 1538 al giugno Margherita, apparteneva ai Mi- 

1540. Negli altri atti, che molti ne nori Conventuali ed era più vasto 

consultai, ricorre solo la soscri- dell'antica pieve di Santa Maria 

zione collettiva: « Domini quin- allora collegiata, chiesa primaria 

« que Priores ». che lo Strada chiama duomo, ben- 

(^) Strada al medesimo e al che Montepulciano non innanzi 

Fabro; lettera attribuita, come fu al 1561 venisse da Pio IV eleva- 

detto, al giugno (cf. sopra p. 222^). ta all'onore di essere sede vesco- 

Epist. mixtae.l.'Zi. Un'altra Jet- vile. Cf. Parigi, pp. 65-67; 157- 

tera, dove più diffusamente aveva 166; 1S9. 



228 



Capo VII. - Missioni dei primi compagni in Toscana. 



cosa d'insolito per attirare tanto la gente e produrre i frutti 
di salute che più innanzi vedremo. Tra gli uditori di Monte- 
pulciano non vi fu chi ci tramandasse notizia delle doti 
oratorie che in lui risplendevano e gli procacciavano tanto 
lieti successi. Non così doveva avvenire, trascorsi appena 
tre anni, in Lovanio, dove iniziò le fruttuose prediche alla 
scolaresca universitaria, nelle quali, indi a meno di sei lu- 
stri, era per avere successore ed emulo degnissimo il non 
ancora trentenne e semplice chierico Roberto Bellarmino (*). 

Quivi tra la copiosa frequenza degli uditori due ve n'ebbe, 
entrambi di buon giudizio e dalle sue parole attirati alla se- 
quela evangelica, i quali curarono di trasmetterci sul conto 
della predicazione di lui ragguagli veramente preziosi ('), 

Furono i fiamminghi Oliviero Manareo e Giovanni Cou- 
villon. Il primo ne informa che le esortazioni fatte allora 
dallo Strada, studente di filosofia, e non per anco sacerdote, 
avevano bensì poco sapore di schietta latinità, ma in quella 
vece erano ripiene di tanta grazia e forza di spirito che gli 



(^) Il segretario di s. Francesco 
Borgia, Giovanni Polanco, nel co- 
municare al giovane Bellarmino, 
il 25 ottobre 1568 la sua destina- 
zione a Lovanio per ivi finire la 
teologia, cominciata in Padova, 
scrivevagli, tra le altre cose, le se- 
guenti parole che mostrano come 
dopo più di un quarto di secolo 
venisse ricordata dai superiori 
dell'Ordine la predicazione dello 
Strada in quello accreditato Stu- 
dio. 

« Et in questo istesso tempo 
« potrete fare una cosa che gio- 
« vera alli prossimi, mediante la 
« gratia divina, et questo è pre- 
« dicare in latino le domeniche 
« alli scholari dell'Università, co- 
« me già lo fece il p. Strada es- 
« sendo scholaro in Lovanio, e 
M dopo il p- Ribadeneira et ultimo 
« il p. Pietro de Nizza, ovvero 
« Christino, li quali hanno lasciato 
u tal desiderio con le sue esorta- 
« zioni latine che adesso fanno 



" grande instancia in Lovanio per 
« havere alcun scholare de theo- 
« logia dei nostri, il quale alle 
« volte faccia quel medesimo of- 
« ficio ». Cf. Le Bachelet, p. 60. 
(^) Francesco Strada giunse 
in Lovanio nell'agosto 1542 e ne 
riparti l'anno seguente ai 16 dello 
stesso mese. Cf. Domenech al 
Loiola, Anversa, 7 agosto 1542; 
Strada al medesimo, Lovanio, 14 
agosto 1543, nelle Epist. mixtae, 
I, 100-104, 140. Dapprima fece 
esortazioni nel collegio dove at- 
tendeva alla filosofia; poi passò 
a proseguirle in quello Porcense, 
capace di maggior pubblico, ed 
infine, riuscendo il luogo troppo 
angusto, né trovandolo più ampio 
in altri collegi, gli fu data la chiesa 
parrocchiale assai vasta di San 
Michele. Non sappiamo se il mu- 
tamento avesse luogo nel 1542 o 
l'anno appresso. Manareo, p. 2; 
CouviLLON, Confessiones, \\b. vi, 
cap. Ili, in Appendice, n. 4. 



6. - Qualità e successi ddV eloquenza di Francesco Strada. 229 

animi ne rimanevano mirabilmente accesi. Parlava con 
accento di così intima persuasione e veemenza d'affetto da 
rapire i cuori in Dio, suscitandovi intensa brama di vita per- 
fetta. La dottrina poi da lui annunziata riscoteva, per la 
solidità, ammirazione profonda, riuscendo appena concepi- 
bile a quanti sapevano che il predicatore non aveva per 
anco atteso alla teologia. Racconta di sé il Manareo che 
Ir uditolo predicare una volta, sentissi tanto mutato nello 
spirito ed incitato a bene che, subito finito il sermone, andò 
a trovarlo e, credendolo già sacerdote, lo pregò volesse ascol- 
tarlo nel tribunale di penitenza (*). Il Couvillon fu anche più 
copioso del Manareo. Nei libri delle sue Confessioni, già 
innanzi da noi usate (*), prese nota di parecchi argomenti trat- 
tati da Francesco; descrisse la maniera del proporli, il plauso 
suscitatosi alla sua straordinaria eloquenza, l'autorità goduta 
da quel chierico di ventidue anni, le grandi mutazioni che 
seguivano nella scolaresca. 

« Il dì della Circoncisione » (3), così egli, «essendomi recato 
in chiesa più tardi, m'avvenni ad udirlo quando, presa occa- 
sione dal capo d'anno, abbandonate le redini allo spirito 
e trasportato da facile eloquenza e soave, ci esortava tutti a 
imprendere vita nuova, proponendoci più alto scopo, aprendo 
conti nuovi e formando più saggi propositi. Nel che faceva 
sue e andava ripetendo le parole del Profeta: " Crea in me, 
o Dio, un cuor mondo e lo spirito retto rinnovella nelle 
viscere mie ,, (*). 

" Già, diceva, è un altro anno trascorso: comincia il nuovo 
e rinnoviamo noi stessi nello spirito della nostra mente, e 
rivestiamo l'uomo nuovo creato secondo Dio ,, (5). Queste e 
simili cose diceva e ci dilettava per forma che non rifinivamo 
di saziarci in istarlo ad udire. Insisteva perchè ci infiammas- 
simo tutti di quel fuoco che il tuo figlio venne a portare in 
terra, e a te ci rapiva e in te sollevava gli affetti nostri. Cede- 
vamo alla veemenza dello spirito che parlava in lui; ascol- 
tandolo, assentivamo alle sue parole, pendendo sospesi dal 
labbro suo, dove tu, o Signore, avevi sparso dolcezza d'un 
favo stillante miele. 

(') Manareo, p. 2 sg. Circoncisione dallo Strada pas- 

(2) Cf . capo precedente, p. 206. sata in Lovanio. 

(3) Non potè essere altro che il (*) Salm. L, 11. 

1° gennaio 1543, la sola festa della (') Efes., iv, 23, 24. 



23.0 Capo VII. - Afissioni dei primi compagin in Toscano. 

e Tra gli uditori trovossi presente il suo maestro nell'Arti; 
ci era venuto mosso da quello che aveva sentito dirne, desi- 
deroso di certificarsi se il fatto corrispondesse alla fama. 
Anch'egli nel vederlo ed ascoltarlo rimase più d'ogni altro 
attonito e n'ebbe a sperimentare in sé alcuna cosa di somi- 
gliante a quel che leggesi della regina Saba» ('). 

Questi brevi e vivi ragguagli delle prediche dello Strada, 
lasciatici da un intelligente contemporaneo, bastano a dimo- 
strarci come la causa precipua, cui devesi attribuire il loro stre- 
pitoso incontro, sia da ricercare nella profonda e ardente con- 
vinzione con la quale, messo da parte ogni astruso concetto, 
esponeva le verità più ovvie e note della morale evangelica. 
Siffatta convinzione in giovane di vivere austero e morti- 
ficato, apparendo agli uditori, qual era in realtà, spontaneo 
effetto d'animo radicato nella fede del soprannaturale, li- 
bero dalle cure terrene, riboccante solo del desiderio delle 
cose ceksti, riusciva efficacissima al persuadere. Gli stru- 
denti di Lovanio, quelli in ispecie di teologia, ridottisi a casa, 
si davano a cercare ne' libri donde mai il condiscepolo 
avesse appreso quel modo di esporre la divina parola e com- 
muovere tutto fuori dell'ordinario; ma le indagini tornavano 
vane. Fatti perciò più avidi del segreto, vanno un giorno 
dall'ospite del predicatore, il pio sacerdote Cornelio Vishaven, 
e lo pregano mostri loro i volumi donde Francesco attin- 
geva quella sua così schietta eloquenza. Sorrise il buon prete 
e affermò che niun libro di cotal genere giammai a ve vagli 
visto in mano. E poiché quelli, pensando si prendesse giuoco 
di loro, non davano credenza ai suoi detti, ma persistevano 
sostenendo non essere possibile senza libri il predicare tanto 
efficacemente, «Andate», disse il Vishaven, accennando alla 
stanzetta di Francesco, « cercate, frugate, nulla di ciò tro- 
verete». Così fu; e solo allora rimasero convinti che la pre- 
ghiera, la meditazione delle verità eterne, le istruzioni del 
b. Fabro, dimorante allora in Lovanio, erano i grandi aiuti 
del fervido loro compagno per trafficare tanto fruttuosa- 
mente i non volgari talenti di naturale facondia e forte 
sentire ricevuti da Dio (*). 



(^) CouviLLON, Confessiones, (^) Couvillon, Conjessiones, 

lib. VI, cap. IV. Vedine il testo lib. vi, cap. v. Cf. Appendice, 
latino ncW Appendice, n. 4. n. 4. Manareo, p. 2 sg. 



6. - Qualità e successi delt eloquenza di Francesco Strada. 231 

Queste informazioni del Couvillon ci mettono in grado 
d'intendere come lo Strada, anche con niuna scienza, ma 
col medesimo ardente animo avesse potuto destare non più 
che tre anni prima cotanto salutevole ammirazione in Monte- 
pulciano. I Priori e il Gonfaloniere della città, gustato ch'eb- 
bero lo spirito del fervente missionario, non lasciarono nulla 
intentato per averlo presso di sé più lungamente. Ne scrissero 
dapprima nel luglio al p. Ignazio e ai suoi confratelli. Fu 
loro risposto, quanto a sé essere tutti nelle mani del Ponte- 
fice, cui spettava inviarli dove meglio credesse. Tornarono 
allora a scrivere una lettera onorevolissima, che ancora ci 
resta. Si lodavano altamente di Francesco, avido e zelante 
dell'onore divino; egli con l'opere sue spirituali mostrare loro 
la retta strada della salute, e con la dottrina e gli esempj suoi 
tanto cristiani, mietere un di più che l'altro maggiori frutti 
di benedizione. 

« Veramente », proseguivano, «se della persona sua fos- 
simo privati, siamo certi che l'ardore degli animi, già in 
buona parte mossi, facilmente svierebbe, trovandoci ancora 
all'inizio della messe raccolta ». Il perché li avvisavano che 
avendo la loro communità alcuni concittadini ai servigi di 
Sua Beatitudine, cui erano molto accetti, tra i quali Marcello 
Cervini, vicinissimo al cardinalato, avrebbero richiesto per 
loro mezzo l'intervento di Paolo III, perchè venisse sodisfatto 
quel lodevole desiderio (^). 

Queste cose scrivevano il Gonfaloniere e i Priori a' 25 di 
agosto. Prima ancora, come sembra probabile, che questa 



(') Cf. la lettera dei Priori e 
del Gonfaloniere, Montepulciano, 
26 agosto 1539, n^W'Epist. mixtae, 
I, 24; Sconosciuta rimane quella 
anteriore cui essi accennano, in- 
darno da me ricercata nell'Ar- 
chivio di Montepulciano, essen- 
do andato colà perduto il Regi- 
stro di lettere dei Priori per gli 
anni 1539-40. Anche la risposta 
spedita da Roma ai Priori andò 
smarrita. Dei cospicui cittadini 
di Montepulciano dimoranti al- 
lora in Roma ci dà notizia una de- 
liberazione della comunità del- 



l'anno seguente. Trattandosi il 
23 ottobre 1540 d'inviare oratori 
al novello card. Marcello Cer- 
vini il Consiglio generale statui 
che Mario Benci e Silvio Cervini,^ 
i quali dovevano recarsi a Roma 
per loro negozj, sostenessero l'am- 
basciata; però nello stesso tempo 
deliberarono che, qualora essi non 
potessero più recarvisi, facessero 
da oratori il « R.^^^ D. Vincen- 
« tius Aragatius archipresbiter, D. 
« loannes Riccius, D. Pamphilus 
« Eugcnius de Egidiis, D. Stepha- 
« nus Tharusius, D. Bartholomaeus 



•32 



Capo VII. - Missioni dei primi compagni in Toscana. 



seconda lettera della città fosse nelle mani d'Ignazio, questi 
aveva ingiunto a Francesco di mettersi subito in viaggio 
alla volta di Roma. Ma còlto inopinatamente da grave ma- 
lore fu costretto a differire la partenza; e sì che nuove lettere, 
sopraggiuntegli mentre era infermo, lo sollecitavano al ri- 
torno. Per tal modo, nonostante le vive preghiere dell'arci- 
prete e dei Priori, desiderosi di trattenerlo finché fosse arri- 
vata la risposta del Papa alla loro supplica, verso il 20 di 
settembre si partì di Montepulciano insieme con un nuovo 
compagno. Angelo Paradisi di Brescia, il quale, venuto al- 
cuni mesi innanzi a convivere col Loiola in Roma, era stato 
inviato in pellegrinaggio a Loreto, ed ora, fornito l'esperi- 
mento, doveva tornare all'obbedienza del suo maestro ('). In 
Siena fece lo Strada la prima sosta; se non che, mentre accin- 
gevasi a proseguire il cammino, ecco notizia da Montepul- 
ciano, e il p. Broét la confermava, che tre o quattro di quei 
più cospicui cittadini insieme con uno de' Priori, fratello di 
Marcello Cervini, segretario di Paolo III, erano riusciti ad 
ottenere dal Papa che gli desse ordine di non partirsi dalla 
loro patria (^). 



« Cappellus, D. Damianus Spinel- 
« lus cives nostri in curia romana 
« vitam ducentes ». Arch. Com. di 
Montepulciano, Deliberazioni del 
Consiglio Generale, 1537-1542. Di 
Stefano Tarugi e Panfilo Egidi, 
V. il Benci, p. Ili sg. 

(') Strada al p. Ignazio, Siena 
25 sett. 1539, nelle Epist. mi- 
xtae, I, 26-28. Arciprete di Mon- 
tepulciano era in questo tempo 
Vincenzo Aragazzi. Cf. il docu- 
mento cit. nella nota precedente. 
Angelo dei Paradisi, o Paradisi, 
del quale dovrà occuparsi lo sto- 
rico della Compagnia in Italia 
sotto il generalato del Borgia, 
non potè essere guadagnato dallo 
Strada in Brescia, come scris- 
sero il Prat {Le Pére Claude Le 
Jay, p. 81) e il Boero [Vita del p. 
CI. laio, p. 30) e ripete l'editore 
delle Epistoìac mixtae, T, 27; mer- 
cecchè lo Strada non fu in quella 



città prima del gennaio 1540. Il 
Paradisi invece sino dall'agosto 
1539 aveva cominciato il tiroci- 
nio in Roma. Neppure è impro- 
babile che quando Francesco nel 
maggio precedente si partiva per 
Siena, avesse già convissuto qual- 
che tempo col Paradisi sotto la 
disciplina del padre Ignazio. Cf. 
Epist. mixtae, loc. cit. 

(*) Cf . Strada al p. Ignazio, lett. 
cit., loc. cit., p. 28. Lo Strada 
scrive solo: « Y uno de los Sefio- 
« res Priores hermano del Secreta- 
« rio del Papa ». Benché ci manchi 
l'elenco dei Priori nel sett. 1539, 
questo fratello del secretario del 
Papa dovette essere Alessandro 
Cervini zio, dal lato materno, 
del card. Bellarmino. Fu sorteg- 
giato priore il 21 agosto 1540. 
Cf. Arch. Com. di Montepulciano, 
Deliberazioni del Consiglio Gene- 
rale, 1537-42, fo. 95 V. 



y. - Suppliche dei Priori di Montepulciano a Paolo III, &c. 333 



GIÀ fin dal 18 di agosto 1539 Paolo III, cui la tarda età 
non ratteneva punto dal viaggiare, come altri farebbe 
nel pieno vigore delle forze, aveva partecipato ai cardinali nel 
concistoro la prossima sua visita alla Santa Casa di Loreto. 
Celebrata in Roma la Natività della Vergine, subito si pose 
in cammino e al tramonto del sole del mercoledì 17 settembre 
giunse in Perugia, con seguito di sette o, secondo altri, cinque 
cardinali (*). 

Quivi dunque furono ad ossequiarlo i notabili di Monte- 
pulciano e per mezzo del segretario Marcello Cervini, potente 
assai in corte, ottennero quanto volevano (*). Il 19 di set- 
tembre, vigilia della partenza da Perugia, spedivasi dalla 
curia pontificia una breve lettera a Francesco Strada, cui 
davasi, senz'altro, il titolo di prete reformato. Gli si diceva che 
avendo Sua Beatitudine avute novelle della dimora di lui in 
Montepulciano e dei frutti che stava facendo nella vigna del 
Signore, se ne era molto rallegrato, e desiderava si prolun- 
gasse la sua stanza a piacimento del Papa e dei suoi confra- 
telli, i quali, richiesti in proposito, si erano tutti contentati 
del nuovo provvedimento (s). La lettera, che dovette portare 



7. - SUPPLICHE 
DEI PRIORI DI 
MONTEPULCIANO 
A PAOLO III PER 
RITENERE LO 
STRADA. 



(^) « Die 18 aug. 1539. Sanctis- 
« simus Dominus noster fecit ver- 
« bum de discessu Sanctitatis 
a Suae ad gloriosissimam Virgi- 
" nem de Loreto, et conclusum 
« fuit ut omnes Cardinales, prae- 
« sertim itali, ad curiam reverte- 
t rentur ». Cf . Liher i rer. consist. 
(6 iun. 1498-9 dee. 1569) fo. 20, 
nell 'Archivio concistoriale, conser- 
vato nell'Archivio Vaticano. Che 
partisse dopo la festa della Nati- 
vità si ha dal diarista Biagio da 
Cesena [Martinelli] (Bibl. Nazio- 
nale di Roma, ms. Ges. 270, fo. 
268). La data dell'ingresso in Pe- 
rugia ricavasi dal Bontempi, Ri- 
cordi della città di Perugia, nel- 
VArch. star. Hai.. XVI, par. II 
(1851 376). Il Bontempi ricorda 
un séguito di sette cardinali, lad- 
dove il Mari otti, citato dal Fa- 
bretti (loc. cit., in nota) glie ne 



diede cinque: Del Monte, di Pisa, 
Farnese, Contarini e Santa Fiora. 

(*) Ranuccio Farnese, cardi- 
nale di Sant'Angelo, soleva dire 
che il Pontefice suo avo stimava i 
consigli del segretario Cervini 
come provenienti da persona più 
che umana. Così almeno lo at- 
tingiamo dal Benci, p. 108. La 
parte del resto che ebbe Marcello 
nella direzione dei più gravi af- 
fari della Chiesa sotto il regno di 
Paolo III, concilia piena fede allo 
storico di Montepulciano. 

(3) Vedi in Appendice, n. 2 
il documento originale, cavato 
dalla minuta che mi venne trovata 
nell'Archivio di Stato in Parma. 
Riesce impossibile determinare 
quale dei segretarj la sottoscri- 
vesse, e neppure è da escludere 
portasse la soscrizione del card, 
nepote Alessandro Farnese. Per 



334 Capo VII. - Missioni dei primi oympagni it' Toscana. 



5. - FRUTTI DEL- 
LA MISSIONE I)HL- 
I O S T R A t> A DA 
ILI STESSO DE- 
SCRITTI. 



la soscrizione di uno dei segretarj della corte papale, raggiunse 
Francesco ancora in Siena, dove già quattro giorni prima 
avevane ricevuta un'altra del p. Ignazio, con l'ordine, de- 
siderato dal Papa, di ritornarsene a Montepulciano; ciò che 
quegli fece verso il 26 di settembre ('). 

IL proseguimento delle sue fatiche apostoliche fu dallo 
Strada descritto con ragguagli assai utili a minutamente 
conoscere qual fosse la vita cristiana fra noi in quella prima 
metà del cinquecento. In una relazione, dettata certamente 
tra il 24 e il 29 novembre, narra la funzione celebratasi per 
opera sua nel giorno di tutti i Santi ('). A giudicarne secondo 
il costume oggi salutarmente in uso presso ogni ben regolata 
comunità di fedeli, ciò che allora si fece in Montepulciano 
appena meriterebbe ricordo; sì poco esce fuori dell'ordinario. 
Fu niente più che una comunione generale preceduta da nn 
discorso sopra l'apparecchiamento da premettervisi. Bene 
altrimenti però passavano in quel tempo le cose, sì che il 
fervido riformato per riuscire nel santo suo intento aveva 
dovuto adoperarsi con industrie d'ogni fatta: tanto era deca- 
duta la frequenza ai sacramenti! Cominciò dapprima nel 
mese di ottobre a predisporre gli animi alla confessione; poi 
la mattina d'Ognissanti, indetta una pia radunanza in una 
certa chiesa, annunziò che prima avrebbe predicato, e, a 
sermone finito, si sarebbero tutti insieme comunicati. 

Temeva che solo pochissimi terrebbero l'invito. Grande fu 
quindi il suo giubilo al vedere egli stesso due Priori, un dot- 
tore e gran popolo di Montepulciano ivi radunato comuni- 
carsi insieme con lui; e più ancora godè quand'ebbe udito 
che in altre tre chiese non era mancata frequenza di comuni- 
canti. Animato dal lieto successo predicò di nuovo la sera 



il viaggio di Paolo da Perugia a 
Loreto, cominciato il 20 settem- 
bre, ci. BONTEMPI, in loc. cit. 

(') Strada al p. Ignazio, Siena 
1539, 25 sett. Vi^W'Epist. mixiae, I, 
28. 

(2) La lettera ha solo il mese, 
non il giorno. 1 limiti indicati 
dall'editore, tra la prima domeni- 
ca di novembre, la quale cadde 



in quell'anno ai 2, e la prima del- 
l'Avvento (30 dello stesso mese), 
si possono notevolmente restrin- 
gere, chi voglia attendere al se- 
guente passo: « Spero en nur- 
« stro Senor que està primera Do- 
« minica del Adviento se harà 
« lo mismo », perciò la collocam- 
mo nell'ultima settimana del 
mese, cioè tra il 24 e il 29. 



8 - Frutti della mkshne dello Strada da lui smesso descritti. 235 

nella Pieve, trattando della custodia del cuore dopo ricevuto 
il divin Sacramento (^). 

Poco oltre a un trimestre si rimase in Montepulciano; 
che nel gennaio del 1540 lo troviamo in Brescia occupato nelle 
medesime opere di zelo (^). Del bene fatto colà, dove i suoi 
esempj avevano acceso vivo desiderio di avere altri uomini 
del medesimo istituto, resta una lettera da lui spedita al 
p. Ignazio e al Saverio il 3 febbraio seguente (3). È docu- 
mento notevole, non solo perchè riepiloga le fatiche del gio- 
vanissimo missionario, ma altresì per la luce che viene a 
spargere sopra la maniera con che i primi alunni ignaziani, 
giusta i consigli e la direzione del loro maestro in Roma, 
imprendevano la cultura delle popolazioni italiane. 

« Non mi diffonderò a scrivere », informava Francesco, 
V della compagnia dei poveri derelitti, né di un'altra per le 
fanciulle, novamente istituite in Montepulciano, né di quella 
degli uomini della carità e delle gentildonne, molto meno del 
numero delle confessioni parziali e generali accompagnate 
con profonda mutazione di vita (*). Dirò solo che, volendo io 



(*) Episi, mixtae, I, 39 se. 

(*) PoLANCO, Chron., 1, 84. Si 
noti che il cronista fissa il tempo di 
questa missione con la sola frase 
« sub huius anni (1540) initium ». 
Una lettera dello Strada ci rende 
certi che egli già era in Brescia i! 
3 febbraio 1540, venutovi diret- 
1 amente da Montepulciano. Cf. 
Epist. mixtae I, 42. 

(3) I Priori di Montepulciano, 
scrivendo il 31 gennaio 1549 al 
loro concittadino, il cardinale di 
Santa Croce, Marcello Cervini, lo 
supplicavano di ottenere a sua in- 
tercessione « un di quei preti 
« riformati per predicatore ». In 
Arch. di Stato in Firenze, Carte 
Cerviniane, 44 = XXXII, fo. 80. 
Dell'introduzione del collegio del- 
la Compagnia nella città, effetto 
in non piccola parte di queste 
prime missioni, sarà trattato a 
suo luogo. 

(♦) Con la compagnia per le 



fanciulle, qui ricordata dallo Stra- 
da, ha forse relazione il seguente 
partito preso dal Consiglio Gene 
rale di Montepulciano il 22 decem- 
bre 1540: « Considerato che fin 
« hoggi alle povere fanciulle tanto 
•' della terra quanto del contado, 
« le quali per impossibilità dclli 
" padri non si possono maritare 
1' degnamente né in alcun modo, 
K non s'è pensato provvedere di 
« uno monastero dove possino en- 
« trare, etiamdio senza dote, mas- 
« sime che li dui monasterij della 
« nostra terra sono pieni di gran 
« nu mero di suore, &c . ». Arch. Com . 
di Montepulciano, Delib. del Con- 
siglio Generale, 1537-1540, fo. 112. 
1 trattati andarono innanzi; la 
proposta fu accolta e si elessero 
otto cittadini per cominciare l'o- 
pera. Ibid. fo. 113, 114. Nondi- 
meno nell'aprile 1557 non ancora 
si era venuto a capo di nulla. 
Cf . la Istruzione dei Priori .' Gon- 



.236 Capo VII. - ^f issimi dei primi c<m.pagfit in Toscana. 

partirmi, fui costretto trattenermi alcuni giorni a preghiera 
di quattro cospicui dottori, i quali eransi ritirati per la con- 
fessione generale con desiderj sempre crescenti di spingersi 
avanti nelle vie del Signore. Cominciai dunque a dar loro 
gli Esercizj, visitandoli ognuno due volte il dì per isbrigarmi 
più presto. Or essi fecero tutti mirabile, anzi l'uno o l'altro, 
inesplicabile frutto. E perchè il fatto pubblicamente con- 
stasse, volli farli comunicare insieme con me e con altri 
giovanetti miei devoti in un monastero; il che seguì non 
senza edificazione dei riguardanti. Passai a richiederli se 
erano disposti ad andare limosinando per amore di Cristo 
nella stessa loro città natia; mi risposero schiettamente che 
sì, aggiungendo che a molto di più si tenevano preparati. 
Ordinai dunque a un dato giorno festivo una processione 
di poveri derelitti: questi dovevano andare attorno cantando 
le litanie; e i sopraddetti dottori con altri quattro cittadini 
raccogliere le limosine (^). Regolate in questa forma le cose 
ci mettemmo in giro. Io procedevo il primo picchiando con 
un bastone alle porte, i dottori con gli altri quattro, ripar- 
titi gli uffici, chi con bisacce in ispalla, chi con ceste e sec- 
-chietti sotto il braccio, seguivano per la raccolta delle of- 
ferte. L'esempio ebbe tal forza che subito alcuni altri cit- 
tadini si unirono per aiutarli a portare la legna. Che dirò, 
padri e fratelli in Cristo amatissimi? A quell'insolito spet- 
tacolo attonita si radunava di molta gente, che non rifiniva 



faloniere di Montepulciano a Bai- 
(lassare Danesi ed Alessandro Bu- 
ratti ambasciatori dxlla comunità 
presso i cardinali San Vitale e No- 
bili, nello stesso Archivio, Let- 
tere della Comunità, 1557-1561, 
Niun ricordo trovai circa le altre 
pie opere menzionate dallo Stra- 
da, probabilmente perchè la serie 
delle Deliberazioni del Consiglio 
Generale ha una lacuna dalla fine 
del 1538 al giugno 1540. Il si- 
mile si riscontra^nell 'altra serie: 
Deliberazioni dei Priori. 

(*) Grande, come altrove , era 
anche in Montepulciano il nu- 
mero dei poveri mendicanti. Nel- 
la Deliberazione de! Consiglio 



Generale, testé citata, dopo la 
proposta del monastero per le 
povere fanciulle, si legge la se- 
guente: a Perchè el R.do padre 
« frate Zenobi de Medici nostro, 
« ha pregato con grandissima cha- 
« rità che per essa comunità et 
« suoi huomini si provegga di pa- 
« recchie braccia di panno grosso 
« per vestire molti poverini, li 
« quali vanno per la terra accat- 
« tando et sonno ignudi et scalzi 
« et perchè è opera di Dio, però 
« in Dei nomine, ecc. ». La pro- 
posta fu accolta e si assegnarono a 
questo fine se. io. Arch. Com. di 
Montepulciano, Deliber. del Cons. 
Gen. 1537-42, ff. 112, 113. 



t?. - Frutti della missioru dello Strada da lui stesso descritti. 237 

di ammirare quei gentiluomini, dei quali, mentre stavano 
appartati negli Esercizj, era corsa voce fossero stati rin- 
chiusi in prigione. E fu meraviglia vedere quanto allegra- 
mente e largamente si donava a' poverelli di Cristo: chi 
offeriva del pane, chi del vino; questi porgeva legna da 
farne fuoco, quegli il sale, uno l'olio, un altro le uova per 
gl'infermi; anche di denari fu fatta buona provvista. Tanta 
era la prontezza e il buon volere di tutti che un cotale, non tro- 
vandosi altra cosa che offerire, ci donò una pentola. Che più? 
Innanzi di compiere il giro, dovettero i cercatori due o tre 
volte deporre il carico. Cosi percorsa tutta la terra, e se- 
guiti da gran turba di popolo entrammo nell'ospedale. Pro- 
stratici innanzi tutto all'altare, e rese al Signore le grazie, 
si fece ordinatamente la distribuzione delle limosine. Quanto 
ai quattro dottori qual gaudio e contento credete voi che 
avessero da quella insolita mortificazione? Dissemi uno di 
loro: " Mi sento cosi allegro e in tanto fervore, che appena so 
contenermi di non uscire in esclamazioni di gioia. Non capisco 
più in me; mi ritiro in camera per dare sfogo alla veemenza 
dello spirito ,,. Infatti essendosi tutto solo raccolto, come 
poi mi contò, proruppe dapprima in largo pianto, e poi con 
somma pace e tranquillità interiore gustò l'utilità del vincere 
e rinnegare se stesso, secondo il detto del nostro Salvatore. 

« Giunta ormai l'ora della mia partenza, fui a visitare il 
cognato dell'Arciprete. Lamentavasi colle lagrime agli occhi 
di non aver cavato frutto alcuno dalla mia dimora in Monte- 
pulciano; ed ora che Dio gl'ispirava di giovarsi della mia 
presenza per l'anima sua, io stava per abbandonarlo. Mi ri- 
chiese gli suggerissi per amore di Cristo nostro Signore qualche 
buon metodo di vita; quanto a sé, non avere difficoltà di do- 
mandare con gli altri la limosina due volte la settimana, o 
come meglio gli avessi ordinato. 

tt Oltracciò, avendo già statuito di partire la dimane, fui 
avvisato che all'ospedale m'attendevano più di settanta 
donne; cosicché mi convenne recarmici e dar loro alcune 
norme di retto vivere cristiano; ma esse volevano pur fare 
gli Esercizj e ad ottenerli portavano questa ragione che fi- 
nalmente anch'esse avevano l'anima come gli uomini » (*). 

(*) Cf. il testo della lettera, par- non meno incolto latino, nelle 
te in rozzo castigliano, parte in Epist. mixtae, \, 42-44. 



238 Capo VfT.- Missioni dei primi compagni in Toscana. 

In questa guisa un giovane sui vent'anni, ma fornito 
di non comuni doti oratorie, venuto da breve tempo sotto 
la disciplina del padre Ignazio, rispondeva si bene al la- 
vorio con che l'esperta mano del Santo andava secondando 
l'opera interiore della grazia, da riuscire in quella giovane 
età eloquente espositore della divina parola e felice conqui- 
statore di anime, come altri appena diventa con lungo ti- 
rocinio di virtù e consumato esercizio di apostolica predi- 
cazione. Né si creda che quanto si è qui narrato dello 
Strada fosse caso singolare, quasi unico, nelle frequenti 
schiere giovanili accorrenti intorno al Loiola, come a guida 
fidata, per corrispondere appieno alla voce del Signore che 
chiamavali all'apostolato. Le cronache e i carteggi di que- 
ste prime origini ci mostrano al contrario che ogni qualvolta 
giovani, cui natura non era stata avara di doni, passavano 
volenterosi alla scuola dell'uomo di Dio, ben presto veni- 
vano tramutati in apostoli ferventissimi di Gesù Cristo. 
Così fu per l'adolescente bassanese Girolamo Otello, così 
per il parmigiano Benedetto Palmfo, così per il portoghese 
Michele Botelho (^) e per altri parecchi, la cui copiosa messe 
di anime, raccolta pur innanzi di ascendere al sacerdozio, 
in Roma e in Palermo porgerà di che utilmente scrivere 
in altri luoghi di questa storia. 

(*) Cf. PoLANCO, Chron.. T, 208, 369; II, 245, 547-549- 




CAPO Vili. 

LA LEGAZIONE DI PARMA E PIACENZA 

COLTIVATA SPIRITUALMENTE 

DAL B. PIETRO FABRO E DAL P. GIACOMO LAINEZ. 

(1539-1540). 

I. Il Fabro e il Lainez a Parma e Piacenza. I cardinali legati Del 
Monte e Filonardi. — 2. Stato sociale e religioso della legazione. — 

3. Sermoni del Lainez nel duomo di Parma e del Fabro in San 
Gervasio e Protasio. — 4. Gli Esercizj spirituali in Parma. — 
5. Esercitanti guadagnati alla Compagnia: Girolamo Domenech, 
Paolo d'Achille, Elpidio Ugoleti, Silvestro Landini, Giov. Battista 
Viola, Antonio Criminali, i fratelli Palmio, Giovanni Battista Pez- 
zana, Pantaleone Rodini. — 6. Altri discepoli parmensi: le gentil- 
donne Giulia Zerbini e Giacoma Pallavicini: loro pie opere. — 

7. La frequenza dei sacramenti combattuta da alcuni predicatori. — 

8. Ministeri nei chiostri di sacre vergini; assistenza ai poveri. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. Fabro, Monumenta. - 2. * Ori- 
gine et fondanone del collegio di Parma. - 3. Lainez, Monumenta. - 

4. Carteggio degli Anziani di Parma col loro Oratore in Roma. - 

5. POLANCO, Vita Ignatii Loiolae et rerum Societatis lesu historia. 




I. - IL FABRO E 
IL L\1NE2 A PAR- 



"eNTRE I PADRI BROÈT, RODRIGUEZ E IL 

giovane Francesco Strada attendevano ai sacri ma b piacenza, i 
ministeri in Siena e in Montepulciano. Pietro Fa- '^^"^"'^'•' •-"' 

■* TI DEL MONTE 

bro e Giacomo Lainez occupavano non meno util- iriLOhAFDi. 
mente i loro talenti apostolici in Parma e Piacenza. Che 
anzi la missione di questi due compagni, benché seconda in 
ordine di tempo, s'acquista il primo luogo in ragione dei 
maggiori effetti che ne provennero. Oltre il bene spirituale 
fatto tra il popolo, ottennero in questa occasione di conci- 
liarsi una mano eletta di uomini, divenuti poscia i più della 
stessa loro famiglia, e insieme si apparecchiarono pel futuro 
validi intercessori presso di Paolo III per* l'apostolica con- 
fermazione della Compagnia. 

Parma e Piacenza, unite agli Stati della Chiesa nel 1512. 
si erano da quel tempo, salvo un breve intervallo ai giorni di 



24© Capo Vili. - La legazione di Farina e Piacenza, &c. 

Leone X, mantenute, e si tenevano tuttavia, per Roma ('). 
Formavano esse una provincia a sé, quella di Gallia cispadana, 
governata da un cardinale con titolo e grado di legato, se- 
condo il costume vigente per altre città e province dei do- 
minj pontifici. All'entrare del 1539 ^^ stava a capo, con non 
poco sodisfacimento suo ed altrui, Giovanni Maria Ciocchi, 
soprannomato del Monte, futuro successore di Paolo III {*). 
Ai 21 di aprile venne eletto a sostituirlo nel cospicuo uf- 
ficio Enrico Filonardi, cardinale del titolo di Sant'Angelo, 
chiamato da Paolo III a far parte del sacro Collegio nel 1536 
in una di quelle promozioni riuscite felici per la scelta delle 
persone generalmente integre nella vita, mature d'età e di 
senno, adorne, qual più, qual meno, di buona dottrina (3). 
Il nuovo Legato impetrò a grandi istanze, e non senza 
difficoltà, dal Pontefice due dei Preti riformati per affidar 
loro i ministeri spirituali nel suo territorio; e i compagni, ri- 
cevuto l'ordine dal Papa, che lasciava ad essi il designare chi 
dovesse andarvi, elessero di comune accordo Pietro Fabro 
e Giacomo Lainez (*) i quali, non sì tosto ogni cosa alla 



e) Benassi. II. 1-8. 55-57; III. 
1-4; IV, 1-7. 

(*) Nel concistoro segreto del 
22 ott. 1537 il Del Monte rice- 
vette da Paolo III la legazione 
di Parma e Piacenza, tenuta pri- 
ma di lui dal card. Salviati. Cf. 
Arch. della S. Congr. Concistoriale 
in Arch. Vat., Reg. 1535-1536, 
fo. 44V. Nel concistoro del 21 
aprile 1539, avanti che finisse il 
.solito biennio, gli fu dato per suc- 
cessore il Filonardi. Ivi, Reg. cit. 
fo. 78. Quel richiamo spiacque 
vivamente al Del Monte e a tutta 
la popolazione. Cf. la *Lettera 
degli Anziani a Paolo III. Parma. 
3 apr. 1539, in Arch. di Stato 
in Parma, Carteggio Farnesiano; 
1539. ed anche in Arch. Comu- 
nale di Parma, Leti, missive e re- 
sponsive 1539. Veggasi pure l'al- 
tra *lettera del Del Monte dei 
IO apr. 1539 al card. Farnese, in 
Arch. di Stato in Parma, ivi. 



{i) Cf. Tacchi- Venturi, Storia. 
I. 15-18; Pastor. V, 106 sg. 

(*) Lainez. Epist. de s. Ignat., 
in Mon. Ignat., ser. IV, I. 121; 
BoBADiLLA. Lettera al duca Er- 
cole II di Ferrara. Roma. 4 lug. 
1539. in Mon., p. 16. A queste 
testimonianze non attese il Boe- 
ro [Vita del b. Fabro, p. 39; Vita 
del p. Lainez, p. 23). altrimenti 
non avrebbe affermato che il Fi- 
lonardi domandò questi due 
padri, quando pure il Lainez 
scrive che « el cardenal de Sant 
« Angelo pidió dos al papa yendo 
« por legado à Parma; y la C om - 
^^ pania le dio à Mtr 0. Fabr o 
v^yMtro. Lainez». Da correg- 
gere è anche l'abbaglio del Maf- 
FEi, lib. II. cap. X, p. 108, il quale 
attribuì la legazione al nepote 
del Pontefice, Ranuccio Farnese, 
creato cardinale soltanto nel de- 
cembre 1545. Nel 1539 Ranuccio 
contava appena dieci anni d'età. 



2. - Stato sociale e religioso della legazione. 241 

partenza fu pronta, la sera del 20 giugno insieme col Filo- 
nardi, che viaggiava con modestissimo seguito di appena 
sei cavalli, si posero in cammino per la via di Loreto alla 
volta di Parma, dove giunsero ai primi di luglio ('). 

QUESTA recente provincia dei dominj ecclesiastici sentiva 
non meno di parecchie altre il bisogno di aiuti spirituali 
e temporali: si gravi erano le calamità che, per cagione della 
universale rilassatezza dei costumi, delle guerre, dei passaggi 
delle soldatesche e della carestia desolavano le sue belle e 
fertili terre, favorite da Dio di tanti doni di natura nel suolo 
e d'indole preclara nel popolo, « bello, nobile, animoso e 
» d'ingegno disposto non solamente a governare la repub- 
« blica, ma anche alle lettere et a maneggiare l'armi », come 
ce lo descrisse un eruditissimo autore domenicano di quella 
età ('). Oltreché non si ha ancora un largo studio che in 
un tutto armonico ritragga lo stato della Gallia cispadana 
sotto il governo diretto di Roma, specialmente al tempo dei 
due pontificati di Clemente VII e Paolo III, quel tanto che 
ne dicono i cronisti, e molto più i carteggi ed altre scritture 
conservate negli archivj, è ben lungi dal procurarcene una 
favorevole immagine (3). Il bando mandato fuori dal cardi- 



la) I biografi del Fabro e del tre mesi prima. Cf. Mon. Ignat., 
Lainez ne pongono la partenza da ser. I, I, 153. Non rettamente il 
Roma nel maggio 1539, fondati Polanco, Chron., I, 82, pose il 
sul testimonio del Fabro, Memo- fatto « sub tempus autumni ». Ve- 
rtale, n. 19, nei Mon., p. 498. È di anche la lettera di mons. An- 
nondimeno fuor di dubbio che il tonio Filonardi agli Anziani di 
Fabro, dettando i suoi ricordi Parma, Piacenza, i*> lug. 1539, 
alcuni anni dopo, cioè nel 1542, in Arch. Comunale di Parma, 
cadde in un fallo di memoria. In- Lettere missive e responsive, 1539. 
fatti Francesco Oddi, oratore di (-) Alberti, p. 368^. 
Parma, scriveva il 21 giugno 1539 (3) L'opuscolo del Gualano, 
agli Anziani: «*II prefato R.^° Paulus PP. Ili nella storia di 
« Legato hier sera al tardi partì Parma, è affatto insufficiente a.1- 
« di qui per la via de Loretto&c. ». l'uopo. I documenti per una mo- 
(In Arch. Comunale di Parma, nografia sull'argomento si con- 
Lettere missive e responsive, i^;^g). servano, in massima parte, nei 
Il ragguaglio dell'Oddi trova con- due archivj di Parma, quello di 
ferma nelle parole del Salme- Stato e il Comunale. Non pochi 
rone. che ai 25 settembre ram- ancora se ne potranno rintrac- 
mentava la partenza dei due com- ciare nei Fasci Farnesiani nel- 
pagni come cosa seguita quasi l'Archivio di Stato in Napoli. 

storia iella Compagnia 4i Gesit in lialia, II. i6 



1. - STATO SOCIA- 
LE E RELIGIOSO 
DELLA LEGAZIO- 

NS. 



242 Capo Vili. - La legazione di Parma e Piacenza, &c. 

naie Del Monte in nome del Pontefice il 4 febbraio 1538 può 
solo darci un'idea della frequenza e atrocità dei delitti soliti 
accadere nella legazione ('). Le dissolutezze e le prepotenze 
dei laici, invece di freno nei, buon esempio di pochi sacerdoti, 
trovavano incentivo nella corruttela di gran parte del clero. 
Infatti acre lamento moveva il Governatore col cardinale Far- 
nese sopra l'insolenza dei preti che in abito secolaresco, an- 
davano attorno in armi e facendo fazioni, a segno tale che 
arrivava a scrivere di gon avere nel suo governo sostenuto 
maggior travaglio di quello causatogli da costoro; epperò 
insisteva nella necessità di rifortoa desiderata dai buoni ec- 
clesiastici, che si sentivano confusi per lo scorretto vivere 
degli indegni (^). 

Un qualche rimedio a tanti mali, almeno nell'aspetto 
esterno, dovette apportarvelo il Del Monte, che, sul punto di 
lasciare la legazione, non senza evidente iperbole, asseriva 
al Vicecancelliere Farnese: « Venga a sua posta qui venturus 
« est, che troverà la legazione lasciata da me quieta, ordi- 
« nata e disciplinata quanto una religione di frati osser- 
« vanti » (3). Nel fatto però i deplorevolissimi abusi erano da 
dirsi piuttosto palliati e sopiti, che estinti; che, partito ap- 
pena il Del Monte, nuove gravi turbazioni sopravvennero, 
massime per opera di Giulio de Rossi e dei suoi partigiani. 
Nel giugno 1540, rimandato governatore in Parma Gian 
Angelo de' Medici, il futuro Pio IV, questi, indi a poco dopo 
l'arrivo, credeva di potere inviare al cardinale Farnese una 
relazione in questi termini: « Veramente che da molti mesi 
e in qua è stata questa città peggio che un bosco de Baccano: 
'( tanti omicidi , furti et saxinamenti sono fatti. Né era 
. lecito al procuratore dir la ragione del suo cliente, che gli 
u era tagliato le gambe; a l'offeso non bastava l'animo di 
« querelarsi, né ad altri dir testimonio della verità, per paura 
(i de non esser morti, feriti et bastonati. Lasso le quadriglie 

(') Arch. Comunale di Parma, di Stato in Parma, Carteggio Far- 

Gridario dal 1389 al 1542. Se ne nes., an. 1538, secondo la cita- 

ha un sunto, troppo incompiuto, zione del Gualano, a p. 40, nota 

presso il Gualano, p. 40. 135. 

(^) Pubblicò in parte questa (3) È al tutto da leggere que- 

lettera il Gualano, p. 112. Qual sta lettera de' 3 apr. 1539, nel- 

che ne sia la causa, indarno ho l'Arch. di Stato in Parma, Car- 

ricercato il documento nell'Arch. teggio Farnesiano, 1539. 



j. - Sermoni del Lai net nel duomo di Far ma, &c. 



243 



«et armate publice inhonestissime » (*). Tutto ciò non ve- 
niva punto ignorato dal Filonardi, quando chiese al Ponte- 
fice due dei nuovi Preti riformati, che gli fossero cooperatori, 
non meno a rilevare la pietà che ad opporsi vigorosamente 
alla propaganda dei luterani coi mezzi soavi, e pur tanto effi- 
caci, della parola evangelica e dell'esempio di una vita in- 
corrotta ('). 



VASTISSIMO dunque era il campo dischiuso allo zelo dei 
ferventi compagni d'Ignazio. Il Legato volevali seco ad 
albergo nel suo palazzo: essi preferirono l'ospedale della Com- 
pagnia della Disciplina vecchia de' SS. Cosma e Damiano, 
detta ancora Disciplina di S. Paolo dalla chiesa parrocchiale 
di questo nome, nelle cui vicinanze sorge l'ospizio desti- 
nato ad accogliere i pellegrini segnatamente sacerdoti (3). I 
primi esercizj di apostolato furono alcune lezioni di sacra 
Scrittura. Il Lainez le tenne in Duomo, il Fabro in San 
Gervasio e Protasio, quella medesima chiesa, che passata 
indi a non molto ai Minori Osservanti, si disse dell'Annun- 
ziata e tuttavia sussiste con questo titolo {*). Vennero 



3. - SERMONI OBL 
LAINEZ NBL DUO- 
MO DI PARMA E 
DELFABROIN SAN 
GERVASIO E PRO- 
TASIO. 



(*) Lettera dei 25 giug. 1540 
nell'Arch. di Stato in Parma, 
Carteggio Farnesiano, 1540. La 
relazione del Medici fu in parte 
riportata anche dal Gualano, 
p. 54, i cui giudizj sulla crudeltà 
del Medici, com'egli la chiama, 
peccano non sai più se per ispi- 
rilo partigiano o per iscarsa co- 
noscenza dei tempi di che scrive. 
Anche nel precedente dispaccio 
dei 13 giugno esponeva il Gover- 
natore quali disordini avesse tro- 
vato nella città. Arch. e loc. cit. 

(^) Il Salmerone asseriva il 25 
sett. 1539 che il Filonardi aveva 
richiesto due della Compagnia per 
predicare e disputare con certi 
eretici e luterani. Mon. Ignat., 
ser. I, I, 135. 

(3) L'abitazione dei padri nel- 
l'ospedale è accennata dal b. Fa- 
bro in una sua del i» sett. 1540. 
Cf. Fabro, Mon., p. 92. Ricorre 
ancora nel recapito d'una lettera 



che da Piacenza spediva al Beato 
il p. Paolo d'Achille il 31 ag. 1540 
(Velez, I, 416) e nella * Origine 
et fondanone del collegio di Parma, 
io. I, nell'Arch. di Stato in Par- 
ma, Gesuiti di Parma, Maz. A. 
Sull'oratorio e l'ospizio dei SS. 
Cosma e Damiano, v. Affò, Sto- 
ria, III, 259. Quest'autore cita 
gli Statuti et Ordinatione de la 
Compagnia della Disciplina vec- 
chia de sancti Cosma e Damiano, 
facti anno mille cinquecento des- 
doto, Parma, Ugoleto, 1519; da 
essi si potrebbero forse conoscere 
nei loro particolari le cure che la 
Compagnia della Disciplina usava 
a' sacerdoti pellegrini; ma non 
riuscii a trovarli né in Parma, né 
altrove. Cf. infine Cristoforo 
DELLA Torre, Regestum Be::ef. 
Eccl. Parm., ms. nella R. Bibl. 
Palat. di Parma, fo. 64. 

(♦) Lainez, Moh.,1, 4. Secondo 
la testé citata Origine et fonda- 



244 Capo Vili. - La legaziom di Parma e P.ìacenza, &c. 



in tal guisa in opinione di non mediocre sapere presso la 
parte più colta della città e molti s'accesero di udirli sopra 
altri argomenti della morale evangelica, per quanto il Lainez 
non possedesse ancor bene la lingua italiana; difetto che gli 
facevano condonare di leggieri l'ordine e la lucidezza del- 
l'idee, il fervore nel porgere e, sopra ogni altra dote, l'inte- 
meratezza ed austerità rilucenti in tutto il suo vivere ('). 
Così ebbero cominciamento le prediche di tutte le feste e 
domeniche nelle predette chiese con frutto abbondante di 
conversioni, per forma che, circa sei mesi dopo, gli Anziani 
di Parma si compiacevano di dar notizia al loro oratore 
in Roma Federico del Prato, che i due preti di timorata 
coscienza e di bonissimi esempj, condotti dal reverendissimo 
Legato alla sua venuta, predicavano ogni festa la parola di 
Dio « con tanto fervore et bonissimo modo » che già se ne 
vedeva segnalato frutto. Cento in circa erano le persone che 
ogni mese si confessavano e comunicavano, fra le quali, 
aggiungevano espressamente, avervene che non erano state 
per l'addietro di sani costumi, e allora nondimeno, smesso 
quasi in ogni cosa il vivere mondano, attendevano al culto 
divino; di che la città aveva preso sommo piacere, pensando 
al gran bene che gliene proverrebbe ('). 

Durante questa predicazione del Lainez in duomo av- 
venne fatto non molto dissimile dall'accaduto in Roma il 
1538 con Agostino Piemontese, e va qui richiamato in me- 
moria per la luce che se ne trae alla giusta conoscenza del 
tempo. 

Un frate carmelitano, il cui nome rimane ignoto (3), espo- 
neva in non so quale chiesa di Parma l'epistole di s. Paolo. 
Stati ad udirlo alcuni discepoli del Lainez riferirono a lui 



ticme, fo. 2v, il Lainez predicò in 
duomo dalla venuta in Parma, 
luglio 1540, sino alla quaresima 
dell'anno seguente; quindi nella 
Disciplina di San Paolo ed anche 
in San Giovanni, officiato dai Be- 
nedettini. Sulla chiesa dei SS. 
Gervasio e Protasio, ceduta nel 
1547 agli Zoccolanti, vedi Affò, 
Ricerche, pp. 11 -13. 

(^) PoLANCO, Chron., I, 82. 

(2) Lettera dei 26 gen. 1540, 



in Tacchi-Venturi, Storia, I, 
568 sg. 

(3) Non sarebbe mai costui 
quel fra Giovanni Battista car- 
melitano, al quale il nunzio ve- 
neto Fabio Mignanelli interdisse 
nel 1544 le prediche, come a colui 
che non rettamente sentiva negli 
articoli de fide et operibus? Ci. la 
lettera dei 3 maggio 1544 nelle 
già citate Mem. e Lett. del card. 
Fabio Mignanelli. VII, fo. 60, 



4.. - Gli Esercizi spirituali in Parma, &c. 245 

certe proposizioni del predicatore, a loro giudizio, non guari 
sincere. Non essendo sembrato altrimenti allo stesso Lainez, 
questi in uno dei suoi sermoni in duomo tolse quella mede- 
sima mattina a spiegarle secondo la dottrina cattolica in 
tutto opposta a quella insegnata dal frate, cui nondimeno 
si astenne dal nominare, o anche solo indicare, conchiudendo 
tale essere la verità da tenersi e il contrario aperta eresia. 
Il carmelitano, per il romore suscitatosi tra la gente, punto 
sul vivo, mosse della cosa acre lamento al Vicario monsignor 
Bozzalli, il quale, a definire la controversia, chiamò le parti 
avanti di sé alla presenza di molti testimoni e dei ministri 
dell'inquisizione. Cominciò il frate a dolersi del prete rifor- 
mato, lui incolpando dello strepito levato nel popolo. Re- 
plicò con modestia ed acume il Lainez, riaffermando dinanzi 
al Vicario e agli astanti alcune delle proposizioni da sé pre- 
dicate, come le sole incorrotte, e insistendo si dichiarasse 
se erano o no cattoliche. Rispostogli da tutti che sì, mostrò 
quanto logicamente avesse tacciato di false ed eretiche le 
loro contraddittorie. Dopo di che fu imposto all'avversario 
di dichiarare meglio in pubblico il suo pensiero, e gli animi 
per allora tornarono in calma (*). 

SE la predicazione dei due preti riformati nelle chiese 
riportava frutto consolante, la migliore parte nondimeno 
della messe, e come il fior fiore, si raccoglieva negli Esercizj 
spirituali. Questa piana forma di apostolato costituì il ca- 
rattere proprio della missione procurata a Parma dal Filo- 
nardi; carattere per il quale venne a distinguersi dalle altre 
predicazioni della divina parola, che, certo non allora la prima 
volta, si ascoltavano nel territorio parmense. Il Fabro e il 
Lainez, fedelissimi esecutori degli avvisi del maestro Ignazio, 
con gli Esercizj, a preferenza di qualunque altro salutevole 
ministero della parola, si diedero a purificare le anime e ad 
istradarle alla perfezione evangelica. Nei discorsi a numerosi 
uditorj, in mezzo alle opere di misericordia corporale, nei 
familiari colloquj, nel tribunale di penitenza, mai non era che 



presso il Conte Castèlli Migna- viene riferito nella menzionata 

nelli in Siena. relazione manoscritta. * Origine 

(') Come si svolgesse il con- et fondatione, io. 2 sg. Cf. sopra 

traddittorio innanzi al Vicario, p. 2433. 



4. - GLI ESERCI- 
ZJ SPIRITUALI IN 
PARMA. 



246 Capo Vili. - La legazione di Parma e Piacenza, &,.. 

lasciassero di persuadere l'uso del pio ritiramento, a quelli 
in ispecie che scorgevano desiderosi di appartarsi dalla schiera 
volgare e dimostravano talenti da provenirne opere magna- 
nime alla maggior gloria di Dio. Ciò, non può negarsi, aveva 
tutto l'aspetto di novità nell'ascetica cristiana, e come ogni 
novità, benché tale fosse nella forma soltanto, non poteva 
trovare dappertutto un terreno ugualmente disposto a 
sfuggire l'urto di duro contrasto. Una fonte, non coeva agli 
avvenimenti, ma dello stesso secolo xvi, quando pure vi- 
vevano testimoni dei fatti, ricorda con disdegno al proposito 
che la vita nuova, quale i due padri l'inculcavano negli Escr- 
cizj, « sicome conosciuta et ammirata da molti, così per lo 
«contrario fu odiata et rifiutata da infiniti, che non la vol- 
« sero accettare, ma se ne facevano beffe »('). A superare 
gl'inevitabili ostacoli valevano a meraviglia i rari doni di 
natura e di grazia posseduti dai missionarj e il tirocinio da 
essi fatto sotto la guida del Loiola, il quale, mettendoli per 
quella sicura via spirituale, aveva inteso di formare in essi 
direttori e valenti maestri d' innumerabili anime. 

Del Fabro infatti narra un suo discepolo, capace di giudi- 
carlo, che gli era connaturale un'arte singolarissima di alleg- 
gerire le pene agli afflitti e ai travagliati da scrupoli e tenta- 
zioni. Sempre sereno ed amabile in volto, i suoi consigli 
sparsi d'incantevole soavità in atti e parole, riuscivano 
presti mirabilmente ?1 bisogno d'ognuno. Somma in lui la 
facilità di discernere gli spiriti, e giusta questo lume supc- 
riore avviare o spronare con dolcezza i devoti a tendere al 
più perfetto, massime ove si avvenisse in anime le quali 
s'avessero eletto di seguire dappresso Cristo fuori del se- 
colo (»). Simili doti di discrezione e di amabili maniere, se- 
gnatamente quel farsi tutto a tutti, tanto raro e pur capita- 
lissimo a guadagnare i prossimi a Dio, adornavano il Lainez, 
secondo c'informa un altro contemporaneo (3). Il p. Gia- 

(^) Nella * Descrittione dell'ori- anni addietro nell'archivio della 

gine et principio della Compagnia detta Compagnia in Parma; ora 

del Nome santissimo di Giesù, in invece trovasi nel R. Arch. di 

Parma, composta il 1585, quando Stato della stessa città, 

ancora vivevano, come ivi espres- (*) Couvillon, Confessiones, in 

samente si dice, alcuni che ave- Appendice , n. 4. 

vano conosciuto il Fabro e il Lai- (3) Ribadeneira, Vida del p» 

nez. Conservavasi fino ad alcuni Lainez, p. 116. 



4.. - Gli EserfizJ spirituali in Panna, &c. 



247 



corno poteva meritamente dirsi gemello del p. Pietro, tanto 
lo ritraeva nell'indole e nei talenti, avanzandolo però non 
poco nella facoltà oratoria, in lui più che mezzana, nell'altro 
appena mediocre (^). 

Or gli Esercizj spirituali, da loro così ferventemente espo- 
sti, ebbero qui in Parma successo a meraviglia grande. 
Poiché, se riguardasi il numero e la condizione di coloro che 
s'indussero a farli e i frutti insigni che ne derivarono, non 
è facile additare in queste prime origini, e forse neanche 
posteriormente, altro luogo dove, nel breve giro di poco oltre 
ad un anno, quel nuovo mezzo di spirituale cultura più co- 
piosamente rendesse. Fino a cento si contarono coloro che 
nello stesso tempo s'applicarono a farli tutti intieri. Ma 
più che il numero era da pregiare la qualità delle persone: 
gente scelta tra' sacerdoti, tra' giovani gentiluomini, tra' 
gentildonne più esemplari della città. Avvenne ancora che 
parecchi degli esercitanti, massime quelli del clero, si tra- 
mutassero alla lor volta in maestri e guide del convertire e 
dirigere le anime con quello stesso mezzo della cui bontà 
avevano nella propria esperienza un'autorevolissima testi- 
monianza. A ciò contribuì il fatto che allora gH Esercizj 
solevansi esporre a ciascuno separatamente o solo a po- 
chissimi, non mai a molti insieme riuniti; quindi, accresciuto 
il numero dei direttori, se ne accrebbe anche e ne divenne 
più esteso l'uso ('). 

Ne è prova ciò che il 25 marzo 1540, viene a dire dopo 
nove mesi di soggiorno in Parma, il b. Fabro scriveva ai 



(*) Anche gli Anziani di Parma, 
esortando il loro oratore in Roma 
ad impetrare per la città uno al- 
meno dei preti riformati, che il 
Papa chiamava altrove, scrivono 
di desiderare piuttosto « don laco- 
« mo, per essere predicatore ». Let- 
tere dei 29 agosto, 4 e 22 novem- 
bre 1540, in Tacchi Venturi, 
Storia, I, 574, 577. 

(^) Lainez al p. Ignazio, Brescia, 
2 giug. 1540, Lainez, Mon., pp. 
4, 6. PoLANCO, Chron., I, 82. 
La corrispondenza del Fabro e 
Lainez da Parma con Ignazio e 



gli altri padri di Roma offre grandi 
lacune. Essi avevano ordine di 
scrivere ogni settimana, e lo os- 
servavano comunemente. Cf . Fa- 
bro, Mon., p. 21; Mon. Ignat., 
ser. I, I, 153. Nondimeno innanzi 
al 4 dee. 1539 non troviamo lettere 
del Fabro; per il Lainez poi la 
prima spedita da Parma è quella, 
or ora citata, del 2 giugno 1540. 
Tali lacune non dovevano sussi- 
stere ai tempi del Polanco, che ci 
fornisce ragguagli mancanti nella 
sopravvissuta corrispondenza dei 
due padri. 



248 Capo VITI. - I^a legazione dt Parma e Piacenza, &c. 

suoi compagni di Roma: v Ornai non vi possiamo più 
inviare minuti particolari degli Esercizj; tanti sono quelli 
che li danno che non può farsene il conto. Tutti vogliono 
provarli, uomini e donne; e i sacerdoti, subito che li hanno 
fatti, cominciano a darli agli altri » {*). Questo santo fervore 
mantenevasi sempre vivo, se pure non era aumentato nel 
giugno seguente. Il Lainez, ragguagliandone ai 2 di quel 
mese, il p. Ignazio, «gli Esercizj», scrivevagli, «crescono di 
giorno in giorno. Molti dei già esercitati li spiegano a quelli 
che ancor non li fecero, chi a dieci, chi a quattordici persone, 
e non sì tosto è compiuta una muta, se ne comincia un'altra. 
Così vediamo i figli dei figli sino alla terza generazione. Ge- 
neralmente osservasi in tutti tale mutamento di costumi, 
che è cosa da lodarne Iddio. Alcuni, per esempio, che il 
Signore ha già chiamato a sé, incontrarono la morte con 
fortezza, gaudio, e col nome santo di Gesù sulle labbra, edi- 
ficando mirabilmente i circostanti. Quelli poi che si trovano 
tuttavia infermi dimostrano nelle pene pazienza ben diversa 
da quella che altre volte ebbero nelle loro malattie (*) ^>. 



GUADAGNATI AL 
LA COMPAGNIA 



GIROLAMO UOME 
NECH. 



s. - ESERc.TANTi ^ PIGOLANDO uellc poche lettere dei due padri ed in altre 
O fonti contemporanee, veniamo a conoscere i nomi di pa- 
recchi degli esercitanti, così di quelli subito o qualche anno 
dopo entrati nella Compagnia, come degli altri, uomini o 
donne che, presa vita di perfezione, rimasero nel secolo a gio- 
vare con sante opere la città natia. 

Gian Girolamo Domenech, giovane sui ventiquattro anni, 
già sacerdote e canonico di Valenza in Ispagna, dov'era 
nato il 1516 di cospicua famiglia, sembra fosse il primo a 
dare in Parma il nome alla Compagnia nascente. Mentre 
da Roma, ove il padre suo, Pietro, avevalo inviato a com- 
porre certi negozj, era in cammino all'Università di Parigi 
per gli studj di filosofìa e teologia, avvenutosi, in traversare 
Parma, nel Fabro e nel Lainez, fu da essi invitato a riti- 
rarsi negli Esercizj: accettò e n'uscì risoluto di seguirli nello 
stesso tenore di vita. All'entrare del decembre 1539 lo 
troviamo già fermo nel preso divisamento, e poco dipoi 
comparisce innanzi al Vicario di Parma a deporre solenne- 
mente che solo di suo spontaneo e libero volere aveva 

(0 Fabro, Mon., p. 22. [^) Lainez, Mon., I, p. 4. 



j. - Esercì fanti guadagiati alla Compagnia, &c. 



249 



aderito al Fabro e al Lainez, troncando in tal guisa reci- 
samente le difficoltà frapposte dalla carne e dal sangue al- 
l'esecuzione del suo proposito (^). Quasi nello stesso tempo 
lo seguiva un altro giovane prete di rare parti; secondo dei 
sacerdoti italiani passati a vivere coi compagni d'Ignazio (*). 
Fu costui Paolo d'Achille, eletto da Dio, insieme con 
Girolamo Dbmenech, a propagare e stabilire l'Ordine in 
Sicilia. Oriundo di modesta famiglia, non isproveduto di 
beni di fortuna, contava più di ventisette anni quando, 
circa otto mesi avanti che Paolo III l'avesse solenne- 
mente approvata, fu ricevuto nella Compagnia. Sino a 
quel punto non aveva atteso ad altri studj che alla gram- 
matica, all'umanità e ai principj della logica; poi si era allo- 
gato presso una nobildonna come precettore d'una fanciulla 
sua nepote e amministratore del patrimonio domestico (3). 



PAOLO l' 
LE 



AtHU.- 



(») Lettera del Fabro ai pp. Co- 
dacio e Saverio, Parma, 4 dee. 
1539, in Fabro, Meni., pp. 15-18. 
PoLANCO, Chrmi., I, 82. L'anno 
della nascita, in mancanza di al- 
tre migliori fonti, si è attinto 
al NiEREMBERG, VII, 335. Degli 
studj anteriori al 1539 ragguagliò 
Io stesso Domenech il p. Natale: 
« Antcs de entrar en la Compan- 
ff hfa hoy gramàtica y buena parte 
< del curso de artes, y despues en 
i; la Companhia acabé de hoyr las 
'' artes, y hoy dos anos y medio de 
« theologia ». * Interrogationes P. 
Natalis, II, fo. 681, in Arch. di 
Stato in Roma, Gesuiti. Cf. presso 
Velez, I, 399, l'atto notarile di 
Cristoforo della Torre, con il quale 
il 27 gen. 1540 quel pubblico uf- 
ficiale attesta che il Domenech, 
innanzi a lui comparso, aveva con 
giuramento affermato « se nullo- 
« rum persuasione aut de< cptione 
« adductum esse ut in ea civitate 
a remaneret, vitam, quandiu sibi 
« placuerit, cum dominis Petro 
« Fabro et Jacobo Lainez peractu- 
« rus, &c. ». 

(*) II primo fu Pietro Codacio, 



del quale si parlerà più avanti al 
capo XI. n. 2. 

(3) Queste notizie del D'Achille, 
anteriori al suo ingresso nella 
Compagnia, non trovo fossero 
usate da ninno, e provengono dal- 
l'inedita * Inf or mattone &c., che 
si pubblica in Appendice, n. 3. 
Degli studj e ministeri suoi nel- 
l'Ordine ci dà notizia Io stesso 
D'Achille nel documento citato. 
Il Sacchini, par. V, lib. vi, n. 17, 
p. 280, non die nel segno, ponendo 
al 1515 la nascita del D'Achille, 
il quale, avendo, come egli scrive, 
« più di ventisette anni » ai 2 di 
febbr. 1540, sembra dovesse esser 
nato nel 1512 o nel gennaio 1513. 
Neil' •OngiMC et F ondati one, io. i^, 
si legge che il p. Paolo era da 
Fontanellato. Essendo ivi periti 
i libri dei battezzati nella prima 
metà del secolo xvi, riesce impos- 
sibile verificare l'esattezza del 
ragguaglio. Che tuttavia non na- 
scesse né in Parma né nel subur- 
bio l'accerta l'assenza del suo 
nome dai registri dell'unico bat- 
tistero parmense presso il quale ne 
feci senza frutto diligente ricerca. 



250 Capo Vni. - La legazione di Panna e Piacenza, éfC. 



BLPtDIO UGOLE- 
TI. 



SILVESTRO 
DINI. 



BATTISTA 
VIOLA, 



L'indole e le maniere aveva gentili soprammodo e soavi. 
Abbondavano in lui, per dire tutto in breve, le disposizioni a 
formarne un esperto direttore della vita spirituale sullo stampo 
dei suoi maestri il Fabro e il Lainez. Quest'ultimo infatti 
lo tolse incontanente a compagno nei lavori apostolici, impie- 
gandolo particolarmente nel dare Esercizj. Di lui, quattro 
mesi dopo, scriveva il Lainez al p. Ignazio con parole di bel- 
l'encomio, lodandone i desiderj ferventi di perfezione che nu- 
triva e veniva mettendo in opera alacremente (*). 

Sul cadere dello stesso anno entrava pure a far parte 
dell'esordiente congregazione Elpidio Ugoleti, parmigiano, 
di ragguardevole casato, figliuolo a Taddeo, l'illustre bibliote- 
cario di Mattia Corvino. Gentiluomo della stessa età del Do- 
menech, come nato il 27 febbraio 1516 (*), aveva sino allora 
coltivata la mente con le lettere e la musica, godendo fama 
di uno dei migliori ingegni e cantori che avesse Parma. 
Ricevuto tra i Preti riformati, chi lo conosceva ebbe grande 
speranza che, destinato agli studj, dovesse segnalarvisi 
non poco (3). E vi fu applicato in realtà, però non a lungo, 
prima alla rettorica, poi alla logica. Le doti di non volgare 
prudenza, di che appariva fornito, presto lo designarono al 
governo di parecchie case dell'Ordine, da principio in Padova 
poi in Sicilia, dove fu anche riformatore dei monaci Ba- 
siliani della badia dell'Itala, non lungi da Messina, e con- 
fessore della duchessa di Bivona Isabella de Vega de Luna. 
Infine gli fu affidata la cura dei novizj in Palermo, e la teneva 
tuttora il 1565, allorquando il suo concittadino Paolo d'A- 
chille, dando di lui informazione al Generale Lainez, rendeva 
al p. Elpidio la lode di avere sempre « molto aggiutato col- 
« l'esempio et instruttione et nelli buoni costumi et lettere» (*). 

Seguirono ai tre nominati Silvestro Landini di Malgrate, 
castello dei marchesi Malaspina in Lunigiana, delle cui mis- 
sioni e del copiosissimo frutto in esse raccolto si avrà che scri- 
vere in altro luogo ('); Giovanni Battista Viola, giovane di 



(I) V. la lettera dei 4 giug. 1540, 
in Lainez, Mon., I, 8 sg. 

(') Dai registri dei battezzati del 
^ attisterodi Parma del 1505-1520, 
fo. 152 V. Errato è quindi il 1309 
dato dal SoMMERWOGEL, Vili, col. 
338. Cf. Affò, Mcmor»tf, pp. 31, 69. 



(') Girolamo Domenech al p. 
Ignazio, Parigi, 15 gen. 1541, in 
Epist. mixtae, I, 53. 

(+) Appendice, n. 3. 

(5) Cioè nel volume III di que- 
sta Storia. Ci. Polanco, Chron., 
I, 232. 



i 



J. - Esercitanti guadagnati alla Compagnia, &c. 



25' 



ventitre anni, che, inviato all'Università di Parigi, vi divenne 
maestro in Arti, vi studiò teologia, vi resse, innanzi ad ogni 
altro, il collegio di Clermont, eretto nel 1550 da Monsignor 
Guglielmo du Prat, e appresso nel 1556 intervenne efficace- 
mente con l'opera e con il consiglio alla fondazione della 
casa e delle scuole di Billom, anch'essa dovuta alla munifi- 
cenza di quell'edificantissimo prelato (^). 

Con il Viola meritano pure menzione due altri suoi con- 
fratelli, dei quali giunse a noi poco più che il nome, Gian 
Francesco Piacentino, forse cosi detto da Piacenza, se questa 
fu la sua città natia (*), e un certo Antonio uscito di Parma 
nel novembre 1540 per recarsi a studio con il giovane 
d'Achille nella metropoli della Francia (3). 

A breve intervallo un nuovo manipolo di scelti giovani 
parmigiani o delle città e terre vicine imitò la prima schiera: 
tutti sinceri dispregiatori del mondo, infiammati dalla brama 



(') Il Viola dovette nascere il 
1517, secondo si arguisce dall'età 
di cinquanta sei anni attribuitagli 
nel maggio 1573. Cf. Appen- 
dice, n. 3. Benché di famiglia 
parmense, come si ricava da un 
atto di donazione dei 6 gen. 1553 
nel quale è detto « filius domini 
« Stephani viciniae S. Ambrosii n 
(cf. Gesuiti di Parma, mazzo A, 
fase. 4, in R. Arch. di Stato in 
Parma) sembra non fosse battez- 
zato in Parma, non apparendo il 
suo nome nei registri del bat 
fisterò. Per la conoscenza del- 
l'uomo e per le notizie dei suoi go- 
verni in Francia (1549-1552) sono 
pregevoli le sue lettere al Loiola 
e al Polanco in Epist. mixtae, II, 
256-258, 497 sg.; 686 sg.; 735 sg. 

Cf. FOUQUERAY, I, 154-160, 184 

Sg. Altre sue lettere si hanno nelle 
citate Epist. mixtae, III, 311; 
IV. 323, 593; V, 359, 405, 409, 
e nelle Litterae quadrimestres, I, 
254, 298, 710. Tra esse ben ri- 
levante quella a Marcello II, Ge- 
nova, 24 apr. 1555 {Epist. mixtae, 
IV, 593-609) nella quale con sensi 



e parole di verace umiltà propone 
al nuovo pontefice, a lui ben noto, 
sei saggi « ricordi » cioè, capi di 
riformazione richiedenti sollecito 
provvedimento. La lettera non 
potè essere recapitata a Marcello, 
morto il 30 di quello stesso mese. 
Notevole pure è l'altra sr.a dei 
13 ag. 1556 a s. Ignazio, sopra i 
principi del collegio di Billom, 
scritta quando il Santo da tredici 
giorni era passato al cielo. Cf. 
Ehist. mixtae, V, 409-411. 

(-) Cf. Epist. mixtae, I, 64, 71, 
74; Orlandini, lib. II, n. 78, p. 
60. Con grandissima probabilità 
questo Gian Francesco Piacen- 
tino è lo stesso che Gian France- 
sco Parmense , cui va riferito 
ciò che Francesco Palmio scri- 
veva da Bologna il 2 giug. 1592 
al p. Ignazio informandolo del suo 
governo: « Secundae [classi] con- 
(' stitui Ioannem Franciscum Par- 
(■ raensem, ut is suis prima gram- 
(I maticae rudimenta, Catonem et 
<> Terentium perlegeret ». Litterae 
quadrimestres, I, 677. 

(3) Cf. Epist. mixtae, I, 54 sg. 



252 Capo Vili. - La legazione <it Parma e Piacenza, &(. 



ANTONIO CHIMI- 
VAL?. 



I FRATELLI PAL- 
MIO. 



di fare e patire cose grandi in servizio di Dio. Fra costoro 
primeggia per gloriosissima morte Antonio Criminali di 
Sissa, grossa borgata un dodici chilometri da Parma. Questi, 
sotto la direzione dei padri Fabro e Lainez, affezionatosi 
di molto alla contemplazione ('), essendo già suddiacono e 
contando ventidue anni, se ne andò il 1542 a Roma per met- 
tersi nella scuola del p. Ignazio presso S. Maria della Strada. 
Da Roma quel medesimo anno l'inviarono a Coimbra per 
gli studj sacri, e di là nel 1545 navigò alle Indie Orientali. 
Quivi, in Punnaikayel, terra del promontorio di Comorino, 
in uno degli ultimi giorni del maggio 1549 veniva crudel- 
mente ucciso dai Badagi a colpi di lancia, primo della 
Compagnia a spargere il sangue tra i barbari per amore di 

Cristo (2). 

Dopo il Criminali sono degni di peculiare menzione i due 
fratelli Francesco e Benedetto Palmio; l'uno, uomo di schietto 
spirito apostolico, benemerito al sommo della Compagnia 
per averla introdotta e stabiHta in Bologna, dove trascorse 
la non breve sua vita; l'altro di chiarissima fama e molti 
meriti nell'Ordine pei primarj offici che vi sostenne; in tutta 
Italia poi altamente stimato a cagione della vigorosa elo- 
quenza con la quale tanto contribuì all'emendazione del vi- 
vere cristiano nelle città più celebri della penisola (3). 



(») V Vir fuit et in rebus agendis 
< ad animarum utilitatem Stre- 
et nus, et nihilominus contempla- 
« iioni vaìde deditus >>. Cosi il Po- 
LANCO, Chroìi., I, 471. 

(*) POLANCO, loc. Cit.. pp. 469- 

471. Cf. Bartoli, Asia, lib. iv, 
cap. I, p. 3, il quale raccolse quan- 
ti ragguagli di lui sopravvive- 
vano nel sec. xvii, ai tempi nostri 
ripubblicati in nuova veste e 
con nuove ricerche dal p. Massara. 
Sull'entrata del Criminali nella 
Compagnia veggansi la lettera 
che scrisse a suo padre Giovanni 
Antonio, da me pubblicata nelle 
Lettere edificanti della Provincia 
Veneta d. C. d. G.. Venezia, 1900. 
(3) Nacque Francesco Palmia 
(tale è la forma genuina del suo 



casato) in Parma il 10 sett. 151S. 
Dopo la cultura spirituale rice- 
vuta dal Fabro e dal Lainez, at- 
tese sino al giugno 1547 per dare 
il nome alla Compagnia. V. Po- 
LANCO, Chroti., I, 217. Le Littevae 
qtiadrimestres e le Epistolae mi- 
xtae ci danno ventuna sue lettere 
che ne rispecchiano l'animo pio, 
religiosissimo, unicamente rivolto 
all'aumento del servizio divino. 
La lettura di questo carteggio, 
anche quando fosse perito il ri- 
cordo che di Francesco ci lasciò 
il Polanco e il commentario sul 
Collegio di Bologna (v. sopra p. 
141»), basterebbe da sola a far- 
celo stimare ed amare. 
Morì in Bologna il 23 aprile 

1585- 



j. - Esercitanti guadagnati alla Compagnia: Benedetta Palmio. 253 



Di questo cospicuo parmigiano, cui, massimamente per 
l'eloquenza, riserbavasi tanta parte nella storia religiosa d'Ita- 
lia dal pontificato di Paolo IV fino a quello di Sisto V, pos- 
sediamo per buona sorte, descritto da lui medesimo, come, 
mercè dei padri Laynez e Fabro, gli germogliasse in cuore la 
vocazione alla Compagnia di Gesù, proprio agli albori del- 
l'Ordine. In verità l'opera dei servi di Dio non poteva cadere 
qual seme in terreno più acconcio e meglio preparato a ren- 
dere squisito frutto, custodito com'era stato dalle industri 
mani e amorose di una virtuosa genitrice. Chiara, la madre 
di Benedetto e Francesco, figliuola del nobile cittadino par- 
mense Pier Antonio Botini e di donna Ippolita della vetu- 
sta famiglia Gambacorti di Milano, rimasta vedova ancor 
giovanissima dell'amato consorte Antonio, rapitole da morte 
immatura a soli quarantacinque anni d'età (^), aveva rivolto 
tutte le sollecitudini d'un animo virile e pio alla sana educa- 
zione dei cinque figliuoli (*). A procurare loro soda e alta 
istituzione, quale a fanciulli bennati addicevasi, li diede ad 
erudire nel greco e nel latino a valenti maestri, per sé ri- 
tenendo le soavissime cure d'istradarli nella scienza delle 
scienze che è il vivere puro, dicevole e timorato di Dio. 
Mai quindi che mancasse ogni settimana di condurli a' piedi 
del confessore nel sacro tribunale di penitenza. Adusavali 
per tempo, benché non ancora tenutivi dalle leggi della 
Chiesa, all'osservanza delle vigilie e del digiuno quaresi- 
male, e tra le altre diligenze adoperate a nutrire nei loro 
teneri animi il sentimento di fede, di pietà e di riverenza 
allo stato sacerdotale, ebbe in costume di presentarli ai 
sacri oratori che capitavano a predicare in Parma, perchè 
copiosa invocassero su quei cari pegni la benedizione del 
Signor,e. Verso i due preti riformati, non sì tosto li ebbe 
uditi ragionare di Dio, concepì sentimenti di tanta venera- 



BENRDBTTO PAL- 
Ilio. 



e) Cf. Palmio, Autobiografia, 
cap. I, in Appendice , n. 3». 

(-) Come si ricava dai libri del 
Battistero di Parma, Antonio Pal- 
mio rese madre di sei figliuoli la 
consorte Chiara. Dicendosi però 
espressamente dal figlio Benedet- 
to che ella, allorché perdette il 
marito, era «quinque filiis 
tt a u e t a «, si lascia facilmente in- 



tendere che un d'essi premorì al 
genitore. Il tempo poi della mor- 
te di Antonio si può finora deter- 
minare soltanto approssimativa- 
mente con un termine ante quem, 
sapendosi che il sesto dei nati da 
lui venne a luce il 15 sett. 1528. 
Cf. in Appendice, nura. cit., le 
fedi di battesimo dei sei figliuoli 
dei coniugi Palmio. 



354 Capo Vfll. - La legaziaru di Parma e Piacenza^ ò-c. 

zione che, al dire di Benedetto suo figlio, non rifiniva di 
parlarne con riverente affetto cristiano. Né la sua fu de- 
vozione che s'appagasse di belle parole e dei dolci sensi di 
che suole pascersi facilmente l'anima pia femminile, ma 
facendo tesoro dei documenti di spirito ricevuti dai mis- 
sionari, introdusse in casa la meditazione delle verità eterne 
nella maniera che viene insegnata nel libro degli Esercizj 
spirituali ignaziani. Or di quest'uso del meditare chi più 
d'ogni altro si valse a prefiggere un'alta mèta alla sua gio- 
vane vita fu appunto l'adolescente Benedetto, allora sui 
diciassette anni. Non temendo nella madre un ostacolo, 
come pur troppo talvolta avviene, anzi, trovando in lei un 
valido impulso a secondare lo spirito del Signore, il buon gio- 
vanetto, guidato dal Lainez, volle rimanere ben venti giorni 
continui a meditare in camera, sopportando fortemente, per 
usare le sue stesse parole (*), non meno la solitudine che 
quella libera prigionia, coronata con la confessione generale 
fatta al saggio suo direttore. In questo ritiramento, com- 
piuto con virile fermezza, senti Benedetto in modo indubbio 
che Gesù chiamavalo alla sua Compagnia; e in tal convinci- 
mento fu confermato dal p. Giacomo, dalle cui labbra udiva 
dirsi che Dio lo destinava ministro della sua parola. 

Così in quel medesimo anno 1540 fermò seco stesso di 
rendersi prete riformato, pur differendo ad altro tempo l'ese- 
cuzione del proposito, non altrimenti che vedemmo farsi da 
altri suoi concittadini f). Perchè gli parve convenisse at- 
tendere sino al vigesimoquinto anno d'età, e per intanto 
avrebbe agio di compiere nello Studio di Bologna l'istitu- 
zione letteraria e scientifica. Siffatto consiglio discostavasi 
per verità dal sapiente ammonimento del Salmista (') né 
era scevro di pericolo, come provò l'evento (♦). L'inesperto 
Benedetto tuttavia, se all'Università di Bologna fu sul punto 
di sostenere a suo gran danno le funestissime conseguenze 
della poco avvisata dilazione, riuscì, la Dio mercé, ad evi- 

(')« ...in eoquidem genere exer- (*) Cf. sopra, p. 248. 

« citationis ita secunda avi usus (3) « Hodie si vocem eius au- 

" est, ut in suo cubiculo ipsos vi- « dieritis, nolite obdurare corda 

« ginti dies inclusus, tam solitu- « vestra ». Sai. xciv, 8. 

« dinem quam custodiam forti ter (') L'esempio dei compagni l'in- 

« pertulerit». Pal.mio, Autobiogra- tiepidi senza corromperlo. (.f..-i (rfo- 

fia, cap. IV, in A ppendice, n. 3*. biografia, c^-p. v,in Appendice, xi.'i'^. 



j. - F seratanti guadagnati alla Compagnia : Benedetto Palmio. 255 

tarle, e nel 1546, avanti che avesse compito, come un tempo 
si era prefìsso, il quinto lustro, passava in Roma sotto la 
paterna disciplina del padre Ignazio a perfezionare l'opera 
iniziata sei anni innanzi dal compagno di lui, il p. Lainez ('). 
A ricondurre al primiero proposito il giovane Benedetto 
non poco contribuì l'illuminato consiglio d'un esemplaris- 
simo, pio e assai colto sacerdote, già suo maestro, Giovanni 
Battista Pezzana. Anch'egli, approfittatosi molto delle pre- 
dicazioni dei padri Lainez e Fabro, era stato tra i primi 
in quel manipolo di ecclesiastici che si diedero in Parma, 
conforme sopra narrammo ('), ad attendere alla cultura delle 
anime pie con le meditazioni del maestro Ignazio. Affezio- 
natosi ai due preti riformati e, concepito sino dal primo 
incontro con loro il desiderio di seguirli, non potè tuttavia 
attuarlo se non dopo un decennio nel 1549, precedendo 
di due anni Pantaleone Rodini, ultimo dei sacerdoti parmi- 
giani conquistati alla sequela del Loiola dal fervore dei due 
suoi discepoli e compagni (3). 



■ (') Cf. Palmio, Autobiografia, 
ce. xi-xviii, in Tacchi Venturi, 
Storia, I, 607-619. 

Il DiLARiNO, p. 37, seguito 
anche dal Boero (Vita del p. 
Lainez, p. 28), narrò che Bene- 
detto per le orazioni del p. Gia- 
como fu salvo da imminente peri- 
colo di morte. « Stando egli per 
' morire », così scrive, « i suoi 
' parenti, mossi dalla divotione 
' e dal concetto . che avevano 
■< della santità del p. Giacomo, il 
■ pregarono istantemente a dir 

la Messa per la salute dell'in- 
" fermo già fuori d'ogni speranza. 
• Dissela il Servo di Dio nella ca- 
« mera stessa dell'ammalato, se- 
« condo l'usanza di quei tempi, 
•V e finita che l'hebbe, s'accostò 
'■■ al giovane e con allegro sem- 
■' biante gli disse: "Non bavere 
« figliuolo paura; che con la gratia 
A del Signore non morrai questa 
1* volta, ma sarai predicatore del- 
« la sua santa parola,, ». Giusta 



ogni criterio di sana critica non 
si può ammettere che, quando 
veramente le cose fossero pas- 
sate come le narra il tardo bio- 
grafo laineziano, il Palmio, che 
descrisse molto minutamente in 
che modo nacque e fu messa in 
effetto la sua vocazione tacesse 
interamente e della malattia, e 
della guarigione e di tutte le 
altre circostanze. Il Dilarino però, 
va detto a sua giustificazione, at- 
tinse al RiBADENEiRA, Vida de^ 
P. M. D. Lainez, p. io. 

{') Cf. sopra, p. 247 sg. 

(') Fu il Pezzana, come il Cri- 
minali, di Sissa. Nacque il 1499- 
1500, stantechè alla morte (13 
feb. 1571) aveva già passato il 
settantesimo anno. ^Lettera an- 
nua, 30 die. 1571, in Epist. Ital., 
an. 1571. Ebbe a genitori Gio- 
vanni e Maddalena Ferrari. Cf. il 
testamento dello stesso Giovanni 
dei 15 sett. 1561 nel R. Arch. di 
Stato di Parma, Gesuiti di Parma, 



256 Capo Vili. - La legazione iH Parma e Piacenza, ò*c. 



6. - ALTRI DlSCe- 

hOLI rARilENSI. 

LB GENTILDON- 

NK : 



I 



GllLt^ ZSKBINI. 



1. novero sin qui fatto di coloro cui l'apostolato del Fabro 
e del Lainez in Parma fu occasione felice a battere il 
medesimo sentiero dei ferventissimi loro maestri, va com- 
piuto con l'enumerazione di alcuni almeno di coloro, che, 
senza dare il nome alla Compagnia nascente, si rimasero in 
patria pieni dello spirito attinto negli Esercizj, continuan- 
done, con non dissimile fei^vore e frutto, le opere sante a sa- 
lute di molte anime. 

Le memorie del tempo ci conservarono i nomi di un Mas- 
simo de Capitani, dei tre Giovanni, Carobi, Belli e Bianchi, 
di Pietro de' Musini o Mussini, di un certo Orlando, ardente 
apostolo di Sissa, tutti sacerdoti, e di un cotale don Pietro 
da Toledo, venuto espressamente con Pantaleone Rodini da 
Bologna a Parma per istruirsi nel nuovo tirocinio di virtù 
diretto dai due preti riformati (*). 

La rassegna, non al certo compiuta, di questi zelanti sa- 
cerdoti e laici riceve lume e lineamenti maggiori da alcune 
delle gentildonne parmensi, che sotto la medesima guida spi- 
rituale fecero grande avanzamento nella conoscenza e nel- 
l'amore di Gesù Cristo. Cosi la penna dello stesso b. Fabro 
ci fa conoscere il nome di madonna Giulia, moglie di messer 
Cristoforo Zerbini, che nel decembre 1539 stava ricevendo 
gli Esercizj da uno dei migliori discepoli di lui, il sacerdote 
Giovanni Battista Pezzana suo padre spirituale. E fece tanto 
progresso nella vita spirituale che dalla sua stanza, ove 
giaceva continuamente inferma sostenuta ogni dì dal Pane 
di vita eterna, fattasene quasi maestra, tolse ad esporre il me- 



mazzo A., fase. 5. S. Ignazio lo 
ricevette in Roma il 1549, dopo 
che quegli da parecchio tempo si 
era messo sotto la sua direzione, 
pur rimanendo in Parma per at- 
tendere con zelo al sacro ministero. 
PoLANco, Chron., I. 403, 488-489. 

Il Rodini entrò nella Compa- 
gnia il 1551, in età di quarantatre 
anni. Cf. in Appendice, n. 3, le 
informazioni date da lui medesi- 
mo. Fu benemerito dell'Ordine in 
Sicilia. Cf. PoLANCO, Chron., ili, 
199. VI, 185. 275. 

(') *Descrittìc»ie dell'origine, &c. 



p. 4, V. sopra p. 246'. Cf. Fabro, 
Mon., p. 33. 

Tuttora esistono in Parma le fa- 
miglie Musini e Mussini; le fonti, 
parlando di Pietro, usano, alcune 
la prima, altre la seconda forma. 

Di Massimo de' Capitani ci re- 
sta tuttora una sua lettera auto- 
grafa da Parma al Lainez dell' 8 
maggio 1559, bel testimonio del 
suo perenne fervore nelle opere 
di Dio e della venerazione per 
l'antico prete riformato, divenuta 
di fresco successore del p. Ignazio. 
In *Ital. Episi., 1559, I. 



6. - Altri discepoli parmensi: Giacoma Pallavicini. 



257 



todo di meditare del p. Ignazio a parecchie matrone che ve- 
nivano a visitarla (^). Altre signore parmensi si presero cura 
di andare di casa in casa per istruire nei doveri della vita 
cristiana le fanciulle e le donne impedite di recarsi frequen- 
temente alla chiesa (^). Tra queste signore e pie zelatrici, delle 
quah ignoriamo i nomi, sembra tuttavia non mancasse Gia- 
coma, figliuola del marchese Bernardino Pallavicino di Zibello, 
vedova del marchese Gian Girolamo Pallavicino, uccisole bar- 
baramente da alcuni congiunti il 16 ottobre 1536 ('). 

Innanzi a ogni altra cosa spiegavano i dieci comanda- 
menti di Dio, i sette vizj capitali, le norme per una frut- 
tuosa confessione di tutta la vita, che è quanto dire la so- 
stanza degli Esercizj della prima settimana, secondo il saggio 
suggerimento dell'annotazione decimottava. Confessava il 
Fabro di non valere a spiegare il frutto che in città e fuori 
apportò questo mezzo, apparentemente così semplice, in 
realtà pieno di sapienza celeste, per istaccare il cuore dall'af- 
fetto alla colpa e tutto trasferirlo in Dio (■*). 

La fama della saggia direzione dei padri passò i ristretti 



lACOMA PALLA- 
VICINI. 



(') Fabro, Mon., p. 19; Or- 
LANDiNi, Vita, p. 17 sg. Il Pal- 
mio, nella Autobiografia al cap. 
vili (cf. Appendice, n. 3») lari- 
corda con lode, ed aggiunge che il 
Pezzana le portava ogni giorno la 
comunione. Il nome del marito 
della Zerbini, Cristoforo, è dato 
da.ll' *Origine et fondati one, &c. (cf. 
sopra, p. 246^), dalla quale anche 
apprendiamo che la Giulia, con 
l'andare del tempo, cadde in illu- 
sioni diaboliche. 

(^) Fabro, Mon., p. 33. 

(3) LiTTA, Fami glia Pallavicino, 
tav. 29. Il b. Fabro ricorda Gia- 
coma il 1° sett. 1540 come una 
delle più addolorate per la sua 
partenza. Loc. cit., p. 34. Ci 
rimangono tre sue lettere al p. 
Ignazio {Epist. mixtae, II, 480; 
111,334,382). Di quelle del Santo 
a lei ne abbiamo una sola inte- 
gralmente [Mon. Ignai., ser. I, VI, 
334) di altre tre non più che il 

Siuriu Ucilu Comp.iiiùu di GcsU in lluliu, II. 



sunto o sommario. Ivi, III, 268; 
IV, 436; V, 140. 

La Pallavicino aprì trattati per 
fondare in Parma un collegio alla 
Compagnia. Richiese e per qual- 
che tempo ottenne dal p. Ignazio 
un direttore della sua coscienza 
nella persona di Elpidio Ugoleti; 
poi scongiurò il medesimo l'am- 
mettesse alla sua obbedienza, al- 
legando l'autorità del Fabro e del 
Lainez, i quali, secondo lei, già tre- 
dici anni innanzi l'avevano chia- 
mata nella loro Compagnia. Cf. 
Epist. mixtae, III, 335. Il Santo 
però mai non s'indusse a conso- 
larla, ammaestrato com'era dal- 
l'esperienza avuta con la Roser e 
con alcune altre devote signore 
di Spagna in Roma. Ciò nono- 
stante, come l'attestano le soscri- 
zioni, ella seguitò a dirsi « della 
« Compagnia di Gesù ». Mòri il 
1575. Cf. LiTTÀ, loc. cit. 

('') Fabro, Mon., p. 33. 

17 



PREDICA lOKI . 



258 Capo Vili. - La legazione di Parma e Piacenza, &"€. 

confini di Parma. Per detto del p. Francesco Palmio, testi- 
monio di veduta, gentiluomini, ecclesiastici, nobil donne ri- 
corsero al Fabro e al Lainez per riceverne gli Esercizj. Il 
Palmio ci dà anche i nomi di tre signore terziarie di s. Fran- 
cesco, una delle quali, la Romea Caprara, bolognese, fece 
jnirabile progresso in santità, e con l'alto credito, merita- 
mente goduto per le sue virtù, fu occasione precipua allo 
stabilimento della Compagnia in Bologna (*). 

7. - LA FRKnuEN- j 'EFFETTO salutare originato dagli Esercizj, estesi nel modo 

/A DEI SACRA"! ,.^ , ., , ,. 

MENTI COMBAT- •*— ' chc SI c vcduto a considerevole numero di persone, fu 
TUTA DA ALCUNI qucllo di rimctterc in fiore la frequenza dei sacramenti tanto 
universalmente scaduta. La forza dell'esempio dei già eser- 
citati, le esortazioni dei padri e dei loro ferventi discepoli, 
specie dei sacerdoti e parroci, valse a condurre alla sacra 
mensa uno stuolo di fedeli, esiguo senza dubbio, chi si fa- 
cesse a misurarlo dal costume a' dì nostri vigente tra i buoni 
cristiani, ma notevolissimo allora, quando, eccettuata Fi- 
renze e qualche altra città, le stesse persone timorate ed 
ascritte a Terz'Ordini e confraternite non usavano comuni- 
carsi più di tre o al sommo quattro volte l'anno (*). 

Questo appressarsi frequentemente delle anime alla mensa 
angelica, mistico preludio della vita eterna, era pei due 
servi di Dio sorgente inesauribile di puro gaudio. Il b. Fabro, 
colloquiando seco stesso, come suole, nel Memoriale, « Ricor- 
dati anima mia», esclama con tenera unzione, « dei benefizj 
che tu in questa città hai ricevuto da Dio, che tanto frutto 
operava per mezzo nostro e di Girolamo Domenech, intendo 
dire con le confessioni, con le prediche, con gli Esercizj e con 
tutto quello che si faceva in Sissa (3) ». 

Avvicinandosi poi la Pasqua del 1540, scriveva al Saverio 
non potergli dire il numero della gente che ogni domenica 
si comunicava in Parma e nei luoghi circostanti (*). E nella 
lettera a s. Ignazio, pochi dì innanzi la sua partenza per la 
Germania, quasi ricapitolando il bene che Dio aveva ope- 
rato per mezzo di lui, del Lainez, dei nuovi compagni e degli 
altri discepoli, s'estende a mettere in luce il successo così 

(') Palmio Franc, *i/ts<or»ad^/ (3) Fabro, Memoriale, n. ig, 

principio, &c., v. sopra, p. 141^ in Mon., p. 498. 

(2) Cf. Tacchi Venturi, S/or»a, {^) Fabro, Mon., p. 21. 
I, 207-224. 



/. - La frequenta dei sacramenti combattuta da alcuni predicatori. 259 

ottenuto, come quello che era la parte precipua cui tene- 
vano rivolta la mira. 

« Di solito», egli dice, a si veniva qui in questo ospedale ogni 
giorno a confessarsi e comunicarsi; di guisa che ogni domenica 
per l'ordinario si comunicavano da noi fino a cinquanta per- 
sone e spesse volte anche più, tra le quali abbondano gli uo- 
mini. Io medesimo la passata domenica ne comunicai fino 
a venti; il rimanente, più di trenta, erano donne delle princi- 
pali di Parma. Vi sono qui molte altre parrocchie, dove già 
invalse il buon uso che ciascuno possa comunicarsi tutte le 
volte che vuole». E più sotto: «Non potrei dire » prosegue, 
« quanto bene siasi operato dentro e fuori della città per mezzo 
delle frequenti confessioni. Basti sapere che ormai non è te- 
nuto in buona opinione chi non si confessa almeno una volta 
il mese ». Quindi mette in rilievo l'edificazione che a tutti 
dava la giovane contessa di Sissa, Isotta di Nogarola, mo- 
glie del conte Francesco Terzi, la quale con molte altre per- 
sone mai non era ristata, dall'Epifania di quell'anno 1540 al 
i» settembre, di ricevere la comunione una volta la setti- 
mana (*). Simile esempio, singolarissimo per quei tempi, 
porgeva la contessa della Mirandola Ippolita Gonzaga, mo- 
glie di Galeotto II Pico. Lei pure vedevasi ogni otto giorni 
con altre dame del seguito accostarsi pubblicamente a parte- 
cipare dei sacrosanti misteri eucaristici (*), 



(») Fabro, Mon., pp. 32-34. 
Il Boero {Vita del b. Fabro, 49, 
in nota, riportato ancora dal 
Velez, Cartas, 1, 21^) opinò che 
questa signora fosse la Giacoma 
Pallavicino. Ciò non può am- 
mettersi. Il castello, a lei ap- 
partenente e ricordato dal Fabro, 
era certo quello di Sissa, le cui 
rovine rimangono tuttora in piedi. 
Ora è noto che di Sissa tenevano 
ab antiquo il dominio i Terzi, 
non già i Pallavicino. Veggasi 
l'atto d'investitura di Francesco 
Sforza dei 17 giugno 1450 in fa- 
vore del conte Guido Terzi nel- 
l'Arch. di Stato in Parma, Carte 
feudali, Fam. Terzi, an. 1450. 
Che l'Isotta da Nogarola, figlia 



del conte Girolamo, fosse sposa 
del conte. Francesco Terzi sin 
dall'ottobre 1529, l'attinsi dal- 
l'albero genealogico ms. della fa- 
miglia Terzi compilato dall'in- 
faticabile erudito Enrico Scara- 
belli Zunti, oggi conservato nel 
predetto Archivio di Stato, Ar- 
chiv. gentilizio: Famiglia Terzi- 
di Parma. 

(^) Orlandini, lib. Il, n. 76, p. 
59. Per le poche notizie rimasteci 
di questa illustre dama, che ac- 
crebbe splendore allo stuolo delle 
devote del b. Fabro, v. Ceretti, 
Gaelotto II Pico, negli Atti e Meni, 
della Deput. di Stor. patr. per le 
Provincie Modenesi e Parmensi, 
ser. III, voi. I, par. II (1883), 291^ 



zòo Capo Vili. - La legazioni di Parma e Piacenza, à^'c. 



8. - MINISTERI 
NEI CHIOSTRI 
DELLE SACRE 
VERGINI : A ESI- 
STENZA AI rOVE- 
Rl. 



Ma non era possibile che anche per questa specie di no- 
vità, onde la vita cristiana usciva rinnovellata di fresco vi- 
gore per intraprendere la riforma dei rilassati costumi e 
virilmente opporsi ai celati assalti dell'eresia, non sorgesse 
chi la biasimasse e combattesse. E pur troppo le furono 
avversar] quelli il cui ministero avrebbe dovuto metterli in 
obbligo di darle incitamento ed appoggio. 

Verso la fine della quaresima la maggior parte dei predi- 
catori cominciarono a sconsigliare la recente consuetudine 
dell'assiduo comunicarsi, che andava prendendo piede. La 
Dio mercè furono parole gettate al vento; che quanto più 
s'affannavano per ritenere il popolo dal salutare costume no- 
vamente introdotto, tanto meno trovavano ascolto ('). La 
protezione, in che il Legato aveva i due preti venuti seco, 
sembra ponesse freno alle ingiuste critiche di quei ministri 
della parola di Dio, o illusi in buona fede, o alcuna cosa in- 
fetti dal pestifero alito dell'eresia, che ammorbava sottil- 
mente tanta gente di chiesa, travolgendone infine parecchi 
all'estrema rovina. Ma partiti che furono il Fabro e il Lainez, 
si rinfocò più fiera opposizione; di che ebbero molto da sof- 
frire gli zelanti sacerdoti lasciati dai Padri a mantenere e pro- 
muovere le loro opere, e soprattutto quella dell'accostarsi 
spesso alle sorgenti di vita e di calore che sono i sacramenti 
destinati ad illuminare l'anima nell'atto che la riscaldano \^). 

ALTRO spazioso campo all'attività, specie del Lainez, 
aperse la riforma delle vergini votate a Dio (3). Ai 2 di 
giugno del 1540, con l'aiuto del d'Achille e del Domenech, 
aveva già in Parma dato gli Esercizj nel monastero delle 
Benedettine, a quel che può congetturarsi, di S. Alessandro, 
e ad altre religiose di diversi Ordini. Tre altri monasteri 
della città desideravano molto udirlo per lo stesso fine; 



(*) Cf . Tacchi Venturi, Storia, 
I, 230-233. Ivi si ha, col testi- 
monio del Fabro, cavato dalla 
sua dei 25 marzo 1540, una suc- 
cinta descrizione degli ostacoli 
anche altrove opposti alla propa- 
ganda per la comunione frequente. 

(') Cf. infra, p. 276. 

(3) Nelle lettere del b. Fabro 
non si legge che desse in Parma 



Esercizj a monache. Da que- 
sto silenzio tuttavia non si può 
assolutamente conchiudere che il 
Beato non esercitasse anche egli 
questo sacro ministero, stantechè, 
come a suo luogo notammo (cf. 
sopra, p. 247*), solo poche delle 
relazioni, le quali teneva obbligo 
d'inviare ogni settimana al p. 
Ignazio, ci sono pervenute. 



8. - Mimsteri nei chiostri di sacre vergini: assistenza ai poveri. 261 

egli anzi sperava estendere questo suo ministero a tutti i 
conventi di donne, soggetti alla giurisdizione del Vescovo. 

Della generale mutazione in meglio che fecero le Bene- 
dettine possediamo particolareggiate notizie dallo stesso 
Lainez trasmesse a Roma al Loiola. Narra le difficoltà e le 
contraddizioni che le monache, desiderose di sperimentare gli 
Esercizj, ebbero a sostenere dal loro confessore ordinario, un 
tempo, frate, e dalle più anziane delle religiose, che né in 
se stesse né in altre volevano punto saperne di quelle novità. 
Ma infine l'uomo apostolico trionfò d'ogni ostacolo. Tornò 
in fiore la vita comune, morta e sepolta daJunga pezza, con 
la povertà, prima conosciuta solo di nome; si spensero inve- 
terati rancori, ricomparve la pace e tutte, al dire del Servo 
di Dio, si applicarono ad espugnare il proprio volere e a 
resistere alle tentazioni; ridatesi davvero alla preghiera, alla 
fedele osservanza dei digiuni e di ogni altra austerità della 
regola (^). 

Fu in costume al p. Ignazio, sin dal sorgere della Compa- 
gnia, il raccomandare ai compagni e ai suoi figli l'uso delle 
opere di misericordia corporale verso dei poverelli. Nell'in- 
tenzione del Santo a quest'esercizio di carità non erano da 
serbarsi le prime parti; doveva congiungersi in varia misura, 
secondo le circostanze, coi ministeri, in se stessi più nobili e 
meritori, dell'insegnamento della dottrina cristiana, delle 
prediche, dell'amministrazione dei sacramenti. Con questo 
mezzo i missionari, unendo il dispregio del mondo alla pro- 
pria mortificazione, più copiose avrebbero attirato sulle loro 
fatiche le benedizioni di Dio, e i fedeli, per dimentichi o tra- 
scurati che fossero dei loro oltramondani destini, alla vista 
del sacerdote, sollecito, come il divin Maestro, del solUevo 
dei poverelli, più facilmente avrebbero raccolta dalle sue 
labbra la salutare dottrina evangelica (^). 

Da un passo di una lettera del Fabro si deduce che il 
santo Fondatore gli aveva inculcato di dare vita in Parma 
ad un'opera somigliante a quella già intrapresa in Roma 
l'anno precedente. Egli desiderava si adunassero in qualche 
luogo i mendicanti, affinchè con la limosina ricevessero istru- 

(^) Cf. Lainez, Mon., I, 4 sg. loro recarsi al concilio di Trento 

(*) Gran luce sparge sopra que- il 1546, nei Mon. Ignat,, ser. I, I, 

sto argomento l'Istruzione data 387 sg. Ci. Constitutiones Soc. 

ai pp. Lainez e Salmerone nel lesu, par. vii, cap. iv, n. 9. 



202 Capo VIIT. - La legazione di Parma e Piacenza, àfc. 

zione religiosa condizionata alla loro rozzezza. Il numero 
stragrande di questi meschini impedì nondimeno che la fe- 
lice idea venisse attuata. Secondo il computo, per nulla 
esagerato, del p. Fabro, si noveravano più di seimila e cin- 
quecento mendici, dei quali, circa la metà erano gente del 
contado, donde li cacciava la fame. Raccogliere in uno o 
più ospizj quest'esercito di famelici, impedire in tal guisa 
che più non vagassero attorno di porta in porta in cerca di 
pane, parve al Beato impresa da non potersi colà neppur 
tentare con esito probabile di buona riuscita. « Vero è, » 
conchiudeva egli umilmente, « che se fosse in noi maggiore 
destrezza nel promuovere la causa di Dio e non fossero 
tanto numerosi coloro che ci richieggono d'aiuto nelle cose 
dell'anima, potremmo con qualche maggior diligenza atten- 
dere anche a quest'opera» (*). 

Le memorie rimasteci non parlano che si passasse più 
oltre di questi pensieri e primi disegni. Pure è certo che i 
padri contribuirono in altro modo a sollevare la sorte me- 
schinissima di tanti famelici con le grandi limosine, che per 
le loro calde esortazioni più copiose del solito fornì la carità 
dei cittadini in sovvenimento di tanta miseria. Ricordarono 
il fatto gli Anziani di Parma in una loro lettera, a Costanza 
Farnese, nella quale così appunto ne scrissero. 



(*) Fabro, Mom., p. 23 sg. Il 
computo dei mendicanti datoci 
dal Fabro sembra discordi da ciò 
che scrivevano in proposito gli 
Anziani di Parma il 26 gennaio 
1540: « Vi sono circa a 3500 po- 
« veri mendici, che certo seriano 
« per perire di fame, se non si 
« facesse provisione, &c. ». Cf . 
Tacchi Venturi, Storia, I, 569. 
Però confrontando questo , rag- 
guaglio degli Anziani con l'altro 
sopra riportato del Fabro, pare 
si possa pensare che essi inten- 
dessero riferirsi ai soli poveri 
della città, tralasciati quelli del 
contado. Ecco infatti le parole de 
Beato: Se hallan hasta mas seis 
mil y quinientos pohres mendican- 
tes y tres mil entre ellos forastie- 



ros, 1. e. Queste notizie, nel resto, 
dovettero provenire da fonti, ab- 
bastanza sicure, di statistica con- 
temporanea. Sino dairS gennaio 
1540 il cardinal Legato, con par- 
tecipazione dei magnifici domini 
deputati sopra alli poveri men- 
dici, aveva mandato fuori una 
grida o pubblico bando a tutti i 
consoli di Parma, obbligandoli a 
portare in termine di tre giorni al 
magnifico Ludovico Cantelli la 
nota per nome e cognome di tutti 
i mendicanti sparsi nelle loro vi- 
cinanze. Cf. Arch. Comunale di 
Parma, Gridario, 1389-1542. (fo- 
gli non numerati). La Comunità 
non lasciò di provvedere alla 
sorte di tanti infelici. Oltre la 
lettera degli Anziani testé citata, 



8. - Ministeri nti chiostri di sacre vergini: assistenza at poveri. 263 

« Il R.mo et Ill.mo Monsignor Cardinale di Santo Angiolo, 
• legato costi alla venuta di S. R.ma Signoria condusse seco 
'. in questa città due preti di quelli che stanno in Roma et 
' fanno professione di povertà et costumi santissimi, agion- 
' gendoli anchora la dottrina et cognitione della sacra Scrit- 
<' tura. Hora questi preti tanto hanno operato in questa città, 
( sì con l'esempio della loro vita santissima, come con la dot- 
" trina et continove predicationi, che la maggiore parte di 
" questo popolo si è immutata nel vivere, di modo che si 
I frequenta la confessione et communione molto più del 
. solito e si fanno elemosine maggiori de quel che richiede 
« la conditione de questi tempi caristiosi e, brevemente, si 
e vede la città tutta convertita alla religione molto più de 
" quello che è stata per il tempo passato » (^). 

Ma è tempo di seguire il lavoro dei ferventissimi soci 
ignaziani in altra parte della Legazione, e innanzi tutto in 
Piacenza. 

vedi la deliberazione del 12 aprile (*) La lettera è del mar. 1540; 

1540 nello stesso Archivio, Ordx- vedine l'intero testo in Tacchi 
nationes Communitatis, 1540-41. Venturi, Storia, I, 572 sg. 




CAPO IX. 

FERVIDO APOSTOLATO DEI COMPAGNI IGNAZIANI 

IN PIACENZA, REGGIO, BRESCIA. BAGNOREA 

E NEL REGNO DI NAPOLI. 

(1540). 

I. Missioni del Lainez a Piacenza. — 2. Preparativi per la partenza 
dei padri dalla legazione: inutili pratiche per ritenerli. Il Lainez 
in Reggio. — 3. Buoni effetti delle fatiche apostoliche del Fabro 
e del Lainez. Ricordi spirituali del b. Fabro. — 4. La Compa- 
gnia del Nome SS.mo di Gesù. - 5. Claudio laio a Bagnorea e in 
Brescia. — 6. Prime opere della nascente Compagnia nel regno 
di Napoli. Nicolò Bobadilla inviato paciere tra Ascanio Colonna 
e Giovanna d'Aragona. — 7. Il Bobadilla in Calabria; sue prediche 
e opere in Bisignano e nella diocesi. 

PRINCIPALI FONTI CONTEMPORANEE: I. Fabro, Monumenta. - 2. 
Lainez, Monumenta. - 3. Carteggio degli Anziani di Parma col 
loro oratore in Roma. - 4. * Origine et fondatione del collegio di 
Parma. - 5. * Descrittione dell'origine et principio della Compagnia 
del Nome di Gesù. - 6. Epistolae PP. P. Broèti, CI. laji, S-c. - 
7. Bobadilla, Monumenta. - 8. Polanco, Vita Ignatii Loyolae 
et rerum Societatis lesu historia. 



RA INTENZIONE DEL FILONARDI, QUANDO 
condusse seco in Parma i due missionarj, di oc- 
cuparli con i ministeri spirituali, non in quella 
città soltanto, ma in tutta la legazione, segna- 
tamente in Piacenza che n'era precipua e nobilissima parte. 
E teneva così fermo in questo suo desiderio che, avendo 
dovuto il p. Pietro ai primi d'aprile 1540 recarsi a Brescia 
per visitare Angelo Paradisi, candidato della Compagnia, 
ivi caduto gravemente infermo, gli diede ordine di ripar- 
tirne come prima potesse; tanto che non fu possibile al Servo 
di Dio di accontentare i Bresciani, che pur volevano rite- 
nerlo qualche tempo a giovarsene nelle cose dell'anima (^). 
Or per quello che riguarda Piacenza, durante il 1539 e l'in- 
verno seguente, non si. ha traccia che né l'uno né l'altro vi si 

(') Cf. Fabro, Man., p. 26. 




1. - MIS'^IONI DEL 

LAIN^EZ A PIA 

CENZA. 



2^6 Capo TX. - Fenndn apostolato tUt compagni ignaztam, &(. 

trasferisse; e la cagione dovette essere la grave e lunga ma- 
lattia che dal 25 di aprile alla metà di luglio soprapprese il 
Fabro, mettendolo al tutto fuori di combattimento ('). 

Pertanto nel maggio del 1540 cominciano le escursioni 
del Lainez a Piacenza. Il Filonardi, che allora risedeva colà, 
vista l'eresia serpeggiarvi occultamente, instava perchè i 
due padri, o almeno il Lainez, vi si conducessero, offerendo 
a questo fine alla Compagnia un luogo stabile in certa 
casa presso S. Pietro. Se non che la malattia del Fabro e la 
partenza del Domenech, itosene in pellegrinaggio a Roma, 
ritardarono il poter sodisfare sollecitamente i giusti desiderj 
del Legato (*). Ma guarito che fu il Fabro, il Lainez, lascia- 
tolo in Parma col giovane Angelo Paradisi (3), ai 16 luglio 1540 
si trasferì a Piacenza di conserva con l'infaticabile suo com- 
pagno Paolo d'Achille. Due giorni dopo era già a predicare 
dal pergamo di quel duomo. Nella lettera, che poco appresso 
scrisse al p. Ignazio, mettendolo, giusta il solito, a parte del 
frutto già ottenuto e di quello maggiore che n'aspettava 
in futuro, ci vengono dati utilissimi ragguagli dell'efficace 
suo apostolato nel nuovo campo allora allora dischiusogli 
dal rappresentante del Sommo Pontefice. 

Frequente l'uditorio, primo fra tutti in assiduità ad udirlo 
monsignor Marco Vigeri della Rovere, vescovo di Siniga- 
glia, uomo non menò celebre per eccellenza di giudizio e di 



(^) Su questa malattia scrive 
il Fabro nel Memoì'iale, n. 19, p. 
499: « Ricordati anco quanto deb- 
bo io esser obbligato a messer 
Lorenzo e a messer Marino, in 
casa de' quali stetti infermo». In- 
vece di Marino {Marini nel testo 
latino), deve leggersi Massimo 
(Maximi). Il Beato intese rife- 
rirsi senza dubbio, a mio crede- 
re, a quel Massimo de' Capitani, 
specchiato sacerdote, suo disce- 
polo, nominato fra i fondatori 
della Compagnia del Nome SS. di 
Gesù. V. *Descrittione dell' origine 
et principio della Compagnia del 
Nome di Gesù, nell'Arch. della 
detta Compagnia in Parma, Reg. 
N. I, fo. 4. Un Marino non ri- 



corre tra gli edificanti devoti del 
Servo di Dio in Parma. Avver- 
tasi ancora che la lezione Maximi, 
oltre che dai Codd. del Mem. Ili, 
V (cf. Fabro, Mon., p. xxi), e 
forse anche da altri da me non 
consultati, fu ricevuta nell'antica 
versione in Castigliano testé edi- 
ta, nei citt. Mon., p. 861, n. 19. 
La lunga infermità del Fabro 
viene pure ricordata dal Lainez 
nella lettera dei 2 giugno 1540. 
Cf. Lainez, Mon., I, 6 sg. 

(-) Lainez al p. Ignazio, Parma, 
2 giugno 1540, in Lainez, loc. cit., 

P- 7 sg. 

(3) Cf. la lettera del d'Achille 
al Fabro, Piacenza, 31 ago. 1540 
in Velez, Cartas, I, 416. 



/. - Missioni del Lainez a Piacenza. 



267 



sacra dottrina, come chiaramente die a vedere nel sinodo 
Tridentino ('), di quello che fosse versato nell'arte difficile 
del reggimento dei popoli (*). Questo degno prelato, soste- 
nuti con vantaggio dell'Apostolica Sede i governi di parecchi 
de' suoi domini, teneva allora con titolo e ufficio di governa- 
tore quello di Piacenza, e nel custodire netta la città dall'in- 
sidianti eresie veniva spiegando un zelo quale era da atten- 
dersi da chi indi a non molto avrebbe solennenrente dichia- 
rato in concilio, dovere i Padri piuttosto morire in Trento, 
se così venisse richiesto per togliere il pericolo dello scisma, 
che salvare la vita propria, partendone con rischio di nuo- 
cere all'unità della Chiesa (3). 

Imbattutosi dunque nel padre Giacomo, e trovato in lui 
un predicatore della cattolica verità in tutto secondo il 
cuore di Dio, per gustare della sua schietta dottrina ed ac- 
crescergli credito prese ad intervenire puntualm.ente a tutti 
i suoi sermoni. Né il buon esempio fu senza frutto. Presto si 
avviarono le confessioni; quattro o cinque sacerdoti si rac- 
colsero negli Esercizi; il vicinato e la gente principale ven- 
nero a far visita al missionario offrendogli anche doni e limo- 
sine. Molti del clero e del laicato avrebbero voluto che co- 
minciasse subito la spiegazione degli Evangeli, come aveva 
fatto in Parma; ma a quel desiderio non consenti sulle prime^ 
parte perchè non sapeva quanto tempo sarebbe rimasto in 
Piacenza, parte perchè mirava ad attendere il ritorno delle 
molte famiglie uscite di città alle ville (♦). 

A questi consolanti principj tenne dietro più lieto pro- 
seguimento. Gli uditori crebbero e con essi le confessioni, 
specialmente dopo che dal duomo, troppo incomodo per il 



(') Ad acquistare giusta idea 
della parte attivissima presa dal 
Vigeri nelle più gravi materie 
trattate in Trento sotto Paolo III, 
come quella della giustificazione 
e del decreto per l'accettazione 
delle Scritture e delle tradizioni, 
basta il percorrere i Diarj del Se- 
veroli e del Massarelli editi dal 
Merkle. Cf. nell'indice, s.v. Seno- 
galliensis episcopus i molti luoghi 
nei quali di lui si fa menzione. 
Vedi pure in Pallavicino, lib. 



vili, cap. IX, n. 10 la lode dallo ,,lo- 
rico della al voto del Vigeri sopra 
varj articoli della giustificazione. 

(^) « Vir consultissimi iudicii, 
« usuque rerum insignis. Pice- 
« num, Bononiam, Anconam, Par- 
ti mam, Placentiamque fraenavit ». 
« Così I'Ughelli, II, 877. 

(3) Cf . Pallavicino, lib. ix, cap. 
XV, n. 7. 

(*) Lainez al p. Ignazio. Pia- 
cenza, 16 sett. 1540, nei Mon., 1, 
9 11^ 



208 Capo FX. - Fervido apostolato dei compagni ignaziani, &c. 

freddo, passò a predicare in una delle due chiese che avevano 
allora i Servi di Maria, e dovette essere o la Madonna di 
Piazza o S. Anna. Là appagò i Piacentini, tenendo tre volte 
la settimana lezione sopra il Vangelo di s. Matteo; e tanto 
era generalmente il fervore degli ascoltanti nel secondare lo 
zelo del predicatore, che questi scriveva il 12 di decembre 
di essere così stretto dalle occupazioni col prossimo da non 
trovare innanzi sera tempo per ristorare le forze col cibo(*). 
Il soggiorno del Lainez in Piacenza ricorda il mutamento 
d'un uso fino allora seguito nel suo tenore di vita e, a quanto 
pare, anche in quello di tutti i primi compagni del Loiola. 
Fino all'autunno del 1540 avevano costumato di non ac- 
cettare limosina alcuna. Animati da eroico spirito di povertà 
non provvedevano alle naturali esigenze del vivere altri- 
menti che limosinando di porta in porta. Ora, per consiglio 
ed esortazione d'Ignazio, da lui venerato qual padre, co- 
minciò a non rifiutare la carità che, non chiesta, venivagli 
offerta dai pii fedeli in cui prò con tanto abbandono spen- 
deva tutto se stesso (*). 



2. - PRBPAF \TIVI 
PER LA PARTENZA 
DEI PADRI DALLA 
legazione: INU- 
ti i.! pratiche 
per rithnerve- 

Ll: IL LAINEZ IN' 
REGGIO. 



M 



ENTRE il Lainez dava principio alla predicazione in Pia- 
cenza e il Fabro, rimesso in salute, riprende vaia in 
Parma, ecco spargersi la notizia della loro imminente dipar- 
tita. Per verità fino dal marzo s'attendevano entrambi d'es- 
sere richiamati; ma poi, o per la malattia del Fabro o per qual- 
siasi altra cagione, rimasero fermi al loro posto (3). Verso il 
20 di agosto corse voce che il Papa era sull'inviare il Lainez 
in Francia e il Fabro in Ispagna. Non ci volle di più perchè 



(«) Cf. le lettere dei 18 nov., 2, 
12 dee. 1540, in loc. cit., pp. 12- 
16. Mancano i dati per deter- 
minare in quale delle due chiese 
possedute allora dai Serviti in 
Piacenza, la Madonna di Piazza 
e Sant'Anna, passasse il Lainez 
a predicare. Il rev. dott. Gae- 
tano Tononi nella memoria, llp. 
Lainez a Piacenza (nel Numero 
unico in onore di mons. Casella) 
scrisse che il Servo di Dio pre- 
dicò tre volte la settimana in 
S. Matteo. Ignoro donde la no- 



tizia sia stata attinta: le lettere 
laineziane ci dicono solo che egli 
in quel tempo spiegava il Vangelo 
di s. Matteo, non già che le le- 
zioni si tenevano in una chiesa in- 
titolata all'evangelista di questo 
nome. Cf. le lettere dei 18 nov. 
e 2 dee. 1540, loc. cit., p. 13 sg. 

(-) Cf. PoLANCO, Chron., I, 83; 
RiBADENEiRA, Vida del P. M. D. 
Laynez, cap. 11, p. 9. 

(3) Cf. Fabro ai pp. Codacio e 
Francesco Saverio, Parma, 25 
marzo 1540, in Mon., p. 24. 



2. - Preparativi per la partenza dei Padri dalla legazioru, &c. 269 

il fiore della cittadinanza parmense si desse premura di otte- 
nere la revoca, almeno parziale, di un ordine tanto grave alla 
loro pietà. Ai 29 dello stesso mese gli Anziani scrivono una 
calzantissima lettera ai loro oratori in corte di Roma, Fede- 
rico del Prato ed Angelo Cantelli. Ricordato dapprima in 
termini di amplissima lode tutto il bene dei due venerandi 
preti, cosi li -chiamano, operato in Parma, e la consolazione 
che ne provava ogni ceto di cittadini, commettono loro di 
supplicare Sua Santità si degni rilasciare a quel devoto po- 
polo un d'essi almeno, possibilmente il Lainez, come quegli 
che era predicatore, e ciò, quando non si potesse più oltre, 
per tutta la prossima quaresima ('). 

Gli Anziani tuttavia erano stati prevenuti in questo 
maneggio da Giacoma Pallavicino, Informata la nobil donna 
dell'imminente partenza del Fabro, aveva fatto ricorso alla 
celebre Laura Pallavicino, avvezza a spuntarla sempre, 
scongiurandola de' suoi buoni uffici presso il Cardinale di 
Santa Fiora, vescovo di Parma, affinchè impetrasse da Pao- 
lo III che il Fabro rimanesse colà(^). Tutto fu indarno, 



(*) Cf. la lettera degli Anziani, 
Parma, 29 ago. 1540, in Tacchi 
Venturi, Storia, I, 573 sg. La 
nuova della partenza di uno dei 
padri per la Francia, ricordata da- 
gli Anziani in questo dispaccio, era 
al tutto insussistente ; essa sem- 
bra debba piuttosto attribuirsi ad 
uno scambio con l'Irlanda. Non 
si ha infatti memoria che nel 1540 
si trattasse di missioni in quel 
regno; bene invece trattavasi in 
quel tempo di mandare in Irlanda 
alcuno dei nuovi chierici messisi 
a disposizione della Santa Sede. 
Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 159. 

{*) Fabro ai pp. Ignazio e Co- 
dacio, Parma 1° sett. 1540, in 
Mon., p. 34. Il Fabro indica sem- 
plicemente le due dame con i ter- 
mini, la senora Jacoba e la senora 
Laura. È però certo che per la 
prima va intesa Giacoma Palla- 
vicino e per la seconda, Laura 
Giacoma dello stesso casato, fi- 



glia di Federico e sposa del con 
te Gianfrancesco Sanvitale. Sin- 
golarissima potenza godette co- 
stei in Parma. Nel 1537 volle ed 
ottenne il richiamo del governato- 
re Gian Angelo de' Medici, con 
il quale l'aveva rotta terribil- 
mente. È da leggere la lettera, 
che questi nell'agosto 1540 scrisse 
al card. A. Farnese, nella quale 
lamenta i pretesi privilegj che 
la dama si arrogava per sé e per i 
suoi. Ci. Arch. di Stato in Parma. 
Carteggio Farnesiano, 1540. Il 
Fabro la chiama par tenta del Pa- 
pa. Ed ebbe infatti certa affinità 
col Pontefice, avendo il figlio di 
lei Alfonso sposato nel 1539 Giu- 
liana Farnese, figlia di Galeazzo, 
pronipote di Paolo III. Cf. Lit- 
TA, Famiglia Sanvitale di Parma, 
tav. II; Famiglia Farnese, tav. 
VII. Anche il Pontefice ai io a- 
gosto 1542 in un Breve in fa- 
vore di Laura e del figlio Alfonso, 



t 



270 Capo rX. - Fervido apostolato dei compagni ìgmiziani, &c. 

per lui, se non per il Lainez. Che il Servo di Dio verso 
gli ultimi di settembre dovette incamminarsi, in qualità di 
teologo, alla volta di Wormazia col dottore don Pietro 
Ortiz, mandato da Carlo V ad un di quei frequenti colloquj 
di religione, riusciti sempre sterili, se non dannosi, alla causa 
cattolica (*). 

Il Lainez invece, se fu concesso alle preghiere dei buoni 
parmigiani, si rimase però la maggior parte del tempo in 
Piacenza, dov'erasi recato verso il i6 luglio. Poi, quando 
sul principio di decembre Parma credeva di riaverlo otte- 
nuto, se lo vide tolto per un buon mezzo mese dal cardinal 
Marcello Cervini. Il quale, provveduto sin dal io luglio 1540 
di un amplissimo Breve di Paolo III per procedere alla 
riforma dei monasteri della sua diocesi e città di Reggio 
nell'Emilia, aveva posto gli occhi sul Lainez per valersene 
a rimettere l'osservanza in quello di s. Tommaso (*). Se- 
condo i dispacci dell'ambasciatore parmense Federico del 
Prato, già ai 4 decembre 1540 si era data parola dal cardi- 
nale Cervini che il p. Giacomo, compiuta la missione in 
Reggio, si sarebbe ricondotto in Parma per faticarvi, finché 
non gli giungesse altra commissione del Papa (3). Se non 
che, quasi nello stesso tempo, il Loiola impetrava da Paolo III 

diretto a Ludovico Milanesi, go- Fabro, Mon., p. 61. Dopo ciò 

vernatore di Parma, dice di Al riconosco con l'Editore dei Mo- 

fonso: « De nobis bene meriti et af numenta del Fabro, p. 6o4, che 

« finitale etiam carnium nobis co- non può più sostenersi quanto a- 

« niuncti ». Arch. Vaticano, Mimtt. vanti la pubblicazione della pre- 

BreviumPaulilII.n. 25. e-pist. 66^. detta lettera dei 25 gen. ebbi a 

(') Fabro, Memoriale, n. 20, scrivere nel voi. I, 570^. 
nei Mon.. p. 499. Non è possibile (-) Il Lainez giunse in Reggio 
di determinare, allo stato presen- il venerdì 31 decembre, e la di- 
te delle fonti, il giorno della par- mane cominciò a predicare alle 
tenza del Fabro. Il Lainez seri- monache. Vedi la sua lettera dei 
veva da Piacenza il 16 settem- 2 gen. 1541 al p. Ignazio e l'al- 
bre che l'Ortiz. col quale il b. Pie- tra del Cervini al Lainez, Roma, 
tro viaggiava, non era ancora ar- 5 feb. 1541. in Lainez, Mon., 1, 
rivato, ma che lo stavano aspet- 17-19. Il breve di Paolo III mi 
tando da un dì all'altro. Lainez, venne fatto di trovarlo nell'Arch. 
Mon., 1, li. Bai Memotiale, ìoc. di Stato in Reggio E., P.ovv,- 
cit., conosciamo l'arrivo in Wor- gimii del Comune di Reggio, 1541- 
mazia (25 ottobre), confermato 1543, fo. iiyv. 
dalla lettera dello stesso b. Pie- (3) Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
tro, da Spira 25 gen 1541. Cf. ria, l, 578. 



j. - Buoni eff'etti delle fatiche apostoliche del Fabro e del Lainez. 2 7 r 

la facoltà di richiamare a Roma i compagni sparsi per l'Italia, 
a fine di eleggere il primo superiore generale di tutta la Com- 
pagnia, da poco più di due mesi solennemente approvata ('). 
Partì dunque con rincrescimento da Reggio il Lainez, senza 
avere potuto appagare né i devoti di Parma, né quelli di 
Piacenza; il perchè questi ultimi con nuova dimostrazione 
di affetto proposero nel Consiglio della loro città d'impe- 
trarne dal Papa il ritorno (*). 

Così al declinare del 1540 il Fabro e il Lainez ponevano 3. - «ioni hf. 
termine alle fatiche prodigate in Parma e Piacenza, ca- T^oltt Tpostou' 
piluoghi della legazione, e in dieci o dodici delle circostanti «^•"'' °^^ ''*b'*o 
grosse borgate (3). Il bene che vi avevano operato non do- colm spiTitua'^li 
veva passare con la loro partenza. Allontanatosi appena "«l b. fa.6ro. 
da Piacenza, il p, Giacomo descriveva al p. Ignazio e ai con- 
fratelli di Roma il frutto ivi raccolto, schiettamente espo- 
nendo nei giusti loro termini lo stato genuino delle cose. 
« Feci l'ultima predicai, così egli, « e presi commiato il giorno 
degli Innocenti, non senza molte lagrime e dolore quasi uni- 
versale della città, che ora, a quel che sembra, cominciava 
ad aprire gli occhi e a riscaldarsi. Infatti, contro la consue- 
tudine, nell'avvento si confessò una grande quantità di gente, 
ed ascoltai le confessioni di quasi tutte le principali signore 
con quelle di molte altre, che le avevano precedute o le se- 
guirono; di guisa che da mezzo giorno all'Ave Maria sempre 
fui occupato in questo ministero; e pure molti sono rimasti 
senza confessarsi, per essermene mancato il tempo ». 

« Inoltre i^lcuni sacerdoti, che fecero gli Esercizj, sono sì, 
ben fondati, non però tanto che basti perchè frequentino il 
confessarsi. Mi hanno promesso che lo faranno presso altri 
buoni religiosi: di molti, credo terranno parola, di molti ne 
dubito. Nostro Signore li assista; che al certo quella città 
ha bisogno di aiuto, così per le cose dette, come perchè vi 
sono due i quali seminano zizzania e maggiormente ciò fa- 

(') Cf. PoLANCO, Chron., I, 90. « La ciudad a hablado en consejo 

{') Senza esito favorevole riu- « para escribir al papa qua me 

scirono le ricerche da me fatte « tome a enviar ». Mon., I, 17. 

nell'Arch. Comunale di Piacenza, Ciò penso debba attribuirsi alla 

per rintracciare la deliberazione lacuna che ha la serie delle Pro 

del Consiglio, cui accennò il Lai- vigiani, proprio all'anno 1540. 
■ez il 2 gen. 1541 con le parole: (3) Cf Polanco, CA^ow.. I, 83. 



272 Capo fX. - Fervido apostolato dei compagni ignazia/n, &c. 

ranno in nostra assenza » ('). Fin qui il Servo di Dio, rica- 
pitolando senza esagerazioni il successo del lavoro compiuto 
in Piacenza. Alle sue industrie sembra possa anche attri- 
buirsi il provvedimento indi a poco sancito dalla pubblica 
autorità per impedire la profanazione dei luoghi sacri desti- 
nati al culto, abuso tanto frequente in Italia e altrove nella 
prima metà del secolo xvi (*). Il bando infatti, che sotto il 
14 aprile 1541 prumulgò il governatore mons. Marco Vigeri 
della Rovere, proibiva « ad ogni persona di qualsivoglia 
« grado, stato e condizione il passeggiare nelle chiese di Pia- 
« cenza dal predetto giorno durante tutta l'ottava di Pasqua, 
(» sotto pena d'uno scudo d'oro per qualunque persona et 
u volta, et più e meno secondo la qualità delle persone »: 
proibizione che non sarà avventato metterla nel novero dei 
benefìci effetti provenuti in occasione delle prediche del 
Servo di Dio (3), 

Quanto poi al frutto cavato in Parma, se attendasi alla 
eccellenza e alla maggiore universalità dell'apostolato dei due 
Preti riformati, specie del p. Lainez (*), il più e il meglio dovrà 
riporsi in quella scelta mano di sacerdoti e laici, studiosi della 
vita perfetta, divenuti con l'esempio e le parole propagatori 
della frequente comunione e di ogni altra pia opera. Essi, 
innanzi di separarsi da lui, lo richiesero con vivissime istanze 
si compiacesse dar loro alcuna memoria, se non della per- 
sona sua (che in questo sapevano bene non li avrebbe esau- 
diti), almeno delle regole da osservare nel cammino interiore, 
quando, partito lui, non avrebbero più avuto altro maestro. 



(') Lainez, Mon., I, 17. 
{") Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I. 177-183. 

(3) Cf. ^Lettere di Governo, Re- 
gistro O (1304-1545) fo. 90 V, in 
Arch. Comunale di Piacenza. 

(4) Alcuni biografi del Fabro 
scrissero che il Lainez, poco stante 
il suo arrivo in Parma, fu man- 
dato a Piacenza, lasciando colà 
il Beato a sostenervi il peso delle 
fatiche. Cf. Boero, Vita del h. 
Fabro, p. 39; Cornely-Scheid, 
p. 40. Il lettore, che conosce i fat- 
ti secondo le fonti di prima mano. 



non ignora che il Lainez lasciò 
Parma per recarsi a fruttificare 
in Piacenza, soltanto a mezzo il 
luglio 1540, cioè un anno dopo 
da che vi era arrivato insieme 
col cardinale Filonardi. Ricordisi 
inoltre che il Fabro giacque in- 
fermo in Parma tre lunghi mesi; 
donde segue che propriamente, 
non egli, ma il Lainez portò più 
lungamente il peso delle fatiche; 
il che sia avvertito, non per de- 
trarre menomamente ai meriti 
del b. Pietro, ma pel rispetto do- 
vuto alla verità. 



j. - Buoni effetti delle fatiche apostoliche del Fabro e del Lainez. 273 

Non ebbe cuore l'umilissimo padre di contristarli con un di- 
niego, e dettò, secondo volle intitolarlo, un Ordine et aiuto di 
perseverare nella vera vita Christiana et spirituale (^). Se il 
breve scritto fu agli affezionati figliuoli prezioso ricordo di 
amatissimo padre, riesce per noi documento validissimo a 
conoscere in fonte i principj, onde informavasi l'ascetica del 
Servo di Dio inculcata a questi devoti, viventi nel secolo, 
ma desiderosi di vita perfetta. Né siffatta ascetica deve 
credersi così propria del Fabro, che altrettanto noi fosse 
degli altri compagni ignaziani, i quali l'avevano derivata im- 
mediatamente da una medesima sorgente, vale a dire dagli 
ammaestramenti del Loiola e dai suoi Esercizj spirituali. 

Certo niun critico potrebbe presumere di avervi a trovare 
di grandi novità: che l'arte d'incamminare e promuovere 
le anime non appartate dal mondo al conseguimento della 
perfezione era bene antica nella Chiesa cattolica, e, per re- 
stringerci all'età più vicine al primo apparire dei Preti rifor- 
mati, luminosissime pleiadi di santi uomini delle venerande 
religioni dei Predicatori e dei Frati Minori ne avevano man- 
tenuta e tuttavia ne mantenevano perenne ed incorrotta 
la tradizione. Ciò nonostante è pur vero che in qn^st'Ordine 
et aiuto del nostro Beato non manca un elemento nuovo, il 
quale, non tanto consiste nelle pratiche della vita cristiana, 
che sono dapertutto le medesime, quanto nella preferenza 
data nell'uso e nella misura di alcune di esse. 

Vi si trova infatti inculcato l'accostarsi frequente all'Eu- 
carestia, considerandola quasi il cuore della vera vita cristiana 
e spirituale. E appunto, perchè trattasi di nutrimento vi- 
tale, si ricorda loro: « Non vogliate mai mancare di confes- 
« sarvi et communicarvi almeno ogni settimana una volta »; 
assiduità che aveva allora dello straordinario, ed era, per un 
cumulo di estrinseche difficoltà, più difficile ad ottenersi che 
a' tempi nostri non sia quella di chi ogni giorno accede alla 
sacra mensa. Esce pure dal consueto la prudente discretezza 

(^). Già noto ed usato sino dai mercecchè né l'autore né il giova- 

primi biografi del Beato, quale ne Paolo d'Achille, che era allora 

rOrlandini, il documento rivide al suo fianco e quasi segretario, co- 

recentemente la luce in un testo noscevano tanto la nostra lingua 

proveniente dall'autografo del da usarla nella forma letteraria 

Fabro, testo, a mio credere, no- che troviamo in questi ricordi, 

tevolmente ritoccato nello stile; Cf. Fabro, Man. pp. 39-43. 

Storia della Compagnia di Gesti in Italia, II. i8 



2 74 Capo IX. - Fervido apostolato dn compagni ignaziam, &c. 

nel prescrivere l'orazione mentale e la vocale. Quanto alla 
prima suggerisce che ogni sera, avanti di coricarsi, inginoc- 
chiatisi, si richiamino alla memoria « le quattro cose ultime, 
« cioè la morte, il giudicio, l'inferno et il paradiso, stando 
« sopra di quelle per spacio di tre padri nostri e tre ave- 
« marie »; quindi facciano l'esame di coscienza, considerando 
primieramente i beneficj ricevuti da Dio e ringraziando- 
nelo; appresso rintraccino i peccati commessi in quel giorno, 
pentendosene con proposito di confessarli nel tempo deter- 
minato. La mattina poi li esorta che, avendo tempo, in- 
nanzi al Crocifìsso e nella Messa ponderino qualche parola 
o qualche azione di Cristo, nella quale possano specchiarsi 
ed eccitarsi a bene. Rispetto infine alle preghiere da reci- 
tare, non altro prescrive che tre Pater ed Ave dopo l'esame 
della coscienza la sera ed altrettanti la mattina appena levati, 
affinchè il Signore, propiziato al primo sorgere del nuovo 
giorno, custodisca i loro cuori mondi da colpa e alle anime 
dei fedeli trapassati accordi refrigerio e la luce dell'eterna 
sua gloria. 

Queste sì moderate pratiche di orare vocalmente non 
danno però diritto a concludere che il Beato altre ancora non 
ne supponesse fruttuosamente, secondo la devozione di cia- 
scuno, praticate dai suoi alunni. Poiché, raccomandata, 
siccome udimmo, la confessione e comunione settimanale, 
prosegue subito: « L'altre cose spirituali, dico l'oratione et 
« meditatione, nelle quali sete soliti occuparvi ogni giorno, 
« fate che tutte siano ordinate a qualunque o a tutti questi 
« tre effetti, cioè, ad honore del Signor Iddio et delli santi 
« suoi, alla salute vostra et alla salute del prossimo, vivo et 
« morto ». ' 

Se l'illuminato maestro, come ognun vede, rifuggiva di 
caricare i discepoli con molteplici pii esercizj, lodevoli in se 
stessi, ma pur troppo non sempre accoppiati con intenso 
studio delle solide virtù, mirava in quella vece a renderli 
eccellenti in governarsi sempre alla stregua di sodissimi prin- 
cipi soprannaturali che fossero incrollabili sostegni da impo- 
starvi sopra la vita. Tali erano le semplici, ma tanto sostan- 
ziose massime della celebre meditazione del fondamento degli 
Esercizj spirituali, già da lui loro proposta con quella rara 
perizia che egli, meglio di qualunque altro dei confratelli, pos- 



j, - Buoni effetti delle fatiche apostoliche del Fabro e del Laimz. 275 

sedette a giudizio del padre Ignazio (^). Più che ogni illustra- 
zione dello storico torna utile udire lo stesso padre Pietro, il 
quale sul termine della sua sapiente istruzione si fa a riepi- 
logare siffatti principj, novamente ribadendo essere ivi ri- 
posto il vigore d'ogni ordine ed aiuto alla verace perfezione; 
ivi trovarsi il sempre acceso fanale, al cui lume indirizzando 
col divino aiuto il corso della vita terrena, non potevano 
fallire al porto sicuro della eterna nel cielo. « Quanto poi 
« tocca alla vita corporale e temporale, ordinate le vostre in- 
« tentioni et affettioni di modo che il vostro primo obietto 
« in ogni esercitio corporale sia a laude di Dio et alla salute 
« dell'anima vostra et dell'anime che sono dentro a quelli 
« corpi per le quali v'affaticate. Di modo fate, che Dio sia 
« il primo che vi mova a tale fatica, o anche al riposo. Il se- 
« condo sia l'anima vostra: dopoi l'anima vostra, per ninna 
« cosa vi vogliate affaticare più, che per l'anima del prossimo 
« vostro, o di casa o di fuora; dopo l'anima del prossimo, l'in- 
« tencion vostra sarà il corpo vostro: dopo il corpo proprio, 
«.sia il corpo del prossimo, et per ultimo sia la robba et al- 
« tre cose necessarie per li corpi. Guardatevi dunque bene che 
« in queste cose non si trova disordine, il quale non sarà, se 
(^ voi non cercarete la robba, se non tanto quanto è neces- 
u saria alli corpi, et che li corpi vogliate in quello essere che 
« meglio sia per l'anima; et finalmente l'anima che sia con- 
« formata al volere di Dio. Et bisogna cominciare da que- 
« st'ultimo, cioè metter prima l'anima nel suo debito ordine, 
« dopoi cercare l'altre cose già dette, secondo che più o meno 
<i gioveranno per l'anima, non facendo come quelli, li quali 
« vorriano prima ordinarsi nella robba et quanto alli corpi, 
H pensando poi ordinar bene l'anima sua. Similmente, quanto 
« tocca al prossimo, guarda che l'anima sua, potendosi fare, 
« sia prima provista che non è il tuo proprio corpo; di modo 
« che, se un medesimo rimedio fosse in poter tuo per difen- 
« derti dalla morte corporale et lui dalla morte dell'anima, 
« che saria il peccato mortale, tu devi più presto provvedere 

(^) « Hablando de los Exer- « y à Jerónimo Doménech. Dizia 

« cicios, dizfa de los que conocfa « también que Estrada dava bien 

« en la Comparila, el primer lugar « los de la primera semana ». Così 

« en darlos tuvo el p. Fabro, el il Gonzalez nel Memoriale, in 

« segundo Salmeron, y después Mon. Ignat., ser. IV, I. n. 226, 

« ponia à Francisco de Villanueva p. 263. 



276 Capo TX. - Fervido apostolato dei compagni ignaziani, &c. 



4. - LA COMPA- 
GNIA DEL NOMB 
SS. DI GESÙ. 



« a tal mal del prossimo, che al tuo corporale. Se questo or- 
« dine guarderete nel spiritual vostro et nel temporale, que- 
« sta sarà la vera memoria che vorrei lasciarvi al presente, 
« pregandovi quanto posso vogliate pregare il Signor Iddio 
« per me et per tutti li miei fratelli in Christo » ('). 

TALI erano i salutari documenti che ai 7 di settembre 1540, 
uscendo dalla legazione, il Beato lasciava ai diletti figli, 
apponendovi una soscrizione di umiltà e di affetto ripiena, 
qual era questa: «Vostro in Cristo Gesù come fratello 
« et padre spirituale, don Pietro Fabro ». Partito lui e 
il Lainez, continuarono gli esercizj dai servi di Dio util- 
mente introdotti tra quei devoti, i cui nomi più notevoli 
ben conosciamo. Furono essi il già ricordato Giovanni Bat- 
tista Pezzana, parroco di S. Alessandro, entrato di poi nella 
Compagnia, don Massimo de' Capitani, l'amorevole ospite 
del b. Fabro nella sua lunga infermità, i due Giovanni, Carobi 
e Belli ('); chiamati dal popolo, come il Fabro e il Lainez, 
preti contemplativi o contemplanti ed anche preti santi (3). 

Or avvenne a costoro ciò che già era seguito con Ignazio e i 
compagni parigini. Stretti da principio col solo vincolo d'un 
medesimo spirito e della comunanza nelle opere buone, specie 
nel promuovere la frequente confessione e comunione, par- 
titi quei loro maestri in santità, si costituirono in un pio 
sodalizio di sacerdoti e di secolari, detto dapprima la Com- 
pagnia di Gesù e di lì a poco, ad evitare equivoci con l'Ordine 
dello stesso titolo, poco prima approvato da Paolo III, la 
Compagnia del Nome Santissimo di Gesù. 

Il fatto andò in questa forma. Capitò in Parma un certo 
Rinaldo, pio e ardente laico milanese. Costui, segno ca- 
ratteristico dei tempi, ottenne da Nicolò Bozzalli, vicario del 
vescovo, la facoltà di annunciare la parola di Dio e cominciò 



(') Fabro, Mon., p. 43. 

(^) Sono ricordati nella *Descrit- 
tione dell'origine et principio della 
Compagnia del Nome di Gesù &c. 
nell'Arch. della medesima in Par 
ma, Reg.o i, § 2, fo. 4. In luogo 
di Belli, il breve documento edi- 
to col titolo P. P. Fahri gesta 
Parmae (Fabro, Mon. p. 37) porta 
Bolli, credo tuttavia sia lezione 



errata. 'L'Origine e fondatione del 
collegio di Parma, fo. 3 (in R. 
Arch. di Stato in Parma Gesuiti, 
di Parma, Maz. A) omette il 
Belli, e in quella vece, oltre ai 
tre menzionati, ci dà i nomi di 
don Giovanni de' Bianchi, don 
Silvestro Landini, don Pietro de' 
Mussini. 

(3) ^Origine e fondatione, fo. 3. 



4- - La Compagnia del Nome SS.'"' di Gesti. 



277 



a farne uso il 1° gennaio 1541, in quel medesimo oratorio della 
Disciplina a Porta Nuova, già campo delle fatiche del Fabro 
e Lainez. Trattò con grande efficacia di spirito della neces- 
sità d'insegnare a' fanciulli la dottrina cristiana; e l'effetto 
del sermone fu che un centinaio d'uditori, tra i quali abbon- 
davano i discepoli e devoti dei due compagni ignaziani, si 
sentissero mossi ad abbracciare un esercizio di carità tanto 
profittevole. Il dì dell'Epifania si rifece sull'argomento, e in 
questo giorno appunto si dette principio ad una confraternita 
o Compagnia di Gesù, per attendere a vita esemplarmente 
cristiana e alla coltura della tenera età nei rudimenti del 
catechismo, costituendone primo rettore Francesco Palmio, 
non ancor sacerdote (^). 

Esaminando i capitoli della confraternita, si scorge a 
prima vista che il compilatore o fu discepolo dei pp. Pietro 
e Giacomo o venne interamente formato alla loro scuola. 
Il metodo o magistero che vi si traccia per condurre le anime 
a vita perfetta è il medesimo che or ora considerammo 
nei ricordi del Fabro. Uno dei punti fondamentali, circa 
la santità interiore, è la frequenza dei sacramenti. A tutti 
facevasi obbligo di accostarvisi una volta il mese, la prima 
domenica; non vi mancava però una tacita esortazione a 
farlo anche le altre domeniche e specialmente nelle feste 
solenni. Due appositi capitoli, il xxvii e xxviii, trattavano 
« del modo et ordine di governare i putti che verranno nel 
« oratorio della Compagnia » e del metodo da tenere per 
istruirli nella dottrina cristiana. 

Rispetto a quest'ultimo punto notevolissima è la menzione- 
dei p. Lainez. Dopo un preambolo sull'eccellenza e utilità 
di quest'esercizio di misericordia spirituale e l'ordinata enu- 



(^) *Descrittione, loc. cit., fif. 4-6. 
La Compagnia nacque dunque il 
6 gen. 1541, cioè dopo più di tre 
mesi e mezzo dalla partenza del 
Fabro; però non fu eretta cano- 
nicamente avanti l'S luglio 1543, 
quando il cardinal penitenziere 
maggiore Antonio Pucci per ispe- 
ciale mandato vivae vocis or acuto, 
ricevuto da Paolo III, ne fece la 
erezione canonica e l'arricchì di 
privilegj. L'indulto o diploma è 



diretto a Francisco de Palmia pre- 
sbitero e a Ferrasio de Fano [de 
Ferrasii] laico parmense. L'ori- 
ginale, secondo un indice, posse- 
duto ancora dalla stessa Compa- 
gnia, si conservava nei tempi an- 
dati nell'archivio vescovile di Par- 
ma; ve lo ricercai, ma indarno, 
nel 1899. Dovetti quindi fare 
uso di una copia, anzi che no 
scorretta, appartenente all'archi- 
vio del sodalizio. 



278 Capo IX.- Fervido apostolato dei compagni ignasiam, éfc. 

merazione dei capi della fede da fare apprendere ai fanciulli, 
si aggiunge che « quando havranno bene apparate queste 
« cose, se gli insegnerà il libretto di don Jacomo spagnolo » ('): 
fuggevole accenno, ma più che bastevole ad accertare la parte- 
cipazione del compagno ignaziano nella bell'opera parmense. 
Di qua ancora si ha validissimo argomento per riconoscere 
nel p. Lainez, e non nel Doménech o nel b. Canisio, il primo 
autore della Compagnia che dettasse un testo di catechismo 
pei piccoli, nel quale si porgesse loro conveniente spiega- 
zione dei primi principi della fede cristiana già mandati a 
memoria (*). 

Tale fu dunque la parte che il Fabro e il Lainez ebbero 
nelle origini della Compagnia parmense del Nome SS.mo di 
Gesù, aggregata di poi l'anno 1561 all'arciconfraternita ro- 
mana di S. Giovanni Decollato, e da quel tempo insignita 
altresì del titolo secondario del santo Precursore. In istretto 
rigore di termini né l'uno né l'altro dei due Preti riformati 
può dirsi fondatore del sodalizio, come pure fu scritto e sem- 
pre ripetuto rispetto al b. Fabro (3). Tuttavia, se si risguarda 
la condizione dei primi fratelli, tutti discepoli del Servo di 



(') I Capitoli conservansi mss, 
in Parma, nell'archivio della Com- 
pagnia del Nome di Gesù in un 
codicetto della seconda metà del 
cinquecento. Portano ancora il 
titolo primitivo del sodalizio: Ca- 
pitoli detta Compagnia di Gesù. 
Una mano posteriore, credo del 
secolo seguente, sostituì « Con- 
gregatione » a « Compagnia », sen- 
za però cancellare la dizione pri- 
mitiva, e vi fece anche per tutto 
il resto parecchie correzioni o di 
pura forma, o prettamente orto- 
grafiche, collo scopo evidente di 
preparare un nuovo testo per 
trascriverlo o darlo alle stampe. 
Alcuni passi dei Capitoli, non 
privi d'interesse per la storia di si- 
mili compagnie, pubblicò il rev. 
canonico don Pietro Zarotti, nel- 
l'opuscolo anonimo Brevi cenni 
storici intorno alla pia istituzione 
della Dottrina cristiana in Parma, 



Parma, Tipografia della Provin- 
cia, 1897, pp. 6-10. 

(^) Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I, 296 sg. Penso che il li- 
bretto corresse solo manoscritto: 
di qua appunto l'essere passato 
inosservato ai più diligenti bi- 
bliografi, quali il Sommervogel e 
il Braunsberger nell'egregio suo 
opuscolo Entstehung und erste 
Entwicklìtng der Katechismen des 
sei. Canisitis &c., ed anche nelle 
Epistulae, II, 883-892. 

(3) Cf. Orlandini, Vita, lib. 
I, cap. VI, p. 20; Bartoli, Italia, 
lib. I, cap. IX, p. 92; Boero, Vita 
del B. P. Fabro, p. 50; Cornelv- 
ScHEiD,*pp. 45, 49. Anch'io non 
ebbi difficoltà d'indicare la Con- 
fraternita parmense, quale fonda- 
zione dei due compagni ignaziani, 
soltanto però nel senso descritto 
qui sopra. Cf . Tacchi Venturi, 
Storia, I, 229. 



j. - Claudio Iato a Bagnorea e Brescia. 



279 



Dio, il fine che si proponevano, Io spirito che li animava, non 
meno individualmente che socialmente, si deve pure conclu- 
dere che una tale Compagnia, senza la missione del Fabro 
e del Lainez, non sarebbe probabilmente sorta, né anche in 
occasione delle prediche del pio Rinaldo. Da questo cu- 
mulo di circostanze insieme riunite dovette provenire che 
in progresso di tempo si passasse a ritenerla fondata senz'al- 
tro dai pp. Lainez e Fabro, come sembra s'intendesse tra- 
mandare alla posterità con la lapide nel sec. xvii apposta 
nella facciata dell'oratorio da essa officiato (^). 

Che poi i due alunni del Loiola, e specialmente il Fabro, 
dessero opera ad infondere quasi nuova vita alla Congrega- 
zione della Carità, già quarant'anni prima istituita in Parma 
da un illustre figlio dell'Ordine Serafico, il minore osservante 
Francesco da Meda, fu bene asserito e ripetuto, ed ha molto 
del probabile, ma non è stato fin qui possibile di trovarne 
conferma nei documenti del tempo (*). 



AI quattro dei primi nove compagni che vedemmo, intesi a 
spendere utilmente le loro forze in Siena e nella legazione 
di Parma e Piacenza, due altri ne vanno aggiunti nello stesso 
periodo di tempo, e sono i padri Claudio laio e Nicolò 
Bobadilla. Al primo toccarono Bagnorea e Brescia, al secondo 
l'isola d'Ischia e le remote Calabrie. 



S. -CLAUDIO lAIO 

A BAGNOREA E IN 

BRESCIA. 



(') Eccola quale vi si legge an- 
che oggi: ORATORIUM SUB TI- 
TULO SANCTI IOANNIS BA- 
PTISTAE DECOLLATI | CON- 
GREGATIONIS | SANCTISSIMI 
NOMINIS JESU I APATREPE- 
TRO FABRO | SANCTI IGNA- 
TJ LOJOLAE SOCIETATIS JE- 
SU FUNDATORIS | FILIO PRI- 
MOGENITO ERECTAE. I AD 
MAIOREM DEI GLORIAM | 
ET ANIMARUM SALUTEM | 
ANNO 1540. Veggansi in proposi- 
to l'osservazioni, non guari esatte, 
del Béguiriztain, Observaciones 
sobre « El Apostolado Eucaristico 
de San Ignacio », in Razón y Fé, 
XXV, (1909) 78-81, con la rispo- 
sta, in molte parti giustissima, del 



p. DuDON, Sur une règie pour la 
comuni on frequente donnée à Par- 
me en 1540, in Recherches de science 
religieuse, I (1910), 174-179. 

(2) Lo scrisse il Bartoli, Italia, 
lib. I, cap. IX, p. 92, e appresso a 
lui tutti gli altri. La lettera del 
fr. Grimaldi al Bartoli (ora edita 
in Epist. mixtae, I, 585 sg.) di- 
mostra bastantemente che la no- 
tizia, sino ab antico, fondossi so- 
pra semplici congetture. Nel pre- 
sente archivio della Congrega- 
zione della Carità non si conserva 
oggi nulla più di quello che v'era 
ai tempi del Grimaldi (1647) come 
io stesso riscontrai. Degno di 
consultarsi è l'opuscolo del ca- 
nonico Leoni, Compendio della 



28o Capo [X. - Fervido apostolato dei compagni ignaziani, &c. 



Della missione del laio nella patria di s. Bonaventura, 
missione affidatagli da Paolo III ('), non possediamo più 
che un'unica fonte, usata da tutti coloro che, dal Polanco sino 
a noi, presero a trattare dei ministeri della nascente Compa- 
gnia in Italia. È la lettera che il suo compagno, uno spa- 
gnuolo per nome Antonio, inviò per commissione di lui al p. 
Ignazio e al Codurio il sabato in Albis, 3 di aprile 1540 (*). 
Da questo breve ragguaglio dettato da un testimonio oculare, 
mentre si succedevano i fatti, veniamo a conoscere nella so- 
stanza il più e il meglio dell'operato dal Servo di Dio. Giunto 
in Bagnorea a sera inoltrata del venerdì di Passione, 19 di 
marzo, ebbe sentore da persona benevola che né i canonici, 
né la maggior parte della città vedevano di troppo buon occhio 
il suo arrivo; quindi non sembrava possibile che animi tanto 
sfavorevolmente disposti volessero condursi ad ascoltare la 
parola divina. Saperlo bene per prova un buon predicatore 
il quale, recatosi da loro pochi dì innanzi, aveva sempre 
avuto scarso uditorio. Non ismarrì a nuove così scoraggianti 
il zelante ministro di Dio. Pieno di speranza e fiducia nella 
misericordia divina, la domenica seguente, ricorrendo il dì 
delle Palme, cominciò le prediche col rendere conto dello 
scopo della sua venuta, ch'era unicamente il ricondurre in 
mezzo ad essi la concordia e la pace di Gesù Cristo. La 
buona sementa non tardò a germogliare: gli uditori un dì 
più che l'altro vennero affollandosi e presto chiesero di 



Vita di s. Filippo Neri, insieme 
con le Brevi memorie della Con- 
gregazione della Carità di Parma, 
Parma, Fiaccadori, 1895, p. 60 
sgg. e le recenti copiose note del- 
l'editore delle lettere del Fabro, 
nei Mon., pp. 37 7. 

(') « Nuestro companero mae- 
« stre Jayo no està en Roma; que 
« Su Sanctidad lo enbió à un 
« obispado de Italia cerca de 
« aqul ». Così il Bobadilla a Er- 
cole II di Ferrara, Roma, 22 
mar. 1540, in Bobadilla, Mon., 
p. 22. 

(*) Cf. Epist. PP.P.Broèti &c., 
pp. 265-267. Lo scrivente Anto- 



giovane che al principio del se- 
guente anno 1541 troviamo in Pa- 
rigi allo studio della grammatica. 
Cf. Epist. mixtae, I, 54 sg. Che la 
missione fosse inviata per paci- 
ficare la città l'asserì prima I'Or- 
LANDiNi (hb. II, n. 93, p. 63) e ap- 
presso a lui i recenti storici del 
laio, Prat, Le Pere CI. Le Jay, 
p. y5; Boero, Vita del p. CI. laio, 
p. 26. Un raffronto tra la let- 
tera del fr. Antonio e le pagine 
dei due moderni biografi, testé 
menzionati, mette in rilievo con 
quali amplificazioni fosse usata 
la fonte. Di un tal difetto anda- 
rono immuni I'Orlandini, loc. 



nio sembra essere quel medesimo cit. e il Polanco, Chron., I, 84. 



j. - Claudio Tato a Bagnorea e Brescia. 



281 



essere uditi al sacro tribunale. Primi ad accostarvisi con 
segni di cristiano pentimento furono i reggitori del popolo, 
cui seguirono la maggior parte dei cittadini. Vi si accor- 
reva in sì gran numero che omai, più non venendo fatto 
al p. Claudio di soddisfare durante il giorno la calca dei 
penitenti, rimanevasi il più delle volte fin verso la mezza- 
notte ad ascoltarli. A quei della città si unirono molti 
del contado con si vivo desiderio, che qualche mattina gli 
avvenne di trovare gente in attesa nel cortile di casa, pe- 
netratavi scavalcando un muretto di cinta ('). 

Per questo concorso ai sacramenti, anche da parte di 
non pochi, i quali da parecchi anni se ne tenevano lontani, 
inveterati rancori e truci odj che covavano tra principali 
famiglie, tra chierici e canonici, si spensero felicemente, 
seguendone le paci, conchiuse in forma pubblica e solenne, 
come portava il costume del tempo. Antonio poi, il com- 
pagno del laio, che aveva preso per sé l'insegnamento della 
dottrina cristiana ai fanciulli nella celebre chiesa di San Fran- 
cesco, oggi miseramente distrutta, sapeva si bene cattivarseli, 
che alcuni di loro, non contenti dell'istruzione ricevuta in 
comune in quel tempio, gli erano dintorno in casa perchè 
con più minuta cura continuasse ammaestrandoli nelle cose 
di Dio. Monumento di queste apostoliche fatiche del p. 
Claudio è tuttora, a giudizio di un chiaro erudito bagno- 
reese, il nome di Madonna di laio o di laiaro dato ad una 
effìgie di Nostra Signora, posta in vicinanza del luogo dove 
il prete riformato avrebbe fatto dimora (*). 

Quanto tempo si trattenesse il p. Claudio in Bagnorea, 
non è concesso determinarlo per difetto di sicure notizie (3). 



(') Così interpreto il testo spa- 
gnolo: « Acaeze algunas rnana- 
<- nas ballar dentro de casa la 
< gente esperando para se confe- 
« sar, los quales avlan entrado por 
<' las paredes ». Loc. cit., p. 266. 

(2) Cf. QUINTARELLI, p. 2O4. 

(3) Il PoLANCO, Chron., I, 84, 
narrata la missione di Bagnorea 
nella primavera del 1540, viene a 
scrivere di quella di Brescia con 
questo trapasso al nostro proposi- 
to abbastanza indeterminato: Eo- 



dem anno Claiidiris Brixiani mis- 
sus. L'Orlandini, lib. 11, n. 94, 
p. 64, può interpretarsi quasi in- 
tendesse di fare immediatamente 
viaggiare il missionario da Bagno - 
rea a Brescia: « Deinde multitu- 
« dini [Balneoregii] Christiana lege 
« tradita, cum iam secunda ceci- 
« dissent omnia, Brixiam laius ad 
" coenomannos egreditur ». I mo- 
derni biografi del Servo di Dio, pp. 
Prat e Boero, non credettero di af- 
frontare la questione. 



282 Capo IX. - Fervido apostolato dei compagni ignaziani, &c. 

Considerato tuttavia lo scopo della missione, la piccolezza 
della città, lo scarsissimo numero dei compagni rimasti in 
Roma, pare si renda poco probabile vi durasse lavorando fino 
all'autunno 1540, quando sul cadere di tale stagione lo 
ritroviamo in Brescia ('). Qui l'aveva preceduto di parecchi 
mesi l'ardente giovane, non ancor sacerdote, Francesco 
Strada, che il lettore già imparò a conoscere atle sue prime 
armi apostoliche nella Toscana (^). Come in questa regione, 
così anche in Brescia e nel contado copiosi e singolari 
riuscirono i frutti di salute da lui raccolti a gloria di Dio. 
È rimasta memoria d'una difficilissima pace per suo mezzo 
conchiusa nella grossa borgata di Ghedi. Il maestrato ne 
sentì tanto gaudio come a fatto d'inestimabile pubblico 
bene, che. riunito uno straordinario consiglio, deliberarono 
si recassero i consoli con altri maggiorenti a rendergli 
solenni grazie di quanto aveva operato, non solo per im- 
pedire il temuto spargimento di sangue, ma più per istrin- 
gere gli animi già divisi nella soave dilezione di Cristo (3). 
Né questo, per quanto cospicuo, fu l'unico e il migliore 
vantaggio della predicazione dello Strada in Brescia. Narra 
il b. Fabro, per informazioni ricevute di colà, che il gio- 
vane Francesco accese tanto fuoco nei suoi frequenti udi- 
tori che più di cento adolescenti erano venuti in delibera- 
zione di darsi a vita perfetta (*). Passato poi egli stesso a 
Brescia, scriveva come testimonio di veduta al Saverio e a 
Pietro Codacio: « Qui i cittadini vogliono ad ogni modo 
ritenere lo Strada, e sono i principali per censo ed autorità. 
Le sue prediche o lezioni piacciono loro tanto che e 
cosa da farne le meraviglie, ed io credo che produrrebbero 
lo stesso effetto in chiunque le ascoltasse. Penso ancora che 
esse siano loro molto necessarie per cagione delle nuove 
dottrine già seminate in Brescia » (3). E diceva egregia- 
mente; perchè fra le città italiane, dove l'eresia luterana 

(') La lettera, che il Iato in- tera di Angelo Paradisi al Lo- 

viava da Brescia al p. Codacio il iola, Parma, 13 sett. 1540, nelle 

27 nov. 1540, sembra scritta poco Epist. niixtae, I, 48-50. Essa fu la 

dopo il suo arrivo in quella cit- fonte del Polanco, Chron., I, 84 

tà. Cf. Epist. PP. P. Broèti &c., e dell'ORLANDiNi, lib. 11, nn. 94- 

p. 267 sg. 95, p. 64. 

(*) Cf. sopra pp. 223-238. ('^) Fabro, Moti., p. 22. 

(3) Cf. la particolareggiata let- (5) Fabro, Mon , p. 26. 



i. - Claudio laìo a Bairnorea e Brescia. 



28.5 



trovò assai per tempo favore, Brescia, se non la prima, il che 
sfugge alla prova storica, fu certo tra le primissime ('). In- 
tanto il pericolo che la città correva di perdere per le mene 
dei novatori la purità della fede, aggiuntivi gli uffici del vi- 
cario, le preghiere dei zelanti bresciani (^) e quelle altresì 
del Fabro, sollecito a dar anch'egli l'allarme (3), mossero in 
Roma il Loiola, non solo a lasciare più a lungo lo Strada in 
Brescia, ma ad inviargli altresì un compagno ben addottri- 
nato in teologia, qual era appunto il p. Claudio. 

Giunto egli colà, come dicemmo, nell'autunno 1540 {*), 
si diede subito a spargervi quel seme della parola di Dio, di 
che maggiormente gli parve fosse più stringente il bisogno. 



(') Cf. Tacchi Venturi. Sto- 
ria, I. 329, 516-519. Agli argo- 
menti che addussi per provare 
la propaganda luterana in Bre- 
scia sino dai primi tempi di Cle- 
mente VII, aggiungasi il breve 
dello stesso pontefice al vescovo 
della città Paolo Zana, dato da 
Viterbo il 13 luglio 1528. Cf. Bull. 
Rom. (ed. Coquelines), IV, 74 sg. 
Vedi Rinaldi, XX, ad an. 1528, 
n. 107; e la lettera del card. Cor- 
tese dei 29 agosto 1540 al card. 
Contarini, in Cortese, I, 135. 

(-) Tra costoro dovette essere 
Bartolomeo Stella, ricordato dal 
Fabro {Mon., p. 29) e dal laio 
{Epist. PP. P. Broèti &c., p. 268 
sg.) nel loro carteggio. Arse lo 
Stella di zelo per conservare al- 
l'Italia il tesoro della fede. Visse 
alcun tempo in Roma qual fa- 
miliare del cardinale Polo presso il 
quale tenne ufl&cio di agente (cf. 
laio al Loiola, Trento 1546, nel- 
VEpist. PP. P. Broèti &c. p. 304) 
e come tale lo ricordava pure il 
Morone nel suo costituto dei 12 
nov. 1557. Cf. *Processo del Mo- 
rone, nell'Arch. privato Gallarati 
Scotti in Milano, XL, E, 5, fo. 
384V. Il Bromato, I, 267, ram- 
menta r amicizia intima dello 



Stella con G. P. Carafa, il futuro 
Paolo IV; ci fa inoltre sapere che, 
a cagione della sua pietà e 'iel 
suo zelo, era chiamato venerabile. 
La conversione dello Stella a vita 
perfetta era stata opera di uno dei 
fondatori dell'Oratorio del Di\ in^ 
Amore in Roma, il genovese Etto- 
re Vernaccia. Cf. Tacchi Ventu- 
ri, Storia, I, 409. Questi, a detto 
della sua figliuola donna Battista, 
di « molto galante giovane » che 
era, venuto in Roma per sollazzo, 
seppe tanto fare «che lo mandò con 
<t chierica in capo alla sua città di 
e Brescia >. Battista daGenov a, 
Opere Spirituali, IV, 3. Cf. Te 
M ^ULDE La Clavière-Salva dor I, 
PP- 33-77 dove anche si riportano 
quattro lettere dello Stella. 

(') Cf. Fabro, Mon., p. 26 sg. 

("») Il Boero, Vita del p. Iato, 
p. 31, pone l'arrivo del laio dopo 
la prima metà di novembre 1540. 
Stante però il costume in quel 
tempo vigente di predicare solo 
nei giorni di festa, non si 'vede co- 
me allora avrebbe potuto scrivere 
il 27: « Fin a questa hora ho per- 
« severato de predicare nel domo, 
« dove già ho fatto sei o sette 
« prediche con molto concorso ». 
Epist. PP. P. Broèti &c.. 267. 



284 Capo IX. - Fervido apostolato dei compagni ignaziafii, &i. 

Mentre lo Strada attendeva alla coltura del popolo con ar- 
gomenti della morale cristiana e infiammava tutti a bene, egli 
si volse ad erudirli più direttamente nelle verità della fede. 

Le prediche, tenute in duomo, furono altrettante dichia- 
razioni del Simbolo, del Decalogo e di passi trascelti dall'Epi- 
stole di s. Paolo. Si propose ancora di ragionare ex professo 
delle pene e dei gaudj eterni. La città traeva ad ascoltarlo 
tanto benevolmente che, per sua testimonianza, sino dalla 
prima predica sugli articoli del Credo, ebbe tanto uditorio. 
da fargli scrivere sarebbe stato contento d'averne la metà 
quando predicava in sant'Angelo (*), Così intorno a quattro 
mesi durò in Brescia con zelo indefesso nell'amministrare la 
parola di Dio, nell'udire confessioni, nel conversare con 
quanti a lui ricorrevano {*). 

Entrata la primavera del 1541, il p. laio fu richiamato in 
Roma all'elezione del preposito generale della Compagnia, 
da poco più di un semestre solennemente approvata; lo Strada 
poi ebbe ordine di recarsi a Parigi per darvi opera agli studj 
di filosofia appena iniziati in Ispagna ('). 



6. - PRIME OPERE 
DELLA NASCENTE 
COMPAGNIA NEL 
REGNO DI NÀPOLI. 
NICOLÒ BOBA- 
DILLA INVIATO 
PACIERE TRA A- 
SCANIO COLONNA 
E GIOVANNA d"a- 
RAGONA. 



L'alta e la media Italia furono, come sin qui vedemmo, il 
primo campo apostolico dei compagni d'Ignazio nella pe- 
nisola; presto però le loro fatiche si estesero alle terre del 



(') Lettera cit., Brescia, 27 nov. 
1540, in Epist. PP. P. Broèti, 
p. 267-269. Sant'Angelo qui men- 
zionato, dovette essere S. An- 
gelo in Pescheria di Roma, una 
delle chiese nelle quali i chierici 
parigini esercitarono il loro zelo 
subito dopo la Pasqua 1538. Ve- 
ro è nondimeno che allora non il 
laio, ma il Rodriguez vi predicò. 
Cf. sopra, p. 151. Sembra dunque 
doversi conchiudere che, esclu- 
dendo nel laio un fallo di memo- 
ria, anch'egli predicasse in San- 
t'Angelo, benché non subito dopo 
la Pasqua dell'anno predetto. 

(*) Ignoriamo se il laio s'in- 
contrasse in Brescia con quel 
fra Raffaele, rinomato predica- 
tore,, del quale scrive il b. Fabro il 



7 aprile 1540. Cf. Fabro, Mon., 
p. 27. Il p. Velez e i nuovi edi- 
tori del Fabro non riuscirono ad 
identificare chi fosse costui. Ora 
par certo che egli fosse fra Raf- 
faele degli liberti, sin dal 1526 
chiamato a predicare in Verona 
dal Giberti. Cf. Pighi, p. 102. 
Se il b. Fabro nutriva non infon- 
dati timori sulla schiettezza del 
suo sentire cattolico, il cardina'o 
Cortese al contrario mostrava di 
non dubitarne affatto e gli dava 
lode di annunziare semplicemente 
la verità evangelica. Cf. la sua 
lettera al Contarini, in Cortese, 

L 134- 

(3) PoLANCO, CA»'on., I, 90. Do» 

ménech al p. Ignazio, Parigi, 11 

apr. 1541, in Epist. mixtae, I. 59. 



6. - Prime opere della nascente Compagnia nel regno di Napoli, &c. 285 



mezzogiorno. Un negozio, d'indole più privata che pubblica, 
ma rilevante assai e di gloria di Dio, condusse nel napoletano 
il p. Nicolò Bobadilla in principio dell'autunno del 1539, ^ gli 
fé' aprire la serie delle molte missioni a lui affidate nel corso 
non breve della sua vita (*), Don Ascanio Colonna e donna 
Giovanna d'Aragona, dopo più di vent'anni di matrimonio, 
trovavansi in tanta discordia che omai si era per venire alla 
separazione, voluta risolutamente dalla moglie. A scongiu- 
rare quest'estremo si pensò adoperarvi qualche paciere e gli 
occhi caddero sopra i nuovi Preti riformati o chierici parigini, 
che tanto saggio davano di spirito prudente e pio. Al fatto 
non fu probabilmente estranea la cognata di Giovanna, Vit- 
toria Colonna. Un anno innanzi aveva conosciuto in Ferrara 
il Bobadilla e potè quindi proporlo al fratello Ascanio, dal 
quale appunto il p. Nicolò venne prescelto (*). Qualunque 
fosse la parte avuta dalla marchesa di Pescara nella faccenda, 
egli è certo che ai 4 di luglio 1539 in Roma tra la piccola co- 
munità dei compagni ignaziani già parlavasi dell'imminente 
missione in Napoli. Il Bobadilla, scrivendo in tal giorno 
ad Ercole II, duca di Ferrara, dicevagli che forse in breve 
avrebbe dovuto partirsi, perchè S. Santità pareva determi- 
nata d'inviarlo con un altro compagno a Napoli per certi 
negozj a preghiera del duca Ascanio Colonna e di altre per- 
sone (3). Le pratiche dovettero nondimeno andare in lungo. 
Difatti solo agli ultimi di settembre il Bobadilla prese la via 
di Terracina, Fondi e Mola di Gaeta per recarsi ad Ischia, 
nel cui castello abitava l'aragonese. Dell'esito del negozio, 
del bene operato nei varj luoghi, dove ebbe a fermarsi lungo 
il cammino, ci informano i ricordi biografici dettati da lui 
medesimo, benché a notevole distanza dai fatti, e sono l'unica 
schietta fonte che intorno a ciò possediamo. « Giunto a 
Gaeta », cosi egli di sé in terza persona, « prese stanza nell'ospe- 



(*) Cf. Bobadilla, Autobiogra- 
phia, n. 15, nei Mon., p. 618. Gli 
anni 1538, 1539 vanno sostituiti 
con le vere date 1539, 1540, come 
.si ha con tutta evidenza dalle due 
lettere dello stesso Bobadilla al 
duca Ercole II dei 4 lug. 1539 e 
22 mar. 1540. Loc. cit., pp. 16, 21. 
Cf. PoLANCO, Chron , I, 85. 

(*) Cf. sopra, p. 133. Che As a- 



nio scegliesse egli il Bobadilla, 
l'abbiamo dall'elenco delle mis- 
sioni bobadilliane compilato dallo 
stesso missionario. Ivi leggesi: 
« La prima alla sefiora doiìa Joha- 
« na en Ischia, ano 1539. — Papa 
Paulo 30, — Maestro Ignatio, ad 
« insta ntia de Ascanio CoIona ». 
Bobadilla, Mon., p. 638. 
(3) Bobadilla, Mon., p. 16 



286 Capo IX. - Ff rilido apostolato dei compagni ignaziani, &c. 



dale, domandando l'elemosina e leggendo nella cattedrale le 
Epistole domenicali. Ai 4 d'ottobre, festa di s. Francesco, 
predicò in Mola nel monastero di S. Oliveto; quindi tragitta- 
tosi per mare all'isola d'Ischia, venne colto lungo ÌA viaggio 
da una febbre maligna, di sua natura mortale, che chiamano 
pecoraia. Prese terra in tale stato nell'isola, ma non gli fu 
possibile di fermarvisi per mancanza di ospedali. Perciò lo 
portarono a Napoli all'Annunziata; qui gli cavarono sangue e 
lo purgarono. Spesso udiva il medico dire all'infermiere: 
" Costui se ne va in sepoltura,,; ma Iddio n'ebbe pietà: guarì e, 
trascorsi un due mesi, tornò all'isola d'Ischia e vi rimase sino 
alla Pasqua del 1540, eseguendo il mandato ricevuto con la 
signora Giovanna e riuscendo a sodisfare il Sommo Pontefice 
e don Ascanio Colonna; poi si tornò in Roma non ancora ri- 
messo della grave infermità» (*). 

La somma parsimonia dei termini, coi quali il Bobadilla 
scrisse dell'effetto ottenuto coi suoi buoni uffici, lascia inten- 
dere che non raggiunse un pieno successo. Sedata, più che 
estinta, fu la discordia tra i coniugi e il pericolo della separa- 
zione, imminente nel 1539, non tanto venne dissipato, quanto 
sopito fino a men prossimo termine. 

Quando dipoi lo stesso P. Ignazio con gran carità e 
squisita prudenza intervenne anch'egli per procurare la desi- 
derata riunione dell'illustre coppia, non ebbe maggior fortuna 
del suo discepolo e compagno di tredici anni addietro. Inu- 
tile riuscì il viaggio intrapreso con non lieve incomodo per 
recarsi in Alvito in quel di Caserta. Donna Giovanna non si 
lasciò persuadere alla pace né dalla viva voce del Santo, 
né dalle ventisei ben calzanti ragioni, onde tentò di espu- 
gnarne l'animo, tutte raccolte nella lettera che le spedi poco 
dopo il suo ritorno in Roma (*). 



(^) Cf. Bobadilla, Autobiogra- 
fia, n. 15, nei Mon., p, 618. Ram- 
mento che il 1540 è necessaria so- 
stituzione dell'errato 1539. An- 
che l'espressione « sino alla Pa- 
« squa » non è esatta. Questa nel 
1540 cadde ai 28 di marzo, e il 
Bobadilla era già in Roma avanti 
il 16 dello stesso mese, quando il 
Saverio ne partiva per l'India. 
Cf. "POLANCO, Chìon., I, 85. 



(') Sul viaggio di s. Ignazio ad 
Alvito, vedi PoLANCO, Chron., 
II, 427 sg. La bellissima lettera 
del nov. 1552 si trova nei Mon. 
Ignat., ser. I, IV, 506-511. Causa 
degli acri, iterati dissensi tra 
donna Giovanna e il marito pare 
fosse principalmente il cattivo go- 
verno, che questi faceva del pa- 
trimonio. Cf. la nota di Dome- 
nico Tordi, in Colonna Vii 



6. - Pritne opere della nascente Compagnia nei regno di Napoli, &c. 287 



Lo zelo del Bobadilla non si restrinse alla sola famiglia 
Colonna; passò oltre a coltivare con prediche gli abitanti 
dell'isola ('). In questa occasione confutò anche in Napoli 
i mal dissimulati errori del celebre Giovanni Valdès, scal- 
trissimo propagatore delle nuove dottrine luterane (*); ed 
ivi pure ascoltò nella quaresima due famosi oratori, entrambi 
senesi, il generale dei Cappuccini, Bernardino Ochino, e fra 
Ambrogio Caterino, seguiti da grande uditorio, l'uno in 
duomo, l'altro in San Domenico, chiesa dei Padri Predica- 
tori (3). Nella prima metà di marzo 1540 rientrava in Roma 
chiamatovi con sollecitudine dal p. Ignazio, che insieme col 
Rodriguez voleva mandarlo quanto prima a Lisbona, e di 
là alle Indie per sodisfare ai pressanti desiderj di don Gio- 
vanni III re di Portogallo. 

Ben altri erano i consigli di Dio rivelatisi, in progresso di 
tempo, impenetrabile abisso, secondo l'opportunissima osser- 



TORiA, Carteggio, p. 373. Molta 
luce nondimeno resta ancora da 
fare su questo punto. La scarsa 
Corrispondenza di don Ascanio 
Colonna, 1520-1554, conservata 
nell'archivio della sua famiglia in 
Roma, non rischiara la contro- 
versia. Solo in un fascicolo di 
lettere del 1550 trovai una spe- 
cie d'istruzione o un promemoria, 
nel quale Ascanio si lamenta che il 
Papa e l'Imperatore &c.. appro- 
vino la moglie e il figlio Marcanto- 
nio, e lui maltrattino « come fusse 
« un pubblico rebelle et latro ». 
Dei dispiaceri incontrati dal cardi- 
nal di Burgos, Francesco Mendoza 
per aver favorite le parti di Gio- 
vanna, scrive r ambasciatore di 
Firenze, Averardo Serristori, da 
Roma, il 15 feb. 1552, cioè 1553 
secondo il computo comune. Cf . 
Medie. 3271, in Arch. di Stato in 
Firenze. Il Serristori ritorna an- 
cora sull'argomento nel dispaccio 
dei 28 marzo 1553. Medie. 3272, 
ivi. 

(') Nell'elenco dei luoghi nei 
quali predicò, compilato da lui 



medesimo, leggesi: « En Gayeta, 
« Ischia, predicò el primero ». Bo- 
badilla, Mon.. p. 634. 

(-) Che s'incontrasse col Val- 
dès è cosa attestata dallo stesso 
Servo di Dio: « En Napoles dispu- 
« tò contra Valdès» Man., p. 634. 
Non ugualmente certi, anzi fram- 
misti ad elementi leggendarj sono 
i particolari del fatto contenuti 
nel tardo documento che dovette 
essere la fonte dello Schinosi, 
I, 5-8, e fu pubblicato in Boba- 
dilla, Mon., pp. 17-21. Sul Val- 
dès, V. Tacchi Venturi, Storia, 
I, 322-327, 337, 342, 3432. 

(5) « ...quo anno [1540] prae- 
« dicabat in quadragesima Nea- 
« poli Bernardinus Soccinus, se- 
i> nensis, in cathedrali ecclesia 
« neapolitana maximo auditorio, 
'i et Ambrosius Catherinus apud 
i> S. Dominicum. Ambos audivit 
< Mag. Bobabilla in illa quadra- 
u gesima ». Così di sé il Bobadilla 
néìV Autobiografia, n. 17, nei Mon., 
p. 619. « Soccinus » è evidente 
scorrezione di « Ochinus » non so 
a chi dovuta. 



288 Capo IX. - Fervido apostolato dei compagni ignaziani, &c. 

vazione del Bobadilla ('). La febbre, che da buona pezza gli 
dava tregua, lo soprapprese di nuovo nel primo metter piede 
in Roma. E poiché don Pietro Mascarenhas, ambasciatore 
di Giovanni ITI, instava per la partenza, e il Bobadilla de- 
stinato a far viaggio con lui era caduto infermo, il p. Ignazio 
si vide costretto di fare altra scelta nella persona di France- 
sco Saverio tutto fiamma di zelo per la conversione degli 
infedeli (*). 



7. - IL BOBADI- 
LLA IN CALABRIA; 
SUB OFERE IN BI- 
SIONANO K NELLA 
DIOCESI, 



c 



ONSERVATO il Bobadilla all'Europa, dentro di quel mede- 
simo anno l'ebbe a prò delle sue contrade l'Italia infe- 
riore. La diocesi di Bisignano in Calabria, come la maggior 
parte delle altre nella penisola ed oltremonti (3), giaceva in 
miserevole abbandono per la lontananza del pastore Fabio 
Arcelli, ritenuto in Napoli in qualità di nunzio pontificio, 
senza che altri in degna maniera ne facesse le veci (♦), 

All'ufficio di visitatore della città e diocesi di Bisignano, 
Paolo III, a preghiera del cardinale Bembo, che a quest'uf- 
ficio aveva richiesto uno dei maestri parigini, deputò il Bo- 
badilla, fortunatamente libero omai dalle ostinate febbri che 
gli avevano impedito il viaggio alle Indie (5), 

(') Bobadilla, Autobiographia, dei maestri parigini per inviarlo 



n. 16, nei Mon., p. 619. 

(*) Bobadilla, Ice. cit. e nella 
lettera dei 22 mar. 1540 al duca 
di Ferrara, ivi, p. 21 sg. 

(3) Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I, 169-170. 

(•») L' Arcelli il 5 mag. 1537 era 
stato trasferito alla sede di Po- 
licastro. Cf. Ughelli, I, 527; 
però ai 20 lug. dello stesso anno 
gli era stata accordata facoltà di 
ritenere entrambe le sedi, quel- 
la di Policastro e l'antica di Bisi- 
gnano, che nel giorno stesso del 
suo trasferimento a Policastro, 
5 mag. 1537, era stata data in 
amministrazione al card. Nicolò 
Caetani, figliuolo di Camillo, detto 
dal nome del ducato, il card. Ser- 
moneta. Cf. Van Gulik-Eubel, 
p. 1483. 

(?) Che il Bembo chiedesse uno 



a Bisignano è detto espressa- 
mente nel breve di Paolo III al 
Bobadilla, edito recentemente nei 
Mon. Bohadillae, pp. 23-25, so- 
pra un apografo del Museo Bol- 
landiano. Rimane però ignota la 
causa od occasione di questo in- 
tervento del celebre cardinale ve- 
neto in favore di Bisignano. Con- 
sultando l'ultimo accuratissimo e 
minuto lavoro sul Bembo, pubbli- 
cato dal compianto march. Ales- 
sandro Ferrajoli (// Ruolo dela 
Corte di Leone X, in Arch. della 
Soc. Rom. di St. patria, XXXVII 
(1914), 307-392) non vi si trova 
proprio nulla che rischiari la 
questione. Nelle Calabrie pos- 
sedette il Bembo un solo decanato 
nella cattedrale di Nicastro, con- 
feritogli il 12 gen. 151 8. Cf. Fer- 
rajoli, loc. cit., p. 317. 



J. - Il Bobadilla in Calabria^ &c. 



289 



A Bisignano dunque si recò il p. Nicolò sull'entrare dell'au- 
tunno 1540 o in quel torno (^). In pochi, ma espressivi tocchi 
ci ritrae egli medesimo nei suoi ricordi biografici e in due sue 
lettere, le uniche sopravvissute tra quelle di laggiù spedite, 
qual fosse la sua azione apostolica nel nuovo campo a lui 
affidato. Visitò tutta la diocesi, cacciando le concubine e 
ordinando distribuzioni di frumento ai poveri, in mezzo alla 
grande carestia che allora travagliava tutta l'Italia. Pre- 
dicò l'avvento, la quaresima, le domeniche e i dì festivi nella 
cattedrale e in altre chiese del vescovato; talvolta anche lungo 
la settimana, non trascurando di leggere la sacra Scrittura 
con opportune applicazioni per la riforma dei costumi. Ai ca- 
nonici e al clero tenne conferenze speciali; pose mano ancora 
a quegli esami dei sacerdoti, dipoi introdotti, sotto Paolo IV, 
per accertare se possedessero almeno quel minimo della cul- 
tura ecclesiastica richiesto all'esercizio dei sacri ordini (^); 
s'adoperò a mettere pace tra laici e chierici; indefesso nel- 
l'ascoltare confessioni e ricevere i molti ricorrenti a lui per 
consiglio ed aiuto (3). Che avesse ad affaticarsi ancora per 
opporsi all'eresia fu bene asserito da qualche tardo storico (*), 
m.a non trova conferma né presso le memorie del Servo di 
Dio né in altri documenti del tempo, nei quali mancano 
bastevoli ragioni per ammettere che nel 1540 fosse iniziata 
ed attiva nelle Calabrie la propaganda delle nuove dottrine 
religiose scopertavi e repressa alcuni lustri dipoi (s). 

Un anno incirca durarono i sacri ministeri dell'uomo apo- 
stolico nella diocesi di Bisignano, riusciti efficacissimi ad 



(^) 'NeU'Autobiographia, n. 17 
(Cf. Mon., p. 619), scrive di sé: 
< Post pascha [a. 1540] vero pro- 
« fectus est in Calabriam ad e- 
" piscopatum bisinianensem ». Or 
devesi ricordare, come notarono 
gli Editori, che il Bobadilla aven- 
do disteso i suoi ricordi quan- 
do aveva valicato l'anno ottan- 
tesimo, sbagliò non infrequente- 
mente nell'ordinare la serie dei 
fatti. Uno di siffatti errori si ha 
proprio nel passo qui riferito. 

(^) Cf. Tacchi Venturi, Sto- 
ria, I, 27-29. 

storia della Compagnia di Gesù in Italia, II. 



(3) Cf. Bobadilla, Autobiogra- 
phia, n. 19, nei Mon., p. 619; let- 
tere da Bisignano al p. Ignazio 
e al p. Codacio, degli 11 ott. e 25 
nov. 1540, loc. cit., pp. 27-29. 

{^) ScHiNosi, I, 9. Il Boba- 
dilla così neW Autobiographia, co- 
me nelle due lettere citate, non 
accenna neppure alla lungi, di 
avere trovato l'eresia in Bisigna- 
no. Lo stesso silenzio si ha nel 
PoLANCo, Chron.,1, 86, dove pure 
parla dei ministeri di lui. 

(5) Cf. Cantù, II, 329 sg.; Sac- 
CHiNi, par. II, lib. v, n. 81, p. 180. 

19 



290 Capo IX. - Fervido apostolato dei compagni ignaztani, S-e. 

eccitare nel popolo sentimenti e affetti veraci di pietà e 
religione. L'abbondanza del frutto accresceva incentivo allo 
zelo ardente del laboriosissimo missionario, il quale ralle- 
grandosi al pensiero delle future raccolte e disegnando seco 
stesso nuove missioni per l'anno vegnente, si fece 9 divi- 
sare al p. Ignazio e al p. Codacio in quali lavori dell'evan- 
gelico ministero facesse conto di volere ripartito il suo 
tempo (*). Il Pontefice poi tanto aggradiva i felici suc- 
cessi da lui riportati, che neppure seppe indursi ad am- 
mettere la preghiera che don Ignazio gli porse, di farlo cioè 
ritornare a Roma nella primavera del 1541, quando vi era 
desiderato da lui e dagli altri maestri parigini suoi colleghi 
per eleggere di presenza, insieme con loro, il preposito ge- 
nerale della novella Compagnia ("). 

Per tal modo al chiudersi del 1540 i compagni ignaziani 
mentre godevano vedendo elevata a più alto grado e maggior- 
mente stretta la loro primitiva unione in carità, si trovavano 
già sparsi a fruttificare nelle parti più diverse della nostra 
penisola, dove poco avanti avevano posto piede da poveri e 
pellegrini. Il nome assunto di Compagnia di Gesù, nome si 
atto ad esprimere il fine e i mezzi del nuovo istituto, non era 
ancora, e noi fu per parecchi anni appresso, noto e divulgato. 
Tra il popolo, in mezzo alle classi più colte, nella stessa 
gerarchia ecclesiastica i membri della nascente società veni- 
vano detti chierici parigini e più comunemente preti rifor- 
mati: due titoli scelti a dir vero assai bene, come quelli 
che indicavano a maraviglia altrettanti diversi aspetti 
della loro prima comparsa sul suolo italiano. L'uno infatti, 
suggerito anche dalla foggia del vestito (^), diceva che il 



(I) a Espero repartir el tiempo 
« està invernada en leer, predicar 
« y confesar, segùn que el Senor 
« nuestro, dàndome fuer9as, me 
« concediere grada ». Così nella 
lettera da Bisignano, 11 ott. 1540 
ai menzionati padri, nei Man. p.28. 

(^) Cf. BoBADiLLA, Autobiogra- 
■phia, n. 18, nei Mon., p. 619; Po- 
LANCO, Chron., I, 85. 

(3) Benché non mi sia avvenuto 
in testimonio alcuno che tratti 
di questo particolare, pare certo 



che i compagni ignaziani, venis- 
sero in Italia con l'abito degli stu- 
denti di teologia di Parigi, tanto 
più che tali volevano apparire 
e come tali accreditarsi. Quando 
nel marzo 1541 presero a deter- 
minare sopra i punti più rilevan- 
ti della congregazione, pure al- 
lora approvata, giunti al vestito 
stabilirono che si portasse « una 
« vesta à la francesa larga hasta 
« al suelo, menos cuatro dedos, 
« poco mas ó ménos; la sotana 



y. - Il Bob adilla in Calabria, &c. 291 

corredo di sacra dottrina, del quale davano modestamente 
saggio nei sermoni e nei familiari colloquj, proveniva dall'a/wa 
Mater di Parigi, indicando nello stesso tempo la professione 
che facevano di scienza ecclesiastica in mezzo alla profonda 
ignoranza della comune dei chierici; l'altro poi rivelavasi 
convenientissimo per sacerdoti, com'essi erano, senza abito 
proprio, senza consuetudini di chiostro, i quali con un te- 
nore di vita povera, illibata, sommamente pia, tutto ardore 
di carità pel prossimo attuavano e come incarnavano in se 
medesimi l'idea altissima di preti riformati. 

Resta ora ad esporre per singolo in mezzo a quale in- 
treccio di provvidenziali vicende il Vicario di Cristo si con- 
ducesse a sanzionare solennemente il proposito del Loiola e 
dei compagni consacrando e corroborando col suo suggello 
il nascimento a vita della Compagnia di Gesù. 

« (cioè il soprabito, senza maniche, « poco mas ó ménos ». Constitu- 
« o toga) basta la media pierna, tiones, Appendices, p. 304, n. 23. 




CAPO X. 

LA PRIMORDIALE MAGNA CARTA 

DELLA COMPAGNIA DI GESÙ: 

LABORIOSI TRATTATI PER LA SUA APPROVAZIONE. 

(1539-1540). 



I. I cinque Capitoli, presentati a Paolo III. — 2. Tommaso Badia, 
maestro del S. Palazzo: suo parere sopra i cinque Capitoli. — 
3. Contenuto dei cinque Capitoli. — 4. Paolo III li approva. 
Osservazioni del card. Ghinucci. — 5. Difficoltà per le lettere 
apostoliche: entra in iscena un nuovo porporato. — 6. Il card. Bar- 
tolomeo Guidiccioni: suo ritratto. — 7. Opinioni del Guidiccioni 
intorno agli Ordini religiosi. — 8. Industrie di s. Ignazio: pre- 
fjhiere e sacrifizj offerti al Signore: intercessioni di grandi. — 9. Spe- 
diente del Guidiccioni adottato dai suoi colleghi. Solenne appro- 
vazione del 27 sett. 1540. — IO. La bolla « Regimini militantis ». 

Principali fonti contemporanee: i. Epistolae s. Ignatii de Loyola. - 

2. Minuta della bolla per la confermazione dei cinque Capitoli. 

3. RiBADENEiRA, Vita p. IgnatH. - 4. Rodriguez. De origine 
et progressu Societatis lesu. - 5. Polanco, Vita Ignatii Loiolae. 
- 6. *Carteggio degli Anziani di Parma. - 7. Bobadilla, Mo- 
numenta. - 8. Guidiccioni Giovanni, Lettere. 




I . - I e I K Q U K 
« CAPITOLI » PRE- 
SENTATI A PAO- 



LLORCHÈ LA PICCOLA UNIONE DEI PRETI 

riformati il 24 di giugno 1539 poneva termine alle 
consulte sopra la forma dell'Ordine religioso che i-o m 
intendevano di fondare, un'altra non sì agevole 
bisogna restava loro da compiere. Dovevano ottenere che 
il Vicario di Cristo sanzionasse con la pienezza della sua 
autorità i concepiti propositi. Quest'approvazione, neces- 
saria corona di quanto avrebbero risoluto, era stata già 
presupposta sino dalla prima delle adunanze tenuta nella 
quaresima del 1539 ('); ora conveniva mettere mano ad im- 
petrarla il più speditamente possibile; né niuno meglio del 
Loiola sarebbe stato da tanto. 

(^) Cf. sopra, p. 189. 



294 



Capo X. - La primordiale Magna Carta, &<'. 



Discussa, come fu veduto ('), la materia in comune se- 
condo i varj suoi aspetti, faceva uopo restringerla in pochi 
capi, sì da ritrarre con fedeltà il peculiare carattere della 
nuova congregazione desunto dal fine e dai mezzi scelti a 
conseguirlo. In non più che cinque punti o Capitoli, così 
furono detti, il Fondatore, mente quant'altra mai ordina- 
trice, ebbe in breve delineato con lucida sintesi un vero e 
proprio disegno dell'istituto (*) o, come oggidì costuma di 
dire, un ben definito programma: disegno fondamentale, 
bisognoso, com'egli è chiaro, di nuovi ritocchi ed amplia- 
menti i quali, senza tuttavia snaturarne la prima forma, 
l'avrebbero portato alla finitezza non mai concessa di primo 
getto alle opere umane. 

Gaspare Contarini, discepolo del Loiola negli Esercizj 
spirituali e a ninno secondo nel Sacro Collegio per autorità 
e grazia, accettò di proporre il negozio al pontefice Paolo III, 
e seppe tanto destramente maneggiarlo che Ignazio da lui 
in gran parte ne riconobbe sempre la felice riuscita (3). Fu 
egli per il Loiola e l'opera sua quello che più di tre secoli 
innanzi per il Poverello d'Assisi e i suoi undici compagni 
era stato il cardinale Giovanni Colonna presso Inno- 
cenzo III {*). L'uno e l'altro porporato, cospicui lumi al lor 
tempo del Senato della Chiesa, conosciuta che ebbero la 
santità, questi di Francesco, quegli d'Ignazio, presero a ri- 
verirli e ne divennero ferventi devoti ed efficaci patroni 
dinanzi al Vicario di Cristo, massimamente in caldeggiare 
l'approvazione di quella che aveva ad essere l'imperitura e 
più feconda opera loro, vale a dire l'Ordine dei Frati Minori 
e dei Chierici regolari della Compagnia di Gesù. Or il 
primo passo che a questo intento diede il Contarini sullo 



(') Cf. sopra, pp. 189-199. 

(2) Cf. PoLANco, Chron., I, 79; 
Orlandini, lib. II, n. 82, p. 60. 

(3) Nella sua lettera a Pietro 
Contarini, dei 18 dee. 1540, go- 
deva s. Ignazio di attestare che 
il cardinale Gaspare era « stato in 
« tutto facfor » dell'approvazione 
della Compagnia « in tutto in- 
« strumento et mezzo verso sua 
« Santità ». Cf. Mon. Ignat., ser. 
I, I. 168. 



(^) Cf . la Leggenda dei tre Com- 
pagni, in Ada SS. oct. to. II, 
die quarta, prima appendix 
inedita ad vitam primam 
s. F r ^' ncisci, nn. 47-49. Vedi 
pure W ADDINO, Annales, I, 82 sg. 
Intorno a Giovanni Colonna, detto 
il Cardinale di S. Paolo « omnis 
« sanctitatis amator et adiutor 
« pauperum Christi », come lo 
chiamò s. Bonaventura, veggasi 
il Ciaconio-Oldoini, I, 1161 sg 



2. - Tonrnaso Badia, Maestro del S. Palazzo, &c. 



295 



spirare del giugno o ai primi di luglio 1539 (*), fu di recarsi 
dal Papa per parlargli del buono odore che di sé spargevano 
i maestri parigini, a lui ben noti, e dell'intenzione da parecchi 
altri manifestata di seguitarli nello stesso genere di vita; 
donde era nato loro in cuore un gran desiderio di mantenere 
e rendere più perfetta in Cristo l'antica unione, stabilendo 
con leggi e fermando in iscritto, con vincolo di obbedienza, 
tutto ciò che sino a quel punto avevano trovato opportuno 
od utile al conseguimento del proprio intento. Supplica- 
vano quindi umilmente il Santo Padre perchè affidasse a 
persona dotta e sicura l'esame di una breve formola, che 
gli mandavano ofìFrendo per le mani di lui. In essa trat- 
teggiavasi la maniera del viver loro; la quale, trovata che 
fosse conforme ai consigli evangelici, ai canoni, alle massime 
dei Padri e alla purità della religione cristiana, si degnasse 
il Vicario di Cristo di benedirla e avvalorarla colla sua apo- 
stolica autorità ('). 



MENTRE i compagni ignaziani avevano così deliberato 
delle loro sorti future e steso il disegno del nuovo isti- 
tuto da presentare al Pontefice, gli erano pur venuti cre- 
scendo in istima e in favore, tanto che aveva cominciato 
ad adoperarli, come si vide ('), in alcune delle già ricordate 
missioni. La supplica cadde adunque in buon punto, e la 
scelta del revisore nella persona del domenicano fra Tom- 
maso Badia, maestro del Sacro Palazzo e padre spirituale 
del Contarini, dovette sembrare da sé sola presagio sicuro 
di felice successo. 

In corte di Roma godeva l'illustre modenese, decoro 
inclito de' Predicatori, bella e meritata fama di squisita 
pietà e scienza, onde ebbe in meno di tre anni dischiusa la 
via al supremo consesso di santa Chiesa (*). «Del Maestro 



3. - TOMMASO BA 

DIA, MAESTRO 

DEL s. palazzo: 

SUO PARERE SO- 
PRA I CINQUE 
« CAPITOLI ». 



(') Essendo nota la data del- 
l'approvazione verbale dei Capi- 
toli (3 sett. 1539) e conoscendosi, 
per la testimonianza del Bartoli 
{Vita di s. Ignazio, lib. 11, cap. 
XLV, p. 172), che il Badia li ri- 
tenne due mesi, non riesce diffi- 
cile determinare approssimativa- 
mente quando il Contarini par- 
lasse del negozio al Pontefice e 



quando questi lo rimettesse al 
Maestro del Sacro Palazzo. 

(2) Cf. il proemio della minuta 
delle lettere apostoliche, Cutn ex 
plurium, edita in Tacchi Ven- 
turi, Storia, 1, 556 sg. 

(^) Cf. sopra, nei capp. vii e 
vili, pp. 21.^, 240. 

(*) Cf. Ciaconio-Oldoini, III, 
685. 



296 



Capo X. - La primordiale Magna Carta, &c. 



« del Sacro Palazzo non vidi mai uomo più sincero » scri- 
veva proprio in quel tempo il celebre cardinale Aleandro; 
« la sua dottrina », a detta di quell'insigne personaggio, « era 
« più solida in recesso che in apparenza; buono aveva il 
« giudizio, migliore la volontà, bonissima la coscienza » ('). 
Venuti i Capitoli in mano d'un tant'uomo, ritenuti che li 
ebbe un due mesi, li rimandò con la giunta di una sua polizza 
in testimonio di non avervi trovato nulla che pio e santo 
non fosse ('). 

Ottenuto sì favorevole giudizio dal Maestro del Sacro 
Palazzo, venne compilata una minuta di lettere aposto- 
liche, da spedirsi sotto forma di breve o di bolla, come 
meglio sarebbe sembrato, giusta le consuetudini della curia. 
In essa ricordavansi le istanze pòrte dal Contarini al Santo 
Padre, la sodisfazione da lui mostrata per le opere dei com- 
pagni, il parere del Badia sopra lo schema del nuovo isti- 
tuto e finalmente venivano inseriti tutti interi i cinque Ca- 
pitoli con un breve epilogo e la desiderata confermazione. 
Questa minuta fu ai 2 di settembre 1539 inviata da Ignazio 
al Contarini per mezzo d'un nuovo suo discepolo, a sé in 
certa guisa affine, il giovane Antonio de Araoz (3). 

Era il Contarini in Tivoli con papa Paolo, allora dimo- 
rante colà a diporto per un breve soggiorno d'una settimana 



(') Cf. la lettera dell' Aleandro 
dei 6 sett. 1540, diretta a mons. 
Nicolò Ardinghelli, in Cortese, 
Opera, I, 55 sg. Dall' Aleandro, 
pure nello stesso luogo, appren- 
diamo che il Badia era nel 1540 
confessore suo e del cardinal Con- 
tarini. 

(2) « Re mature perspecta nobis 
« retulit [Thomas Badia] univer- 
« sum propositum societatis ve- 
« strae pium sibi sanctumque vi- 
« deri ». Così espressamente nella 
minuta della costituzione « Cum 
« ex plurium », in Tacchi J^Ven- 
TURi, Storta, I, 558. 

(3) Cf. la lettera del Contarini, 
della quale diremo poco più sotto, 
in Mon. Ignat., ser. I, XII, 360, 
e anche in Loiola, Cartas, 1, 433. 



Sopra la venuta in Roma del- 
l' Araoz, che sì per tempo com- 
pare nella storia dell'Ordine, 
specie in Ispagna, v. Astrain, 
I, 204 sg. L'esemplare poi della 
minuta spedita dal p. Ignazio al 
Contarini per presentarla al Pon- 
tefice, è, secondo tutte le probabi- 
lità, quel medesimo postillato dal- 
lo stesso Cardinale e conservato 
tuttora fra le sue scritture nel- 
l'Arch. Vat., Arm. XVII, ord. II, 
n. 3, p. 145. Sopra di essa, dopo 
la scorretta e non intera edizione 
curata dal Dittrich, Regesten, 
pp. 304 sg., fu da me condotta la 
stampa di tutta la prima minuta 
della costituzione « Cum ex plu- 
rium » nel volume e luogo testé 
citato. 



j. - Contenuto dei cinque " Capitoli ". 



297 



incirca ('). Appena ricevuto il plico, la dimane, mercoledì 
3 di settembre, fu col Pontefice a spedire il negozio nel pa- 
lazzo di Rocca Piana. Fattagli conoscere la schedula del 
Maestro del Sacro Palazzo (-), lesse per intero a Sua Santità 
i Capitoli, omettendo soltanto il proemio e l'epilogo delle 
lettere apostoliche già preparate e nelle quali erano stati 
inseriti (3). 

Chi voglia procacciarsi esatta notizia della Compagnia di 
Gesù, quale il suo fondatore concepita l'aveva e supplicava 
venisse approvata dal Vicario di Cristo nel 1539, non ha che 
rivolgere l'attenzione a questo schema, o programma, diviso 
in cinque punti. Noti in gran parte nella sostanza e ancora 
nella forma, come quelli che poi passarono nella conosciu- 
tissima bolla « Regimini militantis », le varianti che tuttavia 
presentano, messe a riscontro con l'ultima lezione sanzio- 
nata dalla Santa Sede, porgono materia ad utili osservazioni 
sulla genesi e sullo sviluppo progressivo dell'Istituto. Perciò 
appunto vanno qui riportati, tradotti a verbo a verbo, quasi 
primigenia Magna Carta della Compagnia di Gesù. 



CHIUNQUE nella nostra Compagnia, che desideriamo insi- 
gnita del nome di Gesù, voglia militare a Dio sotto il ves- 
sillo della croce e servire al solo Signore e al suo Vicario in 
terra, fatto il voto solenne di perpetua castità, tenga fisso 
nell'animo di essere parte di una Compagnia istituita prin- 
cipalmente per il profitto delle anime nella vita e dottrina 
cristiana e per la propagazione della fede col ministero 



j. - CONTENUTO 

DEI CINQUE o CA- 

« PITOLI ». 



(') Il diarista Zappi ed altri, 
che narrarono minutamente l'in- 
gresso di Paolo III in Tivoli, non 
diedero il giorno dell'arrivo. Cf. 
Viola, III, 197. Sappiamo però 
che Paolo tenne concistoro in 
San Marco ai 4, 8, 18, e 27 agosto 
e ai 9 settembre. La sua partenza 
non potè quindi cadere avanti il 
mercoledì 27 agosto; e poiché 
tornò in Roma il 5 di settembre 
(cf. infra 303^), il soggiorno in 
Tivoli non dovette guari esten- 
dersi oltre la misura di tempo so- 
pra indicata. Cf. Liber rerum 
consist. tempore Pauli III, 1535- 



1546, fif. 86V-89V, in Arch. della 
S. Cong. Conc, ora in Arch. Vat. 

(-) Il testo della schedula del 
Badia non ci fu conservato. Non- 
dimeno che egli la scrivesse ce 
ne rende indubbia fede il Conta- 
rini nella citata sua lettera dei 3 
settembre; del contenuto poi ne 
abbiamo il testimonio riportato 
nella minuta della costituzione 
« Cum ex plurium » poco indietro 
citata. 

(3) Cf. l'attestazione del Con- 
tarini in calce alla costituzione 
« Cum ex plurium », in Tacchi 
Venturi, Storia, I, 566. 



2^8 Capo X. - La primordiale Magna Carta, &c. 

della parola, con gli Esercizj spirituali, con le opere di carità, 
specie coll'insegnare ai fanciulli ed ai rozzi le verità cristiane. 
S'industri inoltre di tenere sempre dinanzi agli occhi in primo 
luogo Iddio, e poi il modo e la forma di questo suo istituto 
(ch'è una certa via per arrivare a lui) e di raggiungere con 
ogni sforzo il fine da Dio loro proposto; ognuno nondimeno 
secondo la grazia comunicatagli dallo Spirito Santo e il grado 
di sua vocazione, affinchè non avvenga che si abbia zelo, ma 
non secondo scienza. Il giudizio poi del grado di ciascheduno 
e la distinzione e distribuzione degli uffici sia interamente 
in mano del preposito o prelato, che dovremo eleggerci, 
affinchè si mantenga il debito ordine, necessario in ogni ben 
governata comunità. E questo preposito, udito il parere dei 
compagni, abbia autorità di stabilire in adunanza costitu- 
zioni utiH al conseguimento del nostro fine, salvo sempre alla 
pluralità Mei suffragi il diritto di determinare. Nelle cose poi 
più gravi e perpetue sia formata la congregazione della mag- 
gior parte di tutta la Compagnia, che dal preposito potrà 
essere comodamente convocata; e nelle altre di minore im- 
portanza e temporanee compongasi di coloro che si troveranno 
presenti nel luogo dove quegli risederà. Ma il diritto di 
comandare sia tutto nelle sue mani. 

2. « Sappiano tutti i compagni e, non solamente nei primi 
tempi della loro professione, ma, per quanto basterà loro la 
vita, rivolgano ogni giorno nell'animo, che l'intera Compagnia 
ed ognuno di essi milita a Dio sotto la fedele obbedienza del 
santissimo Signor Nostro Paolo III e de' suoi successori; e 
però ricordino che in tal forma è soggetta al comando del 
Vicario di Cristo ed alla sua podestà, che non solo gH deve 
obbedire secondo il dovere comune di tutti i chierici, ma an- 
cora vi è stretta da vincolo di voto. Onde che qualunque 
cosa, spettante al profitto delle anime e alla propagazione 
della fede, ci venga imposta dalla Santità del Pontefice, im- 
mantinente, senza tergiversazioni o scuse di sorta, ci teniamo 
obbligati di eseguirla per quanto sarà in noi, sia che vogliano 
inviarci ai Turchi, o al nuovo mondo, o ai luterani, o a chic- 
chessia degli infedeli o fedeli. Il perchè coloro che a noi si 
uniranno, innanzi di sottoporre gli omeri a questo carico, 
meditino a lungo e profondamente se posseggano tanto ca- 
pitale di beni celesti da potere, secondo il consiglio evan- 
gelico, condurre a termine questa torre; vale a dire se lo 



j. - Contenuto dei cinque " Capitoli''. 299 

Spirito Santo che li muove prometta loro tanto di grazia, 
che possano affidarsi di avere a portare, col suo aiuto, il 
peso di questa vocazione. E dato che abbiano, per suggeri- 
mento divino, il nome a questa milizia di Gesù Cristo, do- 
dovranno e di giorno e di notte starsene col pie levato, pronti 
a pagare un così grande debito. Ma affinchè tra noi non si 
facciano istanze né per procurarsi né per rifiutare tali mis- 
sioni o simili carichi, prometta ognuno che mai, né diretta- 
mente né indirettamente non tratterà di ciò col Romano 
Pontefice, ma ne rimetterà tutta la cura a Dio, al Papa, come 
vicario di lui, e al preposito della Compagnia. Questi ancora 
alla sua volta prometta, come gli altri, di non adoperarsi col 
Pontefice per essere inviato a questa piuttosto che a quella 
parte, salvo che fosse col consiglio della Compagnia. 

3. « Facciano tutti voto di obbedire al preposito della 
Compagnia in ogni cosa che riguarda l'osservanza di questo 
nostro istituto. Il preposito poi comandi ciò che avrà cono- 
sciuto opportuno a raggiungere il fine a lui prefisso da Dio 
e dalla Compagnia, ricordandosi sempre nel suo governo della 
benignità, mansuetudine, carità di Cristo e dell'esempio di 
Pietro e Paolo, e risguardando assiduamente, tanto egli 
quanto il suo Consiglio, a questa norma. In modo particolare 
tengano a sé raccomandata l'istruzione dei fanciulli e dei 
rozzi nei dieci comandamenti della dottrina cristiana e degli 
altri simili rudimenti, come sembrerà più convenire alle 
varie circostanze di persone, di luogo e di tempo. Poiché è al 
tutto necessario che il preposito e il Consiglio invigilino con 
diligenza all'osservanza di questo punto, non potendo da un 
lato levarsi nei prossimi l'edifizio della fede senza fondamento, 
e dall'altro correndo i nostri pericolo che, quanto più sono 
dotti, cerchino per ventura di esimersi da questo ministero 
in apparenza poco cospicuo, laddove nel fatto non ve ne ha 
altro più fruttuoso, così per l'altrui edificazione, come per 
esercitare i nostri nella carità ed umiltà. I sudditi poi, sia 
per i grandi vantaggi dell'Ordine, sia per la continua pra- 
tica di umiltà, non mai abbastanza lodata, abbiano sempre 
obbligo di obbedire al preposito in tutte le cose spettanti al- 
l'istituto della Compagnia, e in lui riconoscano, quasi fosse 
presente. Cristo, e a dovere lo riveriscano. 

4. « Sapendo già noi per prova, che più gioconda, più pura, 
più edificante per i fedeli é la vita, quando sia da ogni 



300 Capo X. - La primordiale Magna Carta, &c. 

ombra d'interesse lontana e alla evangelica povertà in tutto 
simile, e non ignorando neppure che Gesù Cristo Signore 
nostro darà il vitto e il vestito ai servi suoi, dediti a cercare 
il solo regno di Dio, ognuno di noi farà voto di perpetua po- 
vertà, dichiarando che e in particolare, e in comune non può 
acquistare alcun diritto civile sopra beni stabili o proventi o 
rendite per sostentazione od uso della Compagnia. In quella 
vece si staranno contenti di godere del puro uso delle cose 
necessarie col consenso dei possessori e di ricevere denari e il 
prezzo delle cose loro donate per procacciarsi il necessario 
alla vita. 

« A raccogliere nondimeno alcuni scolastici di buona in- 
dole e ad ammaestrarli nelle scienze, specialmente sacre, 
presso qualche Università, sia loro lecito di possedere beni 
stabili e rendite, a questo sol fine, di mantenere cioè i pre- 
detti giovani desiderosi di progredire in ispirito e dottrina 
e di essere ricevuti nella Compagnia, forniti che abbiano gli 
studj e fatta la professione. 

5. « Tutti i compagni, che hanno gli Ordini sacri, benché 
già incapaci di benefizj e di proventi, siano pur nondimeno 
tenuti alla recita del divino officio secondo il rito della Chiesa, 
non però in coro, onde non vengano impediti nelle opere di 
virtù, alle quali ci siamo interamente dedicati. Per la stessa 
ragione non usino nelle Messe e nelle altre funzioni né organo, 
né canti, poiché queste cose, colle quali altri chierici e reli- 
giosi accompagnano lodevolmente il culto divino, e furono 
introdotte ad eccitare e muovere gli animi giusta la varietà 
dei cantici e delle cerimonie, noi le abbiamo già trovate di 
non piccolo ostacolo. Che, consentaneamente alla nostra vo- 
cazione, oltre gli altri necessarj doveri, noi dobbiamo spesso 
spendere gran parte del giorno ed anche della notte in con- 
solare gl'infermi, non pure nell'anima, ma nel corpo ancora. 

« Queste sono le cose che, in un quasi disegno del nostro 
istituto, cercammo di spiegare col beneplacito di Paolo nostro 
Signore e della Sede Apostolica. Il che abbiamo fatto per 
informare con questo scritto sommario così coloro che ci 
domandano della nostra maniera di vita, come pure i posteri, 
se, a Dio piacendo, giungeremo ad avere seguaci in. questa 
via. E poiché già per esperienza sappiamo che essa non é 
senza molte e gravi difficoltà, giudicammo opportuno di 
avvisare sin d'ora chi ci vorrà seguire che sotto specie di 



4. - Paolo III approva i cinque " Capitoli ", &c. 



30T 



bene non diano in questi due inconvenienti da noi evitati. Il 
primo è che non impongano ai compagni con vincolo di peccato 
mortale né digiuni, né discipline, né l'andare scalzi o a capo 
scoperto, né questo o quel colore di vesti fuori dell'uso co- 
mune, né singolarità nei cibi, né penitenze, cilizj ed altre ma- 
cerazioni della carne; le quali cose tuttavia da noi si proibi- 
scono, non perchè le riproviamo, che anzi sommamente le 
lodiamo ed ammiriamo in coloro che le praticano, ma solo 
perchè non vogliamo che i nostri o restino oppressi da tanti 
pesi insieme, o non trovino in essi una scusa ad esimersi dalle 
altre opere che ci siamo imposte. Possa nondimeno ognuno, 
non proibendoglielo il superiore, esercitare devotamente 
quelle mortificazioni che a sé avrà conosciuto necessarie od 
utili. L'altro inconveniente da schivare è che ninno sia rice- 
vuto nella Compagnia, se non dopo lunga e diligente prova; 
e quando si mostrerà prudente in Cristo e cospicuo o per 
dottrina o per santità, allora finalmente venga ammesso alla 
milizia di Gesù Cristo, il quale si degni di favorire gli esigui 
nostri principi ^ gloria di Dio Padre, cui solo sia sempre onore 
per tutti i secoli. Così sia (^) ». 



FORNITA che ebbe il Contarini questa lettura, Paolo III, ■• 
mostrandone grande sodisfazione, approvò benignamente 
i cinque Capitoli e concesse senz'altro se ne spedisse la bolla o 
il breve, secondo avesse richiesto la pratica della curia. Nar- 
rano che a significare il suo gradimento uscisse allora in quel 
detto rimasto celebre: Qui è lo spirito di Dio, o in quell'altro 
di non diverso senso: Qui è il dito di Dio (*). 

Intanto il Cardinale affinché in autentica legittima forma 



- PAOLO in AP 
PROVA I CINQl'E 
« CAPITOLI »: OS- 
SERVAZIONI DEI. 



CARD. GHINUCCI. 



(^; Vedi il testo, posto a riscon- 
tro con quello inserito, l'anno se- 
guente, nella bolla « Regimini mi- 
« litantis », presso Tacchi Ven- 
turi, Storia, I, 558-565, ed an- 
che, ugualmente ripubblicato dal 
Prof. Stoeckius, Parma und die 
pdpstìiche Bestàtigung der Gesell- 
schaft Jesu 1540, nei Sitzungshe- 
richie der Heidelberger Akademie 
der Wissenschaften philosophisch- 
historische K lasse, IV 191 3, pp. 
31-41. 



I cinque Capitoli, senza però il 
testo riformato di fronte, si hanno 
anche nel Bòhmer, I, 248-255. 

(-) « Quam [f ormulam] ille [Pon- 
« tifex] ubi perlegit, confestim 
« " Spiritus, inquit, Dei est hic,, ». 
Maffei, lib. II, cap. xii, p. 114. 
Col Maffei concorda I'Orlandini, 
lib. II, n. 82, p. 61, e il p. RiBADE- 
NEiRA, e. 76 (nella prima edizio- 
ne del 1572), che riportò la sen- 
tenza nell'edizione, pure latina, 
del 1587, cap. XI, n. 137. l'ero 



302 



Capo X. - Laboriosi trattati per l'approvazione, &c. 



costasse a' curiali la volontà del Pontefice circa la spedizione, 
aggiunse di sua mano in calce della minuta l'attestato se- 
guente: « Io Gaspare Contarini cardinale, faccio fede che ho 
letto in Tivoli al Santissimo Papa nostro i soprascritti Capi- 
toli, omessi il proemio e l'ultimo epilogo, e che Sua Santità, 
dopo averli uditi, li ha approvati e ha concesso si spedisca 
la bolla o il breve, come meglio parrà, secondo la relazione del 
rev. Maestro del Sacro Palazzo, cui la Sua Beatitudine aveva 
ingiunto per mio mezzo che, ponderato bene il negozio, desse 
il suo voto. Io stesso di propria mano scrissi e sottoscrissi » (*). 

Poi quel di medesimo, con isquisita cortesia d'intimo 
amico, mandò partecipare ad Ignazio in poche parole la lieta 
novella, aggiungendovi che al suo ritorno insieme con il Papa 
in Roma, indi a due giorni, si sarebbe senza indugio ordinato 
al reverendissimo Ghinucci di spedire il breve o la bolla (*). 

Girolamo Ghinucci, senese, godeva universalmente alta 
riputazione di virtù, di dottrina e di eccellente conoscitore 
degli affari curiali. Segretario lunghi anni alla Segnatura 
dei Brevi sotto i pontefici Giulio II e Leone X, inviato in 
Francia ed in Inghilterra, poi, all'ultimo, ascritto al Sacro 
Collegio nella seconda creazione del 20 di maggio 1535, ve- 
niva consulta.to di frequente da Paolo III nella spedizione di 
molti e più gravi negozj della Curia (3). 



nella Vita in castigliano del 1583 
introdusse la celebre frase, « Digi- 
« tus Dei est hic » tolta ddAV Esodo, 
vili, 19. Devesi anche osservare 
che il Ribadeneira pone in bocca 
di Paolo III le parole: « Spiritus 
« Dei est hic » o le altre u Digitus 
« Dei est hic » non già nel 1539, 
quando dette l'approvazione a vo- 
ce in Tivoli, ma l'anno seguente, 
allorché il Guidiccioni, mutato av- 
viso, gli commendava la formola 
dell'Istituto. L'allusione scrittu- 
rale fece la fortuna del motto, ri ■ 
petuto poi sempre, invece dell'al- 
tra, dai più accreditati biografi 
ignaziani dei secoli posteriori. 

(') Cf. il testo latino, in Tacchi 
Venturi, Storia, 1, 566. 

(2) La letterina del Contarini 



fu dapprima pubblicata in latino 
negli Ada SS., iul. to. VII, Com- 
nient. pr aev ., n. ^01. Nell'ori- 
ginale italiano la diede fuori nel 
1863 il Boero, Vita di s. Ignazio 
descritta dal Ribadeneira; poi il De 
LA Torre, in Loyola, Cartas, I, 
433; ultimamente 1' Astrain, 1, 97. 
(3) «A pueroin curia educatus... 
« in subscribendis brevibus prae- 
« fectus fuit ». Cosi il CiACONio- 
Oldoini, III, 570. Cf. Cardella, 
IV, 147. Vedi pure l'accurata no- 
ta dell'Editore delle Opere del 
Cortese, II, 188. Circa la riputa- 
zione del Ghinucci, come uomo 
spertissimo nel maneggio delle 
cose della curia, è da leggere la let- 
tera del Contarini, nel Dittrich, 
Regesten, p. 369 sg. Cf. pure, nel 



4. - Paolo III approva i cinque " Capitoli ", &c. 



303 



A lui pertanto il Centanni nei quattro giorni passati in 
Roma, avanti d'incamminarsi col Pontefice, mandò in esame 
la minuta già preparata delle lettere apostoliche per l'appro- 
vazione del nuovo istituto (*). 

Queste notizie, ignorate dagli antichi stoiici ignaziani 
ed anche dai più recenti, le dobbiamo ad una lettera di messer 
Lattanzio Tolomei venuta in luce nel penultimo decennio del 
secolo scorso ('). Imparentato costui col Ghinucci e, come 
vedemmo (3), discepolo del Loiola, ai 28 di settembre scriveva 
al Contarini in Loreto ragguagliandolo del come si svolge- 
vano le pratiche per la spedizione della bolla. Dal Ghinucci 
si era già discussa la cosa con molta considerazione ed auto- 
rità e, salvo certi mutamenti di forma in qualche termine non 
guari conforme allo stile curiale, non s'era trovato da ridire 
se non sopra due dei cinque Capitoli. 

Nell'ultimo gli dispiaceva la proibizione dell'organo e 
del canto nelle Messe e nelle altre sacre funzioni, ed anche il 
divieto di non imporre ai membri del nuovo Ordine, sotto 
pena di grave colpa, le austerità corporali non prescritte 
dalla Chiesa alla comune dei fedeli {'*). Tutto ciò sembra- 



citato Cortese, I, 54, il parere 
dato dal Ghinucci di conserva xoì 
Contarini e l'Aleandro ai 6 sett. 
1540 circa il prelato da scegliere 
pel colloquio di Worms. 

(') Come il Contarini già aveva 
annunziato (cf. Mon. Ignat., ser. 
I, XII, 360) Paolo III tornò in 
Roma il venerdì 5 sett., secondo 
attestano parecchie date di sup- 
pliche per la spedizione di let- 
tere apostoliche nell'Arch. Vat., 
Supplic. 2339, ff. 8, 60. Il 9 s'in- 
camminò per Nepi verso Loreto. 
Cf . il Diario di Biagio da Cesena, 
nella Bibl. Naz. di Roma, Ges., 
270 (2399), fo. 268. L'esattezza 
della frase di Biagio « post octa- 
II vum septembris » ha conferma 
nelle suppliche or ora citate. 
Arch. Vat., ivi, 2339. fo. 23V; 234, 
fo. 81. 

(-) Cioè nel 1881, quando il 
Dittrich pubblicò il documento 



nei Regesten und Briefe des Car- 
dinals G. Contarini, p. 379. 

(3) Cf. sopra, pp. 117-119. 

(4) Ecco i due passi quali il To- 
lomei, con lievissime varianti di 
pura forma, l'inseriva nella sua 
lettera. « Quamobrem nec organa 
" nec musicos canendi ritus Mis- 
" sis et reliquia officiis suis adhi- 
K beant &c. »... «Ne qua ieiunia, 
« disciplinas, pedum capitisve nu- 
.; ditates, vestium colores a com- 
« muni usu discrepantes, cibo- 
« rum dififerentias, poenitentias, 
'. cilicia et alias carnis macera - 
» tiones sub vinculo peccati mor- 
ii talis sociis imponant; quae ta- 
li men non ideo prohibemus, quia 
-i illa daranemus, cum in homini- 
(I bus, qui haec observant illa val- 
li de laudemus ac suspiciamus, sed 
1 tantum quia nolumus nostros 

aut tot oneribus simwl iunctis 
opprimi, aut &c. ». « Quali paro- 



304 



Capo X. - Laboriosi trattati per l'approvazione, &c. 



vagli fosse da sopprimere per non dare ansa ai luterani di 
confermarsi e gloriarsi nei loro errori, per quanto vi si usasse 
la preveggenza di non tacere il motivo della proibizione e di 
aggiungervi un correttivo nell'encomio tributato all'esercizio 
della penitenza esteriore. Ad ogni modo ciò non creerebbe 
difficoltà; stantechè i maestri parigini, vale a dire il p. Ignazio 
e i compagni rimasti in Roma ('), non ripugnavano affatto 
alle correzioni, se sua Signoria Reverendissima fosse di questo 
avviso. Quanto al secondo capitolo affermava avere dato 
materia a molta consulta il passo risguardante il voto di 
obbedienza al Sommo Pontefice (*). Esso da principio era 
sembrato superfluo, quasi risguardasse materia d'obbligo per 
tutti i cristiani o almeno pei chierici; poi, vagliato accura- 
tamente il punto e udite le spiegazioni dei maestri parigini, 
essersi riconosciuto che siffatta promessa non era superva- 



le », proseguiva il Tolomei, « a Sua 
« Signoria Reverendissima » , cioè 
al card. Ghinucci, «paiono da le- 
« vare per non dare ansa alli lute- 
« rani, e quantunque vi si aggiunga 
« subito il correttivo: illa valde lau~ 
« demus ac st<spiciawMs;etaquesto 
« si accordavano li Maestri Pari- 
li gini, che si toUessero via, paren- 
« do a quella », vale a dire al me- 
desimo Ghinucci. Nel Dittrich, 
Regesten, p. 379. Cf. i passi corri- 
spondenti dell'intero testo dei cin- 
que capitoli, in Tacchi Venturi, 
Storia. I, 563 sg. 

(') Il Dittrich, G. Contarini, p. 
407 sg., non intese affatto il ter- 
mine « maestri parigini » adope- 
rato dal Tolomei, col quale non 
s'indicano altri che Ignazio e i 
compagni; lo riferì invece ad al- 
cuni teologi di Parigi che il Ghi- 
nucci avrebbe chiamato a discu- 
tere seco lui sopra i cinque Capi- 
io' i. Niente di men vero! 

(') « Atque ita sub vicarii Chri- 
« sti imperio divinaque eius pote- 
« state subesse non solum ei iuxta 
K commune clericorum omnium 
« debitum parere, sed etiam voti 



(i vinculo ita alligar], ut quic- 
" quid Sanctitas eius iusserit ad 
« profectum animarum et fidei 
« propagationem pertinens, sine 
« ulla tergiversatione aut excusa- 
« tione, illieo, quantum in nobis 
« fuerit, exequi teneamur, sive 

< miserit nos ad Turcas &c. », loc. 
cit. Riferito il passo, che inte- 
ramente concorda col testo di- 
poi ammesso nella minuta della 
bolla, Lattanzio continuava nei se- 
guenti termini: « Questo loco pa- 
'< reva da principio superfluo quan- 
« to al voto, quasi che tutti li 
(I christiani fossero tenuti al me- 
(i desimo o almeno li clerici: dipoi 
« in el trattare questo loco si è 
K cognosciuto che non è super- 
ai fluo il voto, et li detti Maestri 
" si sono meglio dichiarati, come 
<' appare in la minuta che il car- 

< dinaie Ghinucci manda al Reve- 
« rendissimo et illustrissimo Far- 
« nese, quale per via del Vescovo 
« di Neocastra (") potrà Vostra Si- 
li gnoria Reverendissima vedere ». 
Loc. cit. 

(a) Marcello Cervini da poco più di un mese 
eletto vescùvu di Nicastro. 



i 



I 



j, - Difficoltà per le lettere apostoliche, &c. 



305 



canea, come appariva nella minuta che il cardinale Ghinucci 
inviava al cardinale Alessandro Farnese. « Nò credo che il 
(» Reverendissimo Ghinucci in el scrivere suo si opponga, per 
« quanto ha mostro a me; niente di meno, innanzi che la 
<i bolla si spedisca, ha voluto abbondare in cautela. 

« Onde io ne ho voluto dare insieme questo avviso a 
•< Vostra Reverendissima Signoria, adciò che quella se degni 
« con Sua Beatitudine dare il complemento alla opera, che 
« dalla medesima ha già avuto così buon principio a laude 
« di Dio » (^). 

Secondo questa lettera del Tolomei le pratiche per la 
spedizione delle lettere apostoliche promesse dal Pontefice 
ai 3 di settembre si avviavano rapidamente a prospera riu- 
scita. Che nel vero le difficoltà del Ghinucci non toccavano 
in ninna maniera la sostanza del negozio, cioè l'approvazione 
dell'istituto, ma solo alcuni pochi passi del suo programma, 
intorno ai quali i fondatori si erano dichiarati pronti di adot- 
tare gli emendamenti del reverendissimo revisore. Né, per 
verità, altramente si aspettavano Ignazio e il Salmerone, 
i quali, precedendo di tre o quattro giorni il Tolomei, in una 
loro lettera spedita in Ispagna avevano comunicato la con- 
fermazior^e del loro pio sodalizio come cosa già ferma e 
conclusa (^). 



MA era pure decreto di Provvidenza fecondo di non pic- 
colo bene alla prosperità stessa della tenera pianticella, 
che nel suo primo attecchire non fosse esente dalle vicessitu- 
dini cui già soggiacquero due delle più insigni religioni onde 
s'infiora il terrestre giardino di Cristo. Al braccio generoso, 
da Francesco d'Assisi e da Domenico Guzman offerto alla 
Chiesa invocante rimedio alle piaghe mortali che dilania- 
vano il suo mistico corpo, nient'altro seguì da principio 
che un'inattesa, dolorosa ripulsa; e solo quando, perseve- 
rando i due patriarchi nella preghiera a Dio, cadono le diffi- 



T. - DIFFICOLTA 
PER Lr; LETTERE 

APOSTO LI che: 

ENTRA IN ISCENA 

UN NUOVO POR 
POR\TO. 



(') Cf. Tyiii-Ricu.Regesten.-p. 379. 

(^) Cf. la lettera del 24 e 25 
settembre a Beltramo di Loiola 
e a Giovanni Lainez, padre di Gia- 
como, in M(m. Ignat., ser. I, I, 
149, 154. Alcuni esterni altresì 
parlavano della nuova congrega- 
nte; »a della Compagnia di Gt%it in Italia, 



zione, come se fosse già confer- 
mata dalla Santa Sede. Vedi il 
discorso in proposito dell'Arcidia- 
cono di Barcellona don Jaime Ca- 
zador, che l'Araoz riferisce scri- 
vendo a s. Ignazio, il 30 ott. 1539, 
nelle Epist. mixtae. T, 32. 



u. 



30 



3o6 Capo X. - Laboriosi trattati per r approvazione, &c. 

colta, che all'ardimento magnanimo dell'uno oppone l'u- 
mana considerazione della rigida austerezza della serafica 
Regola, e a quello dell'altro il freno del recentissimo canone 
conciliare, il grande Innocenzo leva la destra a benedirli 
entrambi e se li stringe al seno per farne i cooperatori 
imperituri nel sorreggere con gagliardo fianco il Laterano 
minacciante ruina (*). 

Così al I.oiola, dopo più di due secoli da questi eroi, 
entrato in campo con nell'animo il medesimo spirito apo- 
stolico e solo bramoso di farsi, insieme con tutti i suoi, nulla 
più che una lancia spezzata ai cenni del Romano Pontefice. 



(^) «Distulittamenperficere[In- 
« nocentius] quod Christi postula- 
« bat pauperculus, prò eo quod 
« aliquibus Cardinalibus novum 
« aliquid et supra vires humanas 
'( arduum videretur ». Così giusta- 
mente il Wadding, Annaìes, I, 
82, esponendo la tradizione, quale 
l'abbiamo nella Leggenda dei tre 
Compagni, e in altre fonti coeve. 
Ci. Ada SS., oct. to. II, die quarta, 
prima append. inedita ad vi- 
tam primam s. Francisci, nn. 
48-52. (Cf. sopra, p. 2944). Quanto 
a s. Domenico, non ostante il si- 
lenzio dell'autorevole contempo- 
raneo, il b. Giordano, e di altri 
autori sincroni, quali il venerabile 
Umberto e fra Bartolomeo da 
Trento, è cosa oggidì non più con- 
troversa tra i cultori della storia 
dei PP. Predicatori che il Santo 
nel 12 15, quando si presentò ad 
Innocenzo, lo trovò sulle prime 
restio all'approvazione del nuovo 
Ordine, massime per non derogare 
al canone xiii, pure allora introA 
dotto nel IV Concilio di Laterano: 
« Ne nimia religionum diversitas 
« gravem in Ecclesia Dei confu- 
tt sionem inducat, firmiter prohi- 
« bemus ne quis de cetero no- 
« vam religionem inveniat, sed 
« quicumque voluerit ad Religio- 



« nem converti, unam de appro- 
« batis assumat d. Mansi, XXII, 
col. 1002 E. 

Ma la nota visione del Late- 
rano minacciante rovina e sor- 
retto cogli omeri da Domenico, 
l'inclinò a mutare avviso e a far- 
gli trovare un temperamento che 
concedesse di ammettere l'aiuto 
offerto alla Chiesa senza dispensa 
al recentissimo divieto. E questo 
fu l'ingiungere al Servo di Dio che 
eleggesse una regola già approva- 
ta; poiché, come bene osservò l'E- 
chard, « regulam et institutiones 
» iam approbatas assumere, non 
« tam erat novum Ordinem fun- 
« dare, quam iam constitutum 
« erigere ad perfectionem ». Ciò 
che appunto non indugiò di fare 
l'inclito san Domenico scegliendo 
la Regola di sant'Agostino e le 
consuetudini vigenti in altre con- 
gregazioni, massimamente presso 
i Canonici Regolari; con che, giu- 
sta la sentenza del citato autore 
« non tam Ordinem novum erexit, 
« quam Ordinem canonicum auxit 
« in apostolicum ». Echard, presso 
Acta SS. aug. to. I, die quarta 
Comment . praev. de s. Do- 
minio o, nn. 414-417. Vedi pure 

MaMACHI, I, 358-363; GUIRAUD, 

PP- 72-84- 



j. - Difficoltà per le lettere apostoliche, &c. 



1^1 



s'attraversano sulla rotta, testé creduta libera e sicura, pau- 
rosi scogli da far naufragare le deliberazioni prese con tanta 
maturità di consiglio e fervida insistenza di preghiere nei 
notturni convegni di casa del Frangipani. 

Le difficoltà dovettero essere sentite tanto maggiori e 
riuscire più dure ai maestri parigini quanto erano accre- 
sciute dall'amarezza di un gran disinganno. Che, a giudicare 
dal modo, col quale il 3 settembre 1539 s'era ottenuta con 
oracolo di viva voce la prima approvazione, non potevano 
non presumere, come più avanti fu visto {*), che la solenne 
conferma in iscritto non dovesse stimarsi cosa omai definita 
e indubitabile ad aversi, superato che fosse quel po' d'in- 
dugio alla spedizione del diploma, causato dalla soprabbon- 
danza dei negozj nella Curia. Nel fatto però l'affare volse 
in tutt'altra maniera, sino a correre grave pericolo di non 
mai giungere in porto per una questione non di forma, ma di 
principio, la quale, col testimonio delle fonti di prima mano 
rileva non poco indagare di che natura fosse e come e da 
chi venisse sostenuta e agitata. 

Pur troppo non possediamo il parere del Ghinucci sopra 
la minuta del diploma paolino in confermazione dei cinque 
Capitoli. Se si fosse conservato o non fosse andato smarrito, 
probabilmente ci darebbe bastevole lume non solo a pene- 
trare le cagioni del sopravvenuto ritegno del Pontefice, ma 
forse anche a dedurne che il Tolomei, portato dall'affetto 
ai Preti riformati, aveva preso in senso soverchiamente favo- 
revole le parole del Cardinale. Però, mancandoci questo do- 
cumento ed altri dello stesso genere, ci è giuocoforza tenerci 
paghi a stabilire che il negozio dell'approvazione, esordito 
con lieti auspici nel settembre del 1539, per il disaccordo dei 
due cardinali Contarini e Ghinucci (*) s'arenava a poco più 
di un mese con timore di futuro naufragio, a segno tale che 



(^) Cf. sopra, p. 301. 

(*) Che il Ghinucci, non ostante 
le parole del Tolomei, piene di 
tanta speranza, venisse contrad- 
dicendo all'approvazione, patroci- 
nata dal Contarini, lo narra espres- 
samente il p. Gonzàlez che l'ebbe 
da s. Ignazio: « El cardenal Ginu- 
« chi contradizla, aun después de 



« la concessi ón del papa». Mcm. 
Ignat., ser. IV, I, 295 sg. 

Il Gonzàlez mette tra gli oppo- 
sitori, senza darne il nome, un 
vescovo dominicano, non ricorda- 
to comechessia dalle altre fonti. 
Non potrebbe egli forse, secondo 
la buona congettura del Bohmer, 
I, 254*, esser incorso in equivoco? 



3o8 



Capo X. - Laboriosi trattati per F approvazione, &c. 



Ignazio sin dal 6 decembre sentiva il bisogno di ricorrere per 
mezzo del laio alla protezione di Ercole II duca di Ferrara ('). 

E ne aveva ben donde; che Paolo III, desideroso di ri- 
solvere la questione conformemente ai desiderj dei nostri 
maestri parigini, senza perù mancare di tenere nel debito 
conto l'avviso contrario dell'autorevole Ghinucci, la rimise, 
quasi ad arbitro tra i due dissenzienti, all'illustre canonista 
Bartolomeo Guidiccioni, tenuto in grandissimo conto, e pro- 
prio in quei giorni promosso d'uno in altro onore fino al su- 
premo della porpora cardinalizia (*). Di qua provenne che 
gli storici ignaziani, dal sec. xvi a dì nostri, salvo ecce- 
zioni rarissime, ci parlassero d'una commissione di cardi- 
nali istituita dal Pontefice per l'esame più accurato dei 
cinque Capitoli e per la forma da dare alle lettere aposto- 
liche che dovevano confermarli (3), 

Invece, come chiaro risulta dallo studio dei monumenti 
contemporanei, non vi è luogo a parlare di una vera e pro- 
pria commissione cardinalizia appositamente sin dal prin- 
cipio costituita per deliberare intorno al negozio. Soltanto 
tre porporati, l'un dopo l'altro, il Contarini, il Crhinucci e il 
Guidiccioni, e quest'ultimo sol perchè i primi due dissenti- 



(/) Cf. la lettera del duca al 
p. laio, Ferrara, 19 dee. 1539. 
in Epist. PP. P. Broèti &c.. p. 385. 
Da essa si ricava che il laio sotto 
il 6 decembre l'aveva richiesto 
d'aiuto. L'Archivio di Stato in 
Modena non ci ha conservato né 
questa lettera del laio al duca 
Ercole, né quella che Ercole II, 
il detto giorno 19 decembre gli 
allegava, per recapitarla a suo 
fratello il cardinale Ippolito, pre- 
gandolo in opportuna forma fosse 
contento pigliare la protezione 
dei Preti riformati e non mancare 
loro del favore e patrocinio suo, 
allora e sempre che occorresse. 

(') Il Guidiccioni fu ai 22 nov. 
1539 nominato vicario di Pao- 
lo III in Roma; ai 12 del succes- 
sivo decembre ebbe il vescovato 
di Teramo; indi a sette giorni, 
cioè il 19, la porpora. Però ninno 



di questi uffici, come vorrebbe il 
PoLANCo, Chron., I, 80, designa- 
valo direttamente a dare il suo 
parere circa la controversia: nella 
quale entrò solo per ispeciale man- 
dato di Paolo III, che tanto conto 
faceva del suo giudizio, secondo 
rettamente osserva il Bòhmer, i, 
255 sg- 

(3) Cf. RiBADENEIRA, Cap. IX, 

n. 172; Maffei, lib. 11, cap. xii, 
p. 114; Orlandini, lib. II, nn. 84, 
113, pp. 61, 68; Genelli, p. 266; 
Astrain, I, 97. Anche il poco 
sopra nominato Prof. Stoeckius, 
loc. cit., p. 7 ammette una com- 
missione di tre cardinali, apposi- 
tamente costituita da Paolo III 
per attendere alla spedizione del 
negozio. Tra i moderni che die- 
dero giustamente nel segno non 
so indicare altri che il Bòhmer, 
I, 255 sg. 



// cardinale Bartolomeo Guidkcisni: suo ritratto. 



309 



vano, vennero invitati a pronunziare se la forma del nuovo 
istituto esibita al Papa meritasse l'approvazione, in ordine 
specialmente agli effetti intesi dal Loiola e dai compagni. 
Se non che l'intervento del Guidiccioni nella controversia, 
invece di affrettare la spedizione della supplica, l'avviluppò 
in nuovi e più lunghi indugj, com'era da aspettarsi dal modo 
di giudicare e sentire di questo prelato, la cui preclara figura, 
a meglio intendere i fatti, vuole essere qui debitamente 
posta nel suo degno rilievo. 



BARTOLOMEO Guidiccioni, nato di nobile stirpe in Lucca ^^• 
il 1469, emerge tra i grandi uomini di chiesa vissuti in r,x 
Italia nella prima metà del secolo decimosesto. Lasciato im- 
meritamente nell'ombra sino a questi ultimi anni (^), riapparve 
a' giorni nostri nel veritiero suo aspetto d'integro pastore, 
zelante del gregge, di versatissimo nella storia dei canoni, di 
uomo tenace nelle sue convinzioni, tutto d'un pezzo, pronto 
più tosto a frangersi che a piegarsi. 

Quando Paolo TU, che intimamente ne conosceva i 
talenti e a ve vane apprezzati i rilevanti servigi nei varj ca- 
richi affidatigH di suo uditore generale nel Piceno, e di vi- 
cario vescovile in Parma ('), asceso appena al pontificato, 
volle chiamarlo alla corte di Roma dal tanto a lui caro ro- 
mitaggio di Carignano presso Lucca, ne ricevette una rispo- 
sta che, megUo di qualunque lungo discorso, scolpisce l'uomo. 
e È impossibile », rispose il 18 novembre 1534 al Breve del 
Papa, « che io ritorni agli antichi studj di diritto, alle fati- 
che e ai costumi della curia. Sono già nel sessantesimo quinto 
anno d'età, infralito d'animo e di corpo, esternamente non 



• IL CARDINA- 
nARTOLOMEO 
IDICCIONI: SUO 
RII RATTO. 



(') Se ne occupò con istudio 
diretto sulle fonti inedite di pri- 
ma mano, specie sulle memorie 
della propria vita sino al 1535, 
il R. Dr. Vincenzo Schweitzer, 
Kardinal Bartolomeo Guidiccioni, 
in Rómische Quartalschrift, XX 
(1906), 27-53; 142-161; 189-204. 
Prima di questo bel lavoro dello 
Schweitzer non possedevamo del 
gran prelato lucchese altro che la 
biografia, al certo non isprege- 
vole, del Ciaconio-Oldoini. Le 



Memorie di Bartolomeo card. Gui- 
diccioni compilate da Francesco 
Maria Fiorentini e conservate mss. 
nella R. Biblioteca di Lucca (codd. 
103, 902, 926), secondo l'esame 
ch'io stesso ne feci, non sono al- 
tro, salvo qualche passo, che una 
compilazione della fine del sec. 
XVII condotta sopra le vite dei 
cardinali dei menzionati Ciaco- 
nio-Oldoini. 

(^) Cf. Schweitzer, loc. cit., pp. 

35-44- 



3 IO Capo X, - Laboriosi trattati per F approvazione^ &c. 

meno che interiormente abbattuto e fiacco e ornai non più 
in grado d'intervenire ai conviti e ai ritrovi, senza di che 
i negozj della corte e i pubblici affari appena si possono trat- 
tare e spedire. Fuggo le conversazioni, aborro dallo strepito, 
m'è dolce la solitudine, mi sento inettissimo a compiere le 
sacre ceremonie e gli uffici ecclesiastici, incapace per fino di 
governare me stesso. Inoltre mi risuona assiduamente al- 
l'orecchio quel detto di Cristo, di cui Vostra Beatitudine 
tiene le veci, " ricordatevi della moglie di Lot " (*); onde 
pavento di declinare dall'intrapreso cammino. So io bene 
quali perniciosissimi vizj siano l'ambizione e l'avarizia, de- 
testati non pure da' cristiani, ma da' gentili e da ogni setta, 
e quanto il loro veleno riesca micidiale, specie a' vecchi; di 
guisa che il vivere in corte e il non dare in essi e non affon- 
darvi per entro riesce più difficile che toccare la pece e non 
esserne bruttato. Non ignoro ancora che le ricchezze, appe- 
tite e procacciate oltre il convenevole all'onesto vivere, ca- 
gionano più di sollecitudine e di molestia che non apportino 
di riposo e consolazione; esse divengono il più delle volte pa- 
scolo alle passioni, e perciò ai chierici, ed anche ai vescovi, si 
prescrive parca la mensa e modesta la supellettile. Consi- 
dero ancora da un lato la felicità umana sempre alle prese con 
chi la possiede, e dall'altro l'esito finale di questa lotta chje 
è di necessità 'abbandonare o essere abbandonati. Laonde, 
non volendo appetire (che avrei a farne io del mondo?) più 
del necessario alla vita, né sentirmi costretto ad usare le 
cose procacciatemi e a radunarle stoltamente là donde pre- 
sto dovrò partirmi, quante volte ascolto chi mi vuole per- 
suadere il ritorno alla corte, temo, Beatissimo Padre, non 
mi prenda Satana e non mi tenti, trasportandomi in un 
alto monte per mostrarmi e promettermi di colassù tutti i 
piaceri e le delizie terrene a fine di rubarmi gli sgoccioli 
della vecchiezza, come già mi rapì il fiore della gioventù. 
Il perchè entro in timore che a me fiacco e fragile non 
abbia a succedere ciò che avvenne a Pietro, robusto e pronto 
a morire; né so quindi risolvermi di ritornare in corte» ('). 



(') « Memorcs estotc uxoris citate Memorie drì Guidiccioni 

• Loth». Lue. XVII, 32. conservate nella K. Biblioteca di 

(«) Il testo latino della lettera Lucca. Sopra di esso condussi fe- 

fu inserito dal Fiorentini nelle delmente la traduzione. 



6. - Il cardinale Bartolomeo Guidicàoni: suo ritratto. 



311 



Non ebbe a male il Pontefice il rifiuto del prelato, e per 
allora lo lasciò ai prediletti studj nella mite villa di Cari- 
gnano, immerso in quella che Annibal Caro disse a ragione 
« fruttifera solitudine » ('). Indi a poco men di due anni, in- 
timato il concilio a Mantova, lo chiamò a Roma pei lavori 
preparatori; ma neppure questa volta fu lieto di vedere ac- 
cettato l'invito (*). Venuto a vacare nel 1539 il tanto rile- 
vante ed ambito ufficio di datario (3), Paolo III pose no- 
vamente gli occhi sul Guidiccioni, cui questa volta fu duopo 
cedere. Brevissimo tempo trascorso, il 12 decembre dello 
stesso anno creavalo Prete Cardinale del titolo di San Ce- 
sario. Gli elogi che in questa occasione tributavagli nella 
bolla di promozione riescono prova novella della stima 
in che l'aveva: dicevalo degno dell'amplissimo onore per 
l'indefettibile sua carità; per la preclara dottrina, per l'esimia 
interezza, per la singolare prudenza, per la magnanimità in 
giudicare, per la ponderazione nel porgere consigli e la dili- 
genza nell'operare e soprattutto per la circonspezione'in ogni 
cosa (*). Or men di tre mesi innanzi che venisse insignito della 
sacra porpora, propriamente quando, già nominato datario, 
era sul punto di avviarsi alla volta di Roma, il nepote di lui 
Giovanni Guidiccioni, altrettanto chiaro letterato che diplo- 
matico, scrivevagli da Fossombrone, dov'era vescovo, il 20 set- 
tembre una lunga, significantissima lettera che ci dà vivo 
lume a sempre meglio conoscere l'austero vegliardo ('). Che 
invero quel prudente vescovo, esperto dei più difficili ma- 
neggi, non è a presumere si facesse egli, non ancora quaran- 
tenne, a dare consigli a chi tanto gli era maggiore per età e 
dottrina, se non l'avesse creduto utile e forse ancor neces- 
sario al bisogno. Ricordata adunque allo zio l'aspettazione 
che precedevalo nella eterna città, gli suggeriva destramente 



(*) Cf. Ciaconio-Oldoini, III, 
670. 

(^) SCHWEITZER, loc. cit., p. I42. 

Cf. MiNUTOLi, in Guidiccioni, I, 

XX. 

(3) Cf. SCHWEITZER, loC. cit., pp. 

146. 153- 

("♦) Ecco le testuali parole: « ...ob 
« iugem charitatem, praeclaram 
« doctrinam, eximiam integrita- 
« tem, singularem prudentiam, in 



« iudicio magnanimitatem, in con- 
i( sulendo gravitatem et peragendo 
« diligentiam ac rebus denique om- 
« nibus summam circumspectio- 
H nem ». Arch. Vat., Regest. 1694, 
fo. 217. La bolla ha la data del 
12 dee. 1539; ma la proclama- 
zione del nuovo cardinale ebbe 

luogo il 19. Cf. SCHWEITZER, p. 



155^ 



(5) Guidiccioni, I, 237-244. 



7. - OPINIONI DEL 
GUIDICCIONI IN- 
TORNO AGLI OR- 
DINI EF.LICIOSI. 



I 

312 Capo X. - Laboriosi trattati per t approvazione, &c. 

fargli mestieri a ben corrispondervi, non solo la perseve- 
ranza, di che non dubitava, nel santo proposito d'anteporre 
l'onesto ed il giusto a' disegni particolari ed alle passioni, ma 
ancora il sapere accomodarsi a molte cose contrarie a' suoi 
costumi e alla vita vissuta tanti anni fuori di corte, senza 
pensiero di ritornarvi. E dopo molti altri ricordi passava 
con bel garbo al punto che, se non l'unico, era di certo il 
motivo precipuo di quel suo scritto, suggerendogli, da fine 
diplomatico che egli era, alcuni avvisi nei quali troviamo 
una profonda conoscenza del carattere non solo dello zio, 
ma di quello altresì del gran papa farnesiano. 

« Se la S. V. », dicevagli, « sarà ricercato da Sua Beati- 
« tudine del suo parere, ha sempre da dire la verità, ma con 
« quella modestia e sommissione che s'appartiene a uno il 
« quale conosce il suo grado inferiore e il consiglio più de- 
« bole. E se talora si viene alla discussione, non sia perti- 
« nace nelle contraddizioni, né troppo liberale nelle repliche; 
« ma riposi sull'opinione di Sua Santità, la quale considera 
« e rumina poi sottilmente ogni cosa, e per capacità dell'in- 
« gegno delibera alcune volte secondo le cose udite et a con- 
« sigilo di altri, ma sempre circospettamente » (^). 

A mitigarne poi lo zelo e la spiccata tendenza di prendere 
di fronte le questioni e tendere diretto al fine senza sover- 
chio risguardo a circostanze di tempo, di persone, di consuetu- 
dini, «Ella non cerchi», l'ammoniva, «di rinnovare il mondo; 
« perchè, se dispiace in luogo alcuno l'austerità e il freno 
« delle usanze trascorse, dispiace in Roma, dov'è permessa 
« la libertà del vivere. Sì bene Ella ha da provedere a qual- 
« che trascurato abuso et a servare una certa mediocrità, me- 
« diante la quale rimanga tra l'esecutivo e il mansueto, tra 
« il buono e il sagace » (^). 

TAL era l'uomo cui venne rimesso il negozio della confer- 
mazione della Compagnia, dopo che il Ghinucci ebbe dato 
il suo voto contrario a quello sì favorevole del Contarini. 
I cinque capitoli dovettero venire in mano dell'austero pre- 
lato alla fine del novembre o più probabilmente all'entrare 
del decembre 1539 (^). Non è guari difficile immaginare 

(') GuiDicciONi, I, 242. (3) Si argomenta con sufficiente 

(*) GuiDicciONi, I, 243. certezza dalla lettera degli An- 



7- - Opimohi del Guidicciom intorno àgli Ordini religiosi. 313 

quali sollecitudini cagionasse ad Ignazio e ai compagni la 
scelta del nuovo revisore, che, succedendo in terzo luogo ai 
due fino allora discordi, per la forza delle cose veniva quasi 
ad assumere autorità di arbitro. Eran poi noti i principj da 
lui professati in materia d'Ordini religiosi, principj in tutto 
contrarj a quelli che gli sarebbe convenuto avere per am- 
mettere la supplica dei maestri parigini. 

La pubblica voce faceva il Guidiccioni autore di un 
libro, nel quale, dice vasi, sentenziava non fossero più da 
approvarsi nella Chiesa nuovi Ordini, anzi doversi ridurre a 
soli quattro i molti già preesistenti (^). La notizia, inesatta 
senza dubbio nell'attribuirgli uno speciale trattato od opu- 
scolo sopra quest'argomento, era nondimeno vera in quanto 
dicevalo sostenitore e patrono di siffatte teorie. Ci rimangono 
tra i molti suoi scritti, passati inediti alla posterità, il trattato 
De Concilio Universali e quello De Ecclesia et emendationc 
ministrorum; nei quali appunto patrocina caldamente l'os- 
servanza del divieto circa l'introduzione di nuovi Ordini 
sancito già dal concilio IV di Laterano e rinnovato in quello 
di Lione del 1274 ('). Secondo il parere del Guidiccioni, né 
era egli il solo a così opinare (3), quello statuto conciliare 
andava scrupolosamente osservato, se pur volevasi porre 
un qualche rimedio ai gravi abusi provenuti nella società 
cristiana dalla soverchia varietà delle religiose famiglie. Da 
quest'unica sorgente scaturivano, a sentir lui, le gare, le 



ziani di Parma al loro oratore in 
Roma, che porta la data dei 26 
gen. 1540. Cf. Tacchi Venturi, 
Storia, I, 568 sg. Di questo av- 
viso è anche il Bòhmer, I, 256. 
(') Così ne scrivono presso che 
tutte le fonti gesuitiche contem- 
poranee. Cf. RiBADENEIRA, Vita 
/^Wfl^JZ, Cap.XI, n.172; RODRIGUEZ, 

Commentarium, in Epist. PP. P. 
Broèti &c., p. 514; Maffei, lib. 11, 
cap. XII, p. 114. Il PoLANCo, Vi- 
ta Ignatii, p. 72, fece senz'altro 
il Guidiccioni autore d'un libro 
contro la moltitudine degli Or- 
dini religiosi: « Con tra eam librum 
« scripserat ». 

-) Cf. i passi dei due trattati 



sopra questo argomento, editi per 
intero la prima volta, in Tacchi 
Venturi, Storia, I, 579-585. Cir- 
ca l'eredità letteraria del Guidic- 
cioni, conservata ora nella Bibl. 
Vaticana, oltre Tacchi Venturi, 
loc. cit., p. 579^ V. Schweitzep, 
PP- 44. 52 sg., 189-195. 

(3) Si vegga la Minuta de cosas 
que deven proponerse en el con- 
cilio Lateranense segun la pri- 
ntera sesión tenida en Burgos el 
dia de està fecha (17 de diciem- 
bre 151 1), edita dal Dòllinger, 
Beitrdge, III, 200-208, nella quale 
(p. 206) viene fortemente deplo- 
rata la moltitudine degli Ordini 
religiosi. 



314 



Capo X. - Laboriosi trattati per Tappravazione, &c. 



gelosie, le discordie, una certa confusione nella disciplina 
ecclesiastica. Il perchè, procedendo nei suoi raziocini a priori 
e con applicazioni bibliche, conforme all'uso del tempo, non 
vedeva altra utile cura a sanare la piaga incancrenita, da 
quella in fuori di non mai più permettere nuove fondazioni 
e di ridurre gli Ordini già fondati ai soli Predicatori, Mi- 
nori, Cistcrciensi e Benedettini neri (*). 



8.- INDUSTniP III 
vS, rGNA^IO: TRR- 
riHIBRP. E SACRI- 
FIZJ OPPBRTI AL 
SI OMO Re: IN- 
TEKCBSSIONI Ui 
GRANDI. 



UN consultore, se non pure arbitro, nutrito di tali idee 
non era certo ciò che i Preti riformati si auguravano per 
vedere finalmente accolta la loro domanda. Misurò Ignazio 
l'arduità dell'ostacolo, tanto più che sapeva come il Guidic- 
cioni, messo che avesse il punto, non lasciavasi così di leggieri 
rimuovere dal partito preso, e poca o ninna speranza poteva 
oggimai rimanere che il Pontefice fosse per indursi a decidere, 
contro il voto di un tal cardinale da sé tenuto in sommo cre- 
dito. Ricorse dunque in primissimo luogo all'arte consueta 
dei santi, ogni qualvolta si trovano di fronte a difficoltà che 
attraversano l'esecuzione di qualche magnanimo loro di- 
segno. Ciò fu implorare l'aiuto di Dio, come se l'esito felice 
del negozio dipendesse dal solo intervento divino; e ben 
tremila Messe promise di far celebrare da' suoi a quest'inten- 
zione: numero eccessivamente grande, chi pensi alla picco- 
lezza della nascente congregazione (*). Ciò fatto, non omise 
in niun modo di adoperare tutte le possibili industrie umane 
per procacciarsi numerosi e potenti intercessori presso il 
Guidiccioni ed il Papa, quasi solo da questo mezzo avesse a 
dipendere la sospirata vittoria. 



(') Cf. il testo del passo, in Tac- 
chi Venturi, loc. cit., p. 579 sg. 

(-•) Cf. Lainez, Epist. de s. 
Ignat., in Mon. Ignat., ser. IV, 
I, 122; RoDRiGUEZ, Commenta- 
rium, in Epist. PP. P. Broèti &c., 

P- 515- 

Il PoLANCO, Vita, p. 72, non co- 
nobbe il numero delle Messe offer- 
te dal Santo, ma implicitamente 
venne a confermare la notizia 
del Lainez e del Rodriguez, allor- 
ché scrisse: « Supra duo millia INIis- 
« sarum ad eius directionem (sic) 



« Deo oblata fuerunt ». Veggansi 
pure nei Mon. Xaver., I, 230, 
245, 295 quante sino al gen. 1544 
n'avesse celebrate il Saverio, il 
Rodriguez e il p. Paolo da Came- 
rino in adempimento della pro- 
messa per tutti loro fatta al Si- 
gnore dal loro preposito. È an- 
che da vedere il ricordo che dava 
il p. Ignazio ai pp. Broèt e Salme • 
rone nel sett. 1541 {Mon. Ignat., 
ser., I, I, 177) e l'interrogazione 
del b. Fabro nel nov. 1540. Cf. Fa- 
bro, Mon., p. 134. 



8. - Industrie dt s. Ignazio: inferefssiom di grandi. 



315 



Il primo personaggio da ricordare, per l'efficacia non meno 
dei buoni uffici interposti che per ordine di tempo, è il duca 
Ercole II, la cui efficacissima protezione già aveva Ignazio 
sperimentata nel 1538, mentre trovavasi sotto il peso delle 
calunnie sparse contro di lui dagli aderenti di fra Agostino 
Mainardi (*). A lui fece pertanto fiducioso ricorso sino dal 
6 di decembre 1539 valendosi del p. laio, entrato in gra- 
zia, come vedemmo, all'Estense nei giorni della sua dimora in 
Ferrara (*). Non più tardi del 19 dello stesso mese fu il Duca 
sollecito di raccomandare con calore il negozio al cardinale 
Ippolito suo fratello e ad altri grandi della Corte di Roma (3). 
L'eminente porporato prese a patrocinare con zelo la causa 
dei maestri parigini, secondo ebbero poi a professare il Bo- 
badilla e il Loiola, il quale ultimo non temette di asserire 
che niun principe o signore aveva tanto aiutato la Compa- 
gnia in quel frangente, così pieno di sollecitudini, quanto il 
duca Ercole, per mezzo massimamente del reverendissimo 
e illustrissimo suo fratello {*). 

Quasi contemporaneamente venivano mossi ad inter- 
cedere gli Anziani di Parma. Aveva la Provvidenza dispo- 
sto, come si è visto, che due dei primi compagni, il Fabro e il 
Lainez, proprio mentre si stendevano i cinque Capitoli, fos- 
sero mandati a fruttificare sì ubertosamente nella legazione 
parmense già campo della diuturna attività e dello zelo del 
Guidiccioni. Al magistrato dunque di Parma, per avviso di 
Ignazio che dalla sua povera sede in casa Frangipani dirigeva 
ogni cosa, si rivolsero il Fabro e il Lainez per impetrare il 



(*) Cf. sopra, p. 166 sg. 

(-) Cf. sopra, p. 133. 

(1) Cf. Epist. PP. P. Broèti &c.. 
p. 385. Vedi ciò che delle due let- 
tere del laio al Duca e del Duca 
a suo fratello il cardinale Ippo- 
lito si è scritto sopra, a p. 308^. 

(') « Sua Ex.tia col testimonio 
■ suo et littere tanto humana et 
i> charitativamente scritte al tem- 
' pò delle nostre prime contradit- 

< tioni ci ha tanto sobvenuto et 
« etiam racomandandoci molto 

< al R.n»o cardinale suo fratello 
c( et altri grandi di questa corte. 



i( ci ha tanto per il loro favore et 
" chàritativa instantia agiutato 
nella confìrmatione della Com- 
' pagnia, che posso dire con veri- 
tà che non gli è stato equale in 
' questa parte principe né signor 
« alcuno, né siamo ad alcuno in 
obligo simile, quanto a la fun- 
" datione de tutto il corpo della 
" Compagnia, per l'augmento de 
<' la quale volse Iddio S. N. usare, 
« come primo et efficacissimo in- 
■ strumento, il benigno favor et 
•> agiutto de sua Excellentia ». 
Moti. Ignat., ser. I, I, 569. 



3i6 



Capo X. - Laboriosi trattati per V approvazione, &c. 



favore dell'antico vicario, pure allora elevato alla porpora 
cardinalizia {'). E gli Anziani li favorirono di buon grado. 
Sotto il 26 di gennaio 1540 infatti andarono premurose 
commissioni al loro oratore in Roma, Federico del Prato. Si 
recasse dal Guidiccioni, e datogli amplissimo testimonio 
della vita santa dei Preti riformati, supplicasse in loro nome 
Sua Signoria Reverendissima, cui il Papa aveva commesso 
la revisione dei Capitoli, perchè finalmente li facesse appro- 
vare (*). Trascorso intorno ad un mese e mezzo, né ancora 
apparendo risoluzione di sorta, i medesimi Anziani risolvet- 
tero di tentare un'altra via per espugnare l'animo del Pon- 
tefice. Era da un pezzo universalmente noto quale cospicuo 
luogo occupasse nella grazia di Paolo III la sua figliuola 
Costanza, consorte del conte Bosio di Santafìora; grazia della 
quale pur troppo non sempre ella si valse come la veneranda 
dignità del padre suo, l'estimazione della Sede Apostolica, 
lo stesso onore divino richiedevano altamente. Lei dunque 
vollero interporre in questo negozio, nel quale non entravano 
affatto in giuoco basse cupidigie di raggiungere preminenze 
ed ammassare pecunia, ma sincerissimo zelo di promuovere 
la gloria di Dio con la santificazione delle anime redente da 
Gesù Cristo ('). 



(') Cf. SCHWEITZER, loc. cit., 

pp. 36-44. 

(^) Vedi il testo della lettera, 
pubblicato dalla minuta, in Tac- 
chi Venturi, Storia, I, 568 sg. 
Scrivendo gli Anziani al Del Prato 
che egli, a detto del Lainez e del 
Fabro, era già informato del ne- 
gozio, si può pensare che ciò 
avvenisse per opera dello stesso 
Ignazio, cui forse quell'Oratore 
suggerì di procurargli da Parma 
la commissione d'intercedere pres- 
so del Guidiccioni. 

(3) Cf. in Tacchi Venturi, 
loc. cit., p. 572 sg. la minuta della 
lettera degli Anziani a Costanza. 
Sul favore di che Costanza era 
forte presso il Pontefice, oltre 
l'accenno che ne feci al luogo ci- 
tato, veggasi ora il Pastor, V, 
127, 203, 482^. Il Massarelli, pre- 



cipua e sicura fonte, donde ci pro- 
vennero ragguagli sopra questo 
ingrato argomento, dopo avere 
riferite le deplorevoli promozioni 
dei cardinali Parisoni, Duranti, 
Crispi, alle quali va aggiunta an- 
che quella di Uberto Gàmbara, fa 
seguire questa saggia riflessione 
che, rendendo a ciascuno il suo, 
scagiona non poco il Pontefice. 
» Nel che io non incolpo, come non 
"è da essere incolpato N. S. '■^, 
« non havendone verisimilmente 
« saputo cosa alcuna, essendo S. 
'( S.tà da se stessa inimica, come 
« in tutte le promotioni si è vi- 
l' sto, di promuovere alcuno al 
« cardinalato per denari, ma tutto 
« proceduto per essere stata detta 
« signora avarissima et molto 
« cupida di denari, &c. ». Cf . Mer- 

KLE, I, 196. 



8. - Industrie di s. Ignazio: inier cessioni di grandi. 



5» 7 



Frattanto, mentre, per mezzo del laio e dei pp. Lainez 
e Fabro, s'erano fatti intercessori il duca Ercole II e gli An- 
ziani di Parma, altri dei primi compagni riuscivano ad ot- 
tenere anche l'appoggio di ragguardevolissimi personaggi, 
ammiratori riverenti del loro spirito. Così il Broét procu- 
rava il favore dell'arcivescovo di Siena, Francesco Bandini(*), 
e quello ancora del legato di Bologna, il cardinale Bonifacio 
Ferreri (*). Oltre di che don Giovanni III re di Portogallo 
non solo sollecitava il Papa a concedere la sospirata approva- 
zione, ma induceva ad associarsi nella stessa supplica suo co- 
gnato, l'imperatore Carlo V, e Francesco I re di Francia con 
il quale gli correvano allora cordiali relazioni di amicizia {'). 

Di fronte all'insistenza di tanti e sì autorevoli patroci- 
natori il Guidiccioni mirò a schermirsi, tentando di rimuovere 
da sé l'odiosità della omai troppo lunga dilazione; e lo fece con 
questi argomenti conservatici dal Del Prato. La cosa non 
dipendeva da lui soltanto, ma dai cardinali Ghinucci e Con- 
tarini; quanto a sé averne riferito, come doveva, riconoscendo 
che i Capitoli in effetto erano giusti e santissimi (*). Tut- 
tavia non andargli punto a verso quell'insistere a volerli 
confermati in una forma più solenne di quella già usata a 
viva voce dal Papa; e neppure aggradirgli che per essi ve- 
nisse suscitata una nuova e singolare religione; e ciò sì per- 
ché i canoni vi si opponevano, sì perché i tempi correnti ren- 
devano il fatto pericoloso, dato pure che assai buoni fossero 
i frutti sino allora raccolti (5). Sembra dunque che a mezzo 



(') Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 
159 sg. In una singolarissima 
svista caddero gli Editori delle 
Cartas de san Ignudo, I, 89, i 
quali pensarono che il negozio, 
cui il Loiola alludeva in questa 
sua lettera al Bandini, fosse la 
riforma di un monastero di mo- 
nache in Siena. 

(2) L'intervento del Ferreri si 
argomenta da un passo d'una let- 
tera del Saverio dei 31 di marzo 
1540; passo che, a mio giudizio, 
va riferito all'intercessione del 
cardinale richiesta dal p. Fran- 
cesco, giusta l'ordine avutone dal 
p. maestro Ignazio. 



(j) L'asserisce come certo il 
Tellez, I, 44, autore degno di 
fede, non ostante, giusta il me- 
todo del tempo, abbia qui omesso 
d'indicare la fonte onde attinse. 

(4) a Sua Rev.ma Signoria mi 
« ha detto che l'espeditione de 
<' Capitoli loro non sta a lei sola, 
« ma ancora alli rev.™' Ghinucci 
(1 e Contarini e che essa dal canto 
suo ha fatta quella relatione che 

dovea fare, la quale in effetto 
( contiene che detti capitoli sono 
' giusti et santissimi ». Così l'ora- 
tore parmense il 13 febbraio 1540. 
Cf. Tacchi Venturi, Storia, l, 571. 

(5) Cf. loc. cit. 



3i8 Capo X. - Laboriosi trattati per F approvazione, &c. 

il febbraio 1540, quando il Del Prato in questa forma de- 
scriveva l'esito dei suoi negoziati col Guidiccioni, le preghiere 
e commendatizie pòrte al Cardinale fossero ancora ben lungi 
dal raggiungere il fine inteso. Un mutamento in meglio su- 
bentrò indi ad una trentina di giorni. A dì 22 di marzo il 
Bobadilla poteva informare il Duca di Ferrara che le let- 
tere di lui e i pressanti uffici del reverendissimo suo fratello, 
il cardinale Ippolito, non erano stati indarno, tanto che 
Sua Signoria Rev."*^, ciò che a molti non era riuscito, tro- 
vavasi di aver portato il negozio a buon termine (*). Il quale 
testimonio del Bobadilla riceve, se pure ne abbisognasse, 
conferma dalle parole stesse di s, Ignazio in una sua lettera 
al duca Ercole, d'alquanto posteriore ai fatti del 1540. In essa 
si piaceva il servo di Dio di ricordare all'Estense come il 
Signore l'avesse scelto « per suo segnalato ed eletto istru- 
« mento » nel proteggere la Compagnia. Quindi, fatta men- 
zione del favore dal Duca accordatogli nel 1538, quando il 
Mainardi calunniava i Preti pellegrini nella vita e nella dot- 
trina (»), cosi proseguiva: « Et dipoi ancora in altra contrad- 
« ditione non di manco importanza, cioè quando Sua Santità 
^ dopo ch'ebbe confirmata la nostra minima congregatione, 
' alcuni cardinali ch'erano officiali non la volendo pas- 
« sare in bolla, per mezzo et intercessione de V. E., ponendo 
« per instrumento il Rmo. et Illmo. Monsignor nostro osser- 
'< vandissimo, il cardinale di Ferrara, suo fratello, fu ogni 
« nostra cosa espedita, come per altre demmo aviso a V. E. (3), 
« mostrando anchora nostro tanto debito et perpetua obli- 
« gatione » (*). 

9. - si-EDiHNTK ^ iNQUE lunghi mesi erano oggimai trascorsi e intorno ai 

DEL GUIDICCION'I ■ ^ '^^ 



TK V — ^ 
)A1 ^<-^ 



ADOTTATO n.M >— ^ Capiioli TQgii^vdi alto silenzio, secondo le umane viste 
d'ogni altra cosa foriero fuorché dell'approvazione desidera- 



si; 01 COLI.EOm. 

SOLENNE APPRO- 
VAZIONE DEL 27 
SETT. 1540. 



{') « Hanme significado los com- (-) Cf . sopra, p. 166. 
« paneros el buen effecto que an (^) Queste lettere non soprav- 
« avido las letras de V. E. y comò vissero nei registri ignaziani. In- 
« el R.mo Sr. Cardenal se ha mo- damo ne ricercai la missiva ori- 
u strado mucho; y lo que muchos ginale nell'Arch. di Stato in Mo- 
li no hicieron su Sria. R.ma con- dena. 

1. cluyó; y assi estàn nuestras co- ' (■♦) Mon. Ignai., ser. I, I, 257 sg. 

■-'■ sas én buenos términos ». Boba- La lettera manca di data; va però 

DILLA, Mon., p. 22. attribuita alla prima metà del 1543. 



g. - Spediente del Guidicciom' adottato dai suoi colleghi , ò-c. 319 

tissima, quand'ecco all'entrare di settembre, una ben fon- 
data notizia venne a rallegrare l'animo ansioso del Loiola 
e dei suoi compagni. Sappiamo il fatto da lui medesimo 
che, scrivendo all'arcivescovo di Siena, monsignor Bandini, 
l'informava come i cardinali Contarini, Carpi e Guidiccioni, 
testé riuniti a consiglio, avessero dato il loro parere interno 
l'agitata questione; dopo di che dal Papa era partito l'or- 
dine di finalmente conchiudere il tanto ritardato negozio (*). 
Il Guidiccioni, per la cui riluttanza la supplica dei mae- 



{^) Cf. Mon. Ignai., ser. I. I, 
159 sg. La presenza del Carpi in 
luogo del Ghinucci va essa at- 
tribuita ad un puro lapsus calami 
oppure ad una vera e propria 
surrogazione del primo al secondo, 
come inclina a credere il Bohmer, 
I, 295? Nello stato in cui sono 
le fonti, entrambe le ipotesi mi 
sembrano ugualmente probabili. 
Che poi la riunione dei tre porpo- 
rati avvenisse il venerdì io o 17 
settembre è, a mio credere, as- 
serito gratuitamente dal Bohmer, 
loc. cit., p. 260. Potè anche es- 
sere il venerdì 3 dello stesso mese, 
non vedendosi grave difficoltà 
ad ammettere che ad una lettera 
spedita da Roma a Siena il 4 set- 
tembre il Bandini rispondesse 
soltanto il 26 dello stesso mese. 
Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 160. 
Ciò che non sembra probabile è 
l'asserito dal Bobadilla, là dove 
scrive nell'Autobiografia che Pao- 
lo III commise ad esaminare il 
negozio dell'approvazione della 
Compagnia « duobus doctissimis 
'vcardinalibus, Guidiccioni et Ser- 
« monettae ». Cf. Mon., p. 617, 
n. 13. Il Sermonetta, cioè il card. 
Nicolò Gaetani, non solo non 
viene ricordato da niuna delle 
fonti che trattano della contro- 
versia, ma, essendo stato creato 
cardinale per ragione di paren- 
tela nel 1536 a soli dodici anni 



d'età, si trovava nel 1539-40 ad 
averne non più di quindici o se- 
dici, né poteva quindi meritarsi 
il titolo di dottissimo da veruno, 
molto meno da un Bobadilla. 
Penso quindi che invece di Ser- 
monettae debba leggersi Simo- 
nettae. Jacopo Simonetta, mila- 
nese, fu in verità dotto canonista 
e, come tale, molto stimato e ado- 
perato in curia, tanto che il 20 
marzo 1539 col Campeggi e l'Ale- 
andro venne eletto legato a pre- 
siedere il concilio che doveva te- 
nersi in Vicenza. Cf . Massarelli, 
Diarium II, nel Merkle, I, 411, 

12,45, 413, ii5. CiACONIO-OlDOI- 

Ni, III, 570. Essendo egli morto 
quello stesso anno 1539, il 1° di 
novembre, anche se, come è pro- 
babile, avesse avuto incarico di 
riferire sopra le difficoltà sorte 
dopo il 3 settembre per la spe- 
dizione delle lettere apostoliche, 
non sembra gli restasse tempo per 
condurre innanzi il negozio. S'in- 
tende pertanto il silenzio intorno 
a lui serbato dalle fonti. Nel 
resto, il Bobadilla cadde ivi in. 
parecchi errori, anche in quello 
cronologico, di avere cioè collo- 
cato l'intervento del Guidiccioni 
e del Sermonetta, o meglio del 
Simonetta, all'anno 1538, quando 
i suoi nove compagni con lui non 
ancora avevano determinato di 
fondare una religione. 



320 Capo X. - Laboriosi trattati per t approvazione, ù-'c. 

Stri parigini, invece di sollecita spedizione, aveva corso sì 
gran pericolo di naufragio, veduto il favore di che essi go- 
devano, mosso senza dubbio da Dio, cui il p. Ignazio e com- 
pagni si erano rivolti con filiale fiducia, aveva escogitato una 
via di mezzo o un limite che, pur contentando i padri e i loro 
protettori in qualche buona guisa, non imponesse a lui una 
totale rinunzia delle opinioni saldamente tenute. Siffatto 
espediente tanto più gli dovette sorridere, in quanto a scusa 
e ragione del suo mutamento poteva additare qualche cosa 
di nuovo in quell'affare; perchè proprio lui sin da principio 
aveva riconosciuto la santità dei Capitoli e dal gennaio in 
poi era stato testimone del credito sempre crescente del Lo- 
iola presso ogni genere di persone, massime presso il Pon- 
tefice il quale, anche in un'udienza data all'ambasciatore di 
Portogallo don Pietro Mascarenhas, era venuto a parlare 
con molta lode dei nuovi chierici, letterati e virtuosi, e del 
bene che facevano con le prediche e le altre sante opere cui 
davano mano (*). 

Il Guidiccioni dunque, tramutatosi in benevolo verso i 
maestri parigini (*) propose a Paolo III di approvare bensì la 
Compagnia, restringendo però il numero dei professi a soli 
sessanta, finché il tempo non dimostrasse se, per maggior 
vantaggio della Chiesa, convenisse di passare più avanti (3). 



(') Riferiva la cosa lo stesso 
Mascarenhas a don Giovanni III 
nel dispaccio dei io maggio 1540. 
Cf. Relagóes, IV, 291. Della ripu- 
tazione poi d'illibati e zelantissimi 
uomini apostolici goduta dai Pre- 
ti riformati in Roma è bella prova 
il testamento di Faustina Janco- 
lini dei 23 dee. 1539 e il codicillo 
dalla medesima appostovi il 28 
ago. 1540 come vedremo nel capo 
seguente. Cf. Tacchi Venturi. 

Storia, 1, 592-597- 

{-) Scrivendo il 17 agosto al 
p. Rodriguez, s. Ignazio gli pro- 
metteva che avrebbe fatto par- 
lare per la spedizione di certo ne- 
gozio ai cardinali Guidiccioni e 
Parisi uporque », aggiungeva, « nos 
« son mucho venévolos >>. Mon. 



Ignat., ser. I, I, 225. Meno di cin- 
que anni appresso il Salmerone, '' 
per favorire la fondazione della 
casa della Compagnia in Bologna, 
suggeriva, non senza insistenza, 
al p. Ignazio che si recasse a vi- 
sitare il card. Guidiccioni per 
metterlo a giorno dei trattati che 
si facevano e per pregarlo del suo 
appoggio, nel quale molto spe- 
rava. Cf. Salmerone, I, 62, 66,69. 
(5) La proposta è attribuita al 
Guidiccioni dal Polanco, Chron., 
I, 80. M Internis impulsionibus 
« ac motionibus viam excogitavit 
« ut approbaretur quidem Societas 
< ut religio, sed tantum ad se- 
' xaginta personas admittere pos- 
' set, donec tempus ipsum quid 
" Ecclesiae expediret doceret ». 



g. - Spediente del Guidicciotii adottato dai suoi colleghi, &c. 321 

Il primo biografo ignaziano aggiunge che il venerando 
vegliardo protestasse in questa occasione che, pur non pa- 
rendogli bene s'introducessero religioni nuove, non osava tut- 
tavia di non approvare quella della quale si stava trattando; 
sentire un non so che nell'anima e quasi un'ispirazione in- 
clinante la volontà verso ciò cui non lo portavano gli argo- 
menti umani; cosicché abbracciava in certa guisa coll'affetto 
ciò che prima aborriva con la ragione (^). In questa forma 
l'eminente prelato veniva soavemente condotto da Dio a re- 
cedere dal suo primo risoluto diniego, mentre i limiti ap- 
posti come condizione gli permettevano di risguardare in 
certo modo sempre salvo il principio del non moltiplicare le 
religioni, da lui già tenuto con somma tenacia. Nel fatto 
quella misura conciliativa sodisfaceva a tutte le parti; con- 
tenendo in realtà il più che si potesse sperare in quelle cir- 
costanze per risolvere urt negozio tirato in lungo da quasi 
un anno. Poiché il piccolo numero dei membri, consentito 
al nuovo sodalizio, ovviava ai temuti pericoli; essendo troppo 
evidente che come una famiglia religiosa si ristretta non 
avrebbe mai potuto svolgere grande azione nella vigna evan- 
gelica, così neppure darebbe a temere, approvata com'era a 
guisa di esperimento, si andasse incontro a gravi difficoltà 
per toglierla di mezzo, quando mai venisse a declinare dal 
retto sentiero. D'altra parte gl'intercessori, premurosi di sol- 
lecitarne l'approvazione, avevano di che dirsi più o meno 
sodisfatti. Ai maestri parigini concedevasi di arruolare un 
manipolo di nuovi compagni con i quali confermare ed ac- 
crescere i saggi di buono spirito dati in quel primo triennio; 
né punto toglievasi loro la speranza di vedere abbattuta, 
forse in breve, ogni barriera ad una illimitata propagazione (*). 
Sodisfacevasi ancora al Pontefice, che già aveva approvato 
a voce la fondazione del nuovo Ordine e mai all'occasione 
non aveva omesso di significare stima e fiducia per la dot- 
trina, la probità, lo zelo dei nuovi operai evangelici; non ri- 
manevano infine disgustati con una assoluta negativa i so- 

(^) RiBADENEiRA, Vita p. I gtiu- « cEutc », conchiudc che la confer- 

tii, cap. XI, n. 173. inazione allora ottenuta sino al 

(*) Egregiamente il Ribadenei- 1543, quando ogni limite di nu- 

ra, dopo avere rilevato che la mero venne rimosso, altro non lu 

Compagnia il 27 sett. 1540 fu che « quaedam probatio ». Riba- 

confermata «definite tamen et deneira, loc. cit., n. 174. 

storia ieìU Comp(ii»ia di Gesù in Italia, II. 21 



322 



Capo X. - Laboriosi trattati per r approvazione, é-c. 



vrani e i ragguardevolissimi personaggi a prò d'Ignazio in- 
tervenuti nel sollecitare il negozio ('). 

Anche questa volta, come già era seguito con il sacro Or- 
dine dei Predicatori (*), un prudente temperamento metteva 
in salvo una gravissima condizione di cose, e assicurava nello 
stesso tempo il Loiola e i Preti pellegrini che avrebbero ri- 
portato pienissima sodisfazione, non sì tosto le sante opere 
di quella loro società limitatamente approvata facessero pa- 
lese con più vivo lume al Romano Pontefice quali dove- 
vano presumersi i consigli di Dio sopra quelle prime cerne 
di ausiliarj di fresco venuti ad ingrossare le file della milizia 
di Cristo. 

Stesa dunque la bolla, Paolo III il 27 settembre 1540 nel 
palazzo pontificio di San Marco la segnò, e per tal atto venne 
fondata la Compagnia di Gesù. 

Chi metta a raffronto il testo di questa costituzione « Regi- 
« mini militantis », con la minuta dell'altra «Cum ex plurium» 
pòrta dal Contarinì al Pontefice il 3 di settembre dell'anno 
avanti {^), vi trova innanzi tutto mutato il proemio e l'epi- 
logo. Il primo, ridotto in compendio, esordisce con una delle 
solite formole curiali che rammentano lo studio del Sommo 
Pastore in aiutare e favorire coloro che nella Chiesa mili- 



(*) L'Ughelli, I, 830, narrò il 
primo che s. Ignazio apparve in 
sogno al Guidiccioni e l'indusse 
a cedere. La notizia non ricorre 
in alcuna delle fonti della Com- 
pagnia anteriori all'Ughelli, e il 
PiEN, Acta SS., iul. to. VII, Com- 
ment. praev., n. 308, pur ri- 
portandola, come fecero parecchi 
fra i biografi posteriori, credette 
bene accompagnarla con la pru- 
dente clausola « eius fides sit pe- 
« nes auctorem ». Forse trasse ori- 
gine da una frase non bene intesa 
del Maffei, là dove dice che il Gui- 
diccioni, sempre fermo nel suo av- 
viso di restringere la moltitudine 
delle religioni, si sentì costretto a 
a fare un'eccezione per la Compa- 
gnia « DIVINO videlicet monitu et 
« occulta spiritus operatione vehe- 
« menter instinctiiS)) . Maffei, lib. 11, 



cap. XII, p. 115. Singolare l'errore 
del Rodriguez, il quale, scrivendo 
quarantasette anni dopo il fatto, 
fece morto il Guidiccioni nel 1540, 
e alla sua scomparsa dal mondo 
sembra attribuisse l'approvazione 
pontificia del 27 sett. dello stesso 
anno. Cf. Comment., in Epist. PP. 
P. Broeti &c.. p. 515. Il cardinale 
invece, defunto nove anni ap- 
presso, nel 1549, manteneva an- 
cora tenacemente nel 1542 la sua 
antica sentenza di non doversi 
permettere la molteplicità delle 
religioni, donde pure tanto di va- 
rietà risulta nella Chiesa santa 
di Dio. Cf. SCHWEITZER, pp. i6i, 

193- 

(-) Cf. sopra, p. 306^ 

(3) Entrambi i testi, l'uno a 
lato dell'altro, si hanno in Tacchi 
Venturi. Storia, I, 566. 



IO. - La bolla " Regimini militantis ". 



323 



tante vogliono attendere alla salute delle anime; il secondo 
poi inserisce due clausole, delle quali l'una, derogatoria, 
sembra appositamente introdotta per iscemare valore agli 
argomenti del Guidiccioni fondati sulla proibizione del con- 
cilio II di Lione e del libro sesto delle Decretali ('); l'altra, 
restrittiva, con lo scopo di limitare a solo sessanta i mem- 
bri dell'istituto. I cinque capitoli, già letti a Paolo III e da 
lui verbalmente confermati (*) , vengono riportati, non però 
nel testo primigenio, ma secondo gli emendamenti sin da 
principio indicati dal cardinale Ghinucci (3). Fu quindi tra- 
lasciato il passo del quinto capitolo, là dove proibivasi ai 
nuovi religiosi l'uso della musica nelle sacre funzioni, ma 
venne ritenuta l'esenzione dal coro pei già costituiti in sa- 
cris. Soppresso rimase pure il luogo del medesimo capitolo 
circa la penitenza e le austerità corporali. Oltre di questi 
cambiamenti, che furono i più notevoli, i rimanenti, non 
molti per verità, riguardano tutti più la forma che la sostanza. 



QUESTE lettere apostoliche, va qui ripetuto, non venivano 
già ad approvare una vera e propria regola, ma solo una 
formula, come allora si disse o un programma, secondo 
l'uso invalso a' dì nostri; programma nelle sue linee maestre 
ben definito, ma tuttavia, come presto avvertì lo stesso au- 
tore (*), bisognoso di ritocchi e di essere integrato con quelle 
più particolareggiate norme e definizioni, onde le famiglie 
religiose vengono costituite sopra proprie basi e rettamente 
governate e indirizzate al loro scopo. Per questo appunto il 
Pontefice concedeva ad Ignazio e ai compagni libera facoltà 
di stabilire le leggi o costituzioni che avessero giudicato 



IO. - LA BOLLA 
« REOIMINI MILI- 
TANTIS ». 



(') Cf. loc. cit., p. 580. 

(-) Cf. sopra, p. 301. 

(3) Cf. sopra, p. 303-.305- 

0) A meno di mezz'anno di 
distanza dall'ottenuta approva- 
zione di Paolo III, cioè il 4 marzo 
1541, Ignazio e cinque dei com- 
pagni presenti in Roma, riunitisi 
a consultare intorno alla nascente 
congregazione stabilirono tra le 
altre cose di regolare il punto se- 
guente: (( Item queremos que la 
« buia sea reformada, id est qui- 



« tando, ó poniendo, ó confir- 
« mando, ó alterando cerca las 
« cosas en ella contenidas, segun 
« que mejor nos parecerà &c. ». 
Cf. Constitutiones Soc. Jesu lati- 
nae et hispanicae , p. 306, col. A. 
Non è fuor di luogo avvertire che 
la riforma della bolla, desiderata 
sin dal 1541, non venne effettuata 
prima del 21 luglio 1550 mercè 
l'apostolica costituzione di Giu- 
lio III « Exposcit debitum ». Cf. 
Lnstitutum Soc. lesn, I, 22-28. 



324 Capo X. - Laboriosi trattati per rapprovazìo?ìf, &c. 



conformi al fine della nascente società, alla gloria di Gesù Cri- 
sto e all'utile del prossimo ('); il che non avrebbe avuto ra- 
gione d'essere, se l'approvazione pontificia da quel primo 
inizio avesse sancito una regola esibita dai maestri parigini 
già d'ogni parte perfetta. 

Ciò basta a togliere inesorabilmente di mezzo la falsa in- 
terpretazione che alcuni pretesero di dare a quel termine di 
« Regola di s. Ignazio, approvata e confermata da Paolo III », 
secondo leggesi in tre lettere apostoliche di Pio VII, cui la 
Compagnia di Gesù va debitrice della sua risurrezione da 
morte a vita (*). L'espressione di primigenia regola di s. Igna- 
zio che in due di esse leggiamo, può soltanto riferirsi ai cin- 
que Capitoli, noti al lettore, non già ad una compiuta regola 
sottoposta a Paolo III, da lui approvata e poscia in progresso 
di tempo con altra sostituita. Né nel 1540, né poi nel 1544, 
quando il lodato Pontefice toglieva la limitazione al numero 
dei soci da aggregare al nuovo Ordine (3), siffatta primigenia 
regola distinta dai cinque Capitoli, punto esisteva, e le Co- 
stituzioni, le sole compiute leggi lasciate dal Fondatore alla 
sua religione, vennero da lui scritte negli ultimi tre anni 
del pontificato di Paolo (*) e solo dai successori Grego- 



(^) « Eis nihilominus conceden- 
« tes quod particulares inter eos 
« constitutiones, quas ad Societa- 
« tis huius finem et lesu Christi 
« Domini nostri gloriam et proxi- 
« mi utilitatem conformes esse iu- 
« dicaverint, condere libere et lici- 
« te valeant, non obstantibus &c. ». 
Così nella Bolla « Regimini mili- 
« tantis », in Institutum Soc. lesu, 
I, 6. 

(2) Nel breve del 7 marzo 1801 
al p. Francesco Careu, col quale 
approvavasi la Compagnia di 
Gesù entro i confini dell'impero 
russo, concesse Pio VII di seguire 
e ritenere « primigeniam s. Igna- 
« tii regulam a Paulo III in suis 
« apostolicis constitutionibus con- 
« firmatam et approbatam »; il me- 
desimo ripetè nell'altro breve dei 
30 luglio 1804, che ripristinava 
la Compagnia nel regno delle due 



Sicilie. Finalmente nella bolla 
« SoUicitudo omnium Ecclesia- 
« rum » dei 7 agosto 1814, con la 
quale l'Ordine fu ristabilito in 
tutto l'orbe, omessa soltanto la 
parola « primigenia » si dava fa- 
coltà al preposito generale di am- 
mettere tutti quelli che volessero 
esser ricevuti sotto la sua obbe- 
dienza « ad praescriptum regulae 
«s. Ignatii de Loyola apostolicis 
« Pauli III constitutionibus appro- 
« batae et confirmatae ». In In- 
stitutum Soc. lesu, I, 334, 336, 339. 

(3) Ciò avvenne col breve « In- 
« iunctum Nobis » dei 14 marzo 
del detto anno. Cf . Institutum Soc. 
lesu, I, 7-10. 

(4) Il p. Natale nelle sue Ephe- 
merides, sotto l'anno 1547, scrive: 
a Constitutiones incipit serio com- 
« ponere pater Ignatius ». Nadal, 
II, 2. 



IO. - La bolla " Renmvù iniUtantis „ 



325 



rio XIII e XIV, Paolo V, Clemente XIII ottennero amplis- 
sima confermazione insieme con le altre leggi che formano 
il corpo dell'Istituto della Compagnia (^). 

Ottenuta finalmente nel modo e nel senso che si è veduto, 
l'approvazione pontificia, non è a dire con quanto gaudio e 
con quale rinnovata alacrità quell'esiguo manipolo di fervidi 
apostoli di Gesù Cristo s'apprestarono a mettersi nei lavori 
della vigna evangelica. E quanto alla letizia che ebbe ad 
assaporarne il padre Ignazio non fa punto mestieri descri- 
verla a chi alcun poco conosca l'ardore di procurare il mag- 
gior servizio divino ond'era infiammata quell'anima genero- 
sissima. Ce ne rimane tuttora testimonio eloquente la sua 
lettera dei 18 decembre 1540 a Pier Contarini, nella quale 
prega il gentiluomo veneto di rendersi interprete dell'eterna 
sua gratitudine verso il cardinale Gaspare, della cui prote- 
zione tanto si era aiutato per raggiungere l'intento (*). 

Col Loiola giubilarono pure tutti i nove compagni sin- 
golarmente nominati nella bolla. L'un d'essi, il devotissimo 
Pietro Fabro, si fece ad effondere la piena della gioia che inon- 
davagli l'animo coU'amatissimo suo padre Ignazio, cui pro- 
fessavasi debitore della pace e contentezza di spirito goduta 
nella vocazione per consiglio di lui abbracciata. Il favore 
allora allora ottenuto dal Vicario di Cristo era al Fabro pre- 
sagio di nuove grazie interiori, che lo stesso Gesù avrebbe 
concesso a quel manipolo di ferventi giovani, se essi non 
l'avessero demeritate. E poiché vivamente apprendeva la 
grandezza del beneficio: « anche se io », scriveva, « non avessi 
materia in che spendere il tempo, voi me ne avete fornito 
una che basti a tenermi occupato molti giorni, vale a dire 
il ringraziare, riconoscere, lodare quella infinita bontà, donde 
ci provengono tante misericordie » (3). 



(I) Cf. le bolle di Gregorio XIII, 
« Quanto fructuosius » e « Ascen- 
« dente Domino » del i feb. 1583 
e 25 maggio 1584; quella di Gre- 
gorio XIV « Ecclesiae catholicae » 
dei 28 giugno 1591; l'altra di 
Paolo V, « Quantum religio » dei 
4 sett. 1606, l'amplissima consti- 
tuzione, «, Apostolicum pascendi » 



di Clemente XIII del 7 gen. 1765, 
ed infine il breve « Dolemus Inter 
« alia » di Leone XIII, dei 13 lug. 
1886, in Institutum Soc. lesu, I, 
87-98, 118-125, 131-137, 309-312. 

(-) Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, 
167-169. 

(3) Nella lettera da Worms, 27 
dee. 1540, in Fabro, Mon., p. 44. 



CAPO XI. 

INCREMENTO DELLA COMPAGNIA DI GESÙ 
TRA L'APPROVAZIONE ORALE E LA SCRITTA. 

(3 sett. 1539—27 sett. 1540). 

I. Progressi del nuovo Ordine tra le due approvazioni (3 sett. 1539, 
27 sett. 1540) favoriti da un gran Santo contemporaneo al Lo- 
iola. — 2. I primi gesuiti italiani: Pietro Codacio, Angelo Para- 
disi, Gian Filippo Cassini ed altri. — 3. Nuove cerne tra gli spa- 
gnuoli e i portoghesi: Diego de Eguia. — 4. Pietro Ribadeneira. — 
5. Faustina de' Jancolini prima benefattrice dei Preti riformati 
nell'Urbe. — 6. Partenza di s. Francesco Saverio per le Indie 
Orientali. — 7. Il p. Paolo da Camerino compagno di s. Fran- 
cesco Saverio e primo gesuita italiano missionario tra gl'infedeli. — 
8. Numero dei compagni al momento dell'approvazione. Cause c'el 
sollecito incremento della Compagnia. Conclusione. 

Principali fonti contemporanee: i. Epistolae s. Ignatii de Loyola. - 
2. Fabro, Monumenta. - 3. Polanco, Vita p. Ignatii. - 4. Palmio, 
Autobiografia. - 5. Epistolae niixtae. - 6. Littevae Quadrimesires. - 
7. RoDRiGUEZ, De origine et pvogvessu Soc. lesu. - 8. Ribade- 
neira, Confessioncs. - 9. Monumenta Xaveviana. - 10. Selectae 
Indiaritm epistolae. 




I. - PROGRESSI 
DEL NUOVO ORDI- 
NE TR.\ LE DUE 



SANTO CONTEMPO - 
RAKEO AL LOIOLA 



A SERIE NATURALE DEI FATTI RICHIAMA 

lo studioso a rivolgere uno sguardo allo sviluppo 

della nascente società nell'intervallo tra l'appro- approvazioni 

i • • 11 11 1 ) 1 (3 SETT. 1539, 27 

Jivazione a viva voce del 3 settembre 1539 e 1 altra sett. 1540) favo- 
ottenuta nelle forme solenni il 27 dello stesso mese dell'anno r'tida un gran 
seguente. 

Se questo breve periodo fu ad Ignazio pieno di calma 
trepidazione per le inattese e gravi difficoltà che già il let- 
tore conosce, fu anche allietato da solide speranze di un fio- 
rente avvenire. Il muto e pure sì eloquente linguaggio degli 
eventi mostrava giorno per giorno al Loiola a qual termine 
la Provvidenza avesse rivolte quel suo desiderio perenne di 



328 Capo XI. - Incremento aella Compagnia di Gesù, àfc. 

spingere le anime alla perfezione e di far compagni, desiderio 
sentito del continuo fino dagli albori della nuova sua vita. 
Con quei giovani fervidi aveva da formare una minima com- 
pagnia di militi devoti anche alla morte per sostenere e dif- 
fondere il regno di Cristo sotto la direzione suprema del suo 
Vicario in terra. Ed ora, mentre appunto stava timorosa- 
mente aspettando che l'offerta già accolta venisse ratificata 
con pienezza di apostolica autorità, gli si facevano incontro 
uomini maturi e giovani ardenti, bramosi di entrare anch'essi 
nel medesimo arringo. Simili domande avevano preceduto 
di parecchi e parecchi mesi la prima confermazione a voce 
del settembre 1539. Già il 19 decembre dell'anno innanzi, 
poco dopo ottenuta la sentenza del Governatore, che di- 
chiarava calunniose le imputazioni fatte ai chierici pelle- 
grini, Ignazio scriveva ad Isabella Roser, che quattro o 
cinque si erano determinati di entrare nella Compagnia, per- 
severando da molti giorni e mesi nel pio proposito. Ma sog- 
giungeva che non osavano di riceverli, perchè, fra le altre 
cose, li avevano accusati di ammettere compagni e formare 
congregazione o religione senza autorità della Santa Sede (*). 

Frattanto, e quelli che erano albergati sotto un mede- 
simo tetto e gli altri che avrebbero voluto partecipare alla 
stessa sorte, rimanevano insieme congiunti non pure di anima, 
ma con l'esercizio ancora delle opere di misericordia corpo- 
rale e spirituale, cui si consacravano e convenivano, quasi a 
primo tirocinio, sotto la guida d'Ignazio, nei varj ospedali 
dell'Urbe (*). 

Dichiarata l'innocenza dei padri e, grazie all'assistenza ai 
mendici nella carestia, convertita in istima ed affetto la dif- 
fidenza sul conto loro, l'esordiente comunità venne a poco 
a poco rimettendo del prudente riserbo mantenuto per 
tutto il 1538. L'umile porta della casa dei Frangipani alla 
Torre del Melangolo non fu più chiusa ai frequenti candidati; 
i quali erano ricevuti sempre che Ignazio, spertissimo cono- 
scitore degli uomini, li avesse trovati atti a sostenere le' 
prove della nuova religione. 

E qui allo storico che va ricostruendo un passato note- 
vole, quale per ogni società è quello delle prime origini, si 

(') Cf. Mon. Ignat., ser. I, I, {^) Ci. Polanco, Chron., I, 80; 

143. V Orlandini, lib. II, p. 56, n. 65. 



/. - Progressi del nuovo Ordine, tra le aue approvazioni, &=€. 329 

fa innanzi una singolare circostanza, acconcia quant'altra 
mai a levarlo in ammirazione delle recondite vie, onde la 
Provvidenza si piace talvolta di compiere le ferventi brame 
dei suoi più fidi campioni. Il sollecito innesto d'un sòrcolo 
d'italica gente nel tenero arboscello della Compagnia di 
Gesù, appena appena piantata in Roma dalla industre mano 
del forte figlio della Cantabria, si opera mediante la coope- 
razione di uno di quei mirabili eroi contemporanei al Loiola, 
i quali con lo splendore e i frutti perenni delle loro virtù ci 
fanno dimenticare la corruttela del secolo in che fiorirono. 
Infatti, quando Ignazio con il Fabro e il Lainez, conforme 
vedemmo nell'esordire ('), metteva piede in Roma, già da 
quattro anni v'era stato preceduto da Filippo Neri, che Dio 
per mirabile guisa inviava alla metropoli del mondo cristiano 
perchè la santificasse con più di dodici lustri di non inter- 
rotto soggiorno, quasi tutti spesi in fecondissimi ministeri (-). 
Or il giovane fiorentino, non ancora ventitreenne, proprio 
di quei giorni, ultimati gli studj in casa del gentiluomo suo 
concittadino, Galeotto Caccia, vendeva i suoi libri e tuttora 
laico, né peranco avendo pensiero di ascendere al sacerdozio, 
incominciava l'apostolico tenore di vita suggeritogli da de- 
siderio cocente di tutto unirsi e stringersi in amore con 
Cristo e di ridurre a lui innumerevoli anime. 

A raggiungere quest'altissimo scopo, il primo arringo 
che si die a correre su lo spirare del 1537 e al principio del- 
l'anno seguente, furono quegli ospedali della città, dove sem- 
pre viva durava la tradizione d'un Ettore Vernazza, d'un 
Gaetano Tiene e di parecchi altri fratelli dell'Oratorio del 
Divino Amore, non meno eroici per il dispregio di se medesimi 
e lo schietto amore verso degli ammalati, che felici per la 
eterna salvezza procacciata a tanti miseri peccatori (3). Quivi, 



(^) Cf. sopra, p. 3. 

(^) Intorno al tempo della ve- 
nuta del Neri da San Germano 
in Roma non si accordano gli 
storici, fissandolo alcuni al 1533, 
altri all'anno seguente. Cf . Gal- 
LONio, n. 3, negli Ada, SS., maii 
to. VI, die xxvi; Bacci, lib. i, 
cap. II, p. 7; Capecelatro, lib. i, 
capp. II e ni, pp. 87^ 108. 

(3) Cf. Gallonio, n. 7; Berna- 



bei, n. 18, negli Ada SS., loc. cit.; 
Capecelatro, lib. i, cap. in, p. 
138. Dei ministeri esercitati negli 
ospedali romani dai fratelli del- 
l'Oratorio del Divino Amore (cf. 
Tacchi Venturi, Storia I, 406- 
409) veggasi oltre il Caraccioli 
(Vitas. Caietani Thienaei, in Ada 
SS., augusti to. II, die vii, nn. 9-13) 
il De Maulde la Clavière-Sal- 
VADOR1, pp. 46-48. 



33© Capo XT. - Incremento della Compagnia di Gesù, &>€ . 

mentre il Neri si dà a emulare i preclari esempj di così no- 
bili precursori, effondendo l'incoercibile tenerezza del suo 
cuore, così a ristoro dei corpi languidi con le cure d'intelligente, 
amabilissimo infermiere, come a salute dell'anime col bal- 
samo della parola piena di fede, di speranza e di celesti con- 
sigli, s'avvenne con i Preti pellegrini che, animati d'uno stesso 
spirito e pure allora giunti nell'eterna città, entravano an- 
ch'essi nel medesimo campo. Gli antichi biografi non conob- 
bero, come è più probabile, o, se li conobbero, non si curarono 
di tramandarceli i particolari di questo incontro. Quel tanto 
però che da loro ci provenne è bastevole a stabilire che ciò 
dovette accadere non molto dopo l'arrivo d'Ignazio e dei 
compagni in Roma; né, argomentando secondo le più fon- 
date congetture, si vede come potrebbe negarsi che il Neri e 
il Loiola si fossero, pur se non prima, certo nei grandi disagi di 
quella carestia e mortalità del verno 1538-39, di che sopra fu 
scritto (^), già conosciuti ed amati, stringendo così per tempo 
i vincoli di una fratellanza ed amicizia cui solo la morte 
avrebbe in terra troncato (^). Narra infatti un antico alunno 
della Congregazione dell'Oratorio di avere appreso il 2 ot- 
tobre 1601 dal p. Antonio Gallonio e dal sig. Marcello Vitel- 
leschi, due tra i più intimi ed affezionati figliuoli del padre 
Filippo, che questi « aveva conosciuto et havuto familiarità 
« con il b. Francesco Xaverio compagno del b. Ignatio » (3). 



(*) Cf. sopra, pp. 178- 181. 

(*) L'amicizia dei due santi ri- 
mase per la mutua riverenza ed 
affettuosa cordialità, con la quale 
a vicenda si amarono, una delle 
più intime delle quali si posseg- 
ga notizia nell'agiografia. I figli 
d'Ignazio stimarono dovesse riu- 
scire gradito al santo loro Fon- 
datore e padre che ne fosse eter- 
nata la memoria nel magnifico 
altare dove riposano le sue ceneri 
al Gesù di Roma. Poiché, tra i 
tanti soggetti da rappresentare 
nei sette bassi rilievi in bronzo 
che ammiransi nei piedistalli 
delle due colonne di lapislazzuli 
e nel rettangolo che corre tra essi, 
non vollero mancasse questo della 



mutua dilezione che si portarono 
in Cristo i due grandi servi di Dio. 
Quindi in una delle tre facce del 
plinto a destra, dal valente artista, 
della fine del sec. xvii, Francesco 
Nuvolone fecero appunto ritrarre 
il Neri che è sul punto d'abbrac- 
ciare affettuosamente il Loiola 
tutto in volto circonfuso di cele- 
ste splendore. Trattai testé l'ar- 
gomento, sotto il titolo L'amicizia 
di san Filippo Neri con sant'Igna- 
zio di Loiola, nel San Filippo Neri, 
an. I, n. 8 (31 luglio 1921). 

(3) È questi il p. Francesco Zaz- 
zara, le cui memorie mss. sulla vi- 
ta del Neri, dalle quali e cavato il 
passo da me riportato, con&erva- 
vansi, secondo il Capecei..\tro, 



/. - Progressi del nuovo Ordine tra le due approz>azioni, &•€. 331 

Ora, poiché il Saverio lasciò Roma per Lisbona alla volta 
dell'Indie il 16 marzo 1540 (^), e la familiarità non nasce 
in un giorno, sembra ben consono al consueto ad accadere in 
simili casi che i due servi di Dio avanti il 1539 si fossero già 
legati in amicizia. Né fa mestieri avvertire che quanto ci 
venne distintamente tramandato del Saverio, non é da ne- 
garsi del Loiola, come quegli che sino dal primo apparire in 
Roma, benché non per anco tenesse autorità di superiore, 
appariva non di meno ed era capo della nuova famiglia dei 
Preti riformati stranieri, con la quale il giovane Filippo, al- 
lora alle prime armi nell'esercizio della carità, veniva ad 
imbattersi in un momento, se altro giammai opportuno; cioè 
quando, interamente dedito, com'era, a trarre gente alla fre- 
quenza dei Sacramenti e alla vita divota, lui laico, aveva 
bisogno di avere alla mano sacerdoti di vita esemplarissima 
e fervido zelo, tutto bontà e dolcezza, cui affidare i peccatori 
da riconciliare con Dio e stimolare alla rinuncia dei falsi 
godimenti del secolo. 

La maniera poi del vivere di questi preti spagnuoli e fran- 
cesi, poveri come Filippo, senza un proprio tetto né altro 
sicuro mezzo di sussistenza, sbattuti dalla tempesta d'una 
persecuzione per aver affrontato la difesa delle verità della 
fede contro le avvelenate dottrine di frate Agostino {^), dovè 
sembrare al Neri istituto così santo e degno di commenda- 
zione, che, oltre a farsi amici don Ignazio e don Francesco, 
prese appunto ad indirizzarvi alcuni dei coltivati da sé nello 
spirito, bramosi di dare al mondo un addio per ispendersi 
fino alla morte in prò dell'anime redente da Cristo. E nel 
fatto, secondo autorevoli contemporanei, quali un Antonio 
Gallonio, un Pietro Bacci, entrambi dell'Oratorio e biografi 
del santo loro Fondatore, un Germanico Fedeli familia- 
rissimo del Neri e da lui grandemente amato, il padre Fi- 
lippo fu « il primo che facesse entrare Italiani nella Compa- 
« gnia di Gesù » (3). Egli nondimeno non sembra richiedesse 
giammai di appartenervi, benché al dire degli storici del- 

(lib. Ili, cap. I, p. 19^) nella Bibl. riuscirono tutte pur troppo in- 

Vaticana. Avendo trascurato l'au- fruttuose. 
tore d'indicarne la collocazione, le (') Cf. infra, p. 369. 

indagini non poche che feci, per {') Cf. sopra, pp. 153-159- 

rintracciare il manoscritto nei varj (3) Il Gallonio così depose nel 

fondi della predetta biblioteca, mi Processo di santificazione del 



332 Capo XI. - Tncremcnto della Compaf^nia di Gesù, &=€. 

l'Oratorio il padre Ignazio non mancasse d'invitarvelo (\) 
e solesse chiamarlo festevolmente, Campana, per indicare 
che come il sacro bronzo raduna le genti in chiesa, ma esso 
non ci va, così Filippo, indirizzando altri alla religione si ri- 



Neri: «Il medesimo padre [Filippo] 
« mise molti in diverse religioni, 
« nei Cappuccini, nei Frati di s. 
« Domenico, nelli Theatini et nelli 
« Gesuiti, onde dal p. Ignatio, 
« come ho inteso dire dal mede- 
« Simo padre più volte, era chia- 
« mato, la Campana, chiamando 
« gli altri alla religione e non ci 
« entrando esso; l'ho sentito di 
« più dire che il primo che mise 
« Italiani nella Compagnia del Ge- 
li^ su fu il detto p. Filippo ». La 
riferita deposizione del Gallonio 
è riportata dal p. Carlo Bar- 
bieri nel raro opuscolo Appen- 
dice alla confutazione della pre- 
tesa domanda di s. Filippo Neri 
a sant'Ignazio per l'ingresso nella 
Compagnia di Gesù, Bologna, a 
S. Tommaso d'Acquino (sic) 1742, 
p. IO sg. Il Bacci, lib. I, cap. \^I, 
p. 20, scrive: « Dicesi però che fu 
« il primo che facesse entrare Ita- 
« liani nella Compagnia di Gesù»: 
quasi le stesse parole adoperate 
dal Fedeli, secondo il citato Bar- 
bieri, Giunta alla difesa de' scrit- 
tori della vita di s. Filippo Neri, 1. 
e a. citt., p. 18. 

(^) I biografi del Neri non s'ac- 
cordano intorno a questo punto 
con parecchi di quelli ignaziani. 
Sostengono i primi concordemen- 
te che s. Filippo fu da s. Ignazio 
invitato ad entrare nella Compa- 
gnia; affermano gli altri che do- 
mandò invece al Loiola di accet- 
tarvelo, ma non fu ricevuto, per- 
chè sant'Ignazio riputò maggior 
gloria di Dio che si rimanesse nel 
secolo. Pubblicatasi nel 1741 la 
vita del Loiola scritta dal Ma- 



riani, nella quale ripetcvasi la ri- 
chiesta del Neri e il conseguente 
diniego del p. Ignazio, la questione 
venne trattata con ampiezza, forse 
anche soverchia, ma con retta cri- 
tica, dal p. Preposito dell'Orato- 
rio di Bologna, il p. Carlo Bar- 
bieri, nei due opuscoli Giunta alla 
difesa e Appendice alla confuta- 
zione, citati nella nota precedente. 
Ai tempi nostri poi la riassunse 
il Capecelatro, lib. in, cap. i, 
pp. 20-25. 

Benché questa disputa, la quale 
nel sec. xviii accalorò non poco 
gli animi, abbia oggi felicemente 
perduto quasi ogni importanza, 
noteremo qui che la tesi del Bar- 
bieri, ai cui opuscoli rimandiamo 
il lettore, sembra fondata sul vero. 
L'argomento più solido che gli 
storici della Compagnia possono 
addurre è la testimonianza del 
p. Muzio Vitelleschi, af&data so- 
lennemente allo scritto il 2 giu- 
gno 1636. Se non che, a quella 
guisa che un tal uomo non può 
essere neppure sospettato di ave- 
re deposto contro quello che sen- 
tiva, non dissimile incapacità a 
mentire va riconosciuta in un car- 
dinale Agostino Cusani, in un aba- 
te Mafia, in un Germanico Fe- 
deli, in un Marcantonio Vitelle- 
schi e in altri testimoni giurati, 
i quali affermarono il contrario 
del Generale dei Gesuiti. Pare 
dunque doversi ritenere col Bar- 
bieri e col Capecelatro che l'ot- 
timo p. Muzio, udendo in sua 
gioventù il santo vecchio Filippo 
parlare della Compagnia con quei 
sensi di stima ed amicizia che in 



2. - I primi gesuiti italiani: Pietro Cod^icio» 



333 



maneva nel secolo (*). Ma è tempo ornai di vedere quali 
fossero gl'Italiani che nel 1539 e avanti il 27 settembre 1540 
diedero il nome al nascente istituto. 



PRIMO tra costoro (*), se non per ordine di tempo, certo in 
ragione dei meriti acquistati con la casa quasi culla del- 
l'Ordine, fu il nobile prelato lombardo Pietro Codazzo o 
Codacio, come lo chiameremo, secondo l'uso invalso tra gli 
autori domestici. Egli apre degnamente la schiera degli Ita- 
liani datisi sino dai primordj della Compagnia alla sequela 
d'Ignazio, e nel suo modesto officio di procuratore appare 
veramente, come lo disse il Ribadeneira, « uomo magnanimo 
« e con la povertà di Cristo ricchissimo» ('). Cadde probabil- 
mente il suo ingresso innanzi la stessa confermazione a voce 
dei 3 settembre 1539, tra il 23 di maggio e il 20 di giugno. 
Il primo termine si può stabilire esaminando le delibera- 
zioni dei 15 aprile e del 23 maggio dell'anno predetto, nelle 
quali troviamo fra i soscrittori il Càceres, non già il Codacio, 
che per esser uomo di molto maggiore autorità, non sembra 
come sarebbe potuto mancarvi, se in quel tempo già si fosse 
accomunato con il Loiola e i compagni (*). L'altro termine si 



2. - 1 PRIMI GB 
SUITI ITALIANI: 
PIETRO CODACIO, 
ANGELO PARADI- 
SI, GIAN FILIPPO 
CASSINI. 



cuore nutriva ed era suo costume 
di esprimere esteriormente «rice- 
vesse », riferisco le parole del Bar- 
bieri, « come petizione assoluta 
« ed esplicita ciò che era mero 
« complimento, se non anche en- 
« fasi, derivante da quel modo 
« graziosamente scherzevole, tan- 
« te proprio dell'affabilità del no- 
« stro Santo ». 

(^) Del dono singolarissimo che 
ebbe il Neri di staccare l'animo 
dei giovani dall'amore dei piaceri, 
anche leciti e onesti, del mondo 
ed inviarli alla religione, scriveva 
il p. Tito degli Alessi, esempla- 
rissimo barnabita, al suo Prepo- 
sito Generale nel febbraio 1575 le 
seguenti parole: « Intendo che il 
« p. Filippo ne ha mandati religiosi 
« da trecento, come penso averle 
« scritto altra volta. Ma (cosa ma- 



« ravigliosa) che tutti quelli che 
« sono andati col suo consenso in- 
« tendo che tutti siano restati; ma 
« quelli che sono andati contro 
« l'animo e il volere suo, pochi o 
« ninno ha perseverato ». Presso 
il Capecelatro, lib. iii, cap. i, 

P- 15- 

(^) Il Pol